
Cristo scaccia i mercanti dal tempio, Giovanni Francesco Barbieri detto Il Guercino, 1634-1638, Genova Musei di Strada Nuova
di Sergio Todesco
Due recenti contributi di Augusto Cavadi e di Roberto Cipriani apparsi nel precedente numero di “Dialoghi Mediterranei”, di diversa impostazione ma entrambi convergenti nel riflettere sul fatto religioso, mi inducono ancora una volta a ripercorrere pubblicamente (a mò di outing…) la mia personale equazione rispetto alla scelta, maturata posso affermare nel corso di un’intera vita, di aderire a una visione religiosa dell’esistenza. Ebbene si. Attenendomi (ma solo per un attimo…) allo stile del nostro Presidente del Consiglio (per me, à la Truffaut, la Signora del Fascio Accanto) potrei aggiungere alle mie svariate schegge d’identità anche quelle sopra menzionate. La seconda di queste però è a tal punto embricata nel mio percorso esistenziale che spesso mi sono posto a riflettere su come essa possa coesistere senza contraddizioni con tutte le altre, e specialmente con la prima.
Da demartiniano convinto quale ormai da decenni credo di essere, ho sempre consentito con un’affermazione dell’etnologo napoletano contenuta nella sua introduzione a La Terra del rimorso:
«Noi non possiamo abbassare le armi della critica davanti al “numinoso” e rinunziare a ritrovare gli uomini e le motivazioni umane che l’hanno di volta in volta generato nella concretezza delle diverse situazioni culturali. La coscienza della origine e della destinazione umana di tutti i beni culturali non è una fra le tante coscienze possibili che se ne può avere, ma è la nostra stessa coscienza di etnografi che ci segue come un’ombra, è lo strumento di analisi più indispensabile che portiamo con noi. Quale che sia il sistema di scelte culturali nel quale ci imbattiamo, esso cade integralmente nella sfera di questa nostra scelta, che definisce in modo univoco il nostro “ruolo”. Possiamo valutare tutte le proposte che l’uomo ha avanzato per vivere in società: ma a patto di non mettere mai fra parentesi la proposta umanistica nella quale “siamo dentro”, e che è nostro compito avanzare incessantemente, quali che siano gli “incontri” del nostro viaggiare» (de Martino, 1961: 21-22).
La mia sintonia con quanto de Martino afferma non mi ha tuttavia indotto a condividere una visione materialistica dell’uomo e della sua storia, spingendomi piuttosto a un’apertura, senz’altro problematica e a volte sofferta, verso il mistero che da sempre avvolge la presenza dell’uomo sulla terra, sulle origini dell’intelligenza umana e sulla realtà complessiva dell’universo e delle società che lo compongono.
Un dato mi è sempre apparso significativo, ed è la presenza per entro tutte le culture – ancora esistenti o da tempo scomparse – di testimonianze materiali e immateriali, a volte disarticolate dai loro contesti originari eppure persistenti nella storia dell’uomo, di un’apertura verso ciò che potremmo in via provvisoria definire “il soprasensibile”. Qualunque doverosa riserva possa e debba nutrirsi verso l’antropologia religiosa di Mircea Eliade, volta a collocare il fatto religioso in una dimensione a-storica, è tuttavia indubbio che la presenza dell’homo religiosus abbia caratterizzato l’intero arco dell’avventura umana.
Sono peraltro consapevole che la religione, laddove incarnatasi e veicolata da strutture di potere, abbia quasi sempre finito nella storia con l’esercitare una funzione narcotizzante, finendo col contraddire le progettualità liberatorie espresse in premessa. Come non riconoscere i motivi di verità contenuti nelle definizioni marxiane della religione come “oppio dei popoli” (Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, 1844) o come “via indiretta e allungata” (La questione ebraica, 1843) valevoli a mostrare come l’utilizzo istituzionale della fede abbia comportato, soprattutto in seno alle nostre culture, dinamiche di alienazione, di assopimento delle coscienze rispetto alle turpitudini dell’al di qua, con la promessa di salvezza e compensazioni nell’al di là?
E come non condividere la lucida denunzia dostoevskijana nelle cupe pagine dei Fratelli Karamazov che parlano del Grande Inquisitore, che a un Gesù Cristo tornato sulla terra e messo in prigione espone i motivi che gli impongono di mandarlo al rogo in quanto eretico? Un Cristo silenzioso, il cui bacio al suo persecutore è l’unica reazione all’accusa mossagli di essere un rivoluzionario potenzialmente in grado di scardinare il potere di chi gli sta di fronte…
Nonostante la verità storica del ruolo oppiaceo e narcotizzante svolto dalle religioni istituzionalizzate, rimane evidente la tendenza umana universalmente diffusa a elaborare miti, narrazioni, credenze rispetto alle cause del proprio “essere gettati nel mondo”. Riguardo a tale atteggiamento spiriti laici di ogni tempo hanno contrapposto una visione ateistica, di volta in volta agganciata a teorie scientifiche come l’evoluzionismo o filosofiche come il materialismo tout court, le cui diverse anime hanno inteso criticare le concezioni metafisiche elaborate in seno alle culture più svariate.
Mi sono spesso interrogato sulle caratteristiche dell’ateismo, sulle sue origini e sui suoi presupposti, e mi è sempre parso di scorgere nelle conclusioni cui esso giunge dei caratteri altrettanto, forse più, “metafisici” di quanti ne possa riservare una qualunque teoria creazionista. Se infatti si crede che tutto ciò che costituisce “il reale”, l’universo sconfinato con i suoi miliardi di galassie, sia da sempre esistito “di per sé”, ecco che all’idea di un dio creatore ci si trova costretti a sostituire una materia eterna, fuori dal tempo e in qualche modo anch’essa “generatrice” di mondi attraverso Big Bang e processi cosmologici a noi ancora sconosciuti.
Non si ricade in tal modo, mi sono sempre chiesto, in una metafisica ancora più stringente, per di più ottusa in quanto priva dell’elemento che per noi moderni si è venuto imponendo attraverso i secoli come fondamentale, quello della persona, della sua caratteristica unica e irripetibile, della sua dignità, del suo diritto alla felicità? Se oggi noi giustamente riconosciamo, difendiamo e siamo in certe circostanze anche disposti a morire per affermare il valore della persona umana (ma direi anche animale, all’interno di una visione ecologica che di ogni realtà vivente coglie il far parte di un unico sistema), come riuscire a conciliare tale sensibilità con la visione di una natura in qualche misura cieca, indifferente alla presenza in seno a essa di esseri dotati di intelligenza, sentimenti, fantasia, istinti, sogni? Puro pessimismo leopardiano!
Altro motivo che spesso induce quanti si professano non credenti a diffidare della visione religiosa è proprio la presenza nel pianeta di religioni, fedi, credenza diverse e di diversa natura e origine. In merito a ciò c’è da osservare che ogni cultura ha declinato secondo i propri paradigmi il proprio rapporto con l’invisibile, e che credere nell’esistenza di un’intelligenza creatrice non può assolutamente comportare l’arroccarsi nel particulare della propria tradizione ma deve (dovrebbe) necessariamente sfociare nel riconoscimento di un’unica realtà numinosa che assuma volti svariati per entrare con delicatezza nel cuore e nella storia di culture diverse, accettando che esse la esprimano, la raffigurino, la riconoscano nei modi svariati a loro proprî. La presenza di tante religioni nel pianeta non mi pare sia dunque indice di un “politeismo”, ma neanche del “monoteismo” con il quale alcune religioni ritengono se stesse detentrici dell’unica verità, quanto piuttosto della incredibile ricchezza espressa dai gruppi umani nel ricercare e riconoscere ragioni plausibili del proprio stare al mondo.
Queste considerazioni mi paiono preziose sotto un profilo antropologico, anche ai fini di un auspicabile ecumenismo volto a creare uomini e donne disposti a condividere le ragioni delle rispettive fedi: in tale reciproco riconoscimento, ancora purtroppo da inverarsi nel nostro litigioso pianeta, si colgono i motivi di verità (laddove sfrondati dalle ingombranti scorie esoteriche) presenti nell’espressione “unità trascendente delle religioni” coniata nel 1948 da Frithjof Schuon per indicare il fondo comune che, al di là delle differenze, tutte le comprende. Tale fondo comune non si potrebbe forse meglio individuare che nella figura di un dio il quale si prenda cura di tutte le sue creature instillando in esse più che un desiderio di dipendenza il riconoscimento di una filiazione, e ponendo in essere il suo progetto creativo anche attraverso strategie apparentemente contraddittorie come l’evoluzionismo. Credo che anche Teilhard de Chardin fosse giunto a conclusioni analoghe, come pare risultare dal suo Inno alla materia:
«Benedetta sii tu, aspra Materia, sterile gleba, dura roccia, tu che cedi solo alla violenza e ci costringi a lavorare se
vogliamo mangiare.
Benedetta sii tu, pericolosa Materia, mare violento, indomabile passione, tu che ci divori se non ti incateniamo.
Benedetta sii tu, potente Materia, Evoluzione irresistibile, Realtà sempre nascente, tu che, rompendo ad ogni
momento i nostri schemi, ci costringi a inseguire, sempre più oltre, la Verità.
Benedetta sii tu, universale Materia, durata senza fine, Etere senza sponde, – triplice abisso delle stelle, degli atomi e
delle generazioni, tu che travalicando e dissolvendo le nostre anguste misure, ci riveli le dimensioni di Dio.
Benedetta sii tu, impenetrabile Materia, tu che, ovunque distesa tra le nostre anime e il Mondo delle Essenze, ci fai
languire dal desiderio di forare il velo senza cuciture dei fenomeni.
Benedetta sii tu, mortale Materia, tu che, dissociandoti un giorno in noi, ci introdurrai necessariamente nel cuore
stesso di ciò che è.
Senza di te, o Materia, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strazi, noi vivremmo inerti, stagnanti, puerili, incapaci di
comprendere noi stessi e Dio. tu che ferisci e medichi – tu che resisti e pieghi – tu che sconvolgi e costruisci – tu che
incateni e liberi – Linfa delle nostre anime, Mano di Dio, Carne del Cristo, o Materia, io ti benedico.
Ti benedico, o Materia, e ti saluto, non già quale ti descrivono, ridotta o sfigurata, i pontefici della Scienza e i
predicatori della Virtù, – un’accozzaglia, dicono, di forze brutali e di bassi appetiti, ma quale tu mi appari
oggi, nella tua totalità e nella tua verità.
Ti saluto, inesauribile capacità d’essere e di trasformazione in cui germina e cresce la Sostanza eletta.
Ti saluto, universale potenza di avvicinamento e di unione, che lega tra di loro le innumerevoli monadi e in cui esse
convergono sulla strada dello Spirito.
Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, cristallo limpido dalla quale è tratta la Gerusalemme nuova.
Ti saluto, Ambiente Divino, carico di potenza Creatrice, Oceano mosso dallo Spirito, Argilla impastata e animata
dal Verbo incarnato.
Credendo di rispondere al tuo irresistibile appello, gli uomini spesso si precipitano, per amor tuo, nell’abisso esterno
dei piaceri egoistici.
Li inganna un riflesso o un’eco. Ora lo capisco.
Per raggiungerti, o Materia, bisogna che, partiti da un contatto universale con tutto ciò che quaggiù è in movimento,
sentiamo via via svanire nelle nostre mani le peculiarità proprie di tutto ciò che abbiamo afferrato, fino a rimanere
alle prese con la sola essenza di tutte le situazioni, di tutte le unioni.
Se vogliamo possederti, bisogna che ti sublimiamo nel dolore dopo averti voluttuosamente accolta tra le braccia.
O Materia, tu regni sulle vette serene ove i santi pensano di evitarti, – Carne così trasparente e mobile che non ti
distinguiamo più da uno spirito.
Portami in alto, o Materia, attraverso lo sforzo, la separazione, la morte, – portami dove sarà finalmente possibile
abbracciare castamente l’Universo». (Teilhard de Chardin, 1992: 48-49).
Nonostante ciascuna religione possa in buona fede rivendicare per sé, e per sé sola, l’esclusiva detenzione della verità, dobbiamo essere consapevoli che tale posizione conduce fatalmente a quell’integralismo che ha insanguinato e continua a insanguinare il nostro tempo.
Ciò non comporta naturalmente, o non dovrebbe comportare, abdicare alla propria fede abbracciando un asettico relativismo o un astratto spiritualismo alla New Age, quanto piuttosto sforzarsi di leggere i semi di verità presenti in ogni tradizione religiosa, la quale però per essere credibile non può che prendere le distanze da qualunque tentazione integralista, atteggiamento quest’ultimo che – a ben vedere – si rivela sempre non essere altro in realtà che una strumentalizzazione della vera religione per fini di potere o di denaro.
Il credo al quale ho aderito, non senza continui dubbi e ripensamenti, è quello che mi è derivato dalla figura storica di Gesù Cristo, singolare figura di profeta quanto mai distante dalla ufficializzazione di una fede costretta entro la soffocante camicia di istituzioni sclerotizzanti e viceversa sempre pronto a difendere le ragioni di persone di ogni tipo (con una preferenza particolare rivolta agli emarginati, alle donne, ai peccatori…), a proclamare contro ogni tradizione che “il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato”, a cacciare con sdegno i mercanti dal Tempio… Bene, questo Gesù, come esso appare nei Vangeli canonici e anche in quelli apocrifi, mi sembra ancora oggi in grado di fornire risposte ai nodi che avviluppano la nostra povera modernità. Risposte, a me pare, più rivoluzionarie delle tante altre che pretendono essere tali. Risposte che, ognuno a proprio modo e secondo il proprio contesto socio-culturale, hanno dato figure come Mahatma Gandhi, Dietrich Bonhoeffer, Martin Luther King, Nelson Mandela, Lorenzo Milani e molti altri che, anche se non professandolo dichiaratamente, hanno vissuto e operato secondo principî evangelici.
Un’ultima riflessione è doverosa rispetto alle pretese di identità che ogni integralismo rivendica per sé brandendole a guisa di clava. Si ritiene solitamente che una delle caratteristiche dell’identità debba essere la purezza. Niente di più falso e di più ottuso. Secondo quanto ci ricorda James Clifford “i frutti puri impazziscono”! La nostra identità di “moderni” è, naturalmente e storicamente, meticcia, miscelata e ibridata, frutto ed esito delle molteplici, benefiche contaminazioni che gli eventi storici e le conseguenti dinamiche acculturative hanno prodotto. In ogni caso, il rispetto per “il sacro degli altri” è una condizione irrinunciabile per accettare reciprocamente le diversità culturali e religiose, che tutte insieme compongono il variopinto mosaico di umanità, la cui bellezza sta probabilmente all’origine dell’atto creatore cui ogni credente attribuisce la causa della vita.
Se alla base di tutto ciò che esiste non ci fosse una Presenza creatrice il cui progetto è consistito nel porre in essere individui dotati della sua stessa natura, allora noi umani dovremmo altro non essere che materia, sia pur pensante e capace di produrre altra materia pensante come – poniamo – un robot, ma affatto incapace di infondere nel proprio prodotto caratteristiche quali istinto, libertà, passioni, paura della morte, amore, cura.
Consapevole del rischio che tale mia posizione possa essere fraintesa come acritica adesione a una religione, il Cristianesimo, sotto il cui manto si sono perpetrate violenze e turpitudini di ogni genere (dalle Crociate allo schiavismo al colonialismo) e che ha troppo spesso, nelle sue forme istituzionalizzate e tradizionali, fatto da puntello ideologico a realtà politico-economiche liberticide, sono tuttavia del parere che un atteggiamento da cristiano laico aperto al mistero dell’esistenza e scevro del fanatismo di chi crede di possedere tutta la verità possa costituire un discreto viatico per attraversare meno tristemente la propria, forse anche l’altrui, esistenza.
Religione come via indiretta e allungata, ci suggeriva Marx. Forse, ebbe a chiosare oltre un secolo dopo di lui Ernesto de Martino, proprio questa si era rivelata l’unica possibile in contesti storici determinati. Forse, mi vien d’aggiungere, anche attraverso tali tortuosi sentieri accade che vengano dischiusi agli uomini spazi di dialogo con Dio, qualunque valore ognuno poi attribuisca a tale interlocutore.
Rimane naturalmente impregiudicato il senso di qualunque tra le tante forme assunte dalla religiosità espressa dagli uomini, siano esse di natura etnologica, popolare, culta. Forme che, anche qui tra le irrisolte contraddizioni che connotano le nostre giornate storiche, mantengono ancora per quanti di esse facciano emicamente esperienza tutta la suggestione del progetto di un’entità numinosa riguardo all’uomo che continuamente ripropone la sua vocazione all’alterità, all’incontro con l’altro da riconoscere come fratello. Non è compito dell’antropologo fare teologia; spetta però all’antropologo rendere conto dei risvolti culturali dei fatti teologici. Come scriveva oltre centocinquant’anni fa il filosofo oggi fuori moda sopra citato, «la critica ha spogliato la catena dei fiori immaginari che la coprivano non perché l’uomo porti catene senza fantasia, disperate, ma perché esso respinga la catena e colga i fiori viventi» (Marx, 1844).
Ogni espressione di ancoraggio a realtà sottratte alla percezione dei sensi, al di là del dato folkloristico cui una pubblicistica deteriore si ostina a ricondurla e al di là dello stigma di arcaismo superstizioso e condannabile, quale ancora viene letta secondo un malinteso spirito illuministico, può forse essere pensata, ed è questa l’ipotesi cui qui mi provo timidamente ad accedere, come luogo della visione, la quale naturalmente muta a seconda dello sguardo dell’osservatore e dell’ottica da questi impiegata, ma che in ogni caso, come qualunque orizzonte mitico-rituale, «offre una prospettiva per immaginare, ascoltare e guardare ciò per cui si è senza immaginazione, sordi, ciechi, e che tuttavia chiede perentoriamente di essere immaginato, ascoltato, visto» (De Martino).
Chiudo con un esempio che molti giudicheranno eretico se valutato da una prospettiva materialistica. Lo declino in una prospettiva cristiana, ma credo che ogni storico delle religioni possa trovarvi analogie e corrispondenze riferite ad altri contesti socio-culturali. Hermann Usener, ad esempio, ha dedicato al tema un denso studio.
Gli antichi filosofi credevano in un’intima corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo, tra l’universo tutto e l’essere umano che lo investigava. In virtù di tale corrispondenza, essi dichiaravano che “ciò che è in alto è come ciò che è in basso”. Sfrondando dalle originarie incrostazioni esoteriche simili affermazioni, credo che anche in una prospettiva cristiana sia lecito riflettere sul detto ermetico; una maniera di verificare tale realtà può essere offerta da una meditazione sul mistero cristiano della Trinità.
I cristiani maturi sanno (per fede) che il “macrocosmo” non esaurisce la totalità del creato. I “cieli” di cui parlano la Sacre Scritture non sono i cieli fisici solcati dagli aerei o dai razzi interplanetari; i cieli di Dio, quelli sui quali egli ha edificato il suo regno, il Regno dei Cieli che sempre il Nazareno invita a cercare, sono cieli che appartengono a un’altra dimensione, fuori della storia, dello spazio e del tempo, e quando al termine della sua esistenza terrena e a coronamento della sua risurrezione egli ascende al cielo, di fatto entra non già in un luogo fisico ma in una nuova dimensione. Un teologo, Raniero Cantalamessa, ha scritto che il cielo è il corpo del Cristo risorto con il quale andranno a ricongiungersi, per formare un solo spirito con lui, tutti i salvati. È per questo che agli apostoli che rimanevano a fissare in alto dopo l’ascensione di Gesù, i due uomini biancovestiti dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?” (At. 1, 9-11). Essi spiegavano così a loro (e anche a noi, qui e ora) che dopo la risurrezione di Cristo il vero cielo non sarebbe stato mai più quello che essi erano usi considerare tale.
Se dunque si assume per un attimo la disponibilità a meditare sulle realtà divine come su realtà vive e vere, che hanno radicamento nei cuori e che abitano la povera natura umana, non dovremmo stupirci del fatto che anche la nostra realtà fisiologica ricalchi, per così dire, il mistero del Dio uno e trino che ha pensato, voluto e creato gli uomini prima dei tempi con un atto gratuito d’amore. E come l’unico Dio in tre Persone riverbera nella realtà fisiologica umana la sua potenza? Si può forse ipotizzare che le tre principali realtà vitali presenti in ogni persona siano esse stesse un segno forte della presenza trinitaria…
Seguendo tale “impertinente” ipotesi, la forza creatrice di Dio Padre, la luce della sua mente, l’energia che il suo amore fecondo sprigiona farebbero pensare al nostro complesso sistema nervoso, i cui impulsi elettrici sono gli stessi che percorrono l’intero universo. Analogamente, il calore d’amore, la comunione, il servizio del Dio Figlio troverebbero una pallida eco nel nostro sistema sanguigno, che percorre e nutre il corpo e le sue membra. Il fatto poi che Gesù abbia sparso il suo sangue per gli uomini costituirebbe un’ulteriore conferma di tale specialissima corrispondenza. Non apparirebbe infine ipotesi peregrina quella secondo la quale il vento forte e caldo del dio Spirito Santo (“gagliardo” come viene definito in At. 2,2) riverberi della sua presenza il nostro sistema respiratorio, quel soffio continuo (Ruah) che fornisce ossigeno e vita…
Tutte le grandi religioni, tutti i sistemi mistici, tutte le pratiche ascetiche, in tutti i tempi e sotto tutte le latitudini, hanno – spesso inconsapevolmente – percepito l’importanza “spirituale” dei nervi, del sangue e del respiro. Non sarebbe forse questo (senza scomodare Jürgen Moltmann) un possibile indizio ecumenico che un assetto trinitario di quella realtà misteriosa chiamata con nomi diversi ma con unico significato riverberi schegge di verità presso culture non ancora consapevoli dell’unica storia di salvezza apparecchiata da un dio per l’umanità intera?
Sono, questi miei, interrogativi, domande destinate a rimanere prive di risposta. Non ho però voluto pormeli (e porli ai pazienti lettori, materialisti e non) per spaesarmi e spaesare tutti nell’immensità dei misteri divini, quanto piuttosto per continuare a masticare, nei tempi bui che abitiamo e che ci abitano, le parole che uomini di non banale concetto ci hanno lasciato in eredità. Due di essi, presi a caso: William Shakespeare, Amleto (“Ci sono più cose tra cielo e terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”) e Immanuel Kant, Critica della ragion pratica (“Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”).
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Riferimenti bibliografici
Aa.Vv., 1991, La Bibbia di Gerusalemme, Bologna, Edizioni Dehoniane.
Aa.Vv., 1997, I Vangeli apocrifi, Torino, Einaudi.
Dietrich Bonhoeffer, 2015, Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere, Roma, San Paolo Edizioni.
Raniero Cantalamessa, https://www.cantalamessa.org/?p=3326.
Ernesto de Martino, 1961, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud, Milano, Il Saggiatore, nuova ed. 2023, Torino, Einaudi; Id., 1977, La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali, Torino, Einaudi.
Mircea Eliade, 1954, Trattato di storia delle religioni, Torino, Einaudi.
Mahatma Gandhi, 2020, Autobiografia, Roma, Bibliotheka Edizioni; Id., 2023, Teoria e pratica della non-violenza, Torino, Einaudi.
Martin Luther King, 1967, La forza di amare, Torino, S.E.I.
Nelson Mandela, 2008, Lungo cammino verso la libertà. Autobiografia, Milano, Feltrinelli.
Karl Marx, 1973, Scritti sulla religione, Roma, Savelli.
Lorenzo Milani, 1965-66, L’obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina.
Jürgen Moltmann, 1993, Nella storia del Dio trinitario. Contributi per una teologia trinitaria, Brescia, Queriniana.
Frithjof Schuon, 1949, Dell’unità trascendente delle religioni, Bari, Laterza.
Pierre Teilhard de Chardin, 1968, Il fenomeno umano, Milano, Il Saggiatore; Id., 1992, Inno dell’universo, Brescia, Queriniana.
Hermann Usener, 1993, Triade. Un saggio di numerologia mitologica, Napoli, Guida.
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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, Palermo, 1995; Fotografi di paese, Messina, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, Palermo, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, Palermo, 1999; I sentieri di Didyme. Un percorso antropologico, Palermo, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, Palermo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, Messina, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, Patti, 2016; Angoli di mondo. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2020; L’immaginario rappresentato. Orizzonti rituali, mitologie, narrazioni, Palermo, 2021; Il mio Blog su LetteraEmme, 2 voll., Messina, 2022-2023; Angoli di mondo 2. Scritti di antropologia, folklore, storia delle idee, Patti, 2025; Il sacro iridescente. Madreperle incise a soggetto religioso nell’arte popolare, dalle collezioni Basilissi Minnella Todesco, Messina, in corso di stampa.
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