di Marta Gandiglio
Per scrivere di mia madre, Sandra Puccini, emerita Professoressa Universitaria, ho bisogno di avvalermi del distacco dell’antropologo e, per farlo, devo recuperare le lontane memorie e ricordi dei miei studi universitari.
Come Malinowski esaminava i suoi indigeni, con il famoso metodo dell’osservazione partecipante, e ne scriveva in modo distaccato ed ufficiale, così proverò a fare con Puccini. D’altra parte, è pur vero che io stessa, nel tempo, ho lasciato ai miei familiari il compito di accogliere i miei malumori verso Sandra come mamma, come fossero loro il mio diario antropologico di campo intimo e vivente.
Non mi addentrerò nella parte degli studi di Puccini sulla storia dell’antropologia italiana e dei suoi esponenti, che sono stati il fulcro delle sue ricerche ed argomento di quasi tutti i suoi libri, perché eminenti professori ne hanno scritto dettagliatamente e con sapienza. Mi riferirò solo al suo ultimo libro, Vite, di cui ho curato l’edizione, assieme a Sandra, nella speranza che potesse vederne la luce prima che morisse.
Così è stato.
Nel libro Sandra si racconta, con lo stile che la caratterizzava: dettagliato, intimo, profondo, ricco, colorato, emotivo. Ha sempre avuto una naturale capacità nello scrivere, le riusciva senza fatica, con fluida semplicità, salvo poi rileggere più e più volte, correggere e modificare con un fine lavoro di cesellatura.
Vite non ha fatto eccezione, anzi direi che lo ha rimaneggiato sino allo sfinimento, sino a quando io non l’ho messa alle strette l’anno scorso, quasi obbligandola a pubblicarlo, spinta dalla consapevolezza che il tempo era poco e dal timore di non riuscire a farle vedere il libro definitivamente uscito.
In Vite Sandra scrive soprattutto della sua vita di bambina, arriva sino alla fine della adolescenza e dei primi anni del suo essere una giovane donna. Infatti, il libro ha poi una sorta di frattura e vi troviamo dei capitoli diversi e vari, alcuni quasi frettolosi; scrive della Roma e di suo padre, del negozio di Scoppetta a Maratea, narra dell’incontro con Gianni, mio padre e di me da piccola, delle operazioni che ha subìto, del mio primo matrimonio e della nascita dei miei figli Emilio prima ed Enrico e Viola successivamente. Non compare nulla della crescita dei suoi nipoti e di lei come nonna, tanto meno del mio attuale amato marito Umberto e della sua partecipazione alla nostra vita.
Questa seconda parte del libro sembra quasi somigliare a quelle coperte patchwork che andavano di moda anni fa (coperte che mia madre, fra l’altro, adorava e di cui ne ho vari esemplari fatti proprio da lei!), composte da vari pezzetti di scampoli di stoffe, colorati e vari; sembra cioè non organica ed incompleta. Ciò che appare chiaro è che Sandra è riuscita a ritornare alla sua vita di bambina, adolescente e poi giovane donna, addentrandosi in ogni meandro di queste fasi della sua crescita, riattraversandole e rivivendole come fosse ancora lì, perché risalivano ad epoche molto lontane. Pare proprio che il distacco del tempo le ha permesso di rivivere odori, suoni, colori, senza esserne emotivamente sopraffatta.
Non è stato così per la sua vita recente; Sandra non aveva sufficiente distacco temporale per scrivere dei suoi ultimi anni con la stessa profondità, perché troppo vicini, non avrebbe retto il contraccolpo emotivo. Forse è anche questo il motivo del titolo, ‘VITE’…
Altra caratteristica del libro è la grande quantità di foto di famiglia presenti, che raccontano non solo delle sue due famiglie di origine, ma anche dell’epoca storica. Impossibile non tornare alle foto che gli antropologi italiani dell’Ottocento raccoglievano della vita indigena e dei protagonisti delle loro ricerche sul campo! Puccini sembra infatti aver utilizzato lo stesso approccio con la sua famiglia, come se i vari parenti fossero gli indigeni di Lamberto Loria o Guido Boggiani.
Questo suo raccogliere testimonianze, per non perdere la memoria degli attimi vissuti, lo ha attuato non solo con le fotografie, di cui abbiamo trovato scatole stracolme, ma anche con gli oggetti.
Quando mia madre è morta mi sono dovuta occupare di svuotare la sua casa, scegliendo cosa tenere, cosa regalare, cosa vendere e cosa eliminare. È stato un lavoro duro e doloroso, tenero ed intimo, un viaggiare nel passato, nel suo passato, nei suoi ricordi ed in parte anche nei miei. Ho trovato, infatti, una quantità indescrivibile di “manufatti” di famiglia e della vita che si svolgeva in via Giulia, dai bicchieri di cristallo ai piccoli e grandi quadri del Cisterna, dalle borse di zia Lina agli occhiali del bisnonno.
Proprio come i suoi amati antropologi viaggiatori dell’Ottocento che giravano il mondo, che raccoglievano i più disparati oggetti della vita quotidiana per portarli poi in patria e poter dunque raccontare la vita degli indigeni e mantenerne traccia tangibile, così ha fatto Sandra.
Lei, che non ha mai fatto un viaggio propriamente antropologico sul campo, lei, che non amava viaggiare, lei, che aveva paura di volare, ha raccolto con meticolosa e compulsiva amabile attenzione oggetti e foto della sua infanzia, trasmettendone memoria e VITA a me ed ai miei figli.
Puccini, antropologa di sé stessa, ha involontariamente creato una sorta di meta-antropologia. Ed ha viaggiato così Sandra, mia madre, partendo idealmente dal suo studio pieno di libri sino al soffitto, seduta al tavolo di legno bicolore stracolmo di carte ed appunti, intessendo ricordi, reinventando la sua vita, quella della sua famiglia ed in parte anche la nostra, senza mai lasciare quella stanza.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Marta Gandiglio, figlia di Sandra Puccini, antropologa e Giovanni Gandiglio, psicoanalista. Laureata in Lettere e Filosofia e in Psicologia dell’età evolutiva, ha perseguito un Master in counseling ed uno in coaching. Lavora come maestra di scuola primaria in una scuola Montessori a Viterbo e riceve privatamente adolescenti ed adulti, interessati a percorsi di crescita personale, come Counselor.
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