di Michele Matteucci, Filippo Torre
Introduzione
Maggio 2025. Sono passati diciannove mesi dall’inizio della guerra israeliana su Gaza e della violenza genocida sui suoi abitanti. Gaza è in ginocchio ed è isolata dal mondo, che rimane inerme mentre assiste in diretta ai continui massacri sui civili palestinesi, rappresentati, trattati e ridotti ad “animali umani” [1]. In questi diciannove lunghi mesi, si è consumata la vendetta israeliana per l’attentato di Hamas del 7 ottobre 2023, una vendetta sproporzionata e scioccante, che ha prodotto oltre cinquantacinquemila morti accertati e accelerato il progetto del colonialismo di insediamento sionista di uccidere, frammentare ed espellere i palestinesi (Sen 2023).
Le immagini e le notizie che arrivano da Gaza hanno avuto un profondo impatto sulla salute psicologica di chi si riconosce nella comunità immaginata palestinese e su chi la supporta. Samah Jabr (2024) ha parlato di “trauma storico collettivo”: gli effetti della guerra genocida non riguardano solo i gazawi colpiti dai bombardamenti, ma rappresentano un messaggio a distanza recapitato a tutti i palestinesi, che seguono il genocidio in diretta, attraverso i media e le chat Telegram. Quello che succede a un singolo palestinese di Gaza è un segnale che le autorità coloniali rivolgono a tutti i palestinesi, chiarendo senza mezzi termini quanto poco valgono le loro vite.
In effetti, a dispetto del lungo processo di frammentazione e cancellazione dei palestinesi come popolo-nazione, i palestinesi si sentono parte di un’unica “comunità immaginata” (Anderson 1996) fondata su un senso di fratellanza derivante in gran parte dalla sensazione di condividere una storia e un destino comune (Khalidi 1997). Anche se separate politicamente, geograficamente e giuridicamente, dal 7 ottobre tutte le categorie di palestinesi in ogni angolo di Israele/Palestina hanno affrontato direttamente varie forme di punizione collettiva da parte delle autorità coloniali, indipendentemente dal luogo di residenza e dal colore della carta di identità che hanno in tasca (Tawil-Souri 2011). A Gaza, i palestinesi con la carta di identità verde hanno subito uccisioni di massa, sfollamenti, fame, torture e umiliazioni. I palestinesi con la cittadinanza israeliana, i cosiddetti arabi del ‘48 o arabi dell’interno, sono sempre di più trattati come cittadini ostili e nemici interni, a cui è stato impedito di manifestare qualsiasi espressione di solidarietà verso Gaza, considerati di fatto cittadini di serie B rispetto agli ebrei israeliani. I residenti di Gerusalemme Est, che non hanno né la cittadinanza palestinese né quella israeliana, ma solo un permesso di residenza, hanno visto intensificarsi le operazioni di sfratto, in particolare nei quartieri di Batn al Hawa e Sheikh Jarrah. Infine, i palestinesi con la carta d’identità verde della Cisgiordania sono oggetto di politiche di controllo sempre più intense e di azioni violente da parte dei coloni e dell’esercito di occupazione.
Questo articolo restituisce alcune impressioni preliminari di un recente viaggio in Cisgiordania che si è svolto nel maggio 2025. Siamo tornati nei luoghi di una precedente ricerca a due anni e mezzo di distanza dall’ultima esperienza etnografica (Torre 2025), e intendiamo offrire alcune impressioni a caldo sui cambiamenti osservati rispetto alla situazione precedente alla guerra israeliana su Gaza. In particolare, le persone che siamo andati a trovare e che ci hanno raccontato il loro punto di vista sono state incontrate per la prima volte nel 2018 e riviste in periodi alterni fino al dicembre 2022. Queste persone sono per lo più uomini attorno ai trent’anni, che fanno parte della classe media di Nablus, una città nel Nord della Cisgiordania, ribattezzata jabal an-nahr (il monte del fuoco) per il suo ruolo storico di primo piano nella resistenza armata.
Durante la nostra ultima visita prima della guerra, nel dicembre 2022, la popolazione di Nablus era già al centro di una violenta rappresaglia israeliana in reazione alla nascita di un nuovo asse di resistenza, emerso nell’agosto 2022, ribattezzato la Fossa dei Leoni (‘arin al-usud) e radicato nella città vecchia, una zona che di sera diventava soggetta a coprifuoco. Già allora, il nostro gruppo di interlocutori parlava di quel periodo come uno dei momenti più difficili ed estenuanti per la città dall’esperienza della seconda intifada, che avevano vissuto da bambini e il cui ricordo è ancora vivido nella loro memoria. Con l’avvento del 7 ottobre, i raid all’interno della città si sono intensificati fino a un sostanziale smantellamento della resistenza armata organizzata all’interno.
L’atteggiamento di tolleranza dell’esercito e il supporto degli Stati Uniti e dell’Europa al diritto di difendersi di Israele, inoltre, hanno incentivato le aggressioni e le iniziative dei coloni nelle campagne intorno a Nablus. Il nord della Cisgiordania ha visto un drastico impoverimento delle condizioni di vita e di tutti gli indicatori economici, dovuto in primo luogo alla crescente disoccupazione e alle restrizioni nei confronti dei palestinesi che lavoravano in Israele e negli insediamenti. Contemporaneamente, si è assistito a un generale peggioramento delle condizioni di sicurezza, legate alla maggiore aggressività del movimento dei coloni e dell’esercito di occupazione. Tra il gennaio 2024 e l’aprile 2025, più di seicento palestinesi sono stati uccisi da soldati e coloni israeliani in Cisgiordania (OCHA 2025). Le aggressioni contro i palestinesi sono aumentate in modo massiccio, in particolare nelle zone rurali e nei villaggi, rendendo sempre più incerta e pericolosa le prospettive di muoversi tra le città e i villaggi palestinesi.
1. L’offensiva coloniale in Cisgiordania
A differenza di Gaza, dove le colonie israeliane sono state evacuate nel 2005 nell’ambito del piano di disimpegno del governo Sharon – promosso con l’obiettivo di isolare e mettere sotto assedio la Striscia –, dagli Accordi di Oslo nel 1993, la crescita degli insediamenti in Cisgiordania non si è mai fermata, ed è continuata sotto qualsiasi governo israeliano. Nonostante l’evacuazione di quattro insediamenti tra Nablus e Jenin durante il piano di disimpegno del 2005, il numero dei coloni è passato da circa centoquarantamila persone nel 1993 alle settecentomila di oggi, distribuite su circa duecento insediamenti. Pur essendo considerati illegali sulla base del diritto internazionale umanitario, i settlments sono in realtà protetti dall’esercito, riforniti dei servizi essenziali e collegati a Israele dalle cosiddette bypass roads. Gli insediamenti coloniali in Cisgiordania non sono tutti uguali: alcuni sono riconosciuti dal Ministero degli Interni israeliano, altri – noti in inglese come outposts (avamposti) – sono stati costruiti senza autorizzazione statale, ma con il supporto del governo e la protezione dell’esercito. Alcuni sono stati annessi dentro i confini municipali di Gerusalemme, altri sono centri sparsi in tutta la Cisgiordania (in alcuni casi – come la colonia di Ariel, a sud di Nablus – si tratta di vere e proprie città con tanto di centri universitari), altri ancora sono stati inglobati dentro il perimetro del muro dell’Apartheid nella cosiddetta seam zone.
Mentre alcuni coloni vivono o frequentano gli insediamenti per convenienza economica, di fatto ignorando di vivere in un insediamento illegale, altri settlers sono mossi da un autentico spirito colonizzatore, alimentato da una visione nazional-religiosa, che ambisce a spostare verso est la frontiera israeliana attraverso l’incremento della presenza demografica ebraica nel territorio che chiamano con i nomi biblici di Giudea e Samaria. Inoltre, tutti i loro sforzi sono orientati a rendere la vita dei palestinesi impossibile con il proposito dichiarato di convincerli ad andarsene; l’idea è di creare dei fatti sul terreno per mettere una pietra tombale alla creazione di uno Stato palestinese e alla cosiddetta soluzione dei due Stati. La colonizzazione della Cisgiordania avviene con ogni mezzo utile a creare e legittimare un legame indissociabile con la terra promessa, attraverso scavi archeologici su presunti siti biblici, progetti di riforestazione e sradicamento di ulivi palestinesi, sepoltura dei morti nei terreni contestati. La vita nei villaggi palestinesi vicino agli insediamenti è diventata impossibile e pericolosa, con la conseguenza che a molti palestinesi non resta che emigrare o trasferirsi nelle città e nei villaggi all’interno di centosessantacinque isole separate (aree A e B), sempre più simili a delle riserve autogovernate dall’Autorità Palestinese [2].
Dal 7 ottobre, si è assistito a un’accelerazione della colonizzazione e della pulizia etnica in Cisgiordania, promossa e sostenuta attivamente dal governo israeliano più a destra della storia, in cui due coloni – Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich – dirigono il Ministero della Sicurezza Nazionale e il Ministro delle Finanze. Nel maggio 2025, tale governo ha approvato un piano di espansione delle colonie senza precedenti, che prevede la costruzione di ventidue nuovi insediamenti. «Si tratta di una mossa strategica che impedisce la creazione di uno Stato palestinese che metterebbe in pericolo Israele e funge da cuscinetto contro i nostri nemici. Questa è una risposta sionista, di sicurezza e nazionale, e una decisione chiara sul futuro del Paese», ha dichiarato il Ministro della Difesa Israel Katz in un comunicato inerente al progetto, senza nascondere le ambizioni dell’attuale governo. Contemporaneamente, tra il gennaio 2024 e l’aprile 2025, i campi rifugiati di Tulkarem, Nur Shams e Jenin sono stati colpiti da raid e demolizioni che hanno prodotto lo sfollamento di oltre quarantamila palestinesi, e che si sono estese anche ai campi rifugiati di Askar e Balata, nella periferia est di Nablus (Amnesty International 2025).
Abbiamo incontrato in prima persona i processi e le dinamiche sopra descritti attraverso due esperienze in particolare. La prima è stata la visita al villaggio storico di Sebastia, sulla strada tra le città di Nablus e Jenin. Si tratta di un notevole villaggio di epoca ottomana immerso nelle colline ricoperte di ulivi, costruito vicino a dei resti archeologici che risalgono ai periodi cananeo, israelita, ellenistico, romano e bizantino. Secondo la tradizione cristiana, a Sebastia si trova la tomba di San Giovanni Battista, ospitata all’interno di una moschea costruita sui resti di una chiesa crociata. Questo patrimonio storico è facilmente raggiungibile dalla stazione dei servis di Nablus, lungo una strada che – pur fiancheggiando il muro che perimetra l’insediamento di Shavei Shomron – incontra un checkpoint generalmente aperto e solo raramente presidiato dai militari. Per questo motivo, il villaggio di Sebastia è sempre stato una destinazione molto popolare per chi è interessato a fare una gita nelle campagne di Nablus a pochi chilometri dalla città. Quel giorno Mohamed ci dice che «potrebbe essere l’ultima volta che visitiamo Sebastia».
Il villaggio è sempre stato al centro degli appetiti dei coloni, che rivendicano la proprietà esclusiva dei resti archeologici, da sempre una leva utilizzata per rivendicare la sovranità israeliana su particolari siti (Abu El-Haj 2008). Allo stesso tempo, i resti di un presunto palazzo di epoca israelita, menzionato nella Bibbia, lo ha sempre reso un luogo di devozione particolare, come ci ha raccontato un bambino di una famiglia del posto che ci fa da guida. Nei muri del villaggio, si possono osservare simboli ebraici disegnati dai coloni durante le loro invasioni. «Adesso, il governo ha approvato un piano per costruire un recinto intorno ai resti archeologici e separarli dal resto del villaggio palestinese», ci dicono due ragazze di un’associazione locale che si occupa di valorizzare il patrimonio storico e culturale di Sebastia, «con questo provvedimento, vogliono completare quello che hanno iniziato trent’anni anni fa rubando tutti i resti archeologici integri che erano in grado di trasportare, tra cui tombe e lapidi». I terreni dove si trovano le rovine sono classificatI come Area C, sotto il controllo della Civil Administration [3]. Sulla collina più alta di Sebastia, ci sono i resti di una bandiera palestinese, abbattuta da un razzo lanciato dal vicino insediamento di Shavei Shomron. Tutto il sito, che viveva dell’afflusso e delle visite dei turisti, era deserto la mattina della nostra visita, e il ristoratore da cui abbiamo ordinato il cibo ci ha chiamato in continuazione per assicurarsi del nostro arrivo.
Ci imbattiamo in una situazione simile durante una gita a piedi nella splendida Wadi Al-Makhrour che inizia da Beit Jala, un paese nella regione di Betlemme, e arriva a Battir, un pittoresco villaggio riconosciuto patrimonio dell’umanità Unesco nel 2014 per il suo paesaggio agricolo puntellato di habba’il, spazi coltivati terrazzati e irrigati. Battir si trova lungo la Linea Verde, il confine riconosciuto internazionalmente dopo la guerra del 1948, dove adesso passa la linea ferroviaria che parte da Gerusalemme, separando i terrazzamenti storici di Battir dalla foresta di pini piantata e curata dal Jewish National Fund come icona nazionalista (Van Aken 2018). Il Wadi Al-Makhrour è uno dei pochi spazi verdi rimasti incontaminati intorno all’area di Betlemme. Il proprietario del ristorante Jala Jungle, dove facciamo colazione, ci aveva avvertito di percorrere il sentiero più a valle, perché in alto sarebbe stato facile incontrare dei coloni armati. Poco più in basso del ristorante Jala Jungle, sorgeva il popolarissimo ristorante Al-Makhrour, che dal 2012 ha subìto continue demolizioni ed espropriazioni perché il terreno su cui era costruito non era ufficialmente registrato [4].
L’itinerario che seguiamo a fondo valle, puntellato di ulivi, terrazzamenti, grotte e antiche tombe, è ancora un paesaggio incantato e apparentemente incontaminato. Le case della città colonica di Har Gilo, alla nostra destra, sembrano distanti e innocue. Tuttavia, nel giugno 2024, è stata annunciata la costruzione di nuovi cinque insediamenti, che comprende la nascita della città di Nahal Eletz, nei terreni patrimonio dell’umanità Unesco e che si andrebbe a unire agli avamposti illegali di Battir e Makhrour [5].
Le possibilità dei coloni di vivere e spostarsi in sicurezza in Cisgiordania sono garantite a spese della libertà di movimento dei palestinesi, che ha subìto una serie di restrizioni sempre più stringenti (Handel 2014). Muovendoci in Cisgiordania, abbiamo toccato con mano le nuove, soffocanti pratiche di controllo della mobilità interna. La nostra esperienza di viaggio, seppur privilegiata, ci ha permesso di attraversare checkpoint, muri e confini – sia da soli con i servis che accompagnati dai nostri contatti palestinesi – e ci ha mostrato come la mobilità interna sia diventata uno degli strumenti di punizione collettiva nei confronti della popolazione (Bishara 2015). Nei prossimi capitoli, approfondiremo le difficoltà quotidiane che i palestinesi affrontano, con un focus particolare su come ogni spostamento sia diventato un’esperienza che rimanda alla loro libertà negata. Esploreremo come la vita, in apparenza normale, sia in realtà una costante negoziazione con ostacoli invisibili e visibili.
2. I blocchi alla mobilità come strumento di punizione collettiva
L’itinerario che abbiamo seguito per il nostro ingresso in Palestina è stato quello che dall’aeroporto di Amman, in Giordania, conduce a Jericho tramite il ponte di Allenby, in arabo il Jisr Al Malik Hussein. L’obiettivo principale era quello di ridurre al minimo le interazioni dirette con le autorità israeliane, intrusive e inquisitorie. Inoltre, poiché nelle settimane precedenti l’aeroporto Ben Gurion era stato bersaglio di sporadici attacchi missilistici da parte del gruppo yemenita degli Houthi, abbiamo preferito evitare l’eventualità che il nostro volo venisse cancellato.
Arrivare in Cisgiordania attraverso il ponte di Allenby ci ha subito offerto un’immagine nitida, seppure parziale, della forza, dei rapporti internazionali e del diverso esercizio di sovranità messo in scena dalle tre autorità presso le quali abbiamo presentato i nostri passaporti: quella giordana, quella israeliana e quella palestinese. Sul lato giordano del confine, siamo stati subito separati dai viaggiatori arabi in quanto internazionali, e al rifiuto di pagare centoventi dollari a testa per un servizio VIP che ci avrebbe garantito un trasbordo immediato verso l’altro lato, siamo stati fatti accomodare su un autobus partito dopo circa un’ora di attesa. Con noi c’erano solo tre passeggeri internazionali. Sull’asfalto polveroso e incandescente, abbiamo costeggiato un ampio parcheggio destinato al controllo dei veicoli merci in ingresso, abbiamo percorso il ponte sul fiume Giordano, del quale l’unica testimonianza è rappresentata da una striscia fertile di vegetazione a separare due aree desertiche, e siamo infine giunti presso il varco israeliano, introdotto da tre elementi che avrebbero dominato l’estetica del nostro viaggio: un muro, il filo spinato, e la bandiera bianca-blu con la stella di David.
I controlli israeliani sono un imbuto dove le domande più innocenti degli addetti al controllo bagagli si trasformano pian piano, attraverso una sequenza di funzionari, in interrogazioni sempre più inquisitorie, che hanno lo scopo di smascherare, identificare e filtrare i differenti profili di viaggiatori che entrano nello spazio israelo-palestinese. L’esito di questi controlli è decisamente aleatorio e dipende in gran parte dalla discrezionalità e dall’umore dei soggetti che effettuano queste verifiche. Durante gli interrogatori, i funzionari di frontiera ci hanno sottoposto una serie di domande standard e, avendo uno storico di viaggi pregressi in Palestina, ci hanno informato della necessità di ulteriori controlli. Dopo una breve attesa, un funzionario ha iniziato a chiederci a ripetizione una serie di domande molto precise sui motivi e l’itinerario del nostro viaggio, intimandoci anche di mostrare chat e fotografie sul telefono. Il rischio di ricevere un diniego, anche per titolari di passaporti europei, è molto alto. A titolo di esempio, avevamo parlato con una militante europea che era stata respinta da due diversi varchi di ingresso dalla Giordania, dopo che la polizia di confine si era lasciata insospettire da alcune chat eliminate sul suo telefono e da un passaporto appena emesso e privo di timbri. Ottenuto, non senza difficoltà e timori, il visto israeliano, un autobus del servizio di trasporto pubblico ci ha condotto al terzo controllo passaporti, quello palestinese, all’interno di una sala calda e caotica, dominata dalle gigantografie di Arafat e Abu Mazen. Le nostre generalità sono state segnate a penna su un grande foglio di carta da un funzionario che con un sorriso accogliente ha esclamato: «Welcome to falasteen!». A fine traversata, ci è apparso evidente che nel confine giordano-palestinese l’esercizio della sovranità, pur nominalmente suddiviso, è quasi interamente sotto monopolio israeliano, mentre gli altri due attori sono ridotti a meri esecutori di procedure e a simboli di un’autonomia limitata, svuotata di reale potere.
Con l’arrivo a Jericho, nella Valle del Giordano, si ha la sensazione di trovarsi in una zona di frontiera. Le barriere architettoniche, i segnali di demarcazione, il filo spinato, i cartelli stradali, le bandiere (qui israeliane, qui palestinesi) restituiscono la misura di questa impressione. Ma l’elemento chiave nel controllo del territorio è rappresentato dalle dozzine di checkpoint che paralizzano il traffico in ingresso e uscita dai principali centri urbani palestinesi della regione (Weizman 2009). Durante il primo viaggio in servis (taxi collettivo) verso Nablus abbiamo sperimentato questo continuo passaggio tra diverse aree di sovranità svuotata (Amir 2013). All’ingresso di ogni area A, si trovano gli iconici cartelli rossi che recitano: «Questa strada conduce all’Area A sotto l’Autorità Palestinese. L’ingresso ai cittadini israeliani è vietato, pericoloso per la loro vita ed è contro la legge israeliana».
Durante il tragitto verso Nablus, ci siamo accorti che il nostro taxi non è passato nel villaggio di Huwara, la principale arteria di accesso alla città, ma attraverso il checkpoint di Awarta. Già nel febbraio 2023, il villaggio di Huwara, che si trovava lungo una strada utilizzata sia da coloni israeliani sia dai palestinesi, e che ospitava il checkpoint militare per chi arrivava da Sud, fu attaccato da un centinaio di coloni armati come rappresaglia per l’uccisione di due cittadini israeliani. Attraverso il checkpoint di Awarta i militari, con i fucili puntati verso i passeggeri delle auto, filtravano il traffico centellinando il passaggio dei mezzi, a cui era imposto l’arresto davanti al posto di blocco. Questi controlli causano regolarmente code in entrata e in uscita fino a ore di attesa, rendendo lo spostamento regolare tra diverse città un’attività imprevedibile e per questo ridotta al minimo. Ci hanno trattenuto solamente per un’ora ma, come ci avrebbero detto le persone una volta arrivati a Nablus, siamo stati «molto fortunati».
Per andare a Ramallah, hanno inaugurato una nuova autostrada, un prolungamento della Route 60, costruita per bypassare Huwara, che si imbocca solo seguendo una strada sulle montagne fino al villaggio di Jit: «Per ora ce la fanno ancora usare, in futuro non so», è il commento di Mohamed. Mentre eravamo in coda al checkpoint, abbiamo notato alcuni ragazzi e ragazze dell’esercito israeliano che, svogliati e con i telefoni in mano, si allenavano con i fucili e con i blindati in un poligono di tiro improvvisato. «I checkpoint non servono a niente, gli israeliani non ti controllano neanche» tuonerà Hamza, uno dei nostri interlocutori, al nostro arrivo a Nablus, «il loro scopo è quello di renderci la vita impossibile fino a portarci all’esasperazione. Vogliono imprigionarci dentro alle città fino a farci impazzire: i checkpoint sono uno dei tanti strumenti che utilizzano per punirci collettivamente. Una volta l’ho detto a un mio amico israeliano: la vostra giustizia non passa per la punizione individuale, ma per la punizione collettiva».
3. La vita in Cisgiordania ai tempi del genocidio a Gaza
In Cisgiordania non esiste una resistenza armata organizzata paragonabile ad Hamas a Gaza che si oppone all’esercito israeliano. La Cisgiordania è un territorio occupato dai militari israeliani, che hanno il monopolio della forza, controllano gli spostamenti e i confini e proteggono le vite dei coloni. A differenza della striscia di Gaza, dove le persone muoiono per le bombe e per la fame, dove l’attività economica è quasi completamente al collasso e la sopravvivenza della gente è legata agli aiuti esterni, in un certo senso la vita a Nablus e nelle città palestinesi va avanti. L’esistenza cerca il suo spazio tra un’umana e naturale tensione verso la costruzione di un futuro, il dispiacere e il senso di colpa per i fratelli di Gaza e la tacita paura di fare la loro stessa fine. Tutto è possibile, ma è più complicato: i nostri interlocutori, nel corso del nostro viaggio, ci hanno fornito alcune evidenze.
Le banche funzionano, ma con enormi limitazioni dall’autorità monetaria israeliana: per una decisione del Ministro delle Finanze Smotrich, le banche israeliane stanno rifiutando i depositi in cash da parte delle banche palestinesi, formalmente per questioni di anti-riciclaggio, isolandole finanziariamente ed impedendo loro di operare. La circolazione delle merci attraverso i confini è concessa, ma i camion subiscono pesanti controlli alle frontiere rallentando i trasporti e facendo lievitare i costi. Alcune persone hanno mantenuto il proprio lavoro, ma oltre 200.000 palestinesi che lavoravano in Israele sono rimasti disoccupati creando la più grave crisi occupazionale da decenni. Il tasso di disoccupazione è passato dal 12% al 35% nel primo trimestre del 2024, ultimo dato disponibile. Il 96% delle attività commerciali dichiara di aver perso il volume di affari, e il 42% di aver ridotto la propria forza lavoro (UNCTAD 2024).
Chi vive a Nablus può muoversi liberamente all’interno delle città, ma se si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato rischia di essere colpito dai proiettili israeliani. Durante la nostra permanenza, per esempio, una persona è stata uccisa dai cecchini all’interno del campo profughi di El Ein e, quando siamo partiti, l’esercito ha sparato a una persona che stava chiacchierando con amici all’esterno di un negozio. «Qui a Nablus la vita è relativamente tranquilla, fino a che non entra l’esercito per svolgere una delle sue operazioni, e lì succede sempre qualcosa di brutto. Prima del 7 ottobre, ogni volta che l’esercito entrava a Nablus, tutta la città scendeva per strada a tirargli le pietre. Era così che facevamo, era divertente e al massimo ci beccavamo dei lacrimogeni e dei proiettili di gomma. Così nel 2024, durante una delle prime incursioni dell’esercito dopo il 7 ottobre, sono sceso con i miei amici a lanciare i sassi. Stavolta però i proiettili degli israeliani erano veri, e uno di questi mi ha colpito la mano e mi si è conficcato nel petto, a cinque centimetri dal cuore. Sono vivo per miracolo» ci racconta Yassar, impiegato della media borghesia nabulsi.
I racconti che ascoltiamo sono così: storie di persone che cercano di costruirsi una vita normale in un contesto che lo rende teoricamente possibile ma di fatto complicatissimo. Come quella di Nour, un giovane avvocato che sta cercando di esercitare la professione in mezzo a una devastante crisi economica, e che nel frattempo ha dovuto seppellire il proprio cognato di diciannove anni, vittima del fuoco israeliano nella città di Tulkarem perché reo di essere andato al supermercato nel momento sbagliato. O quella di Majid, giovane proprietario di un ostello al quale è stata distrutta la casa della sua famiglia da una pattuglia israeliana in cerca di armi nascoste. Majid, ragazzo esuberante e pieno di vitalità, ci racconta la sua storia mentre pulisce l’ostello di Nablus che sta cercando di preparare per i pochissimi viaggiatori che passano per la città. Majid è stato in carcere diverse volte, ma l’ultima lo ha segnato: in un carcere israeliano, picchiato e tenuto a pane e acqua per lunghi periodi. Uscito, si è trasferito nella casa della sua famiglia dove, due mesi prima della nostra venuta, ha subìto l’invasione delle forze armate. Mentre andava a dormire ha sentito il rumore dei blindati che facevano il giro intorno alla sua abitazione, cercandone l’ingresso. Dopo diversi minuti – ci racconta – si è sporto dalla finestra per comunicare lui stesso l’entrata della casa, dato che i militari non la trovavano. Parlando l’ebraico che ha imparato nelle carceri, ha iniziato a dialogare a distanza con i soldati, cercando di prendere tempo affinché la madre e le sorelle si potessero mettere il velo e prepararsi all’ingresso dei soldati. A quel punto, ha fatto entrare i soldati, mantenendo un rapporto rispettoso con il capo della pattuglia, anche in virtù della sua capacità di parlare in ebraico. La squadra ha cercato invano le armi, senza devastare l’ambiente, su disposizioni del capo. Dopo tre ore, però, è sopraggiunta una persona che non aveva assistito alle trattative e in venti minuti ha completamente distrutto la casa in un impeto di violenza gratuita.
Con l’inizio della guerra e del lancio di missili tra Israele e Iran siamo consapevoli che il nostro viaggio in Palestina ha preso forma in un contesto geopolitico fortemente delicato. Questa nuova e minacciosa guerra rischia di spostare ulteriormente l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalle pratiche punitive e dall’accelerazione del colonialismo di insediamento in Cisgiordania che, rispetto a Gaza, hanno preso piede in maniera più silenziosa e quotidiana, lenta e graduale, approfittando di un clima di impunità e di una legittimazione internazionale. Come conseguenza dell’attacco israeliano all’Iran, le forze israeliane hanno intensificato le restrizioni e la circolazione in Cisgiordania è stata sigillata, per minimizzare i rischi poiché le forze armate devono essere destinate ad altri fronti. La maggiore incertezza riguarda ancora una volta la popolazione palestinese, che vedrà i meccanismi descritti in questo articolo ulteriormente esacerbati. Inevitabilmente, le riflessioni dei nostri interlocutori con i quali siamo in costante contatto si spingono sino alla possibilità di una fuga, un trasferimento oltre i confini della propria terra. Abbandonare la propria terra in Palestina non è mai un fatto neutro, ma è un gesto intriso di significato e di sensi di colpa: se si parte, forse non si tornerà più.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
[*] I paragrafi dell’articolo sono stati redatti congiuntamente dagli autori, che condividono ugualmente la responsabilità dei contenuti.
Note
[1] Si veda: https://www.aljazeera.com/program/newsfeed/2023/10/9/israeli-defence-minister-orders-complete-siege-on-gaza.
[2] La Cisgiordania dagli accordi di Oslo del 1993 è suddivisa in tre aree: l’Area A (tipicamente le città Palestinesi), formalmente sotto pieno controllo palestinese; l’Area B, dove l’Autorità Palestinese gestisce solo gli affari civili, mentre la sicurezza è gestita da Israele; e l’Area C, che è interamente sotto controllo israeliano. Nonostante questa tripartizione, il controllo finale del territorio è univocamente nelle mani dell’esercito israeliano.
[3] Si veda: https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/16/israele-il-governo-avvia-scavi-nellantica-sebastia-usano-larcheologia-per-prendersi-la-cisgiordania/7984637/.
[4] Si veda: https://www.france24.com/en/middle-east/20240902-we-re-not-afraid-french-palestinian-family-fights-for-west-bank-land-seized-by-israel-settlers-makhrour-valley-kisiya.
[5] Si veda: https://www.jerusalemstory.com/en/article/israel-fast-tracks-new-west-bank-settlement-its-first-years-ancient-battir-lands-southwest.
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Michele Matteucci, ha conseguito una laurea in Economia presso l’Università Bocconi di Milano. Si occupa di comunicazione strategica e si interessa di geopolitica internazionale, analisi politica ed economia globale.
Filippo Torre, è un ricercatore che si occupa di studi e ricerche sul Medio Oriente e il Nord Africa. Ha ottenuto una laurea magistrale in Studi dell’Africa e dell’Asia all’Università di Pavia e un dottorato in Sociologia all’Università di Genova. Attualmente è assegnista di ricerca con i progetti PRIN 2020 MOBS e ERC SolRoutes presso l’Università di Genova.
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