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Ricordando Luciano Giannelli, etnolinguista che amava il dialogo
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 02:11 In Cultura,Letture | No Comments
Il primo incarico di Luciano fu alla Facoltà di Lettere dell’Università della Calabria, a Arcavacata, nel 1979, quando si dimise dal suo lavoro di Segretario della Giunta del Comune di Colle Val d’Elsa, con una scelta per lui evidentemente liberatoria che colpì tutti i suoi amici, me, Lorenzo Coveri, Paolo De Simonis… In Calabria continuò l’insegnamento che avevo tenuto l’anno precedente, per proseguire poi a Urbino, quando ancora vi lavoravo, all’incirca nel 1981, e poi vincere nel 1982 il posto a Lettere di Firenze, prima di incardinarsi a Siena dal 1987, dove sarebbe rimasto fino alla fine della sua carriera come professore ordinario di Glottologia nel 2009. Questa è memoria ma anche storia di vita, quella prospettiva che Luciano sentiva congeniale al suo modo di guardare il mondo. Non a caso una delle sue intuizioni più straordinarie è la lunga narrazione e insieme avvincente testimonianza di Dina Mugnaini raccolta da Valeria Di Piazza, in Io so’ nata a santa Lucia: il racconto autobiografico di una donna toscana tra mondo contadino e società di oggi (Di Piazza, Mugnaini 1988), sostenuta, guidata e commentata da Luciano Giannelli.
Ricordando Luciano, riguardavo tre suoi volumi, distanti nel tempo ma non nell’ispirazione, documenti autentici del suo pensiero linguistico, cioè Abia Yala Inmargan Americana. Studi intorno alle lingue native di un antico/nuovo mondo (Giannelli 1999), Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari: studi di lingua e di culture (Giannelli, a cura di, 2022) e, il più recente, la raccolta di inediti Scritti Vagabondi (Giannelli 2023). Il primo è la più completa e articolata pubblicazione di Luciano sulle lingue native americane, sul loro statuto nella storia culturale dell’Occidente e nella storia del pensiero linguistico.
Abia Yala Inmargan Americana include Sulla fonologia cuna, un importante contributo originale elaborato su dati di prima mano relativo a alcuni fenomeni consonantici di sonorizzazione, un tema sul quale tornerà con Giovanna Marotta in Fonologia della lingua cuna (Giannelli et al. 2002). Il libro vuol fornire una riflessione etno-/socio-linguistica e antropologica sulle lingue native d’America e sulla complessa distorsione percettiva cui sono state sottoposte dalla cultura occidentale. La riflessione storica, socioculturale e linguistica si sviluppa nello stile di Luciano, ampio, argomentativo, problematico, fitto di dati e di ricostruzioni. Il contributo con Maria Rosanna Sacco, Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf (Giannelli, Sacco 1999) propone un’analisi del pensiero dei fondatori della moderna etnolinguistica, Boas e Sapir, che ne rivede e corregge la tradizionale banalizzazione in merito al rapporto tra lingua e pensiero, una questione centrale per il differenzialismo razzista spesso riaffiorante nella speculazione linguistica occidentale:
Il linguista, qui Luciano, ha uno strumento incomparabilmente potente nel demistificare i pregiudizi, cioè l’analisi linguistica, che mostra come ogni lingua sia espressione di dispositivi cognitivi universali e di un potere concettuale unico. Luciano, infatti, è stato un grande etnolinguistica, quasi unico in Italia. Certamente unico per ciò che riguarda lo studio delle lingue native d’America, avvicinate con indagini sul campo e con impegno civile. Per Luciano le lingue amerindiane hanno avuto, senz’altro fra molti altri, almeno due significati. Il primo è una scoperta intellettuale là dove la linguistica fa conoscere forme di concettualizzazione diverse, che mettono in discussione le categorie di classificazione tradizionali della filosofia e della sociologia. Così, il contrasto tra lingue egemoni (europee) e lingue minoritarie nasconde qualcosa di più profondo e sovversivo. Osservazioni che Luciano trasmetteva nei suoi corsi e nei suoi scritti, come nei Sussidi per le lingue amerinde (Giannelli 2023e: 144-210), e con ampia competenza, come ci fa capire la descrizione online riportata sul sito https://federicopani.com/ (Giannelli 2022 online). Il secondo punto riguarda che cosa può fare la ricerca linguistica a favore di realtà minorizzate, danneggiate, egemonizzate (Giannelli 2023d [2015]). Una questione più generale, già delineata nell’approccio ai dialetti e alle lingue minoritarie d’Europa e d’Italia, dove il contrasto Ascoli-Manzoni, protezione vs. libero sviluppo delle vicende linguistiche e culturali è riportato a un’interpretazione marxiana della complessità dei processi sociali (Giannelli 2023a [1989]; Giannelli 2023b [2005]).
Luciano era un ottimo ricercatore sul campo, abile nel mettere in rapporto la lingua e i tanti fattori che la governano, un osservatore meticoloso e profondo. Di qui era nata l’idea del nostro lavoro sull’indebolimento consonantico in Toscana, pubblicato sulla Rivista Italiana di Dialettologia (RID), fondata nel 1977 da Luciano, insieme a Fabio Foresti e al sociolinguista e dialettologo, Lorenzo Còveri, nostro caro amico. Lo spirito della nuova rivista suggeriva uno sguardo sincronico alla variazione dialettale, informato, certo, alla storia linguistica e a quella degli studi, ma attento alla nuova sociolinguistica laboviana e alle nuove prospettive nello studio dei fenomeni linguistici.
L’indebolimento consonantico in Toscana uscito sulla RID in due parti a fine anni ‘70 (Giannelli, Savoia 1978, 1980), si costruiva in funzione delle inchieste di Luciano, capillari e generalmente basate sull’ascolto di linguaggio spontaneo, e delle mie ricerche nella Toscana nord-occidentale e in Mugello. La parte dedicata alla letteratura era sviluppata con il contributo di entrambi, ma certamente Luciano conosceva meglio di me la storia degli studi, mentre la discussione sui modelli di analisi della variazione fonologica era in particolare alimentata dalle mie letture, pur all’interno di scambio e discussione costanti. L’articolo risultò tutto sommato originale e innovativo. L’attenzione minuziosa agli aspetti fonetici e socio-stilistici, in equilibrio tra assegnazione geografica (cfr. la figura relativa alle aree di spirantizzazione della Toscana), registrazione demografica ed espressiva e approfondimento documentario, si combinava con le proposte di formalizzazione nel quadro dei recenti modelli di indagine fonologica e variazionale. Il dato respingeva la derivazione etrusca, la rassicurante tesi sostratista, mettendo in discussione anche la nozione stessa di sostrato, un costrutto in effetti sfuggente nel processo temporale che ospita i fatti linguistici. Al contrario poneva al suo centro, almeno in termini di comparazione tipologica, il legame con i dialetti settentrionali.
La ricostruzione sostratica non era comunque rifiutata in via di principio ma in virtù delle proprietà strutturali del sistema fiorentino in confronto a quello etrusco. Luciano stesso tornerà sulla questione qualche anno dopo nell’interessantissimo Aspirate etrusche e gorgia toscana: valenza delle condizioni fonetiche dell’area toscana (Giannelli 1983), nel bel volume ideato insieme al caro amico Luciano Agostiniani, brillante etruscologo e linguista, Fonologia etrusca, fonetica toscana: il problema del sostrato (Agostiniani, Giannelli 1983). I legami con i dialetti settentrionali, su cui Luciano ritornerà in tempi successivi e che sono fondamentali per la sua riflessione sulla Toscana linguistica, sono ripresi anche in Restrizioni sull’esito [h] da t in fiorentino e nelle altre varietà toscane (Giannelli, Savoia 1991). In questo lavoro, l’ultimo fatto insieme, anche questo particolare esito è visto come allusivo alla situazione dell’antico fiorentino e ai suoi rapporti con le varietà settentrionali.
Luciano sapeva bene quanto i dati linguistici, anche i più minuti, possano informare il ricercatore in merito al loro modo di organizzarsi. E questa particolare e rara competenza ha ispirato i suoi scritti, a partire dai due volumi sulla Toscana per l’editore Pacini (Giannelli 1976, 2000). Questi lavori appaiono definitivi per l’analisi attenta, dettagliata e appassionata, per la conoscenza capillare della situazione, per la padronanza delle metodologie d’inchiesta, per l’erudizione nella storia delle forme e degli studi. Ad essi si collegano la bella sintesi Toskana nel Lexikon der Romanistischen Linguistik (Giannelli 1988), e, Tuscany nel volume curato da Maiden e Parry (Giannelli 1997). La minuziosa descrizione fonologica, morfologica e lessicale dei dialetti toscani e la classificazione areale frutto di indagini sul campo sistematiche, creano un livello conoscitivo difficilmente eguagliabile, in qualsiasi prospettiva noi li consideriamo.
Il rapporto dialetti toscani-lingua e la sua problematica realtà nella coscienza del parlante rappresentano un tema che ha accompagnato la riflessione di Luciano, né poteva essere altrimenti, data la prospettiva sociolinguistica e la lettura pragmatica e culturale dei dati che ne animava la ricerca. Consapevolezza e sensibilità per il dato si manifestano tutte le volte che affronta questo argomento, come nella bella intervista sulle varietà toscane e l’italiano pubblicata da Pani in https://federicopani.com/ (Giannelli, Pani 2022). Che significa parlare dialetto in Toscana? Luciano vi ritorna più volte, riconducendo i dialetti toscani a un insieme di tratti anti-italiani o non-italiani, più o meno cospicui a seconda delle aree, in parte controllati dal parlante, a partire da La recente evoluzione linguistica in Toscana (Giannelli 1974), fino a Le tensioni sulle varietà della Toscana occidentale (Giannelli 2023e [2001]) e ancora alla già menzionata intervista online del 2022. La prospettiva di Luciano mostra alcune costanti: attenzione al dettaglio fonetico, morfosintattico e lessicale delle diverse aree, il conflitto tra caratteri locali (originari) e influenza del fiorentino, il ruolo dell’italianizzazione, tanto più efficiente quanto meno consapevole sul piano linguistico. In fondo proprio queste indagini gli forniscono gli strumenti e la chiave interpretativa per le ricerche in ambienti diversi e lontani.
Parlare di Luciano Giannelli significa per me fare un percorso nel passato, alla nostra giovinezza, al ricordo di due studenti che condividevano amicizia e interessi intellettuali. Seguivamo insieme il corso di Dialettologia Italiana tenuto da Gabriella Giacomelli, allieva di Giacomo Devoto e italicista di formazione, da poco assegnata a questa disciplina. Gabriella, con la sua sincera e intelligente dedizione seppe attrarre un gruppo di studenti che avrebbero sviluppato i suoi insegnamenti e le sue sollecitazioni negli anni successivi, tra i quali, appunto, Luciano Giannelli, Paolo De Simonis, Annalisa Nesi, Patrizia Bellucci, e il sottoscritto. Erano i primi anni ’70, e le indagini sui dialetti toscani svolte su invito di Gabriella Giacomelli e i suoi seminari dialettologici ci portarono a maturare interessi e competenze, al cui centro vi era la ricerca sul campo.
Si trattava di una tradizione di ricerca già importante nel quadro degli studi romanistici e che favorì l’idea di un Atlante Lessicale Toscano. L’ALT nasce ad opera di Gabriella Giacomelli e trova proprio nei suoi seminari una vivace e dibattuta riflessione sui metodi e sulle scelte di metodo orientate a definire un nuovo tipo di atlante linguistico. La raccolta dei materiali e la rappresentazione cartografica dovevano tenere conto della variazione sociolinguistica in rapporto ai classici fattori di età, sesso, scolarizzazione, classe, stile, come discusso nel Saggio dell’Atlante Lessicale Toscano (Giacomelli 1973), che raccoglie i commenti dei primi allievi e collaboratori a un campione di carte. Fra di essi, ‘Tuonare; tuono’ e ‘Grappolo (d’uva)’ sono scritti da Luciano Giannelli (Giannelli 1973). Luciano aveva dato il suo apporto al progetto fin dall’inizio, e vi aveva collaborato con impegno come parte del gruppo originario formato da Luciano Agostiniani, Patrizia Bellucci, Teresa Poggi Salani e Annalisa Nesi (allargatosi poi a Simonetta Montemagni e ad altri). Fra le sue altre attività di raccolta di materiali sul campo ricordo anche la collaborazione alla Carta dei Dialetti Italiani, coordinata inizialmente da Oronzo Parlangèli e poi dal Centro di Studio per la Dialettologia Italiana di Padova (1971), diretto da Manlio Cortelazzo. A quei tempi avevo collaborato anch’io, in maniera modesta, all’Atlante Lessicale, raccogliendo i dati ad Antona in provincia di Massa. In realtà non ero attratto dalla ricerca lessicale, rispetto ad altri livelli di analisi linguistica, mentre Luciano ne dava una lettura accurata e partecipe. Aveva ragione. Gli elementi del lessico rappresentano comunque un livello non meno cruciale delle altre componenti della conoscenza linguistica, con cui interagiscono intimamente, influenzandole e rimanendone influenzato.
Proprio Luciano spiega questa interazione e il suo ruolo conoscitivo nell’importante articolo a sfondo metodologico Caratteristiche grammaticali e patrimonio lessicale. Proposte per una ricerca dialettologica integrata (Giannelli 1982) uscito sul numero unico dei Quaderni dell’Atlante Lessicale Toscano patrocinato dalla Regione Toscana (ne usciranno altri numeri fino al 1990). Sulla base dell’esperienza delle inchieste per l’Atlante, Luciano vede i Quaderni come lo spazio per integrare dati e variazione lessicali con morfologia e sintassi delle varie aree. Propone, infatti, una visione più profonda di che cosa si intende per area e per diffusione di elementi linguistici, dove la competenza dei parlanti appare stratificata e suscettibile di differenze culturali al suo interno:
I fenomeni lessicali e quelli morfosintattici e fonetici possono quindi non andare d’accordo, denunciando situazioni articolate e in equilibrio fra conservazione e cambiamento.
Tornando ai seminari di Dialettologia italiana, il nostro primo oggetto di studio non poteva essere che la ‘gorgia toscana’, la più nota e stereotipata marca di fiorentinità (e toscanità). La indagammo non più nella sua dimensione di sigillo sostratico, ma come fenomeno fonetico attuale in una prospettiva plasmata dalla nuova sociolinguistica, che in quegli anni, come abbiamo notato, si affermava anche nell’università italiana. Luciano, Paolo De Simonis, che intanto si orientava verso lo studio della cultura popolare in una prospettiva antropologica, e io preparammo l’intervento al Circolo Linguistico Fiorentino del 26 giugno 1970 Ricerche sulla gorgia toscana. La discussione venne animata in particolare da Carlo Battisti, un onore ma anche una sfida, visto che noi, un po’ iconoclasti, sostenevamo l’indipendenza della gorgia toscana dalle aspirate etrusche, in contrasto con una visione evolutiva tradizionale sensibile al sostrato, sostenuta da Battisti e comunque amata dall’accademia.
Gli studi universitari di questo gruppetto di allievi si svolsero in parallelo e ci laureammo lo stesso anno. Luciano si laureò nel giugno del 1972, con Gabriella Giacomelli. Io, Paolo De Simonis e Luciana Brandi ci laureammo nella sessione di luglio dello stesso anno, Paolo con Gabriella Giacomelli, io e Luciana con Giovanni Nencioni, a compimento comunque di un percorso costruito su interessi condivisi nello straordinario mondo della ricerca linguistica. La tesi di Luciano, due volumi dedicati a Ricerche sul comportamento di /k/, /p/ /t/ in Toscana come contributo alla questione delle origini della “gorgia”, era il frutto di una grande indagine sul campo e di una riflessione approfondita sulla storia della questione nel suo rapporto con la contemporanea ricerca fonologica e sociolinguistica. Era un lavoro nuovo e originale, oltre che dettagliato e informatissimo, che avrebbe influenzato per anni i suoi interessi di ricerca, compresi gli articoli scritti insieme. Ancora, nel 1997, scrive con Cravens Consonantal weakening sintetizzando le sue conclusioni sui processi di indebolimento in area centro-italiana (Cravens, Giannelli 1997).
Con Luciano l’amicizia era anche extra-universitaria: quante volte sono stato a Colle da lui e Mady, Maria Giuditta, la sua straordinaria compagna di vita, fin da quando la cara Anna, la loro figliola, era piccina, e quante volte lui o loro sono venuti da me, quando i miei figlioli Fiammetta e poi Carlo erano piccoli! In particolare, un luogo dedicato alla discussione era la casa dei miei genitori, vicina alla Facoltà, questo fino a metà degli anni 2000, quando ormai mio padre era rimasto solo e io e Luciano si facevano cose diverse ma ci si vedeva lì, quando capitava. Mi piace ricordare le chiacchierate nel percorso dalla Facoltà a casa dei miei, in Borgo Pinti, le discussioni sulla linguistica e le teorie che proprio in quegli anni detteranno nuove prospettive nell’analisi del linguaggio. Di Luciano coglievo quel misto di saggezza, fatalismo e ironia che lo rendeva capace di capire le persone e le situazioni, era esperto della vita, abituato alla discussione politica, era tollerante, aperto e equilibrato nei rapporti con gli altri, e, nello specifico, con l’ambiente universitario fiorentino.
La sua formazione scientifica e il suo sguardo per i fenomeni linguistici erano sensibili all’approccio storico e descrittivo, in parte consolidato dagli studi glottologici in Facoltà. Entrambi avevamo seguito i corsi di Nencioni e di Contini, dove strutturalismo e nuove teorie si manifestavano, e dopo la lettura di Le strutture della sintassi di Noam Chomsky ero rimasto affascinato da una linguistica orientata alle proprietà interne della lingua. Luciano guardava con acume intellettuale e speciale capacità di lettura i fatti linguistici nella loro problematicità storica e sociale, di cui aveva una percezione colta e originale: anche il più piccolo segmento linguistico era per lui ancorato a una rete di rapporti socio-economici e di potere, un segnale da indagare con accuratezza.
Le categorie gramsciane, come le asimmetrie di potere, il rapporto tra classi egemoni e subalterne, la reazione come riscatto e resistenza, informavano un approccio marxiano ai fenomeni linguistici sensibile, intelligente e duttile, ma coerente e convinto nella lettura di Luciano. La dinamica della disuguaglianza di potere caratterizza il diffondersi di marche linguistiche ‘egemoni’ in Toscana, nei termini dei fattori demografici quali la classe e il genere, nei lavori del 1995 scritti con Thomas Cravens su Gender, class, and prestige in the spread of an allophonic rule (Cravensi, Giannelli 1995a) e su Relative salience of gender and class in a situation of multiple competing norms (Cravens, Giannelli 1995b).
Come mostrano alcuni dei suoi interventi in Scritti Vagabondi (2023), Luciano sentiva molto la questione della disuguaglianza linguistica, quella che accomuna i dialetti e le lingue minoritarie. Ne vedeva bene la natura di prodotti storico-sociali imposti da rapporti egemoni e discriminazioni, pur senza sentimentalismi. Ma, nello stesso tempo, denunciava i fattori culturali che accompagnavano questi processi, come il tradizionale conformismo delle classi colte italiane, prive di autonomia intellettuale e della necessaria consapevolezza storica e culturale per il ruolo dei dialetti e delle lingue di minoranza (Che fare delle lingue locali?, Giannelli 2023 [1989]). Luciano non amava particolarmente la schematicità di certe analisi sociolinguistiche, che negli anni ’70 e ’80 portarono a parlare di italiano popolare, proprio mentre il cambiamento culturale e linguistico della società italiana modificava rapidamente i contesti linguistici a favore dei grandi media (La macerazione delle lingue delle tribù d’Europa, Giannelli 2023b [2005]). La deriva minoritaria dei dialetti era fotografata dal diffondersi degli etnicismi e dell’identitarismo linguistico come apparenti reazioni, in realtà simulacri di nuove sensibilità favorite dal riorganizzarsi della società e delle forze economiche. Le contraddizioni tra le piccole patrie linguistiche, il loro aspetto consumistico, il ruolo di una lingua nazionale funzionale e la diffusione dell’inglese davano luogo a una cultura di crisi:
Del resto, ormai negli anni 2000 la situazione italiana propone con forza nuove disuguaglianze di cui sono oggetto le lingue e le comunità dei migranti. Proprio mentre più si dedicava agli studi amerindiani, Luciano ispira e dirige con una magistrale capacità di lettura dei risvolti linguistico-antropologici e culturali del fenomeno migratorio un progetto di ricerca sulle minoranze albanesi e cossovare e sulle altre minoranze, arabofone e dall’Europa orientale, in Provincia di Siena, La ricchezza multiculturale del territorio (Università di Siena, Monte dei Paschi di Siena). Nel bel volume da lui curato (Giannelli (a cura di) 2006), Luciano, nell’introduzione, descrive una società ormai formata da un mosaico di minoranze, antiche e recenti, in un equilibrio difficile e complesso. Pur nel disincanto del momento politico e sociale, Luciano pensa al dialogo possibile:
L’altro volume del 2006 Albanesi, cossovari e molti altri nella scuola di Monteroni d’Arbia (Fia 2006) è incentrato sulla sperimentazione scolastica in classi multilingui, alla quale fui lieto di collaborare e contribuire. Nell’introduzione Luciano (Giannelli 2006: XII), richiamandosi ai principi di una educazione linguistica democratica, osserva l’inadeguatezza antropologica della separazione tra scuola e famiglia, dove alla scuola spetterebbe l’italianizzazione lasciando alla famiglia ‘ciò che è tradizionale’. Una scissione che spesso genera uno sviluppo linguistico e personale incompleto. La sensibilità e l’attenzione verso la marginalizzazione linguistica come espressione dei rapporti di potere trova il suo più completo svolgimento negli scritti sulle lingue e le culture dell’America latina negate dall’egemonia socio-culturale spagnola. Basti pensare al suo impegno per l’insegnamento delle lingue native americane, in lavori come Un problema abierto también para la enseñanza: la estandarización de las lenguas y variedades nativas americanas. Elementos procedentes del contexto mapuche (Giannelli 2002), e gli altri articoli, suoi e dei suoi collaboratori sull’uso della lingua mapuche in Argentina e in Cile apparsi generalmente su Thule.
La collaborazione nel CISAI – Centro lnterdipartimentale di Studi sull’America Indigena – era diventata essenziale per la sua ricerca, configurandone l’universo di valori e simboli che ogni studioso ha in riferimento al proprio lavoro. Del CISAI Luciano Giannelli fu cofondatore presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Siena, nel 1998 con Antonio Melis, docente di Letterature latino-americane e Massimo Squillacciotti, antropologo. Il suo impegno, generoso e pieno di passione abbracciò buona parte della sua attività scientifica, rafforzando le componenti antropologiche della sua maniera di fare ricerca linguistica. Ancora nel marzo del 2024 si occupò di un evento dedicato alla cultura dei Guna, la popolazione Panama che aveva più lungamente e più profondamente studiato.
I progetti del centro motivarono e valorizzarono i viaggi e le indagini di Luciano in America Latina. Queste ultime coronarono il suo impegno culturale e umano, dove lo studio scientifico delle lingue ne riconosce e ne mette in luce la libertà e l’uguaglianza fondamentali. I lavori etnolinguistici segnano in qualche modo un distacco, forse meglio un definitivo orientamento verso una linguistica antropologica, verso i significati sociali, umani, identitari e politici delle lingue. Questa prospettiva matura negli anni, durante i quali Luciano è sempre più attento e interessato al parlante. Il substandard come rivelatore di dinamiche di differenza e altri aspetti dell’effettivo uso linguistico del parlante erano comunque, da molto tempo, parte dei suoi interessi, come documentano l’articolo, con Luciano Agostiniani, Considerazioni per un’analisi del parlato toscano (Agostiniani, Giannelli 1990), e il volume Una teoria e un modello per l’analisi quantificata dell’italiano substandard (Giannelli 1994). I tratti del parlato visti come la chiave interpretativa delle funzioni enunciative sono l’oggetto dell’originale riflessione sviluppata in Sul valore comunicativo delle pause ‘vuote’ nella narrazione e nel proverbio nella prospettiva funzionale della frase (Giannelli 1992).
Torniamo infine al volume Tra Po e Tevere, e altre terre e altri mari: studi di lingua e di culture del 2022 (figura 6), cui Luciano teneva molto, e che rappresenta una testimonianza fedele della sua ricerca intellettuale e della sua concezione di indagine linguistica. La ricostruzione diacronica, basata sui testi disponibili e sulle generalizzazioni fornite dai modelli descrittivi, è complementare alla variazione osservabile ai vari livelli di uso nell’indicare la radice o la natura di un fenomeno. La prima parte del libro, Periappenninica, è fortemente ispirata al lavoro dialettologico di Luciano. Riprendendo anche le intuizioni di Brandi e Giannelli (2001), e valorizzando apporti più recenti di Brandi, Braglia e Vitali, il libro fornisce un affresco intenso e dettagliato delle proprietà morfosintattiche condivise da dialetti toscani e emiliani. Pur avendo come punti di riferimento Arceto nella collina reggiana, Vaiano in area pratese e Colle Val d’Elsa nella Toscana centrale, la descrizione e la discussione allargano lo sguardo all’ampio territorio che va dall’Emilia alla Tuscia. Il clitico soggetto e la sua distribuzione in fiorentino, la natura del fiorentino icché, le interrogative e le dichiarative-relative nella sintassi toscana sono analizzati in Brandi e Giannelli (2022). In particolare, nell’appendice al capitolo è presentata un’interessante ipotesi sull’origine dei soggetti clitici, vista in rapporto agli usi espletivi di 3sg, che avrebbero rafforzato l’uso funzionale dei pronomi originari consolidandosi già nel ‘500. Braglia et al. (2022) affrontano interrogative, dichiarative-relative e clitici soggetto in area emiliana. Infine, Brandi et al. (2022) propongono una riflessione conclusiva incentrata sulle proprietà e sul comportamento dei clitici soggetto nelle aree Toscane e in quelle del versante padano.
I dati esaminati lasciano emergere la contiguità dei principali fenomeni della toscanità fiorentina con i dialetti emiliani. Con questa parte si congiunge Giannelli e Mugnaini (2022), dove il trattamento delle vocali intertoniche in Toscana chiama in causa un fenomeno di indebolimento vocalico risolto in Toscana con risultati variabili, legati a diverse restrizioni incluse forme di armonizzazione. L’indebolimento in Toscana porta comunque a esiti alternativi allo schwa e alla caduta, tipica dei dialetti padani. Se i dialetti toscani contribuiscono a un’ampia parte del volume, lo studio delle lingue native americane prende il suo spazio nella terza parte, dove vengono riproposti la Morfologia della lingua cuna (Giannelli 2022a) e l’interessantissimo L’eserciziario. Prove di linguistica su e con le lingue amerindiane, proveniente dai suoi corsi (Giannelli 2022b); è una riproposizione anche il lavoro sul dialetto di Abbadia San Salvatore (Pacini 2022).
Nella seconda parte, i contributi degli altri autori, allievi o collaboratori, illustrano oggetti di ricerca riconducibili comunque ai suoi interessi scientifici, dalla ricostruzione della lenizione sarda a partire dall’area meridionale attraverso i documenti medievali (Lai 2022), alle labiovelari livornesi (Nocchi 2022), dall’uso di frasi in albanese, lingua della migrazione, in classi miste (Giacchi 2022), alla negazione in etrusco (Canuti 2022) e alla vocale tematica del verbo in greco moderno (Kalovidouri 2022); e poi, ancora, troviamo il genere grammaticale in protolingue americane (Zamponi 2022), e ‘dialetto-dialect’ nella terminologia linguistica (Cravens 2022). Le testimonianze di Malfatti (2022) e Rossi (2022), la questione dell’etnico mapuche (Giannelli et al. 2022) e le statue parlanti romane (Squillacciotti 2022) ci ricordano il legame misterioso tra linguaggio e conoscenza del mondo, completando questo affresco di saperi e suggestioni. In queste pagine dense emerge specialmente il metodo di Luciano, fondato sulla stretta interazione fra variazione sincronica e documentazione storica, dove la lingua è ascoltata nella sua libertà d’espressione. Luciano, cioè, è interessato a scoprire la complessità che qualsiasi descrizione e comprensione dei fatti linguistici non può non riconoscere al modo di esistere di questi ultimi. I fatti linguistici sono il tramite della nostra conoscenza del mondo, sono ciò che fa esistere le cose, i fatti e le credenze nella nostra mente, e svolge un ruolo centrale dal punto di vista etnolinguistico. Questa intuizione, che Luciano ha reso visibile con il suo lavoro di studioso, documenta in questo volume la bellezza della ricerca e del pensiero. È un libro libero, come piaceva a Luciano.
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