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Per un modesto contributo alla teoria del giudizio politico nel tempo dei genocidi e delle guerre

Luca Signorelli, Giudizo universale, part.,1500 ca, Duomo di Orvieto

Luca Signorelli, Giudizio universale, part., 1500 ca, Duomo di Orvieto

di Roberto Settembre 

La constatazione della nostra mortalità è così ovvia da sembrare banale, ma l’ovvietà non è sinonimo di banalità, tanto quanto la notte che segue il giorno non è equiparabile alla putrefazione che segue la morte: tanto quanto la prima è pacifica e scontata, tanto la seconda è sgradevole e avvilente. Così la consapevolezza della nostra morte futura non è equiparabile alla percezione della nostra morte in fieri.

E questo vale per ogni forma di conoscenza, quando il suo contenuto dà forma e sostanza alla qualità della nostra vita. Infatti chi è nato e cresciuto e ha costruito la propria coscienza democratica in un tempo che aveva bandito dagli spazi intellettivi degni del loro nome la tirannia, vedendone i suoi cascami come i residui del pensiero bruto, quando deve fronteggiare non solo la tirannia in fieri, ma il pensiero che la alimenta e la propaganda, e ne percepisce la valenza sulla necessità etica del suo contrario, e ne coglie il contagio nella mente di persone che fino a poco prima erano parse estranee a tale trasformazione, mentre sente l’esigenza di argomentare circa il bisogno istintivo e intellettuale di riportare l’interlocutore sul terreno della logica e del diritto, d’un tratto coglie l’ergersi del cinismo come una muraglia liquida, un’immane montagna d’acqua che corre veloce a ingoiare e distruggere il mondo delle case e della civiltà.

Allora ritrarsi non costituisce nemmeno un mezzo di difesa, neppure una resa che, sui presupposti del mondo precedente, contemplava una convivenza possibile tra diversi. Il cinismo selvaggio e la brutalità del sentire dell’avversario, quando la sua avanzata dilaga nella mente delle maggioranze è tale da riportare nella Storia eventi analoghi a quelli che hanno caratterizzato la distruzione della civiltà classica ad opera delle masse fanatiche guidate dai totalitarismi monoteistici.

E tutto sembrerebbe perduto, salve due ipotesi. Una prevede la conservazione di alcuni frammenti del pensiero sconfitto, come quel 5 per cento di classicità sopravvissuta per caso alla distruzione e alle fiamme che hanno annichilito i sentieri dell’anima di quel mondo lontano. Ma cosa salvaguardare e come farlo, e a chi affidare l’esigua fiammella dell’idea liberal democratica è questione da affrontarsi con strenua volontà.

Allora la seconda ipotesi, che potrebbe approdare a una riscossa delle coscienze, non può prescindere da un approccio metodologico, talché s’impone la necessità di individuare non solo i campi sui quali esercitare l’azione, ma in primis il punto o i punti di partenza dell’indagine, intesi come ancoraggi utili a fornire la chiarezza di quanto non è discutibile, in quanto sufficientemente solido da costituire un valido baluardo contro le forze avverse, infintamente più potenti e diffuse tra le masse, e, in secondo luogo, il punto o i punti di arrivo, come ineludibili nascondigli nei quali occultare la forza morale della conoscenza, sia quali strumenti per conservare la memoria dell’etica della conoscenza, sia per alimentare l’etica della memoria in vista di tempi migliori, come le cavità dove i roditori nascondono i semi degli alberi, le ghiande, le noci da usarsi nel tempo della carestia che, talvolta dimenticati, germogliano una nuova foresta.

Purtroppo, i tempi sono tragicamente aridi, anche per la rarefazione delle capacità cognitive dei possibili destinatari, per un motivo apparentemente marginale, poiché la conoscenza è una sostanza ambigua e dipende dalla natura del suo contenuto, essendo la conoscenza, di per sé, il mezzo o il metodo che consente di acquisire il suo oggetto. Ora, poiché il suo oggetto è il diretto riflesso della complessità del mondo, potendo la conoscenza assimilarsi a uno specchio concavo che la raccoglie, la sua semplificazione, non solo fa perdere molti tra gli elementi essenziali che la compongono, ma, a causa di questa perdita, impedisce di raccogliere negli spazi cognitivi del destinatario, non solo i concetti sui quali si fonda la natura stessa di quel che s’intende trasmettere, ma, soprattutto, la concatenazione logica di quei concetti.

E poiché tale concatenazione è possibile solo attraverso la comprensione di ciascun elemento della catena, così come avviene nella successione dei termini di un ragionamento matematico, l’incapacità di cogliere e di trattenere nella mente ciascun termine per poterne seguire il passaggio dall’uno all’altro e giungere così a una sintesi ragionata, comporta la non comprensione della complessità e l’esposizione della capacità cognitiva deficitaria alla mera semplificazione.

Allora, poiché la semplificazione è il cavallo di Troia della tirannia, di cui questa è maestra, i destinatari della conoscenza della complessità sono destinati alla sconfitta se non riescono a superare la fatica della comprensione analitica della complessità. E si pensi, ad esempio, alla propaganda antiscientifica, alle icone mentali identitarie, alle ragioni prive di sostanza con cui si affermano totem di verità sovranistiche, ai mantra ideologici assunti come verità universali. E vedremo più avanti in cosa questi consistano sul piano della logica.

Ciò detto, un primo terreno di riflessione è l’imminente conclusione del primo quarto del secolo XXI, il che, di per sé, riveste un peculiare significato, se lo si osserva assumendo che una convenzione condivisa corrisponde a una verità di fatto, e cioè che ogni secolo sia un’entità a sé stante, una sorta di contenitore definito e identificabile, all’interno del quale si muovono le vicende umane come un unico microcosmo biologico dentro una bacheca di cristallo. Il secolo, allora, diventa un fatto materiale da osservarsi con gli strumenti del naturalista, convinto che quel fatto esiste.

3Tuttavia questo concetto, in termini puramente razionali, è piuttosto bizzarro, consistendo nell’attribuire a un’arbitraria partizione del tempo una propria autonomia direzionale, certamente utile per indirizzare lo studio degli eventi, ma svincolata da un dato di realtà oggettivo, a meno che si ritenga il secolo dotato di una natura sovrasensibile, una sorta di propria volontà guidata dalle leggi della Storia lineare, per cui «la Storia sceglie il cammino che segue per qualche necessità… [la cui] spiegazione in termini di ruolo storico è una spiegazione teleologica, che sembra racchiudere in sé un spirito direttivo che adatta gli eventi della storia come pezzi verso un fine che è il suo comportamento» [1].

Ma le leggi della Storia, ammesso che esistano, non sono identiche alle leggi fisiche come la gravità newtoniana, valide per il presente, mentre, proiettate nel futuro, mostrano la loro imprecisione e la necessità di aggiornamenti condivisi nella democrazia del mondo scientifico, e quindi anch’esse suscettibili di smentite!

Le leggi della Storia partita per secoli, per chi è persuaso che esistano, nascono da un’astratta interpretazione dei fatti, la cui cogenza viene spiegata con un’operazione psicologica e non scientifica. Se ogni secolo è percepito come un evento dominante che lo caratterizza, questo avviene attraverso la convinzione che ogni passaggio di secolo sia un simbolo e racchiuda un’incognita svelata dalla visione retrospettiva del secolo appena trascorso [2]mentre la previsione di quanto avverrà discende da un’operazione di ermeneutica fattuale. Invero, sia la previsione del futuro sia la lettura retrospettiva unitaria del secolo appena trascorso, insieme con quella dei secoli passati (si pensi alle definizioni del c.d. seicentismo, del Settecento come il secolo dei lumi, dell’Ottocento, come il secolo che avrebbe «dato inizio a una nuova età dell’uomo» [3]) possono essere il frutto di un’operazione mentale di tipo cognitivo, o l’effetto di un pensiero pensato introiettato dal soggetto spettatore degli eventi.

4Questa cosa, sia nell’uno sia nell’altro caso, tuttavia, già nella seconda parte del secolo XX ha acceso “dibattiti su ciò che è giusto e ciò che non lo è, sul bene e sul male”, e ora si è trasferita su un piano di etica empirica, «sul concetto di guerra giusta, sui dilemmi morali che abbondano in campo medico, sulla giustizia sociale, sui diritti umani, sul femminismo (e le questioni di genere), sui deterrenti nucleari, sull’ingegneria genetica, sui diritti degli animali, sui problemi dell’ambiente» [4], e, adesso più che mai, sulle migrazioni di massa, sui rifugiati, sui genocidi e sui rischi di una guerra che, in modo ibrido, sembra già penetrata nell’Europa in cui viviamo, e sulle cause dei sussulti tellurici del sistema liberaldemocratico occidentale, i cui principi valoriali scricchiolano come le sue istituzioni.

Si tratta cioè di un quarto di secolo denso di eventi che abbracciano la quasi totalità della percezione pubblica degli esseri umani senzienti. Senza la pretesa di essere esaustivi, si pensi alla crisi del diritto internazionale, all’ingresso della Cina sullo scenario globale, alla presa di possesso dell’immaginario europeo della guerra ucraino- russa, all’occupazione della Crimea, ai combattimenti nel Donbass fino all’invasione russa del 24 febbraio 2022, al fenomeno migratorio con le centinaia di esseri umani lanciati contro la frontiera polacca dalla Bielorussia, a quelli immersi in un’odissea da incubo ai confini orientali italiani, alle migliaia di persone affogate nel Mediterraneo a dispetto dei salvataggi addirittura osteggiati dal nostro Paese e di fatto dall’Europa attraverso l’esternalizzazione dei suoi confini e al suo rapporto equivoco coi Paesi africani di transito, alla crisi climatica con l’innalzamento dei mari e il rischio della scomparsa di intere comunità territoriali come gli arcipelaghi dell’oceano Indiano e di parte del Bangladesh, alla presenza ingombrante dell’IA coi suoi riflessi sul mondo del lavoro e delle credenze, alle problematiche connesse col rapporto tra il genere, la sessualità, i diritti e le identità, alla pandemia del Covid, la prima gravissima in cent’anni dopo quella della Spagnola del 1918-20, e al dilagare del complottismo, al deflagrare del populismo, senza che le persone comprendano cosa sia per davvero, alle crisi della UE, economiche e politiche, alla successione di quattro papi diversissimi tra loro e alle loro scelte nella comunicazione, e concludendo questa lista incompleta, all’ingresso sullo scenario mondiale di un soggetto come D. J. Trump, cioè l’evento più dirompente, capace di sconvolgere gli equilibri sui quali si era fondato il mondo liberal democratico, connesso con la crisi economica del 2008, che, insieme come la pandemia del Covid, ha avviato la crisi del neoliberismo e della globalizzazione.

Infatti, se si pone attenzione anche solo agli eventi bellici che si sono succeduti, accavallandosi, in questo quarto di secolo, il loro numero insieme con la loro natura, anche a causa delle modalità con cui opera l’informazione, hanno consentito agli individui, non solo di percepirli, ma di introiettarli, sottoponendoli a varie forme di giudizio, senza l’intervento di una seria intermediazione che non solo facesse da filtro tra i recettori delle notizie e il soggetto o i soggetti che se ne sono fatti unici interpreti, ma consentisse alle persone di formulare un giudizio politico ragionato.

5Ciò ha comportato, o un raggruppamento acritico degli individui recettori delle informazioni in tribù o collettività identitarie le cui ragioni di conformismo sono così semplificate da essere tanto superficiali da trasformarsi in mantra o in slogan, o uno smarrimento cognitivo che ha spinto i destinatari di tali notizie a rinunciare a ogni forma di comprensione, rifugiandosi in una condizione di ignavia e/o indifferenza e di rifiuto di un vero interesse conoscitivo, e ancor più, in una reiezione di alcuna forma di giudizio politico, che si concretizza nella mente “quando il punto di vista di un cittadino … si informa circa ciò che accade nel mondo”. Sul punto deve chiarirsi che per giudizio politico «Non s’intende un semplice punto di vista su una data questione di interesse politico, bensì un’opinione alla quale fanno seguito conseguenze pratiche per il soggetto che la formula» [5]. E per conseguenze pratiche deve intendersi l’azione, nell’accezione di Hanna Arendt quando si riferisce all’attività che mette in rapporto diretto gli esseri umani, senza la mediazione di cose materiali, attraverso il discorso tra di essi, quando parlano direttamente gli uni agli altri «su qualcosa che inter-est tra di loro, producendo storie che posson essere narrate sempre di nuovo, rielaborate e approdare alla realtà fisica dei pensieri condivisi e della realtà documentale e in ogni genere di materiale». Si tratta quindi di un’azione legata alla condizione umana della pluralità che si manifesta nello spazio pubblico, dove «le persone possono rivelare chi sono attraverso il dialogo e l’agire politico» [6].

La questione appare evidente sol che si ponga attenzione agli eventi bellici di questo quarto di secolo, iniziato con la seconda guerra Cecena in atto (1999-2009), proseguito con i fatti dell’11 settembre 2001, e poi, con le due guerre del Congo-Ruanda, quella dell’Afghanistan dopo il 2001, quella dell’Iraq del 2003, la prima guerra civile in Sudan (2000/2007), la guerra nello Yemen tra gruppi di potere, i conflitti nel Sahel, nel Mali, nel Burkina Faso e nel Niger, la guerra in Etiopia nel Tigrai, la guerra Russia- Georgia del 2008, la guerra in Siria nel 2011 e quella contro l’Isis (2014/2017), le tre guerre civili in Libia ( 2011; 2014-2020 e 2024), la guerra Russia-Ucraina, iniziata nel 2014 e deflagrata nel 2022 e tutt’ora in corso, la guerra di Israele contro i Palestinesi, a più riprese (Piombo fuso 2008/2009, e l’attuale iniziata con l’attacco di Hamas del 7 ottobre e l’invasione della striscia di Gaza il 27 ottobre 2023 da parte dell’esercito israeliano, la guerra civile nel Myanmar nel 2021, la guerra del Nagorno Karabach/Armenia del 2020,la guerra India Pakistan del 2025, la guerra Israele Iran 2024/2025.

In realtà questo smarrimento non è causato dalla quantità di informazioni fattuali, ma dalla quantità e dalla qualità delle interpretazioni, confliggenti, antitetiche e continuamente caratterizzate da notizie su fatti reali e non reali (le Fakes), che sono sempre state diffuse nel corso della Storia, ma che oggi sono dominanti in modo totalizzante. Ne consegue che l’individuo incapace o non desideroso di usare le sue energie mentali per discernere concretamente il vero dal falso, o decide di accoglierne una versione respingendo le altre, o se ne disinteressa, consapevole che l’aspirazione a controllare la natura e la società, sebbene connesse con l’andamento dinamico della Storia, consistente nel modo con cui gli esseri umani lo hanno sempre affrontato, gli sfugge [7].

Allora, a fronte della molteplicità dei fatti e delle loro interpretazioni, è necessario indagare davvero perché le persone, immerse in questo turbinio di informazioni, hanno difficoltà a dipanare la matassa. La questione è stata affrontata fin dal secolo scorso, rilevando come «il registrare, da un lato, e l’approvare o il disapprovare dall’altro, son due modi irriducibilmente diversi di accostarsi ai fatti» [8], perché uno dei problemi è il rapporto tra fatti e valori, essendo i fatti, di per sé, qualcosa di diverso dalle interpretazioni, mentre tendiamo a metterli in relazione di causa/effetto gli uni cogli altri, e spesso questa relazione viene spiegata con assunti ideologici, ritenuti la logica implicazione delle conclusioni concettuali.

Ma il senso di spaesamento e quindi di chiusura della volontà di capire discende dal fatto che la presunta implicazione non nasce da un’indagine delle “ragioni” di tale implicazione, ma dalla mera accettazione del dogma. Un po’ come quello di “Dura lex sed lex”, che significa devo riconoscere che l’applicazione della legge infrange il mio senso morale, ma tale infrazione, che determina la ribellione del mio senso morale, implica l’accettazione del dogma ideologico che la legge possa e debba essere in contrasto col mio senso morale. Ma qui sta il punto, e cioè se diamo la necessità di formulare un giudizio sulla cogenza della legge, allora sono da respingersi sul piano intellettivo e su quello fattuale, sia le Leggi razziali del 1938, sia il nuovo Regolamento rimpatri della UE, proposto in sostituzione della Direttiva 115/08/UE, ispirato al patto Londra Ruanda, effetto dell’esternalizzazione delle procedure di rimpatrio proposte dalla Commissione UE, così come emerge dal Rapporto in data 4/09/25 del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa Michael O’Flaherty, “Externalised asylum and migration policies and human right law” condotta in collaborazione tra Paesi europei e Paesi terzi, come il protocollo Italia Albania sotto la giurisdizione italiana, o, in prospettiva, l’affidamento esclusivo di tale procedura a Paesi terzi, così come, analogamente, la modifica nella legislazione europea del concetto di Paese sicuro.

In realtà molto di quel che accade in questo finire del primo quarto del secolo XXI, sembra la riproposizione di problematiche fattuali analoghe a quelle che precedettero la Seconda guerra mondiale in tema di riarmo dei Paesi che non ne volevano più sapere e che, su piani diversi, toccarono le coscienze dell’Europa occidentale nell’immediato dopoguerra, senza però che oggi le persone siano capaci di comprenderne la necessità, non uscendo né dalla tragedia collettiva della Prima guerra mondiale, né da quella della Seconda, bensì da un periodo di grande benessere e di grandi aspettative, all’improvviso messo in crisi da eventi i cui attori e le cui responsabilità non sono suscettibili di un racconto unitario e di un’interpretazione condivisa.

8In cosa consistettero quegli orrori (ma la documentazione è immensa) può ritenersi emblematicamente descritto nel libro di Timothy Snyder, Terre di Sangue (Rizzoli 2011: 428), che consente di confrontarsi con un indispensabile e raccapricciante resoconto, attraverso l’esame di quasi 700 fonti bibliografiche comprensive di archivi e di articoli di stampa, che documentano stragi, uccisioni di migliaia e migliaia di esseri umani in pochi giorni, genocidi e pulizie etniche, trasferimenti di popolazioni nel Caucaso, in Cecenia, in Kazakistan, in Kirghistan, in Siberia, in Polonia e dalla Polonia per concretizzare principi di uniformità entico nazionaliste, che videro lo sterminio di circa 12 milioni di persone ad opera del nazismo e di circa 9 milioni di persone ad opera dello Stalinismo, «sul presupposto che tutti i Paesi si fondano su principi nazionali, non plurinazionali» come disse il premier Polacco Gomulka, insediato dai sovietici nel 1945 e su presupposti strettamente ideologici che non riconoscevano il carattere umano ai nemici [9].

Ora, premesso che non è questa la sede per affrontare simile argomento, dovrebbe essere sufficiente rilevare che quanto oggi accade è l’opposto del racconto unitario, essendo il frutto di una molteplicità di narrazioni su una congerie di fatti tra cui non si riesce a distinguere quelli veri da quelli falsi; il che è conseguenza sia della metamorfosi dei media digitali, sia e soprattutto della circostanza che le generazioni uscite dalle due guerre mondiali avevano ben chiaro, nella loro coscienza, la differenza tra i fatti (l’immane bagno di sangue del conflitto 14-18, la pandemia della Spagnola che infettò mezzo miliardo di persone uccidendone tra i 50 e i 100 milioni su una popolazione complessiva di 1, 86 miliardi, e i bombardamenti, le deportazioni, le stragi per rappresaglia e le uccisioni varie, i genocidi, le uccisioni per fame, la dicotomia amici/nemici per ragioni ideologiche e/o razziali) e la loro interpretazione, poiché disconoscere i fatti faceva la differenza tra la vita e la morte.

Pertanto, riallacciandosi al nesso arendtiano tra il discorso e l’azione, il punto da prendere in esame è la parola narrazione, usata sia nel significato di racconto, sia nel significato della parola inglese “narration”, cioè interpretazione, perché, mentre sulla prima si articola la differenza tra l’“ieri” del primo e del secondo dopoguerra, da un lato, e dall’altro l’“oggi” del XXI secolo, privo di una memoria condivisa, non tanto sui fatti quanto sui valori.

Infatti negli anni immediatamente successivi alle due guerre mondiali la memoria delle persone era palesemente attivata dal racconto realistico degli orrori appena terminati, che, per quanto attiene al secondo dopoguerra, incideva in modo pragmatico sulla loro interpretazione, mentre oggi la memoria condivisa di un passato reale non è più attiva, essendo quel passato uscito dalla percezione con la scomparsa di chi lo aveva vissuto e la progressiva uscita di scena di chi è stato testimone di quella testimonianza. Ed è proprio questa la differenza che determina l’incertezza ermeneutica di questo presente, così del tutto estraneo a un passato che, con vesti diverse, si riaffaccia alla percezione, quando la percezione di quei tempi era necessariamente reale.

Per comprendere meglio la questione si prendano allora in esame alcuni fatti, prescindendo da ogni giudizio, relativi alla Guerra fredda successiva al Secondo conflitto mondiale, dove USA e URSS erano alleati così tanto che gli USA fornirono all’URSS circa il 30 per cento delle forniture militari indispensabili per fronteggiare dapprima e poi sconfiggere le potenze dell’asse Roma- Berlino- Tokio (Ro-Ber-To).

Per questo vanno tenuti presente quali furono i rapporti Anglo-americani e Sovietici da Teheran a Yalta, che cambiarono alla conferenza dei ministri degli Affari Esteri a Mosca ai primi del 1947, quando emersero capitali disaccordi su come amministrare la Germania, atteso che Mosca, fin dall’autunno del 1945, aveva preso misure per insediare nell’Europa dell’Est i regimi creati a sua imitazione. Dunque la guerra fredda coincise con l’interruzione della comunicazione tra i due blocchi e quindi con la fine della grande alleanza antinazifascista.

10Dei due fatti, cioè dell’interruzione della comunicazione e dell’inizio della guerra fredda, cioè di come vennero percepiti dalla coscienza collettiva europea, se ne possono ricavare illuminanti informazioni dalla lettura di testi apparentemente lontani l’uno dall’altro, due letterari, Liberazione e Terra, terra di Sandor Marai (Adelphi 2005) e un monumentale volume, Dopoguerra dello storico di Tony Judt (Mondadori 2005). I primi due offrono uno sguardo sulla coscienza delle persone in un Paese come l’Ungheria, che passò dall’occupazione nazista al regime staliniano, e di come questa percezione diretta si trasformi in giudizio. Il terzo analizza le ragioni dell’impossibilità dell’accordo tra Occidentali e Unione Sovietica, rilevando quanto e come, già sin dal 1944, gli Anglo americani avessero lasciato mano libera a Stalin nei Paesi occupati dall’Armata rossa. Eppure l’ambasciatore USA a Mosca Averell Harriman, in un memorandum, aveva scritto: «A meno che non sia nostra intenzione accettare l’invasione barbarica dell’Europa del XX secolo, dobbiamo trovare un modo di fermare la politica dominatrice dei sovietici», mentre George Frost Kennan, diplomatico e consigliere del Dipartimento di Stato USA, il 26 gennaio 1945 ipotizzava la necessità della divisione dell’Europa in zone d’influenza (sulla cui divisione concettuale dalle zone d’interesse è indispensabile avere le idee chiare, soprattutto oggi!) tra Occidente e Unione Sovietica [10], nel timore che l’URSS «potesse trascinare una Germania prostrata e offesa nella propria orbita e ottenere così il dominio assoluto sul continente» [11]. Dominio che venne esercitato su circa 100 milioni di europei, avendo occupato la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Cecoslovacchia, l’Ucraina occidentale, la Finlandia orientale, Konisberg e infine le Repubbliche baltiche indipendenti e la Polonia, convalidando così le conquiste territoriali del patto Molotov/Ribbentrop. Allora il sistema sovietico esercitò la sua morsa sui Paesi sotto la sua sfera d’influenza in modo brutale, attraverso arresti, esecuzioni sommarie, colpi di stato e cambiamenti di regime politico. Infatti «la tattica del salame e del carciofo permette un adempimento progressivo. A cominciare da libere elezioni, il partito comunista minoritario si impadronisce delle leve di comando, del ministero degli interni e della polizia in particolare. Un gioco da bambini quello di compromettere i capi dei partiti rivali in complotti immaginari, di incolparli di sinistri progetti, di eliminarli o incitarli all’esilio» [12].

D’altronde quasi 80 anni orsono «i critici, anche di sinistra, rimproveravano agli Americani di aver condotto la guerra e il dopoguerra in modo tale da consegnare l’Europa a Stalin. A nessuno, all’infuori dei comunisti, sarebbe venuta l’idea assurda di mantenere la grande alleanza malgrado la sovietizzazione della Polonia e della Cecoslovacchia», di cui l’assassinio del ministro degli esteri non comunista Jan Masary che aveva accettato il piano Marshall ne è esempio lampante, «né di attribuire la rottura al piano Marshall» [13] le cui caratteristiche circa la sua libera accettazione e modalità di uso lasciate ai destinatari, nonché sull’importanza per salvare vite umane ed economie dei Paesi che lo accettarono [14] è emblematico di quanto e come il giudizio dei suoi posteri sia spesso inficiato dalle ideologie.

14Tuttavia il punto rilevante di questa breve riflessione è che, ancora nel 1945, «Tutti gli europei, dalle frontiere della Russia all’Atlantico, si auguravano di venir liberati dagli Americani, di essere governati secondo i metodi degli Americani» [15].

Pertanto le conseguenze di questo dato di realtà si riverberarono all’epoca sul prodotto concettuale di quei racconti che nessuno in buona fede poteva mettere in dubbio, cioè la narrazione degli orrori delle catastrofi collettive di cui non si poteva negare l’evidenza. Si tratta della narrazione in cui giganteggiava quella che il filosofo Salvatore Veca ha definito “la priorità del male”, così presente e vivo nella mente degli esseri umani di ottant’anni fa, da costituire un prius non solo inscalfibile nella coscienza, ma il terreno sul quale seminare, in termini di una ineludibile logica del pensiero, la pianta del diritto delle genti, come antidoto al veleno mortale che aveva intossicato gli animi e il pensiero negli anni dell’orrore. Si spenderanno alcune parole su come il diritto delle genti sia il prodotto del giudizio politico. Ne conseguì, all’epoca, una certezza interpretativa, comunque ancorata alla premessa di un giudizio valoriale e quindi, per questa ragione, che ben poteva discostarsi da un differente giudizio valoriale determinato da una diversa soggettività.

Tuttavia «la conoscenza di quei fatti era pur sempre un sapere… umanistico (che) nella sua essenziale verità (mirava) all’autoritratto» Era cioè «un sapere umanistico di identità che chiama(va) in causa l’arte dell’interpretazione. (Allora) la conclusione dell’esercizio mostra in che senso l’elogio dell’interpretazione non possa e non debba essere accompagnato dall’idea fatua e intellettualmente irresponsabile secondo cui tutto ciò di cui dobbiamo e possiamo occuparci è un ventaglio di interpretazioni. Punto e basta. In parole povere non tutti i fatti possono essere congiuntamente interpretazioni. Sostenere il contrario esprime una convinzione certamente popolare, ma si tratta, altrettanto certamente, di una convinzione fallace. E la convinzione fallace è responsabile del discredito e del sospetto nei confronti del sapere delle cose umane, che campeggia nel nostro paesaggio culturale» [16].

16Allora si prenda in esame il significato di un fatto, avendo ben chiara la distinzione tra fatto e significato, quando il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che muove appunto «dal riconoscimento della priorità del male, nel senso suggerito dalle proposizioni elementari e della connessione fra memoria dell’orrore e ascrizione universalistica dei diritti fondamentali della persona, indipendentemente dalle differenze che le indentificano collettivamente, differenze politiche, sessuali, razziali, culturali» [17]

Veca, sul punto, precisa che quanto accaduto all’Europa, di generare massacro e la massima barbarie del XX secolo, ha consentito di «elaborare i criteri etici e il riconoscimento di barbarie e massacro in quanto barbarie e massacro e la loro condanna. Punto e basta… (per cui) il riconoscimento della priorità del male porta con sé i criteri del giudizio di biasimo e condanna» [18]. Ne consegue che «il linguaggio dei diritti umani è la risposta alla memoria del male» [19],  «ha la precedenza della cognizione del male sull’interpretazione del bene» [20] e «i diritti umani hanno la precedenza nella rimozione del male piuttosto che nella realizzazione del bene» [21].

Questo concetto è di capitale importanza, poiché l’idea stessa di agire per la realizzazione del bene attiene alla fede nell’edificazione di una società perfetta. Ma tutte le società perfette sono incompatibili con la democrazia, nella sua accezione liberal democratica o, nell’accezione prescelta da chi scrive, social democratica.

Nella realtà i sistemi politici perfetti sono costruiti come un’opera d’arte che non ammette sbavature, cioè prescindendo dalla pluralità degli esseri umani naturalmente imperfetti nelle loro diversità. Per questo la democrazia è così difficile da far funzionare, mantenendo la propria struttura che è la sua ragion d’essere, e corre sempre il pericolo di trasformarsi asservendosi alle sue pulsioni antidemocratiche.

20Oggi i Vannacci, le Meloni, i Grillo, i Casaleggio, i Trump, i Putin, i Netanyahu, i Kim, gli Xi, le Thatcher, e i loro abili teorici la abitano come la molteplicità delle persone popolano col loro brulichio un’immensa città il cui funzionamento è un meccanismo delicatissimo. Ma le società perfette, analoghe ai formicai, ai termitai o agli alveari –  e basterebbe osservare con quale perfezione le vespe velutine si scambiano informazioni mentre sono intente a costruire in modo impeccabile il loro nido – sono viceversa perfette nella loro spietatezza, pronte a sterminare i Gesù, i Gracchi, i Matteotti, i Martin Luther King e le istituzioni stesse sulle quali si fonda il tessuto della democrazia liberale nell’accezione sopra indicata, e tutti coloro che cercano di correggerne i difetti senza distruggere il senso stesso, inteso come direzione, causa e significato, dell’esistenza o del progetto democratico.

Ciononostante, anche il concetto di “operare per la rimozione del male” necessita di individuare con attenzione il perimetro di quell’operare, poiché, alla luce del pluralismo delle interpretazioni su cosa debba intendersi per bene, e che non consente di dare legittimità alcuna all’esportazione del bene, si contrappongono alle ragioni dell’universalismo dei diritti umani le ragioni del pluralismo morale, religioso o culturale [22]. Ora, poiché in questa sede non è possibile argomentare esaurientemente sulle implicazioni relative all’individuazione di quel perimetro, riservando questo punto e altri ineludibili al prossimo lavoro, qui è utile limitarsi a rilevare come la relazione tra il bene intrinseco al concetto dei diritti umani intesi come una delle basi razionali per il giudizio politico, mostra possibili aporie che devono essere indagate e risolte analizzando quel perimetro, analisi svolta da John Rawls [23] al termine del secolo scorso, che, comunque, ora, giunti al termine del primo quarto del secolo XXI, alla luce degli eventi degli ultimi 25 anni, necessita ulteriormente di essere “rivisitata”, proprio quanto a quell’operare nei confronti dei cd “Popoli fuorilegge” [24]. Corollario di ciò è l’assunto per cui «la proposizione che dice che la credenza nei diritti umani è storica e non metafisica” significa che essi “sono storicamente riconosciuti in virtù di un consenso e di una condivisione stabilmente conseguiti» [25].

Ciò significa ulteriormente che, in questo caso, il valore dei diritti umani equivale a un fatto al quale non è lecito attribuire il valore ondeggiante dell’interpretazione. Infatti approdare a tale concezione non è solo un’operazione mentale pericolosa, ma significa esporre la propria coscienza critica a una delle peggiori infezioni a cui un individuo dotato di libero arbitrio possa esporre la propria integrità morale, avvalorando quanto di peggio il potere più spietato della nostra epoca ha praticato sulla libertà, sulla vita fisica e sulla tenuta dei principi etici degli esseri umani. Le parole di Nietzsche, di Marx e di Heidegger, accolte come verità ultime e senza lo spirito critico necessario per la loro contestualizzazione, cioè senza comprendere quale sia stata la loro relazione con gli eventi della Storia, si trasformano in un veicolo usato per la sopraffazione delle menti.

26Questo perché, tanto il concetto di umanità, intesa come la totalità degli esseri umani, è il presupposto pragmatico per il giudizio, tanto un fatto come la Dichiarazione Universale, attenendo alla totalità degli esseri umani, non può sottrarsi alla sua natura, e alla sua ragion d’essere. Ne consegue che il suo svilimento comporta lo svilimento della totalità degli esseri umani [26] esponendoli al male, e il fatto che quanti si fanno sostenitori di questo svilimento, se in buona fede, lo fanno proprio perché non sanno cosa significa “trovarsi” faccia a faccia con ciò che appare come un problema insormontabile, trattandosi di un fenomeno che sembra sfuggire a ogni comprensione, poiché la malvagità dei totalitarismi (e di tutti i sistemi politici malvagi), ha «letteralmente polverizzato le categorie del nostro pensiero politico e i nostri criteri di giudizio morale» [27].

Ora, considerato che viviamo in un tempo in cui l’uomo più potente del mondo, a capo del Paese più potente del mondo, ha dichiarato: “Io odio chi è in disaccordo con me, e desidero fargli del male”, sostenere che questo fatto verbale, ancorato a un concetto di identità nazionale suprematista e intollerante, di per sé non esiste, essendo volubile e cangiante come una mera interpretazione svincolata dalla realtà materiale, infrange una massima di comune sapere (ancora il sapere umano di Salvatore Veca), per cui l’unico modo per convincersi che il fuoco scotta è aver provato una scottatura, e quanto prima nella vita ciò avviene, tanto più profondamente questa conoscenza implica una regola di condotta valida per il futuro dell’individuo. Per chi ha provato su di sé il fuoco la consapevolezza del male viene perché ha conosciuto il male personalmente, e la conoscenza personale significa percezione diretta e non mediata dalla conoscenza altrui, fatto salvo il caso di chi, avendola ricevuta, non attivi il potere dell’immaginazione, come si vedrà in appresso. Questo perché, mentre lo spazio del male conosciuto, o dei mali conosciuti personalmente non è suscettibile di interpretazioni, può esserlo quello conosciuto da terzi. Mettere il palmo della mano sulla cuspide di una candela accesa o costringere una persona a farlo non consente di elucubrare sull’idea che i fatti non esistono, e dirlo al sanitario che si occupa dell’ustione, espone a qualcosa di più di un rimbrotto, così come, sulla scorta di questa esperienza, in nome dell’inesistenza dei fatti, riprovarci o costringere qualcuno a rifarlo. Analogamente accadrebbe affermando la stessa cosa in faccia al sopravvissuto a una deportazione, alle torture, o a una vittima scampata al genocidio o a un bombardamento, o ai genitori dei bambini ucraini rapiti.

Questa considerazione ha tuttavia bisogno di un’indagine ulteriore su come e perché le persone confondano in un’unica dimensione intellettiva i fatti e i valori, facendo confluire questa confusione nel processo elaborativo del giudizio politico, reso arduo dalla proliferazione delle Fakes, che non riguardano i valori ma i fatti, sebbene la necessità di individuare le Fakes passi attraverso un’indagine sui valori.

Si tratta cioè di evidenziare quali prospettive in termini di valori vengano aperte da asserzioni fattuali di cui non si conoscono la verità o la falsità. E un elemento necessario da usarsi nel caso è quali siano le implicazioni che stanno alla base del fatto proposto come vero.

Si prendano come esempi l’assunto che i vaccini facciano male, o che i missili russi che colpiscono i civili siano solo la conseguenza di un errore e non della deliberata volontà terroristica, o nel caso di Gaza, che si tratti o no di genocidio. Ciascuna di queste asserzioni di fatto deve essere messa in relazione con le proprie implicazioni, cioè con la relazione logica tra il fatto e il valore che gli attribuiamo, attraverso il legame tra «l’implicazione e l’inferenza di valutazione» [28] poiché l’implicazione stretta deriva dal significato delle parole (intenzionalità o errore nei bombardamenti, definizione giuridica o morale per il genocidio), mentre l’inferenza valutativa discende dall’esistenza di codici generalmente accettati nella “società bene ordinata” (nell’accezione di John Rawls [29]) e, comunque, nei termini della c.d. “implicazione contestuale” secondo la quale «le parole e le frasi sono spesso legate tra loro da norme d’uso e di significato”, per cui “un’asserzione di fatto implica contestualmente un giudizio di valore, necessariamente staccati dai sentimenti e dagli interessi personali» [30].

 Pertanto esaminare un’asserzione che potrebbe essere vera o falsa (e questo tipo di esame sarà oggetto del prossimo lavoro) significa metterla in relazione con le sue implicazioni in termini di presupposti logici e in termini di conseguenze, nel senso sopraddetto, cosicché, riprendendo l’esempio delle vaccinazioni significa accertare quale inferenza di valutazione hanno avuto nella Storia, ponendo attenzione ai dati storici sulle condizioni della salute collettiva prima e dopo questa pratica sanitaria, e quali prospettive si aprono di fronte alla fine della pratica vaccinale, per chi e dove.

Questo esame delle implicazioni tuttavia non deve utilizzare solo i dati storici, ma prendere in esame i criteri di ragionevolezza necessari al racconto che li documenta, cioè gli archivi, le fonti normative, il complesso storiografico, la letteratura come espressione della coscienza collettiva e delle credenze, nonché l’antropologia, la genetica, la storia della scienza. Dopo di che è necessaria una proiezione di questa implicazione verso il futuro, tenuto conto della realtà attuale in termini di igiene generale, di condivisione delle risorse, delle capacità e possibilità di intervento nelle zone e nei tempi di crisi, delle caratteristiche delle relazioni umane in termini di mescolanza delle genti, di consapevolezza culturale, dei pericoli connessi con tale realtà (migrazioni, rifugiati, carestie, guerre, penuria di acqua potabile, desertificazione, innalzamento dei mari). Analogamente per eventi come le guerre in corso. Deve cioè farsi ricorso a una potente qualità umana, “l’immaginazione” che «nell’ambito delle nostre facoltà conoscitive è forse la più grande scoperta fatta da Kant nella Critica della ragion pura». Si tratta cioè di «rivolgersi allo schematismo dei concetti puri dell’intelletto» per cui «la stessa facoltà, l’immaginazione, che fornisce gli schemi per la conoscenza» (si richiami il concetto di sapere umano di Salvatore Veca sopra citato) «mette a disposizione anche gli esempi per il giudizio» [31].

Allora il punto centrale della questione attiene alla circostanza che il fatto proposto come vero venga il più correttamente possibile ritenuto tale, e sul presupposto di questa veridicità, venga espresso un giudizio che, nell’ottica proposta in questo breve lavoro, va inteso come giudizio politico.

Tuttavia la ricerca del nesso nella formulazione del giudizio tra la razionalità delle argomentazioni e la loro confluenza nelle ragioni del giudizio non può prescindere dalla constatazione che le ragioni del giudizio sono il frutto di un complesso eterogeneo dove i principi della razionalità sono solo una piccola parte degli elementi che compongono il giudizio. Ne consegue che il problema delle sue ragioni, cioè di come il termine “giudizio” è usato nella lingua convenzionale, cioè del suo significato e di quanto residua in questo significato, possiede “una carica emotiva” [32]. Vale a dire, «quando un termine è applicato a un oggetto porta… con sé e crea… intorno a sé un’atmosfera favorevole o sfavorevole. Quando siamo incerti, dentro di noi, o non siamo d’accordo con qualcuno sull’applicazione di quest(o) termin(e), la discussione verte su qual(e) oggetto noi vorremmo che quest(o) termin(e) onorasse… o degradasse».

Pertanto le ragioni del giudizio di cui parliamo sono strettamente connesse con la democrazia come sopra intesa, che deriva dall’ «intensità con cui uno si oppone a una diversa applicazione del termine (che) riflette la sua avversione a vedere onorata da questa etichetta una forma di governo che uno giudica in modo sfavorevole» [33] In definitiva, quando termini come “ragione del giudizio” vengono usati, sebbene possano avere diversi significati, dipendono da qualcosa che è «determinato da ragioni che si riferiscono a come sono usati nel linguaggio in cui vengono espressi» [34], cosicché le ragioni del giudizio nel senso scelto in questo lavoro sono parte stessa del significato attribuito al contesto, che dipende appunto da interpretazioni come quella sul valore dei diritti umani, che hanno valore di fatto. Si tratta cioè delle interpretazioni della realtà che hanno resistito a una congerie di debunking sofisticati e non contraddittori.

Si pensi ad esempio a un fatto/interpretazione come la scommessa di Tucidide il cui fondamento è passato attraverso gli eventi di guerra o pace nei secoli, e di come quante volte questa scommessa abbia evitato o scatenato le guerre…

In conseguenza di ciò il giudizio passa attraverso diversi stadi di provvisorietà. Poi, per determinare quello finale, bisogna evidenziare gli elementi che ne compongono la sua complessità, compresi quelli che ne altererebbero il significato di verità razionale, e drenarli via via, modificando così ogni giudizio provvisorio in vista di quello finale, procedendo nella distinzione tra fatti e interpretazioni, con particolare attenzione alle interpretazioni che assumono in sé anche la natura di fatto.

A questo punto sono apparse tre diverse entità concettuali: emozione, ragione e ideologia, e sembra necessario indagare quale sia la relazione fra queste tre diverse entità concettuali. A prima vista ognuna delle tre sembra essere connessa con le altre due da un rapporto causale, per cui l’emozione stimola la ragione che elabora l’ideologia. Ma si potrebbe sostenere che l’emozione trova riscontro nell’ideologia, che a sua volta cerca supporto nella ragione per venirne giustificata. E c’è pure una terza possibilità, e cioè che la ragione elabori l’ideologia la cui forza scatena l’emozione.

Il punto debole di questa relazione triadica sta nel termine di raffronto con la realtà, poiché le tre asserzioni crollano prive di significato se non vengono sottoposte allo stress test del vero e del falso, le due cartine di tornasole della realtà fenomenologia, poiché l’emozione può venir indotta da una fallace percezione della realtà, talché il suo nesso causale con la ragione e l’ideologia diventa un bluff privo di significato. Allora, per sottrarre il pensiero a questa trappola cognitiva pare opportuno porre l’attenzione non tanto sulla percezione fenomenologica, che è sempre il punto fermo dal quale muove la triade, ma sul significato del suo segno, poiché del fenomeno viene percepito il suo segno, con il quale appare ai nostri sensi. Si tratta della ricezione fisica del fenomeno che non coincide automaticamente con l’evento in termini temporali, anzi, nella maggior parte dei casi se ne discosta, poiché quasi sempre vedere, ascoltare, sentire non coincidono col sapere, in quanto ciò che noi sappiamo è il frutto della relazione tra la percezione, che entra a far parte della mappa mentale di ognuno, e una delle tre componenti la triade.

Allora lo stress test del vero e del falso viene attivato dalla coscienza che esamina l’evento/fenomeno, cioè il suo segno fisico, utilizzando le categorie della ragione, cioè gli strumenti conoscitivi della percezione, che devono venir attivati in modo consapevole, tenendo a bada l’emozione e quanto più lontane possibili le categorie imposte dell’ideologia, cioè la sua griglia interpretativa.

Tuttavia è questa griglia interpretativa la cartina di tornasole che consente di limitare i danni degli abbagli conoscitivi, poiché per darsi conoscenza reale del fenomeno è necessario che gli strumenti usati siano già stati verificati sul campo in modo tale da coglierne la valenza funzionale. Si tratta cioè di un uso pragmatico della memoria, i cui contenuti devono venir drenati dalle contaminazioni dell’azione che la triade ha svolto in passato. Questo significa che non è possibile alcuna verifica del vero e del falso senza operare in modo sistematico sulle acquisizioni della memoria.

meltemi-universale-morin-miei-demoni.inddDi tutto ciò se ne può ricavare un dato illuminante leggendo quanto scrive Edgar Morin ne I miei demoni [35] dove ripercorre la propria esperienza di ufficiale francese ventiquattrenne quando nell’aprile del 1945 entrato con gli eserciti alleati in una cittadina tedesca appena bombardata spietatamente causando circa 25.000 vittime civili, per la prima volta dall’inizio della guerra si domanda quale sia stata l’utilità e la necessità di tale massacro. Ma per darsi una risposta pragmatica Morin deve riesaminare come la memoria avesse operato sulle percezioni di tutti i massacri dei civili tedeschi colti fino a quel momento.

Infatti quelle percezioni avevano innescato l’attività della ragione dominata dall’ideologia, utilizzandola per trasformare il dato della mappa mentale in tessuto della coscienza. Morin spiega che invece quel giorno la ragione aveva richiamato l’ideologia sottoponendola al pensiero critico circa l’utilità di quei massacri ritenuti sino a quel momento necessari per modificare il trend della Storia umana, analogamente ai massacri commessi dall’URSS di Stalin, o all’uccisione anche dei soli sospettati di tradimento nelle file della Resistenza.

A ogni buon conto, per cercare di rendere proficua questa lettura, è doveroso spendere alcune parole per illustrare cosa s’intende per emozione, ragione e ideologia. La prima è la conseguenza del fenomeno fisico della percezione, e consiste nell’attivazione dei recettori neuronali che ricevono impulso dalla realtà fenomenologica, sia in termini di pura fisicità visiva uditiva olfattiva o tattile, sia attraverso i meccanismi della conoscenza mediata dal mezzo che contiene l’informazione.

Nel primo caso la percezione sensoriale è comune a tutti i sistemi biologici viventi, che ricavano dalla percezione informazioni che penetrano, modificandola, nella memoria biologica del sistema, dai batteri alle piante a tutti gli animali, insetti compresi. Ne consegue che l’azione cosi determinatasi è tanto più radicale quanto più l’emozione è stata forte. Ma in questi casi il tessuto della coscienza non viene interessato, o perché la coscienza è assente, o perché viene saltato il gradino che porta alla coscienza in forza dei meccanismi biochimici che inducono all’azione.

Ma in questo caso la mappa mentale incisa dalla percezione si trasforma in un percorso che verrà usato dalla ragione per giustificare a posteriori l’azione. Allora questa giustificazione salterà la coscienza e cercherà altrove il proprio senso, come se il segno fenomenologico lasciato dalla percezione del reale avesse bisogno, per venir colto dalla ragione, di uno strumento che la trascende.

Quindi, avendo già parlato della ragione, resta da vedere cosa sia la griglia interpretativa costituita dell’ideologia, che qui si ritiene frutto di una serie di assiomi dati come verità. Ora, poiché questi assiomi, in quanto tali (come ad esempio quello della Storia lineare o quello della Storia circolare) sono rigidi e la loro presunta verifica avviene attraverso l’uso di categorie non discutibili, desunte da un a priori che ha sentenziato dove stia il vero e dove stia il falso, si tratterebbe di esaminare come e perché operino gli assiomi sui quali si fonda ogni assunto ideologico.

Infatti, costituendo gli assiomi l’intelaiatura valutativa del linguaggio usato, nessuna asserzione di fatto contraria a tali assiomi potrebbe resistervi in quanto maturata all’interno della stessa serie di concetti, con la conseguenza che ogni forma di giudizio valutativo diverso ne verrebbe inficiato.

Ora, essendo chiaro che in questa sede non è possibile estendere ulteriormente l’indagine riservata al prossimo lavoro, ci si limita a rilevare che l’unico modo per adottare un giudizio di valore indipendentemente dagli assiomi sottesi all’ideologia chiamata in causa, è muovere dall’idea che i giudizi di valore, per sfuggire al dilemma del vero o del falso, devono essere basati su un principio di portata universale, cioè «caratterizzare una situazione e un linguaggio intessuti in un’unica trama concettuale» resa ardua da costruire a causa di quanto e come l’ideologia entra in competizione con la morale, con la logica e con la ragione, poiché, con il termine “ideologico” ci si riferisce al modo in cui «si possono chiudere nelle maglie di reti di concetti, legate tra di loro in modo sistematico, certe prospettive del mondo» [36].

21af1b38-76e2-4eab-9c83-750012617f16Giunti a questo punto, ormai prossimi alla conclusione, non resta che verificare come il giudizio di cui ci si sta occupando sia collegato alla comprensione della realtà, cioè la complessità degli accadimenti, dove la comprensione viene intesa come l’azione di sussumere il particolare (il giudizio sul singolo fatto) sotto la regola universale che lo comprende. Ora, poiché ciascun fatto sottoposto al giudizio rientra in tutto quanto è accaduto, che ha la sua radice nella Storia stessa nel nostro Occidente (si pensi alla denuncia sul piano della morale espressa già da Diderot sullo scempio della colonizzazione), e poiché il giudizio politico che ci interessa è stato per convenzione circoscritto a un fatto di importanza capitale come la Dichiarazione Universale dei diritti umani, questo fatto si offre al giudizio con un doppio significato: la necessità morale di porsi come baluardo contro quel che è irrevocabilmente accaduto e riconciliarsi con ciò che inevitabilmente esiste, cioè la molteplicità spirituale dell’essere umano che, come sostiene Agostino, «è l’essere la cui essenza risiede nel cominciamento» [37].

Questo cominciamento, che nasce dalla capacità innata degli esseri umani di distinguere il bene dal male… si attiva anche nel tempo in cui le persone devono giudicare da sole, «non potendo attenersi a norme o a criteri generali, non essendoci né norme né criteri per fatti che non avevano precedenti» [38].

E che questo assunto sia vero, se ne trova traccia nel libro di Charlotte Beradt, Il Terzo Reich dei sogni (Meltemi 2020), giornalista tedesca di origini ebraiche che, in Germania, negli anni successivi al 1933, interrogò circa 300 persone sui loro sogni, portando con sé il materiale all’estero quando nel 1939 emigrò in USA. Ebbene, da queste pagine si ricava tangibile proprio questo aspetto della natura umana, dove persone non direttamente coinvolte nella persecuzione, esprimono il proprio giudizio contro la mostruosità morale di chi, abusando del proprio potere, agisce dolosamente contro la libertà morale delle persone costrette a subire una tremenda lesione alla propria integrità fisica e psichica. Ebbene, dall’esame di queste pagine emerge prepotente un dato, e cioè che il giudizio morale pronunciato intimamente, spinge queste persone all’azione [39].

Allora, giunti al termine, resta un’ultima considerazione sul dovere morale delle élite, di coloro che hanno la capacità di rappresentare cose assenti attraverso il pensiero: cioè la capacità di spingere le persone la cui immaginazione è stata costretta nei vincoli della comunicazione che oggi trasforma ogni interpretazione in un fatto virtuale, a ricondurre il fatto alla sua natura concreta e non virtuale.

Su questo fatto concreto, allora, il soggetto è indotto a formulare un giudizio, scaturito dal pensiero, liberato da quella costrizione “nel dialogo silenzioso con sé stessi”. Ne consegue che il giudizio, scaturito dalla consapevolezza della propria identità morale «si esprime nella capacità di distinguere il bene dal male, il bello dal brutto» [40].

Allora, poiché quel che accade oggi attiene a una crisi di fondo dei valori politici e morali del mondo occidentale, per cui i criteri di giudizio tradizionali non detengono più alcuna autorità, non sono più rispettati quelli che erano i valori fondamentali, le norme di civiltà politica e morale sono diventate particolarmente vulnerabili, il pericolo maggiore è l’astensione dal giudizio, perché, quando «la posta è in gioco, il singolo si arrenderà alla forza del male piuttosto che esprimere un giudizio autonomo» [41].

Allora, posto che, rispetto al tempo in cui venne scritta La Banalità del male, oggi esistono sia le norme sia i criteri generali a cui attenersi, è necessario gridare con tutta la forza di cui si è capaci contro le élite che, in spregio ad essi e a ogni legge morale, in nome del cinismo e della brutalità di chi non la possiede, afferma l’autonomia della politica e la giustezza dell’ingiustizia, come rimpatriare, liberandolo, un assassino già arrestato colpevole di 34 omicidi e 24 stupri, o proclamare la necessità di perseguire una pace ingiusta da imporsi alle vittime di una guerra di aggressione e/o di un genocidio.

Tuttavia, così come non deve spegnersi l’auspicio che non sia ancora giunto il tempo della fine del pensiero di cui si alimenta il giudizio politico, parimenti, nel cuore e nella mente di chi ha superato il tre quarti del secolo, danzano in conflitto tra loro la speranza e lo sconforto. 

                                                              Indifferente
A decostruire la coscienza ogni giorno/cercando i tasselli minuti,/ambigui/respinti la sera/e ora preziosi,/e così riallacciando il legame con la conoscenza,/gemella invincibile,/temo,/come tremo/al brivido del risveglio dal sogno/onda liquida,/dove affoga la mente/nello sguardo esteso/di un bimbo/che sta per essere ucciso,/non essendo un inizio/riprendere il discorso/dal punto fermo/che ha chiuso le risposte alla sera,/mentre sgorga nella luce/la domanda,/animale vivo/che graffia la mente/col suo artiglio/e guizza,/si divincola,/morde le ferite/delle mancanze/che il giorno appena finito/aveva lasciato in bilico/nell’edificio periclitante/eretto con l’arroganza delle certezze.//Io non so se vi sia un nesso/tra la morale e il male,/ma sono certo/che non sia indifferente/dire che è uguale.//Eppure,/se ci sia così poco di vero/nell’etica inscalfibile/ignoro/e se siano nemici o alleati/le insicurezze e il dubbio/mentre disarticolano in bagliore/il mosaico dei pensieri,/come se i decenni/tessuti filo a filo/dalla memoria/fossero il bottino precario/di ieri.//Ma quanti oggi/come questo mattino,/mi chiedo,/confluiranno ancora/nel fiume del capire,/ora che il mio tempo/si avvia a finire.//Così lo sgomento/mi muove/mentre leggo/le grandi idee/delle persone importanti,/e quale sia la sostanza/di tanta importanza.//E quanto vorrei un mondo/affinché chiunque la senta,/poiché il nodo/tra la morale e il male/non è il gioco lessicale/degli indifferenti/al fatto/che esiste un pensiero infantile/nel lampo che annuncia/la morte violenta/di ogni bambino.//Allora mi chiedo/chi governi l’ IA/ e l’intelligenza degli stupidi. 
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] Charles Taylor, Filosofia analitica inglese, Lerici Editore, 1967: 293.
[2] cfr. Paolo Pombeni, Riv. Il Mulino, n. 1/25, editoriale
[3] Friedrich Herr, Europa, madre delle rivoluzioni, Il Saggiatore, 1968
[4] Jonathan Glover, Humanity, una storia morale del XX secolo, Il Saggiatore, 2002: 21
[5] Vincent Descombes, Philosophie du jugement politique. Seuil Gallimard, 2008: 9 e ss).
[6] Hanna Arendt, Vita activa. Bompiani, 2001: 133, 134).
[7] Taylor, cit.: 295.
[8] Alan Montefiore, in Filosofia analitica inglese, cit.: 235)
[9] Snyder, Terre di Sangue, Rizzoli 2021: 435.
[10] Judt, cit.:136
[11] Ivi:142
[12] Raymond Aron, Scienza e coscienza della società, Lucarini Editore 1990:79
[13] Aron cit.: 79
[14] Judt. cit.: 118
[15] Aron cit.: 79
[16] Salvatore Veca, La priorità del male e l’offerta filosofica, Feltrinelli 2005: 9
[17] Ivi: 15
[18] Ibidem
[19] Ivi: 20
[20]  Ivi:35
[21] Ivi:42
[22] Ivi:35)
[23] The law of Peoples with the ideas of Public Reason Revisited, 1999, Harvard College”
[24] Rawls, Il diritto dei popoli, Comunità edizioni, 2001: 106, 107 e 121
[25] Veca, cit.: 22
[26] cfr. Hanna Arendt, Teoria del giudizio politico, Melangolo, 2005: 116
[27] Ronald Beiner, Il giudizio di Hanna Arendt in Interpretazioni di Teoria del giudizio politico, Il Melangolo 2005: 146 e ss.
[28] Alan Montefiore, Fatto, valore e ideologia, in Filosofia analitica, cit.: 233
[29] in Liberalismo politico, Einaudi 2012: 36 e ss.
[30] Montefiore, cit.: 237.
[31] Hanna Arendt, Teoria del giudizio politico, cit.: 121
[32] Richard Wollheim, Sulla teoria della democrazia, in Filosofia analitica inglese, cit.: 313).
[33] Wollheim cit.: 313
[34]  Ivi: 320
[35] Meltemi ed. 1994
[36] Montefiore, cit: 249
[37] Ronald Beiner, cit.: 146 e 147.
[38] Hanna Arendt, La banalità del male, Feltrinelli, 1996: 296
[39] C. Beradt, cit.: 90 e ss.
[40] Hanna Arendt, La vita della mente, Il Mulino 1987: 288, 289
[41] R. Beiner, cit.:164.

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Roberto Settembre, entrato in magistratura nel 1979, ne ha percorso tutta la carriera fino al collocamento a riposo nel 2012, dopo essere stato il giudice della Corte di Appello di Genova estensore della sentenza di secondo grado sui fatti della Caserma di Bolzaneto in occasione del G8 2001. Ha scritto per Einaudi Gridavano e piangevano, edito nel 2014. Si è sempre occupato di letteratura, pubblicando racconti, poesie, recensioni sulle riviste “Indizi”, “Resine”, “Nuova Prosa”, “La Rivista abruzzese” e il “Grande Vetro”. Con lo pseudonimo di Bruno Stebe ha pubblicato nel 1992 il romanzo Eufolo per Marietti di Genova e nel 1995 I racconti del doppio e dell’inganno per la Biblioteca del Vascello nonché la quadrilogia Pulizia etica per Robin edizioni e nel 2020 Virus e Cherie con la Rivista Abruzzese. È stato collaboratore di “Altreconomia”.

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