di Giuseppe Savagnone
Nell’esito dei referendum dell’8-9 giugno due elementi sono emersi con chiarezza e sono stati al centro del dibattito pubblico: il primo è il mancato raggiungimento del quorum; il secondo la difformità tra la percentuale di “sì” ottenuti dai primi quattro, riguardanti problemi del lavoro, e quella del quinto, che proponeva la riduzione da dieci a cinque anni del tempo necessario perché un immigrato, in possesso di tutti i requisiti previsti dalla legge, possa chiedere la cittadinanza italiana.
Che senso dare all’astensione?
La percentuale dei votanti – questo è il primo dato su cui riflettere – è stata del 30,06 %. Perché la consultazione fosse valida, avrebbe dovuto essere almeno del 50,01 %. La stampa e la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica hanno visto in questo un successo della maggioranza, che – con la sola eccezione di “Noi moderati” – aveva invitato a non votare, e una sconfitta dell’opposizione, che aveva mostrato di attendersi da questi referendum una “spallata” al governo. Per non parlare dei commenti esultanti e sarcastici degli esponenti della destra e dei (ben cinque!) giornali governativi, che per giorni hanno celebrato coi loro titoli la “catastrofe” referendaria subìta dalla sinistra.
Su queste conclusioni è il caso di fare qualche considerazione. La prima riguarda il senso dell’astensione del 60,04 degli aventi diritto. In realtà, nessun segno indica che il non-voto abbia avuto il significato di un’adesione alla linea del governo. Di per sé, esso sembra, piuttosto, collocarsi in continuità con il progressivo estraniamento degli italiani dalla politica.
Esattamente un anno fa, l’8 e il 9 giugno 2024, alle ultime elezioni europee, per cui tutti i partiti si erano prodigati nel sollecitare alla partecipazione, hanno votato solo il 49,69% degli aventi diritto. Meno della metà. Se si fosse trattato di un referendum, la consultazione non sarebbe stata valida. Era la prima volta che questo accadeva, nella storia della Repubblica. Nelle precedenti elezioni europee del 2019 aveva votato il 54, 05 %. E, anche nelle elezioni politiche, la fine della Prima Repubblica e l’avvento della Seconda hanno portato a un progressivo crollo della partecipazione. Dagli anni ’70, quando oltre il 90 % degli elettori si presentavano a votare, l’affluenza alle urne ha conosciuto una progressiva discesa fino a raggiungere il 63,08 % nelle elezioni del 2022, che hanno portato al governo l’attuale maggioranza.
Anche in questo caso si tratta della percentuale più bassa nella storia della Repubblica. Con un netto peggioramento anche rispetto alle precedenti consultazioni del 2018, quando il tasso di astensione era stato del 27,01 %: nel 2022 gli italiani che sono rimasti a casa sono diventati il 36,02 %. Oltre 17 milioni. Quello dell’astensione è stato definito “il primo partito” di queste elezioni, è lo è stato effettivamente, rispetto ai 12 milioni e 300.000 voti ottenuti dal centro-destra vincitore.
Impressionanti sono i riscontri in termini percentuali. La coalizione di destra si è affermata col 44% dei voti espressi, che però, come abbiamo appena visto, sono stati poco più del 63% di quelli dei cittadini aventi diritto, cosicché, alla fine, si trova a governare col consenso del 28 % degli italiani, poco più di uno su quattro.
Si evidenziano i limiti del mantra spesso ripetuto dai suoi esponenti, che si appellano, per giustificare le loro scelte più contestate, alla volontà di un popolo che nella grande maggioranza non li ha voluti affatto. Come, ovviamente, non può vantare basi popolari l’opposizione, sia quella del Pd che quella populista dei 5stelle, che pure proprio dal rapporto privilegiato con queste basi pretendono di trarre la loro legittimazione. La triste verità è che sia la destra che la sinistra, oggi, non rappresentano il Paese reale. E che la politica si avvia ad essere sempre di più un monologo autoreferenziale recitato dalla cosiddetta “classe dirigente” sulla scena di un teatro semi-vuoto.
Alla luce di questo quadro, c’è poco da esultare per i risultati di questi referendum, anche dal punto di vista di chi dall’astensionismo si è sentito premiato. Esso è un pessimo segnale per tutti. Pur tenendo conto che, a differenza che nelle politiche, nei referendum l’astensione rientra tra le opzioni legittime, siamo davanti a un trend che, in questo caso, la rende solo un altro passo verso il disinteresse nei confronti della politica in quanto tale.
Una seconda considerazione può essere fatta, sempre in riferimento all’unanime convinzione che questi referendum siano stati una disfatta dell’opposizione. Fermo restando che si è rivelato un grave errore della sinistra presentarlo come l’occasione di un «avviso di sfratto» al governo, è vero anche, però, che, rapportati ai 12, milioni e 300.000 voti ottenuti, nel 2022, dal centro-destra nelle elezioni per la Camera e ai 12 milioni e 135.000 voti in quelle per il Senato, i 12 milioni e 300.000 “sì” ottenuti dai quesiti referendari più votati – in contrasto con le indicazioni del governo – non sono stati tutto sommato un test così negativo per i promotori, come unanimemente sono stati considerati.
La paura dello straniero, una minaccia inesistente
Il secondo dato rilevante della tornata referendaria è stato, come si accennava, il fatto che, mentre i quattro referendum sul lavoro hanno avuto un esito abbastanza omogeneo – i “sì” hanno oscillato tra l’89,06 % di quello sul reintegro in caso di licenziamento illegittimo, l’89,04 % di quello sulla limitazione del ricorso ai contratti a termine, l’87,60 % di quello sull’indennità in caso di licenziamento e l’87,35 % di quello riguardante la responsabilità sugli infortuni sul lavoro –, il quesito sulla cittadinanza ha avuto una risposta positiva assai meno massiccia: solo il 65,49 % ha votato a favore, mentre il 34,41 %, ha scelto il “no”.
La premer Meloni ha espresso grande soddisfazione di fronte a questo segnale, proveniente dallo stesso ambiente di opposizione che era andato a votare, e non ha avuto torto. Ci si può immaginare quale sarebbe stato l’esito se alle urne fossero andati anche i Fratelli d’Italia e la Lega…E dire che la richiesta era minima: si trattava solo di dimezzare da 10 a 5 anni il tempo necessario perché gli stranieri risiedenti regolarmente nel nostro Paese – e quindi in possesso di tutti i requisiti necessari, dalla mancanza di precedenti penali, alla conoscenza della lingua, al posto di lavoro – potessero fare domanda, per ottenere la cittadinanza italiana.
La procedura per ottenerla, peraltro, non sarebbe cambiata e avrebbe continuato a richiedere, mediamente, altri tre anni dopo la presentazione della domanda. Vale a dire che anche in caso di dimezzamento del tempo di residenza, sarebbero occorsi comunque almeno 7-8 anni totali prima dell’acquisizione della cittadinanza, invece degli attuali 13 anni. E comunque la decisione sull’accettazione o meno della richiesta non sarebbe avvenuta automaticamente, ma sarebbe rimasta di competenza delle autorità.
Malgrado tutto ciò, a molti italiani – anche a quelli che non si riconoscono nel governo e sono andati a votare – è sembrato un pericoloso salto nel buio. Un segno chiaro che, sulla questione dell’accoglienza degli stranieri, non gioca tanto il problema della legalità o meno del loro ingresso in Italia – come vorrebbe far credere la destra (quelli che il referendum riguardava hanno tutte le carte in regola) –, quanto una diffidenza di fondo, che ha la sua radice nella paura.
Paura, in primo luogo, per i posti lavoro dei nostri figli, che gli stranieri verrebbero a occupare. L’immigrazione, nell’immaginario collettivo, sarebbe una minaccia al benessere conquistato in questi anni e costituirebbe perciò un problema drammatico per l’economia del nostro Paese. Solo degli idealisti, come papa Francesco e qualche vescovo buonista – ripetono da anni ossessivamente i quotidiani della destra –, possono, in nome di un astratto sogno di fraternità, pensare che tutta l’Africa si riversi dentro i nostri confini. Non è egoismo, ma sano realismo fare di tutto perché restino dove sono, compresi il ricorso ai campi di detenzione libici e gli ostacoli legislativi al servizio di salvataggio in mare da parte delle navi delle Ong.
Non riescono a fare breccia nell’opinione pubblica le voci degli esperti che, sulla base di dati oggettivi, respingono come totalmente falsa questa rappresentazione e ne propongono una totalmente opposta, secondo cui i migranti sono una necessità per la nostra economia. Il dato da cui partire, secondo loro, è il gravissimo inverno demografico che sta mettendo in crisi il nostro mercato del lavoro e, soprattutto, il sistema pensionistico, basato tradizionalmente sui contributi che i figli pagano per garantire le pensioni ai genitori. Ma se i figli non ci sono più…
A quest’ultimo problema faceva riferimento l’ex presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che, in un’intervista rilasciata nell’aprile 2024 a «La Stampa», spiegava che, con l’attuale andamento demografico, dopo il 2040 non si potranno più pagare le pensioni e indicava come unica soluzione l’apertura all’ingresso degli stranieri: «Le economie ricche», spiegava Tridico, «hanno tutte molti migranti». Ma il problema riguarda anche la copertura di posti di lavoro che nessuno occupa più. Lo stesso Tridico, facendosi interprete delle pressanti richieste degli imprenditori, che da tempo chiedono l’allentamento delle restrizioni all’ingresso di lavoratori stranieri, aggiungeva: «Anche noi abbiamo l’esigenza di coprire lavori medio-bassi da Nord a Sud con gli stranieri. La soluzione non può che essere l’accesso di immigrazione regolare e fluida».
Non per portare in Italia tutta l’Africa! Quella che viene richiesta, finora vanamente, non è un’accoglienza indiscriminata – che nessuno (tanto meno la Chiesa), in realtà, ha mai auspicato –, ma una graduale e nei limiti consentiti dalla necessità di una reale integrazione culturale e materiale degli stranieri, integrazione oggi, nel nostro Paese, del tutto assente, anzi ostacolata.
Non è forse un caso che il giorno dopo la pubblicazione dell’intervista, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nel discorso tenuto alla Fiera del mobile, abbia ritenuto necessario ribadire la posizione del nostro governo sul tema dell’immigrazione, a partire proprio dalla questione posta dall’ex presidente dell’Inps: «Noi abbiamo sempre più persone da mantenere e sempre meno persone che lavorano (.…). Questo problema si risolve in vari modi e il modo in cui lavora il governo non è risolverlo con i migranti: è risolverlo con quella grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile (…) e lavorando sulla demografia e quindi sull’incentivazione della possibilità delle famiglie di mettere al mondo figli».
Ma proprio il sano realismo a cui la destra invita incessantemente non sembra compatibile con questa linea. Il sistema pensionistico andrà in tilt nel 2040 e già adesso è sempre più in affanno. Le nostre imprese hanno bisogno di lavoratori oggi. Non possono certo aspettare che i complessi problemi legati all’occupazione femminile si risolvano. E tanto meno che gli italiani e le italiane raccolgano l’appello della Meloni e si mettano improvvisamente a fare figli, anche perché, ammesso che le loro resistenze a generare vengano superate dall’amor di patria, i frutti dei loro amplessi entrerebbero nel mercato del lavoro, nella migliore delle ipotesi, fra vent’anni.
Dal multiculturalismo all’interculturalismo
In ogni caso, è chiaro che la resistenza nei confronti dei migranti non ha, come molti ancora sostengono, motivazioni economiche. E questo è ancora più evidente quando, come nel caso del quesito referendario, non è in gioco il loro ingresso in Italia, ma la loro integrazione, che può solo giovare a quel pieno inserimento nei circuiti del lavoro di cui l’economia del nostro Paese ha urgente bisogno.
In realtà, più profonda e più radicale di quella per le conseguenze economiche è la paura che gli stranieri suscitano in quanto diversi da noi italiani per cultura, spesso anche per religione. È uno degli slogan ricorrenti della destra il grido d’allarme per la progressiva islamizzazione del nostro Paese. Si denuncia la fondazione di ogni nuova moschea come un colpevole tradimento della nostra identità cristiana e cattolica.
Quello che non si vede è che il problema esiste, sì, ma non dipende dagli stranieri, bensì da noi. Nella stragrande maggioranza dei casi i fedeli islamici sono molto più legati alla loro fede che non gli italiani alla loro. La minaccia non viene dagli altri, ma dal vuoto spirituale che si è creato dentro di noi e che si manifesta in tutto lo stile di una società consumista, dove i valori dominanti sono quelli del successo, del denaro, del sesso…. In un’Europa che non si riconosce più nelle sue radici cristiane e non ne trova altre, all’Italia è rimasto l’attaccamento a un cattolicesimo prevalentemente formale, incapace di ispirare ai valori del vangelo la cultura e la vita privata e pubblica.
Di questa divaricazione, del resto, è un evidente esempio proprio la tendenza dei difensori della “identità cristiana” a sbandierare simboli religiosi, contraddicendo in modo smaccato il messaggio evangelico sull’accoglienza di Cristo nella persona del forestiero (cfr. Mt 25). Non è colpa dei musulmani se sono più seri e più coerenti di noi.
In ogni caso, chi ha votato contro la loro più spedita integrazione nella nostra società non ha riflettuto sul fatto che non è certo tenendoli ai margini che si neutralizza la pericolosità del loro essere diversi. L’isolamento è una pessima strategia e può favorire deviazioni di ogni genere. I sociologi hanno da tempo messo in guardia contro la formula del multiculturalismo – culture diverse, ognuna chiusa e autoreferenziale, coesistenti nella stessa società –, additando piuttosto come modello l’interculturalismo, che implica apertura e scambi reciproci tra le diverse culture. È in questa direzione – purtroppo molto diversa da quella scelta dal nostro governo e sostenuta, come si è visto, anche da parte dell’opposizione – che bisogna andare.
Anche sotto questo profilo i referendum del 8-9 giugno sono un segnale allarmante per il futuro del nostro Paese. Saranno i fatti a confermare o meno le tendenze negative che essi hanno manifestato. A noi non resta che sollecitare la riflessione sul loro significato, sperando di suscitare una salutare reazione da parte degli uomini e delle donne ancora interessati al bene comune.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Giuseppe Savagnone, dal 1990 al 2019 è stato direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale della cultura di Palermo, di cui oggi cura il sito «www.tuttavia.eu, pubblicandovi settimanalmente un editoriale nella rubrica “Chiaroscuri”. Scrive per quotidiani e periodici e collabora con «Tv2000», «Radio in Blu», «Radio Vaticana» e «Radiospazionoi». Nel 2010 ha ricevuto il premio «Rocco Chinnici» per l’impegno nella lotta contro la mafia. Tra le sue pubblicazioni, Quel che resta dell’uomo. È davvero possibile un nuovo umanesimo?, Cittadella Editrice, Assisi 2015; Il gender spiegato a un marziano, Edizioni Dehoniane, Bologna 2016; Cercatori di senso. I giovani e la fede in un percorso di libertà, Edizioni Dehoniane, Bologna 2018, Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova, Edizioni Dehoniane, Bologna 2021.
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