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Pensieri su un limite

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2021 @ 00:37 In Cultura,Società | No Comments

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Da Spadola verso Serra San Bruno, 13 febbraio 2021 (ph. Vito Teti)

 per non ricominciare

di Vito Teti

Una lettera alle amiche e agli amici antropologi

 Mi capita spesso, forse da sempre, da quando bambino attendevo il ritorno da Toronto di mio padre, che avevo visto solo in fotografia, e i miei compagni partivano la sera, col buio, tra pianti e urla, come in un lutto, lasciando vuote case, strade, orti, mi capita spesso di aggirarmi tra le rovine, i paesi abbandonati, i luoghi non più luoghi, i luoghi non ancora luoghi. E non è una sorta di fascino o di estetica neoromantica delle rovine, è, oltre che voglia di capire, fantasia e illusione di rivedere piene e abitate quelle case che adesso cedono il posto alle erbe, alle piante, alla forza del vento, del sole, delle acque. E non è nostalgia per quello che è morto e non può più rivivere, è pietas per ciò che è stato e continua a parlare, è sguardo dolente su un passato che merita di essere riscattato (alla Roth, Pasolini, Magris) nella memoria e anche per immaginare altre possibili vie che non abbiamo percorso.

Ieri ho fatto questa foto. È una casa che incontro spesso nelle mie peregrinazioni quotidiane, ma ieri ho sentito il bisogno di fermarla (è abbandonata ma non è ferma) in uno scatto. Come a volte mi capita, ho avvertito la presenza di quelli che l’avevano abitata, ho sentito la loro vita, la loro fuga o la loro pazienza, e inconsciamente ho atteso, come se da un momento qualcuno di loro dovesse tornare. La catena del tempo che la pandemia ha sconvolto disegna nuove geografie dell’anima e, in particolare, per quello che mi riguarda, rende più permeabile il confine tra la vita reale e il mondo onirico.

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Nuvole (ph. Vito Teti)

Per anni ho insegnato ai miei studenti che quello dei sogni è uno spazio protetto, in cui vivi e morti possono incontrarsi senza che i vivi ne paghino pegno. In realtà i miei sogni sono affollati di anime, note e ignote, che incontro, interrogo, interpreto. Ieri notte penso di aver discusso con gli abitanti della casa, con i quali cercavamo di capire, insieme, dove ci trovassimo, in quale luogo altrove e senza tempo. Quando mi sono svegliato, mi sono affacciato al balcone. Verso l’Angitola, la Piana, il Castello di Vibo, i paesi delle frane e del drago, la vallata del Mesima, la Piana, lo Stretto, l’Etna, il mondo, c’era una nebbia fitta e cupa. Non avevo altra scelta che prepararmi un caffè. Vi prego combattete (come diceva Elias Canetti, che qui posso appena ricordare citandolo in maniera molto privata e sperando di approfondire in altre occasioni) la morte, siate contro la morte, non per vincerla, non per eliminarla o per rimuoverla, ma per affermare le ragioni della vita. Sempre. Ascoltate, vi prego, il dolore e il lamento dei defunti. Accogliete la loro presenza. Chissà quanto fatica e quanto cammino hanno fatto per venire, benevoli, a raccomandarci qualcosa, per dirci che non hanno nulla a che fare con il nuovo spettro che si aggira per il mondo e che noi abbiamo fatto crescere.

Già, perché uno spettro si aggira per il mondo. Non è il capitalismo avanzato, non è la globalizzazione. È l’umanità intera che – con la pandemia, ma già da tempo con altre epidemie, catastrofi e profondi, forse irreversibili, stravolgimenti climatici, con il rischio atomico, sempre latente (anche se oggi appare basso) – si presenta fragile, spaventata, senza direzione, in preda a una vera e propria “crisi della presenza”, a volte con un sentimento della fine. Senza indulgere a toni esasperatamente apocalittici o catastrofici, bisogna dire che l’umanità sembra a rischio di estinzione. Una riflessione ponderata non può ignorare la “grande cecità” di cui ci parla Amitav Ghosh.

Il Covid-19 non è stato un caso, non è stata una disgrazia, nemmeno un incidente. È tutto legato alla storia del Sapiens e in particolare a quella degli ultimi secoli, a quel periodo che ormai viene definito “Antropocene”. La pandemia ha mostrato come la nostra cultura, i nostri valori, le nostre relazioni, i nostri sentimenti, il nostro modo di percepirci e di percepire gli altri/le altre siano stati messi in crisi, stravolti, svelati nella loro fragilità, debolezza; ha palesato la difficoltà, a volte l’impossibilità, di dare un senso al Mondo e di affermare una diversa presenza dell’essere umano sul pianeta.

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Nuvole (ph. Vito Teti)

Limitando il discorso soltanto all’ambito dei saperi a cui mi sento interno, le antropologhe e gli antropologi hanno mostrato un’eccezionale capacità di interpretare il tempo, di riflettere su quanto sta avvenendo, di studiare miti, riti, menzogne, processi di risignificazione, legati alla pandemia. Abbiamo capito che il Covid-19 non è una parentesi, un evento drammatico che consentirà un ritorno a un qualche “prima” o a una qualche “normalità”. A quale prima e a quale normalità potremmo e vorremmo tornare? In questo tempo ho avvertito diffusa la necessità nella nostra collettività di mettere in discussione le categorie interpretative, di inventare nuove parole, di ribaltare, in maniera carnevalesca, l’ordine del discorso e il discorso dell’ordine.

Scrivo da quell’angolo di mondo in cui “opero e vivo” (come diceva Geertz), che ho lasciato mille volte perché continuasse a essere reale. Dopo lunghi giri, reali, inventati o immaginati, sono sempre tornato casa. Mi sono illuso di tornare a casa. Perché non si torna mai a casa, al punto di partenza e, quando si torna, tutto è cambiato, tu sei cambiato, gli altri sono diventati ancora altri ed altri sono andati via ed altri sono arrivati. E allora, partire, restare, tornare, pratiche inseparabili per il Sapiens, e quindi anche per me, sperimentate con diversi gradi di intensità e di consapevolezza, di sincerità e di interiorità, sono stati accompagnati dalla domanda di Chatwin “Che ci faccio qui?”. Perché questa domanda appartiene sia a chi resta sia a chi parte, a chi comunque cerca le proprie “vie dei canti (ancora Chatwin), anche stando fermo, anche soffrendo della bellezza del viaggiare da fermo o la stanchezza del fuso orario che nasce dalla sosta. Perché partire, restare o tornare richiedono sempre un esercizio ininterrotto di appaesamento e dell’abitare e dell’esserci nel mondo. E la presenza non è garantita dall’appartenenza, dalla frequentazione dei luoghi familiari e noti, che poi possono diventare, e diventano, lontani, inquietanti, estranei. Perché, forse, oggi, la forma più radicale di spaesamento può essere quella di chi resta anche per accogliere e attendere quelli che arrivano. Perché, abitare i luoghi, anche quelli in cui sei nato e rimasto, è possibile soltanto se sei disponibile all’erranza, all’esilio, al sentirti straniero in patria.

Fare antropologia, esserci, è stato un ininterrotto disabitare e riabitare le memorie, restare guardandosi da lontano, riplasmare il paese che vive dentro e fuori, ora con l’opera di scienza, ora con opera di poesia (il riferimento è a De Martino). Non so se ho mai pensato di andare via davvero o se già dall’inizio sapevo che il senso dei luoghi è nei margini tra “anabasi e catabasi” (ancora de Martino), tra rabbia e amore, tra abbandono e ritorno, tra sottoterra e cielo (come scrive padre Pino Stancari), mobile, errante, tra demoni e angeli, ossimoro e metafora, luogo delle contraddizioni più radicali, una terra bella e amara (come diceva Repaci) o segnata da bellezze e da rovine, che non si negano, ma convivono, come avevano capito anche i tanti autori romantici, Baudelaire, i protagonisti del Grand Tour, i meridionalisti, Gramsci ed Alvaro, un grande scrittore della mia terra Giuseppe Occhiato (che meriterebbe di essere collocato nella letteratura europea della seconda metà del Novecento), e come mi suggerivano il senso di pathos, pena, misericordia, tenerezza appresi da mia nonna e da mia madre, dalle donne del paese, dai contadini, dagli emigrati, dai “farsari” e dai poeti contadini del paese e del Sud (con non poche esplorazioni in altre regioni d’Italia e nei luoghi dell’esodo, da Toronto a New York, da Roma a Milano, da Torino ai paesi calabresi della Francia, della Svizzera ecc.), le cui memorie scritte o orali, le cui vicende e le cui storie, mi hanno fatto attraversare questo paese Mondo e il Mondo paese: ma così ho vissuto. Il mio campanile di Marcellinara (che poi era il campanile di Settingiano) e il mio villaggio nella memoria, anche quando li vedevo ogni giorno, li fotografavo ogni ora, assieme a nuvole, altre, tramonti, sempre uguali e sempre diverse, non mi generavano soltanto angoscia e spaesamento, senso di perdita e nostalgia, ma voglia di andare, di tornare, e di cogliere non la finitudine del mondo, ma i suoi mutamenti, le sue mille strade, proprio con un meridiano che sembrava stabile, ma si spostava continuamente.

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Nuvole (ph. Vito Teti)

Ora una “zona rossa” sovrascrive la geografia consueta, istituisce confini dove c’erano frontiere, mi àncora al paese e mi spaesa. Penso a una nota lezione di Mary Douglas sugli schemi classificatori e sulla corrispondenza tra i limiti della città e i limiti del proprio corpo, e forse è proprio per questo che ciò che abitualmente è luogo aperto, è libertà interiore, diventa in alcuni frangenti della giornata uno spazio angusto, a tratti claustrofobico. Da qui ora guardo, oltre la siepe, gli altri mondo che ho abitato, e mi trovo molte volte a dialogare con maestri, con compagni d’avventure intellettuali, con studiosi e studenti di tempi diversi, forse con il rammarico (ma la nostalgia è un mio tratto distintivo) di non aver saputo restituire alla comunità degli antropologi quanto ho ricevuto.   

Mi piacerebbe che l’antropologia portasse all’estremo, alle conseguenze più radicali, la sua vocazione all’eresia, la critica di alcuni modelli di sviluppo, la sua voce di libertà, la sua capacità di demitizzare e di demistificare, di unire passione per l’umano a discorsi di verità. L’antropologia è una scienza critica e, secondo me, è anche “militanza”, presenza nelle comunità e nelle società, pratica di vita e di convivialità. Non si possono immaginare nuove società se non cominciamo noi a percepirci come cittadinanza attiva, accogliente, aperta, curiosa, inclusiva.

Credo, l’ho avvertito in questo periodo, che la “comunità degli antropologi” sia più coesa di come storicamente si vuole pensare; che in questa fase del margine il nostro gruppo abbia trovato motivo di coerenza nella responsabilità, nel dovere, nell’imperativo etico di dare un apporto critico alla lettura di mondi diversi. Credo, ancora, che la comunità degli antropologi debba interagire, anche in maniera critica, oppositiva, con la politica, con le altre discipline, con i saperi medici, che debba impegnarsi nella critica dei paradigmi scientifici, per mostrarsi all’altezza dei tempi, per individuare e indicare altre strade, altri percorsi, altre memorie, altre pratiche, altri legami e patti tra uomo e natura. Per riaffermare, lo dico ancora, la propria attitudine, la propria urgenza, alla critica del modello di sviluppo dominante.

L’antropologia non si presenta più e non viene più percepita come la disciplina che si occupa di mondi estinti o in estinzione, ma si è assunta il compito di interpretare il presente, di esercitare una sorveglianza critica e, in alcuni casi, si pone come “pratica sociale” capace di accogliere “quel che resta”, di sentire, aggiornare e comprendere per partecipare alla nascita di mondi nuovi.

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Tramonto (ph. Vito Teti)

Forse abbiamo inciso poco nei processi sociali e politici, di certo meno di quanto avremmo potuto. Ma quanto, e molto, anche se singolarmente, è stato fatto in questo periodo, valorizza la nostra capacità di immergerci nella vita di tutti i giorni, di portare avanti iniziative concrete, una progettualità civile, sociale, economica che mostri in concreto che altre vie sono possibili.

Alle più giovani e ai più giovani dico che veniamo da una storia lunga, certo travagliata, che però ha prodotto un “terreno sotto i piedi” ricco di cammini. Il mio invito è quello di ripensarci come gruppo, rilanciando il ruolo propulsivo delle Associazioni nazionali e al contempo individuando strumenti e temi che favoriscano ulteriormente le interazioni nella nostra comunità scientifica. Il tema Covid-19 potrebbe catalizzare interessi diversi, ma i modi li possiamo discutere.

Negli ultimi due anni, anche da un osservatorio privilegiato – sono stato commissario per l’ASN –, ho potuto confrontarmi con un ingente numero di pubblicazioni di giovani studiosi che hanno dato prova di competenza, di passione civile, umana, politica e che spesso si spendono anche nel sociale. Ancor di più mi sono convinto di come sia necessario impegnarsi insieme acciocché la nostra società investa sul loro futuro. La mia proposta è necessariamente vaga e, comunque, per varie ragioni non potrei esserne protagonista (e non mi piacciono i protagonismi): credo che una disciplina vocata alla differenza come la nostra dovrebbe trovare tempi e modi per riflettere sul concetto di “unità”. Mi trovo su una soglia – da qualche mese sono in pensione – e forse ancora più di prima sento di voler contribuire ai destini della nostra “comunità”, e vorrei farlo insieme ad altri.

Allo spettro che si aggira per il mondo bisogna dare un corpo e un’anima. Non sappiamo bene quali. Io ho pensato a un come. Questa è la sfida.

Dialoghi Mediterranei, n. 48, marzo 2021

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Vito Teti, docente ordinario di Antropologia culturale presso l’Università della Calabria, dove dirige il Centro di Antropologie e Letterature del Mediterraneo, è autore di numerose pubblicazioni, tra le quali si segnalano: Emigrazione, alimentazione e culture popolari; Emigrazione e religiosità popolare nei due volumi di Storia dell’emigrazione italiana (2000; 2001); Storia dell’acqua (2003); Il senso dei luoghi (2004); Storia del peperoncino. Un protagonista delle culture mediterranee (2007); La melanconia del vampiro (2007); Pietre di pane. Un’antropologia del restare (2011); Maledetto Sud (2013); Quel che resta. L’Italia dei paesi, tra abbandono e ritorno (2017), Il vampiro e la melanconia (2018), Pathos (assieme a Salvatore Piermarini), 2019). Ha appena pubblicato Prevedere l’imprevedibile. Presente, passato e futuro in tempo di Coronavirus, Donzelli, 2020; Nostalgia (Marietti, 2020). Autore di documentari etnografici, mostre fotografiche, racconti, memoir, fa parte di Comitati Scientifici di riviste italiane e straniere.

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