Stampa Articolo

Ombre di neve. Una rilettura della storia delle teorie razziali sugli indigeni della Svezia

Foto Amnesty Sápmi

Biologia razziale, materiale didattico (ph. Amnesty Sápmi)

di Masoud Hooshmandrazavi

Introduzione

Nel cuore delle foreste di pini del nord della Svezia, riposa nel silenzio e nel mistero un cimitero chiamato Akamella. In un angolo, una fossa appena scavata con cura speciale è pronta ad accogliere i resti di corpi che più di un secolo fa furono portati via da questo luogo. Uomini e donne hanno percorso chilometri per essere presenti: un pastore venuto a tenere un discorso e a porgere scuse ufficiali, autorità locali, ricercatori, storici e persone di diverse generazioni. Tra loro, l’immagine di una giovane donna che, con calma e solennità, accarezza la tomba dei suoi antenati, costruisce un ponte tra il presente e un passato pieno di sofferenza. È un momento carico di dolore e speranza: ogni pugno di terra gettato sulle bare che contengono i resti dei defunti racconta un frammento della storia vera e amara di uno dei popoli più antichi del Nord del mondo: i Sámi.

Queste scene richiamano alla mente in modo vivido la poesia Cara madre di Sara Päiviö, dalla raccolta Suonjir: «Vieni, ti parlerò del desiderio». Suonjir, nella lingua sámi, significa “restare in piedi”: «Ciò che resta appeso si conserva, ciò che viene deposto a terra viene portato via dal vento e dalla polvere e scompare». In senso simbolico, la parola indica che i ricordi restano e non possono essere semplicemente abbandonati [1].

Queste immagini poetiche hanno radici in una storia dolorosa: dal furto dei crani dei defunti sámi per progetti pseudoscientifici di antropologia razziale del XIX secolo fino alla loro riesumazione e nuova sepoltura, avvenuta il 18 agosto 2024.  

Cimitero Akamella Fonte: Museo Norrbotten (ph. Hanna Larsson)

Cimitero Akamella
Fonte: Museo Norrbotten
(ph. Hanna Larsson)

I Sámi e l’inizio della discriminazione organizzata

I Sámi sono un popolo indigeno che abita Sápmi, un’ampia regione che si estende nel nord di Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia. La loro cultura è intimamente legata ai cicli naturali, agli animali del Nord e alle loro lingue e narrazioni. Ma a partire dal XIX secolo, negli ambienti estremi della scienza e della politica europee, emerse un linguaggio naturalista che si intrecciava con rovinose ideologie di superiorità razziale. All’interno di questa corrente si sviluppò un filone di studi chiamato “biologia razziale”, che cercava di legittimare la classificazione delle persone in razze attraverso la misurazione dei crani e la definizione di indici fisici. In questo contesto, i Sámi vennero etichettati come “l’altro”, e persino i resti umani nei cimiteri come quello di Akamella furono oggetto di saccheggio.

Il processo raggiunse l’apice nel secolo successivo con la fondazione a Uppsala dell’Istituto di Biologia Razziale da parte del governo svedese. L’istituto promuoveva attività come la misurazione dei crani, la fotografia dei corpi e la raccolta di campioni umani, tutte incredibilmente presentate come ricerche scientifiche e sostenute ufficialmente dallo Stato [2]. 

Un passato che è tornato a galla

Un secolo e mezzo dopo, nel 2024, la televisione nazionale svedese (SVT) ha trasmesso un documentario che ha riportato alla luce questo passato. In una cerimonia simbolica, parte dei crani che erano stati trasferiti nelle università per ricerche razziali sono stati restituiti alla loro terra ancestrale, con la partecipazione di persone comuni, rappresentanti sámi, attivisti culturali e delegati della Chiesa di Svezia [3]. Questo evento ha aperto un nuovo dibattito sulla consapevolezza storica, la giustizia culturale e la responsabilità sociale – temi che oggi hanno un peso sempre maggiore nelle discussioni globali sui diritti degli indigeni, la giustizia riparativa e l’etica della ricerca [4]. 

Obiettivo dell’articolo

Alla vigilia del primo anniversario della sepoltura dei 23 corpi sámi sottratti dal cimitero di Akamella – l’episodio più recente di questo tipo – questo articolo cerca di ripercorrere la storia degli studi di biologia razziale sui Sámi e la loro esclusione deliberata dal tessuto sociale svedese, per mostrare come la scienza e le istituzioni scientifiche possano essere usate al servizio della discriminazione, del razzismo e della violenza strutturale. Dalle chiese alle università, fino allo Stato e alla società, strutture di potere potenti hanno avuto un ruolo in questo processo.

In un’epoca in cui i movimenti di estrema destra in Europa e in altre parti del mondo, insieme a gruppi religiosi radicali in varie regioni, compreso il Medio Oriente, stanno tornando a rafforzarsi e le tensioni razziali, religiose e ideologiche continuano a crescere, per cui rileggere queste esperienze è più che mai necessario. Infatti, alcuni di questi eventi non sono mai stati analizzati come meritavano e, tra la massa di notizie e accadimenti, sono stati messi da parte o dimenticati. 

: La regione Sápmi Fonte: www.samer.se Nome del fotografo: Anders Suneson

: La regione Sápmi Fonte: www.samer.se
(ph. Anders Suneson)

I Sámi e la regione Sápmi: radici e identità

I Sámi sono uno dei popoli indigeni del nord della Scandinavia. Oggi vivono nelle regioni settentrionali della Norvegia, della Svezia, della Finlandia e nella penisola di Kola in Russia. La terra del loro storico insediamento è chiamata Sápmi. É una regione artica e montuosa, che da secoli costituisce l’habitat tradizionale di questo popolo. Gli abitanti parlano le lingue sámi, che appartengono al ramo uralico. La loro cultura si basa sull’allevamento delle renne, la caccia, la pesca e la musica tradizionale del joik

Le origini del popolo sámi non sono del tutto chiare. Ciò su cui i ricercatori sembrano concordare ci riporta al 2000 a.C.: essi arrivarono da oriente nella regione conosciuta come Fennoscandia, una vasta penisola che comprende la Scandinavia, la Finlandia, la Carelia e la penisola di Kola. L’espressione “cappuccio del Nord” viene a volte usata come sinonimo, ma si riferisce solo alle parti della Fennoscandia situate a nord del circolo polare artico. Nel corso dei secoli i Sámi si stabilirono lungo le coste settentrionali della Norvegia e poi avanzarono verso sud. Gli scavi archeologici hanno dimostrato la presenza sámi attorno al 1000 a.C. nella provincia di Härjedalen, in Svezia, situata al confine con la Norvegia e a soli 400 km a nord di Oslo.

Le radici orientali dei Sámi trovano conferma anche nella loro lingua, che appartiene alla famiglia ugro-finnica e ha origini nelle regioni dei fiumi Volga e Oka, in Russia. Le varianti linguistiche sámi si sono sviluppate nel tempo: oggi gli studiosi ne riconoscono undici. Non è ancora chiaro se si tratti di dialetti di un’unica lingua oppure di lingue sámi distinte [5].

Nonostante la lunga storia della loro presenza, nelle fonti storiche scandinave i Sámi sono stati spesso descritti con narrazioni distorte e toni esagerati non privi di contraddizioni. Per esempio, le prime descrizioni risalenti all’antichità si basavano su voci e dicerie, che li dipingevano come “selvaggi esotici” o “esseri mostruosi”. Nel 98 d.C., lo storico romano Tacito parlò di un popolo primitivo che sopravviveva di caccia e di pesca, in condizioni estremamente dure: una descrizione che probabilmente si riferiva ai Sámi. Per i mille anni successivi, non si trovano quasi altre testimonianze.

Sámi Fonte: www.slakthistoria.se

Sámi Fonte: www.slakthistoria.se

Lo storico Adamo di Brema scrisse che i Sámi, allora chiamati Skridfinnarne (letteralmente “i sámi sugli sci”), «superavano persino gli animali selvatici nella corsa veloce sulla neve più profonda. Non possono vivere senza neve e gelo. La loro capitale è Helsingaland. Tra loro vivono amazzoni, uomini con testa di cane, ciclopi con un unico occhio sulla fronte […] e altri che si nutrono di carne umana» [6]. 

Nella storiografia successiva, come nell’opera Storia dei popoli nordici di Olaus Magnus, pubblicata a Roma nel 1555 in latino, i Sámi apparivano come un popolo diverso e bizzarro [7], con illustrazioni che li mostravano sugli sci o trainati da renne addomesticate. L’autore contribuì a fissare un’immagine che sarebbe diventata un elemento ricorrente in numerosi racconti secondari sui Sámi in Svezia e altrove [8]. 

Colonizzazione interna e prima ondata di repressione

Le prime testimonianze svedesi dirette riguardanti la Lapponia provengono da pastori che il governo mandò lì nel XVII secolo. Anche in queste descrizioni si insisteva sui loro aspetti strani ed esotici. Ne fu un esempio il reverendo Johannes Thunaeus, che disquisi sull’origine del termine “Lapp” (usato anche in senso dispregiativo, poiché significa “pezza” o “straccio”). Egli lo fece derivare dal finlandese loppu (“fine”), sostenendo che i Lapp fossero «la razza più antica tra tutti i popoli nordici». Un’altra ipotesi legava invece il termine “Same” al russo Samoyed, interpretato come “mangiatore di sé stesso” o cannibale. 

www.digitaltmuseum.n @ Museo Riddo Duottar o

www.digitaltmuseum.n
@ Museo Riddo Duottaroo

Nel Seicento cominciò così a formarsi uno stereotipo fisico: i Sámi venivano descritti di statura bassa e dai capelli scuri. A volte però le descrizioni erano contraddittorie: una fonte, ad esempio, affermava che i Kaitoms lappar (Kaitums lapp) erano alti. Il pastore Nicolai Lundius, di origini sámi, sottolineò come i capelli scuri venissero considerati in maniere differenti dagli svedesi. Qualche voce positiva esisteva comunque: Johannes Körningh scrisse che i Sámi «erano per natura miti e tranquilli, e tra loro raramente scoppiavano liti o conflitti». Un altro pastore, Niurienius di Umeå, li descrisse come un popolo semplice e onesto, non privo di buone maniere: «loro non erano in balia di sentimenti in grado di suscitare o risvegliare tentazioni» [9].

Nello stesso secolo cominciò l’estrazione mineraria in Sápmi, con l’apertura di una miniera d’argento vicino ad Árjepluovve, in Svezia. Le conseguenze per la comunità sámi furono enormi: commercianti e coloni arrivarono dal sud, mentre i Sámi locali venivano cacciati dalle loro case e costretti a lavorare come facchini. La loro resistenza fu repressa con brutalità. Una forma di tortura praticata nei loro confronti divenne tristemente nota: i Sámi venivano trascinati sotto il ghiaccio di un lago gelato, da un buco all’altro, legati con una corda. Molti fuggirono dalla regione e spesso finirono per lavorare come braccianti malpagati o costretti ad arrangiarsi come mendicanti o vagabondi. Termini come fattiglapp (“Lapp povero”) e lapproletariat nacquero in quel periodo.

Se la violenza fisica fu parte integrante della colonizzazione dei Sámi, la privazione della loro spiritualità e dei mezzi di sussistenza ebbe effetti ancora più devastanti. Nel 2004, Victoria Harnesk, dell’Associazione sámi di Stoccolma, dichiarò: «Noi, popolo sámi, non abbiamo subìto un genocidio di sangue, ma un genocidio culturale e “soft”, basato su strumenti nascosti ma efficaci che lo Stato svedese ha usato per rubarci terra, acqua, lingua, religione, identità e possibilità di continuare il nostro stile di vita tradizionale» [10].

Con l’avanzata della colonizzazione interna svedese verso il Nord, a partire dal Medioevo, le pressioni culturali ed economiche sui Sámi si intensificarono. Tra il XVII e il XIX secolo, lo Stato svedese e la Chiesa giustificarono le loro ingerenze con il pretesto della “civilizzazione” e dell’“assimilazione culturale”. La Chiesa luterana ebbe un ruolo centrale: da un lato istituì collegi e scuole residenziali per i bambini sámi, dove l’insegnamento avveniva solo in svedese, interrompendo così la trasmissione della lingua madre e delle tradizioni; dall’altro lato, con la modifica dei riti funebri e la distruzione di alcuni cimiteri, aprì la strada agli studi razziali e alla raccolta di resti umani [11]. Questa alleanza tra istituzioni religiose, scientifiche e statali ridusse i Sámi da “cittadini uguali” a “oggetto di ricerca”. Fu in questo contesto che, all’inizio del XX secolo, i movimenti come i progetti di “biologia razziale” di Herman Lundborg trovarono ampio sostegno strutturale. 

Chiesa svedese Fonte: www.Svenskakyrkan.se Nome del fotografo:

Chiesa svedese
Fonte: www.Svenskakyrkan.se

Cristianizzazione forzata e repressione dei culti indigeni

All’inizio del XVII secolo, per rafforzare il controllo statale sui Sámi, vennero nominati pastori luterani e costruite chiese. Come in altre parti della Svezia, nessuna deviazione dagli insegnamenti luterani era tollerata, e i Sámi furono vittime di una delle più dure campagne di cristianizzazione forzata. I pastori divennero la leva applicativa della strategia dello Stato in Lapponia: leggevano le lettere reali dal pulpito, registravano i dati anagrafici dei Sámi e, insieme ai giudici, presiedevano i processi quando i Sámi erano accusati di reati contro la religione o la morale. Le autorità pretendevano che i Sámi seguissero le regole ecclesiastiche per battesimi, matrimoni e nei funerali. Furono create scuole per formare pastori e insegnanti sámi che potessero operare tra la popolazione nomade.

La religione sámi fu condannata e perseguita. Le campagne condotte dai pastori funzionavano come veri e propri programmi di cristianizzazione forzata. I Sámi dovevano partecipare alle attività ecclesiastiche ed erano soggetti a interrogatori domestici. I matrimoni combinati e le relazioni prematrimoniali, comuni tra loro, venivano considerate crimini morali puniti con multe. Le pratiche spirituali sámi, basate sul culto di più divinità, venivano bollate come idolatria. Gli stati di estasi e trance erano associati alla stregoneria, e chi ne faceva uso era visto come alleato del demonio.

La Chiesa istituì circa cinquanta processi per stregoneria e superstizione intentati contro i Sámi in Lapponia tra il 1639 e il 1749. Venivano inviati funzionari per confiscare i tamburi sacri e distruggere i luoghi di sacrificio, e si chiedeva che i bambini fossero allontanati dalle famiglie e collocati in collegi religiosi. La paura delle autorità divenne parte della vita quotidiana di molti Sámi. Eppure, la conversione non procedeva alla velocità desiderata: il nomadismo era visto come un ostacolo, e molti pastori temevano persino di essere influenzati dalla magia sámi.

Tamburo Sámi Fonte: www.flickr.com

Tamburo Sámi Fonte: www.flickr.com

Nel 1685, quando giunsero al governo denunce sulla persistenza delle pratiche tradizionali, si propose di avviare processi esemplari con pene severe. Uno dei condannati fu Lars Nilsson, sámi accusato di idolatria: ignorò gli avvertimenti a rinunciare alla sua fede, e per questo fu condannato a morte e bruciato vivo insieme al suo tamburo e alle sue divinità. Tra gli elementi più perseguitati ci fu l’uso del tamburo rituale. Per i Sámi era un oggetto sacro, usato nei riti sciamanici per entrare in trance e guidare la comunità nello stesso stato. Poiché il tamburo continuava a essere usato anche dopo la conversione ufficiale, divenne simbolo di resistenza spirituale e per questo le autorità lo combatterono con forza. I Sámi che lo utilizzavano venivano denunciati ai tribunali locali. Le pene più comuni erano multe o detenzione, ma chi non poteva pagare subiva punizioni corporali. Commissioni speciali indagarono sull’ampiezza di questa pratica: in un’inchiesta del 1688 a Jokkmokk, 35 Sámi “confessarono” di aver usato il tamburo, “sedotti dagli antenati”, e furono costretti a consegnarli. Alcuni tamburi vennero distrutti, altri inviati a Stoccolma.

L’ultima sentenza capitale legata a un tamburo sámi risale al 1730, per pratiche considerate idolatriche. Da allora si affermò che il tamburo era stato eliminato. Ancora oggi, questi strumenti sono chiamati con disprezzo trolltrumman (“tamburi dei troll”). L’impatto devastante della loro repressione è evidente dal modo in cui i Sámi moderni raccontano la loro storia, dividendo la memoria collettiva in due epoche: “il tempo del tamburo”, quando era ancora possibile usarli liberamente, e il periodo successivo, in cui furono proibiti [12]. 

Tamburo Sámi Fonte: www.flickr.com

Tamburo Sámi Fonte: www.flickr.com

«Il Lappo deve restare Lappo»

Tra gli uomini di Chiesa che gestivano le scuole nomadi, esisteva un pensiero razziale ben definito. Questi istituti erano creati per assimilare culturalmente i Sámi e separarli dalla popolazione svedese. Tre vescovi luterani ebbero un ruolo chiave nella fondazione e gestione di queste scuole, sostenendo di fatto il progetto di assimilazione: Olof Bergqvist, Vitalis Karnell (ispettore delle scuole nomadi) e Georg Bergfors (direttore della scuola teologica dei nomadi). Bergqvist e Bergfors erano entrambi legati all’Istituto di Biologia Razziale di Uppsala. Questa visione si basava su due idee principali. Primo: i Sámi nomadi dovevano restare isolati dalla “civiltà” e ricevere un’educazione considerata adatta al loro stile di vita. Secondo: i Sámi senza renne sarebbero “scomparsi” come popolo, assimilati completamente nella maggioranza svedese. Questa gerarchia culturale alimentò la politica nota come “Il Lappo deve restare Lappo”, una combinazione di socialdemocrazia e razzismo.

L’idea era che i Sámi fossero incapaci di vivere stabilmente e modernamente; per sopravvivere dovevano quindi essere “protetti” dalla civiltà. La soluzione politica fu la segregazione: nel 1913 nacque la scuola nomade, destinata ai figli degli allevatori di renne, per mantenerli nello stile di vita tradizionale. (Foto 6) Una delle frasi più famose di Bergqvist, tratta dalle sue lettere del 1904, recitava: «Per quanto riguarda i Lapp nomadi… l’esperienza dimostra che è dannoso per loro tentare di introdurre un livello superiore di civiltà» [13]. 

: Olof Bergqvist

: Olof Bergqvist

Anche le parole di Vitalis Karnell sui Sámi rivelano il razzismo del tempo: «Bisogna trasformarli in persone morali, semplici e con un’istruzione di base, ma non permettere loro di assaggiare la civiltà, perché in quel caso… non riceveranno mai la benedizione. Il Lappo deve restare Lappo» [14]. Così la Chiesa ebbe un ruolo diretto in politiche che ancora oggi si riflettono nelle leggi sui diritti di pascolo, basate su pensieri razziali e darwinismo sociale [15].

Esistono testimonianze scioccanti sul legame tra le scuole nomadi e la biologia razziale, documenti conservati nelle università svedesi. Katarina Pirak Sikko, analizzando archivi fotografici e documenti di Umeå, Uppsala e Carolina Rediviva, ha pubblicato nel 2017 l’articolo Può il dolore essere ereditario? nel volume Sápmi i ord och bild II (Sápmi in parole e immagini II) curato da Kajsa Andersson. Durante le sue ricerche, Kajsa scoprì che anche il padre di suo marito era stato vittima di questi studi nel 1923. Le foto mostrano bambini sámi nelle scuole nomadi costretti a spogliarsi completamente al freddo per essere fotografati e misurati dai ricercatori di biologia razziale. Documenti testimoniano anche teste rasate per misurare i crani, divieti di parlare la lingua madre, l’esposizione dei Sámi nelle mostre e molte altre umiliazioni che raccontano il loro dolore storico [16].

Una scena del film Sameblod (Sangue Sámi)

Una scena del film Sameblod (Sangue Sámi)

Queste pratiche — come lo spogliare intere classi di bambini — si ripeterono in diverse scuole nomadi di Svezia e Norvegia. Nel 2015 ispirarono il film Sangue Sámi (Sameblod) diretto da Amanda Kernell, lei stessa sámi, oggi disponibile su Netflix. Il film, accolto con entusiasmo in tutto il mondo, racconta la storia di una ragazza sámi che, insieme alla sorella, viene mandata con la forza in una scuola nomade. Qui lei e gli altri bambini sono costretti a spogliarsi per permettere ai ricercatori di misurare e fotografare i loro corpi nudi. Umiliata da questo trattamento, la giovane decide di rinnegare la propria identità sámi, abbandonando famiglia e comunità. Ma anche in città non riesce a nascondere le sue origini, e la società svedese la tratta comunque come un’“altra”, una cittadina di seconda classe.

È chiaro che nelle scuole nomadi i biologi razziali, con l’aiuto dei pastori locali che avevano accesso a tutte le informazioni sulla popolazione, potevano raccogliere facilmente crani, fotografie e campioni di sangue senza incontrare resistenza o dover spiegare nulla. L’Istituto Nazionale di Biologia Razziale, autorizzato dal Parlamento svedese, agiva con tono autoritario e comunicava alle scuole solo spiegazioni vaghe sulle sue attività.  

I mercanti dello spettacolo a caccia dello straordinario nei Sámi!

Nel pieno delle ricerche e delle classificazioni razziali in Europa e in America, i Sámi di Svezia non furono solo oggetto di studio, ma divennero anche fonte di guadagno per i commercianti dell’industria dell’intrattenimento in tutta la Svezia e nel continente. Le esibizioni erano spesso accompagnate da “certificati di autenticità” rilasciati da scienziati che talvolta partecipavano essi stessi agli spettacoli.

: Christina katarina Larsdotter (Stor-Stina) Fonte: Museo Nordiska

:Christina katarina Larsdotter (Stor-Stina)
Fonte: Museo Nordiska

Il commercio del sorprendente era ormai un’attività ben avviata, che includeva nani, ermafroditi, “popoli esotici” come gli Hottentot, gli Inuit o i “pellerossa” americani. Nel XIX secolo questi tour attirarono milioni di spettatori. A metà secolo, una ragazza sámi di Västerbotten, Christina katarina Larsdotter, conosciuta come “Stor-Stina”, fu esibita come “la donna più alta del mondo” accanto a una donna sámi nana, in diverse città della Svezia e d’Europa. Si dice che fosse alta 2,07 metri. Un contabile di Stoccolma, con il sostegno di commercianti di Skåne, firmò con lei e con altri sette Sámi un contratto per un tour biennale in Europa. 

Ma “Stor-Stina”, la gigante sámi, ebbe un destino tragico. Tornata a casa dei genitori, morì di cancrena a 35 anni. Dopo la sua morte, il corpo fu riesumato e inviato via nave da Umeå all’Istituto Karolinska di Stoccolma, che ne aveva fatto un’offerta. Per molto tempo si credette che i suoi resti fossero stati distrutti in un incendio all’inizio del 1890, insieme ad altri resti sámi conservati all’Istituto. Nel 2024, invece, le sue ossa furono restituite alla chiesa e all’associazione sámi di Malå, e dopo 170 anni fu finalmente sepolta con una cerimonia ufficiale [17].

In quegli anni i Sámi e le loro renne venivano esibiti nei circhi, nei parchi di divertimento e negli zoo. Si potevano vedere a Vienna, Budapest, Parigi ed Edimburgo. Alcuni morivano durante i viaggi, altri cadevano nell’alcolismo e venivano abbandonati dai loro impresari. Erano trasportati come animali e costretti a stare ore sotto lo sguardo curioso del pubblico.

Sámi Kota Fonte: www.slakthistoria.se

Sámi Kota Fonte: www.slakthistoria.se

Anche la Svezia, come le potenze coloniali mostrava i “propri indigeni” alle Esposizioni universali per celebrare la grandezza dell’impero, decise di esporre Sámi (veri o semplici svedesi in costume tradizionale) con le renne nei padiglioni nazionali: a Vienna nel 1873, a Parigi nel 1878 e a Chicago nel 1893. I Sámi comparvero anche a Londra, all’esposizione dell’Esercito della Salvezza del 1896, e furono esibiti in diversi zoo europei. Nel 1890 nacquero persino campi-lapponi, dove i visitatori potevano vedere una famiglia sámi “dal vivo”, entrare nelle loro capanne (senza permesso!) e guardare le renne trainare i bambini sulle slitte. 

Queste esibizioni continuarono fino agli anni trenta, quando — dopo vari scandali legati all’alcol e al maltrattamento delle renne — il giornale Same-folket chiese al Ministro della Giustizia di inserire nel codice penale un divieto esplicito contro quelli che definiva comportamenti degradanti verso persone e animali [18]. 

Dall’igiene razziale alla biologia razziale

All’inizio del XX secolo, con l’ascesa delle ideologie suprematiste in Europa, anche la Svezia divenne un centro importante della cosiddetta biologia razziale. Questa disciplina, oggi riconosciuta come pseudoscienza, cercava di classificare i gruppi umani misurando crani, fotografando corpi e registrando caratteristiche fisiche, stabilendo gerarchie tra le “razze”. Questo movimento, come vedremo, riuscì ad attirare alcuni dei più noti scienziati, politici e uomini di Chiesa del tempo.  

Misurazione del cranio

Misurazione del cranio

L’inizio del saccheggio dei cimiteri

Dalla metà del XIX secolo i Sámi divennero oggetto di una vera e propria ossessione per le misurazioni, spesso condotte in modo brutale. Grazie al monopolio informativo della Chiesa sulla popolazione sámi, per lungo tempo il dibattito sul “diverso” (i Sámi) si concentrò su usi e religione; ma con l’avanzare della scienza l’attenzione si spostò sui loro corpi.

Già alla fine del XVII secolo, Olof Rudbeck sosteneva che le misure fisiche dei Sámi e la presunta somiglianza tra la lingua sámi e l’ebraico (!) indicassero che essi fossero discendenti dei pigmei e appartenessero alle “tribù perdute di Israele”. Carl von Linné, uno dei più importanti scienziati del mondo, propose un cliché fisico dei Sámi: bassi, con capelli lisci e neri e occhi scuri. Cent’anni dopo iniziarono gli studi sui loro crani.

Gustaf Retzius sta misurando un uomo sámi

Gustaf Retzius sta misurando un uomo sámi

Queste ricerche si basavano sulle teorie non dimostrate di scienziati convinti che le qualità morali, intellettuali e persino le capacità culturali e sociali fossero legate alla forma del cranio. Tra i più noti, l’antropologo Anders Retzius e suo figlio Gustaf Retzius, che pensava di aver trovato le prove della “ristrettezza mentale” dei Sámi. Secondo le loro conclusioni, i Sámi dai “capelli corti” sarebbero stati la popolazione originaria della Scandinavia, forse addirittura di tutta Europa. Per rafforzare le loro ipotesi si richiamavano ai giudizi di pastori lapponi che descrivevano i Sámi come “inadatti alla guerra, furbi, ingannevoli”, caratteristiche che venivano associate ai nani e agli gnomi del folklore.

Anders Retzius, uno dei pionieri della misurazione del cranio

Anders Retzius, uno dei pionieri della misurazione del cranio

Queste idee furono diffuse tra la popolazione anche attraverso i primi libri scolastici, come il Läsebok för folkskolorna (1862). Con l’opera di Anders Retzius, la craniometria divenne una disciplina autonoma che attrasse seguaci in molti Paesi. Fu l’inizio del saccheggio sistematico dei resti umani, compresi quelli dei cimiteri sámi. 

Nella seconda metà dell’Ottocento questo fenomeno si trasformò in una sorta di “turismo etnografico”: ricercatori da tutta Europa si recavano in Lapponia per osservare, misurare, fotografare, fare calchi dei corpi Sámi e dissotterrare i resti dei loro antenati. Tutto ciò avveniva con la collaborazione delle autorità svedesi. Uno dei collaboratori fu Lars Levi Laestadius, naturalista di Karesuando, che in lettere ad anatomisti di Stoccolma discuteva persino di come tagliare la testa di un bambino defunto. In una spedizione si raccolsero diversi sacchi di crani e ossa; in un altro caso, studiosi lamentavano i costi troppo alti per acquistare parti del corpo e la difficoltà di ottenerle a causa delle “superstizioni sámi”. 

È facile immaginare la reazione dei Sámi di fronte a questa attività morbosa. Persino Gustaf Retzius, pur essendo uno dei protagonisti, ammise con una certa condiscendenza: «Anche i selvaggi più infimi sono “nostri fratelli”; non possiamo andare per boschi e fattorie e trattarli come animali selvatici, nemmeno una volta, nemmeno per il più alto scopo scientifico» [19] .

: Instituto Karolinska, Una delle università che conserva i cadaveri dissepolti dai cimiteri.

Instituto Karolinska, Una delle università che conserva i cadaveri dissepolti dai cimiteri

L’Istituto di Biologia Razziale: dalla sterilizzazione forzata dei Sámi al declino

All’inizio del XX secolo, l’idea che l’“eugenetica” (riparazione razziale) potesse migliorare biologicamente la società guadagnò enorme popolarità tra accademici e legislatori, soprattutto in Europa del Nord e negli Stati Uniti. Dieci anni dopo la fondazione della Società Svedese di Eugenetica (1909), nel 1922 il Parlamento svedese istituì a Uppsala il primo Istituto Statale di Biologia Razziale

: Instituto Karolinska, Una delle università che conserva i cadaveri dissepolti dai cimiteri.

Il primo Istituto statale di biologia razziale, Università di Upsala

La sua missione era definire la “natura razziale” della popolazione svedese, con particolare attenzione alla “purezza nordico-germanica”. Nel Regno Unito e negli Stati Uniti esistevano già istituti finanziati da privati, ma quello svedese fu il primo al mondo ad avere un carattere ufficiale, conferendo così legittimità scientifica alle teorie sulle “razze umane” e le gerarchie sociali. In area germanofona, proprio negli anni in cui cresceva il nazismo, l’istituto di Uppsala promosse l’ideale dell’uomo nordico, biondo e dagli occhi azzurri, sostenendo che tale “razza nordica” fosse reale e di importanza storica globale [20].

Il direttore e figura chiave fu Herman Lundborg, medico e antropologo svedese. Sotto la sua guida, l’istituto raccolse enormi quantità di dati e fotografie per tracciare la composizione razziale di circa 100.000 svedesi. Con fondi statali e la collaborazione delle università, condusse ricerche sul campo nelle aree sámi e riesumò resti umani dai cimiteri per analizzarli in laboratorio. I Sámi, così, vennero ridotti da “cittadini” a semplici “campioni di ricerca”. 

Herman Lundborg, Il direttore delle più ampie ricerche razziali del ventesimo secolo

Herman Lundborg, Il direttore delle più ampie ricerche razziali del ventesimo secolo

Lundborg sosteneva che la mescolanza tra razze corrompesse la natura del popolo. Per questo lui e i suoi collaboratori viaggiarono in tutta la Svezia per misurare crani, fotografare corpi e classificare le persone secondo l’appartenenza razziale. Negli anni venti furono analizzati oltre 100.000 svedesi e circa 3.000 Sámi: dai pazienti degli ospedali psichiatrici alle infermiere, soldati di leva, criminali e persone con disabilità intellettive.

Sempre negli anni ’20, sotto l’influenza dell’istituto, prese forma l’idea di sterilizzare chi non fosse in grado di mantenere sé stesso o i propri figli, così da “alleggerire” i costi del welfare e favorire la riproduzione delle classi considerate più adatte. A subirne maggiormente furono le donne, e tra le vittime vi furono anche numerosi Sámi. La legge sulla sterilizzazione fu introdotta nel 1934, ampliata nel 1941 e rimase in vigore fino agli anni ’70. Nel periodo complessivo furono effettuate 63.000 sterilizzazioni forzate [21].   

Misurazione del cranio

Misurazione del cranio

Il vescovo politico, la Chiesa e i biologi razziali

Nei capitoli precedenti si è parlato del ruolo della Chiesa e dei pastori luterani — tra cui il vescovo Olof Bergqvist — nella fondazione e gestione delle scuole nomadi. Va però sottolineato che Bergqvist aveva convinzioni di biologia razziale ben prima che Herman Lundborg diventasse direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia Razziale. Il suo entusiasmo per le idee eugenetiche, la sua influenza politica e le reti ecclesiastiche probabilmente aiutarono Lundborg a fondare l’istituto e portare avanti le proprie ricerche. Nonostante non ci siano prove di contatti diretti tra i due, nulla indica che Bergqvist ritenesse Lundborg in errore o che immaginasse un ruolo diverso per la Chiesa di Svezia. Anzi, quest’ultima collaborò attivamente con i biologi razziali nelle esumazioni e nella raccolta di resti sámi [22] .

L’antisemitismo

Quando l’istituto iniziò la sua attività, in Svezia esisteva una tradizione antisemita piuttosto radicata. Diversi ricercatori hanno notato che Herman Lundborg esprimeva idee fortemente antisemite sia in lettere private che in articoli di giornale. La questione che resta aperta è perché gli ebrei svedesi, negli anni d’oro dell’eugenetica (dal 1910 alla metà degli anni ’30), siano stati raramente oggetto di studi eugenetici. Come visto, Lundborg e i suoi colleghi si concentrarono invece sul campionamento degli uomini svedesi in generale e, in particolare, sui Sámi. L’analisi delle sue lettere rivela che egli credeva nel presunto dominio ebraico sui media mondiali e temeva che gli ebrei avrebbero sabotato le ricerche dell’istituto [23]. 

Fonte: Sámsdiggi, www.sameninget.se  (ph. Marieh Enoksson)

Fonte: Sámsdiggi, www.sameninget.se
(ph. Marieh Enoksson)

La fine della Seconda guerra mondiale e il crollo delle basi scientifiche della biologia razziale

Dopo il pensionamento di Lundborg, la direzione passò a Gunnar Dahlberg, critico feroce della biologia razziale come disciplina scientifica. L’istituto mantenne lo stesso nome ma di fatto si concentrò sulla genetica medica e medicina sociale. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, il mondo poté osservare le conseguenze delle politiche eugenetiche e razziali. Nel dopoguerra, il clima scientifico cambiò e la biologia razziale perse progressivamente legittimità. Tuttavia, i resti di molte vittime continuarono a essere conservati in università e musei.

Cinque anni dopo la fine del conflitto, nel 1950, l’ONU abolì ufficialmente il concetto di “razza”. Nel 1958 l’Istituto di Biologia Razziale fu chiuso definitivamente e trasformato nel Dipartimento di Etica Medica [24].  

: Cimitero Akamella Fonte: Sámsdiggi, www.sameninget.se  Nome del fotografo: Emma Berkman

Cimitero Akamella
Fonte: Sámsdiggi, www.sameninget.se
(ph. Emma Berkman)

La restituzione dei resti e le scuse ufficiali

Grazie all’impegno delle associazioni locali, dei parlamentari sámi e della Chiesa di Svezia, negli ultimi decenni decine di corpi sottratti oltre un secolo fa dai cimiteri sámi e trasferiti in università svedesi e finlandesi sono stati restituiti e sepolti con onore. L’episodio più recente è la cerimonia nel cimitero di Akamella, il 18 agosto 2024. La trasmissione di un documentario sull’evento da parte della televisione pubblica svedese SVT ha riaperto il dibattito sul passato della biologia razziale. 

Nel 1878 Edvard Pfaler, uno studente di medicina finlandese, trafugò circa 25 crani dal cimitero abbandonato di Akamella per scopi “scientifici” e li portò all’Università di Helsinki. Dopo più di un secolo, lo stesso luogo è divenuto teatro di un atto simbolico: la restituzione di una parte di quei resti. Alla cerimonia parteciparono rappresentanti della comunità sámi, autorità governative, ricercatori, attivisti culturali e membri della Chiesa di Svezia. (foto 22) Il pastore presente chiese perdono a nome della Chiesa e gettò terra sulle bare. Non era solo la restituzione di corpi, ma di un pezzo di dignità e di diritto storico a un popolo [25]. Bengt Niska, presidente dell’associazione nazionale STR-T, ha dichiarato davanti a 250 persone: «È un giorno storico che tocca anche la comunità Meänkieli. È una storia oscura, ma resta un giorno di gioia. Ciò che è stato fatto allora era sbagliato. Quelle persone furono trattate da oggetti di ricerca, ma oggi vogliamo che riposino in pace» [26].

Cimitero Akamella Fonte: www.minoritet.se  (ph. Lotta Nybery)

Cimitero Akamella
Fonte: www.minoritet.se
(ph. Lotta Nybery)

La restituzione dei crani fa parte di un percorso iniziato negli anni ’90 con scuse ufficiali, commissioni d’inchiesta storica e un nuovo approccio della Chiesa. Un percorso coerente con documenti internazionali come la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni, che garantisce il diritto alla restituzione dei resti ancestrali e alla tutela del patrimonio culturale, benché la Svezia non abbia ancora ratificato tutte le convenzioni sui diritti degli indigeni.

Sul piano politico, questi eventi offrono al governo svedese un’occasione per rispondere concretamente alle critiche mosse negli ultimi anni da organismi internazionali e partiti interni. Sul piano sociale, hanno un forte valore simbolico per il rafforzamento dell’identità collettiva sámi. I giovani, che sono rimasti spesso ignari di questo capitolo oscuro a causa della scarsa attenzione nell’istruzione scolastica, sono una speranza per riuscire a ricostruire la memoria storica.  Tuttavia, molti attivisti a favore delle minoranze avvertono che queste azioni, per quanto importanti, non devono sostituire le politiche concrete che assicurino la restituzione delle terre tradizionali, la salvaguardia delle lingue a rischio e la riforma delle strutture discriminatorie. In altre parole, la giustizia simbolica deve camminare insieme a quella effettiva per assumere un significato pieno. 

Cimitero Akamella Fonte: www.minoriet.se  (ph. Lotta Nybery)

Cimitero Akamella
Fonte: www.minoriet.se
(ph. Lotta Nybery)

La situazione attuale dei Sámi in Svezia

Oggi i Sámi dispongono di un parlamento proprio, hanno rappresentanza legale, hanno mantenuto l’insegnamento della loro lingua madre e possiedono media indipendenti. Tuttavia, la discriminazione strutturale persiste sotto diversi aspetti: accesso limitato alle risorse, persistenza delle violazioni nelle loro terre tradizionali e forme raffinate di esclusione sociale. La legislazione sui Sámi resta nelle mani dei governi nazionali, mentre i parlamenti sámi in Svezia e negli altri Paesi hanno solo un ruolo consultivo [27]. 

Si registrano ancora numerosi episodi di razzismo e violenza, soprattutto nelle scuole [28] e contro i giovani [29]. Il razzismo, i crimini d’odio e l’incitamento all’odio contro i Sámi restano questioni molto gravi, tanto che Amnesty International, in vista delle elezioni parlamentari sámi del 18 maggio 2025, ha chiesto a tutti i partiti: «In che modo il vostro partito affronterà la questione del razzismo contro i Sámi nel prossimo mandato parlamentare?» [30]

Amnesty Sápmi, www.amnestysapmi.se  (ph. Anders Lowdin)

Amnesty Sápmi, www.amnestysapmi.se
(ph. Anders Lowdin)

In generale, la storia dei Sámi in Svezia riflette un percorso di colonizzazione interna e resistenza culturale. Le politiche di assimilazione, le restrizioni economiche, l’espropriazione delle terre e le discriminazioni legali hanno posto questa comunità in una posizione difficile. Dall’altro lato, l’organizzazione sociale, la difesa della lingua e della cultura e l’impegno politico a livello nazionale e internazionale mostrano che la resistenza di questa minoranza continua. (foto 25) Conquiste come la creazione del parlamento sámi rappresentano successi parziali, anche se rimangono forti le sfide politiche, economiche e ambientali. Il futuro della comunità dipenderà dalla capacità di bilanciare lo sviluppo economico con la tutela del patrimonio culturale e naturale.

Sámsdiggi, www.sameninget.se  (ph. Anders Lowdin)

Sámsdiggi, www.sameninget.se
(ph. Anders Lowdin)

Conclusioni

Da quanto esposto emerge chiaramente che la questione dello Stato-nazione e dell’identità nazionale, nel mondo contemporaneo, può essere ridefinita in modo costruttivo solo se si confronta criticamente con le realtà politiche e sociali odierne. L’esperienza storica dimostra che le idee razziste non si limitano a gruppi marginali, ma possono coinvolgere ampie fasce della società, fino a raggiungere le élite scientifiche e culturali. Ciò rappresenta una minaccia costante alla convivenza e allo sviluppo sostenibile. Per questo la vigilanza resta fondamentale. Prevenire e contrastare tali dinamiche significa, da un lato, rafforzare un’educazione critica e storicamente consapevole nelle scuole, per proteggere le nuove generazioni dalla riproduzione di ideologie distruttive; dall’altro, orientare le politiche pubbliche verso una maggiore uguaglianza sociale, la tutela dei diritti delle minoranze e la promozione del dialogo interculturale.

Solo con queste azioni sarà possibile resistere alla rinascita dei movimenti razzisti e sviluppare una concezione di Stato-nazione fedele alla diversità umana e capace di rispondere in modo realistico alle sfide globali di oggi. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
 Note
[1]. Carlsson, Helena, Same och Lapp I Tid och Otid (Same e Lapp nel tempo e fuori tempo). Editore Ord&Visor, Shellefteå, 2006: 105.
[2]. Faktablad – Rasbiologi , Långa skallar och korta samer (Teschi lunghi e Sami bassi). Aggiornamento 22 Febraio 2022. Disponibile su: https://samer.se/3684
[3]. SVT, Inblick: Hem till Akamella (Uno sguardo: A casa ad Akamella). Sveriges Television, Stoccolma, 4 Ottobre 2024. Disponibile su: https://www.svtplay.se/video/jMdmXXM/inblick/inblick-hem-till-akamella-svenska
[4]. United Nations, United Nations Declaration on the Rights of Indigenous People (61/295) (Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni), 13 Settembre 2007:8, 14. Disponibile su: https://www.un.org/esa/socdev/unpfii/documents/DRIPS_it.pdf  
[5],[27]. Kuhn, Gabriel,  Liberating Sápmi: Indigenous Resistance in Europe’s Far North (Liberare Sápmi: Resistenza indigena nell’estremo nord d’Europa). Editore PM Press, USA, 2020: 5,23.
[6],[7],[9],[12]. Catomeris, Christian, Sverige och Sápmi (Svezia e Sápmi). Editore Creol, Polonia, 2024: 6-9, 11-15, 20-31.
[8],[18],[19]. Catomeris, Christian, Renen, ackjan och samen (La renna, la slitta e il Sámi). Editore Creol, Polonia, 2024: 58, 33-42.
[10]. Kuhn, Gabriel, Liberating Sápmi: Indigenous Resistance in Europe’s Far North (Liberare Sápmi: Resistenza indigena nell’estremo nord d’Europa). Editore PM Press, USA, 2020: 8.
[11]. Fur, Gulög, Kolonisation och kulturmöten under 1600- och 1700-talen (Colonizzazione e incontri culturali nel XVII e XVIII secolo), Traduzione Miliana Baer, 2025. Disponibile su: https://svenskskyrkan.se/filer/8%20fur.pf
[13]. SVT Nyheter, Härnösandsbon Erik-Oscar Oskarsson om kyrkans historiska ursäkt till samerna:“Nästan så att jag gråter” (L’habitante di Härnösand Erik-Oscar Oskarsson sulla storica scusa della Chiesa ai Sami: “Quasi piango”). Aggiornamento 24 Novembre 2021, Disponibile su: https://www.svt.se/nyheter/lokalt/vasternorrland/same-och-prast-hor-harnosandsbon-erik-oscar-oscarsson-om-den-historiska-dagen-nastan-sa-att-jag-grater
[14]. Karnell, Vitalis, Lapparna och civilisationen (I Lapponi e la civiltà). Editore Dagny, 1906: 47–48.
[15]. Oskarsson, Erik-Oscar, Rastänkande och särskiljande av samer (Il pensiero razziale e la distinzione dei Sami), 2025:956. Disponibile su: https://svenskskyrkan.se/filer/29%20Oscarsson.pf
[16]. Andersson, Kajsa, Sápmi i ord och bild II (Sápmi in parole e immagini II). Editore On Line Förlag AB, Svezia, 2017:131.
Inoltre: Pirak Sikku, K,  Konst och Rasbiologisk forskning; Kan Sorg Ärvas? (Arte e ricerca razzobiologica; Il dolore può essere ereditato?).
[17]. Hofsten, Ingela, Stina slutade aldrig att växa (Stina non smise mai di crescere). Aggiornamento 25 Settembre 2024. Disponibile su: http://samer.se/3879
[20]. Hagerman, Maja, Rasbiologen Herman Lundborgs gåta (L’enigma del razzista Herman Lundborg). I: Sápmi i ord och bild II (Sápmi in parole e immagini II). Editore On Line Förlag AB, Svezia, 2017: 135.
[21]. Carlsson, Helena, Same och Lapp I Tid och Otid (Same e Lapp nel tempo e fuori tempo). Editore Ord&Visor förlag, Skellefteå, 2006:.102–104.
[22].Amnesty Sápmi, Biskop Olof Bergqvist och Svenska Rasbiologi (Il vescovo Olof Bergqvist e la biologia razziale svedese). Pubblicato 11 Luglio 2021. Disponibile su: https://amnestysapmi.se/biskop-olof-bergqvist-och-den-svenska-rasbiologin/
[23]. Ericsson, Martin, Historik Forskning Om Rasism Och Främlingsfientlighet I Sverige (Storia della ricerca sul razzismo e la xenofobia in Svezia). Historiska institutionen vid Lunds universitet. Rapport till Forum för levande historia (Istituto Storico dell’Università di Lund. Rapporto al Forum per la storia vivente), 15 Aprile 2016:203. Disponibile su: https://www.levandehistoria.se/sites/default/files/material_file/historisk_forskning_om_rasism_och_framlingsfientlighet_i_sverige.pdf
[24].Wistrand, Kersti, Genetik i Sverige del 2: Herman Lundborg (Genetica in Svezia parte 2: Herman Lundborg). Humanism & Kunskap sito web, 30 Maggio 2018. Disponibile su: https://humanismkunskap.org/2018/05/30/den-svenska-rasbiologin-del-2-herman-lundborg/
[25]. Lindh, Margaretha, Akamella ödekyrkogård – återbegravning av mänskliga kvarlevor (Il cimitero abbandonato di Akamella – la riesumazione dei resti umani). Commissione Europea, 30 Ottobre 2024. Disponibile su: https://epale.ec.europa.eu/sv/blog/akamella-odekyrkogard-aterbegravning-av-manskliga-kvarlevor
[26].Svenska kyrkan, Äntligen fick de komma tillbaka till Akamella (Finalmente hanno potuto tornare ad Akamella). Pubblicato 19 Agosto 2024. Disponibile su: https://www.svenskakyrkan.se/luleastift/nyheter/antligen-fick-de-komma-tillbaka-till-akamella
[28]. Enoksson, Marie, Hur drabbas samer av rasism? (Come sono colpiti i Sami dal razzismo?). Pubblicato 9 Maggio 2025. Disponibile su: https://sametinget.se/1864
[29]. Skoglund, Jonny, Rasism mot unga samer (Razzismo contro i giovani Sami). Pubblicato 31 Marzo 2025. Disponibile su: https://sametinget.se/4778
[30]. Amnesty Sápmi, Hatspråk Och Hatbrott Mot Samer Är Högaktuellt. Vad Vill Sametingspartierna? (Discorsi d’odio e crimini d’odio contro i Sami sono di grande attualità. Cosa vogliono i partiti del parlamento Sami?). Pubblicato 25 Marzo 2025. Disponibile su: https://amnestysapmi.se/hatsprak-och-hatbrott-mot-samer-ar-hogaktuellt-vad-vill-sametingspartierna/

______________________________________________________________

Masoud Hooshmandrazavi, master in scienze della comunicazione sociale presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università Allameh Tabataba’, laurea in giornalismo con specializzazione in scienze strategiche presso la Facoltà di Notizie dell’Università scientifica e applicata.  Membro del consiglio di amministrazione dell’Iranian Journalists’ Guild (Association of Iranian Journalists-AOIJ), dal 1992 ha lavorato come giornalista, reporter, editorialista e membro del consiglio di redazione di diverse testate iraniane, : .dedicandosi anche all’organizzazione  e al rafforzamento delle ONG, idelle organizzazioni giornalistiche e sindacal.

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>