Introduzione: riconcettualizzare la frontiera nel mondo contemporaneo
La frontiera, nel contesto globale odierno, si manifesta come un concetto intrinsecamente dinamico e profondamente sfaccettato, ben oltre la sua tradizionale interpretazione di semplice demarcazione geografica. Essa è, in realtà, una figura complessa, una soglia e una discontinuità, che si configura simultaneamente come un dispositivo mobile, uno spazio ibrido e una zona grigia. Questa fluidità e la sua natura intrinsecamente contesa pongono le basi per un’indagine critica e multidimensionale che di seguito cercherò di sviluppare, esplorando come la frontiera operi non solo come barriera o punto di controllo, ma anche come luogo di negoziazione identitaria, di produzione di disuguaglianze e di reinscrizione continua di poteri, norme e soggettività. Attraverso un’analisi che intreccia prospettive geopolitiche, culturali e sociali, intendo mettere in luce le tensioni e le ambivalenze che rendono la frontiera un nodo cruciale per comprendere le trasformazioni contemporanee del mondo globale.
Storicamente, la frontiera ha subìto una profonda trasformazione, evolvendo da un tracciato cartografico a un’infrastruttura immateriale di controllo e selezione. Questo cambiamento indica che i confini non operano più esclusivamente su territori fisici o mari, ma si estendono attraverso sistemi di conoscenza, flussi di dati e processi amministrativi che categorizzano e gestiscono la mobilità umana. Tale evoluzione implica una ridefinizione fondamentale della sovranità e del potere statale, che si sposta dalla tradizionale territorialità a meccanismi di governance pervasivi, spesso invisibili, che agiscono sui corpi e sulle informazioni. Il controllo diventa anticipatorio e diffuso, influenzando gli individui ancor prima che intraprendano un viaggio, e il potere statale si concentra meno sulla difesa di una linea e più sulla gestione globale delle popolazioni. Ciò rende qualsiasi resistenza al sistema particolarmente ardua, poiché i meccanismi di controllo sono intangibili e distribuiti.
Partendo da questi assunti, lo spazio euro-mediterraneo si presenta come un laboratorio cruciale per l’analisi delle dinamiche contemporanee della frontiera. Questa regione, segnata da crisi ricorrenti, flussi globali e nuove forme di disuguaglianza, funge da microcosmo in cui le complessità teoriche della frontiera si manifestano in termini urgenti e profondamente umani. L’Italia, in particolare, con le sue coste siciliane, i porti di Lampedusa e Pozzallo, e i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), offre esempi concreti di come l’Europa affronta – o talvolta elude – la mobilità umana non programmata. Il Mediterraneo è un mare di naufragi e di commerci, di conflitti e di meticciati, di colonizzazioni e resistenze, un archivio e laboratorio dove si scontrano e si intrecciano progetti geopolitici, economie informali, percorsi diasporici e memorie traumatiche. È una “frontiera liquida” in cui le categorie moderne di Stato, territorio e sovranità si dissolvono o si ricompongono sotto nuove forme.
Il presente contributo si propone di riconcettualizzare il concetto di frontiera nel contesto del mondo contemporaneo, attraverso un’analisi critica e interdisciplinare che intreccia saperi provenienti dalla geografia, dalla filosofia, dalla biopolitica e necropolitica, dalla geopolitica critica, dagli studi sul potere e dagli studi culturali. L’obiettivo è quello di decostruire le narrazioni dominanti che riducono la frontiera a semplice linea di separazione territoriale, per restituirne invece la natura fluida, ambivalente e profondamente umana.
Metodologie filosofiche per decolonizzare e ripensare la frontiera
Un approccio etimologico consente di distinguere il peso storico e simbolico di termini latini come frons (fronte, faccia), frontis (parte anteriore), limen (soglia, architrave), limes (confine militare, sentiero) e finis (fine, limite). Questa distinzione è fondamentale per comprendere la natura della frontiera contemporanea. A differenza della “Frontier thesis” di Frederick Jackson Turner [1], che definiva la frontiera americana come una linea che separa la civiltà dalla natura selvaggia, una forza trasformativa che plasmava il carattere americano attraverso la “conquista di una terra selvaggia”, la frontiera euro-mediterranea odierna è orientata al contenimento e all’esclusione dell’“altro”. Il limes romano, una zona di difesa militare contro il “barbaro”, si presenta come un parallelo storico più pertinente alle attuali pratiche di confine europee, con i suoi meccanismi di sorveglianza e respingimento nel Mediterraneo. La distinzione etimologica tra limes (un confine militare controllato) e limen (una soglia porosa e di transizione), applicata alla frontiera euro-mediterranea contemporanea, rivela una scelta politica deliberata di militarizzare e irrigidire quello che potrebbe altrimenti essere uno spazio di interazione. Questo evidenzia uno spostamento da una potenziale “soglia” fluida a una rigida “linea di difesa”.
Il limen implica un passaggio, un punto di ingresso e uscita, una transizione, suggerendo porosità e potenziale di scambio. Il limes, come frontiera militare romana, era esplicitamente una linea fortificata e difesa, progettata per tenere fuori i “barbari”, una zona di esclusione e controllo. La frontiera euro-mediterranea contemporanea, pur essendo “porosa” a causa dei flussi umani, è attivamente gestita come un limes attraverso la militarizzazione, la sorveglianza e l’esternalizzazione. Questa scelta riflette una volontà politica di definire e imporre un confine rigoroso tra “noi” e “loro”, trasformando uno spazio naturale di passaggio (il mare) in una barriera fortificata. Questa non è un’evoluzione naturale, ma una costruzione politica che privilegia la difesa e l’esclusione rispetto all’integrazione e alla comune umanità. Questa lente etimologica espone le basi ideologiche delle attuali politiche di confine, mostrando come concetti storici di esclusione siano riarticolati nella governance moderna, portando a esiti violenti.
In epoca contemporanea in esempio emblematico della dinamica limen- limes è offerto dal cosiddetto “processo di Barcellona”, noto anche come Partenariato euromediterraneo, che rappresenta uno dei primi tentativi dell’Unione europea di elaborare una strategia comune per la regione mediterranea. Avviato il 27 e 28 novembre 1995 con il coinvolgimento di 15 Stati membri dell’UE e 12 Paesi della sponda sud del Mediterraneo, il processo si fondava su tre pilastri: dialogo politico e sicurezza, cooperazione economica e finanziaria e promozione della dimensione culturale e umana. L’ambizione era quella di costruire un’area di pace, prosperità condivisa e scambio interculturale, capace di superare la logica delle frontiere come barriere invalicabili.
Tuttavia, l’evoluzione di questo progetto ha mostrato chiaramente come la frontiera, lungi dall’essere neutralizzata, sia stata profondamente ristrutturata sotto l’egida della sicurezza. Emblematica, in questo senso, è stata la trasformazione del “processo di Barcellona” nella cosiddetta Unione per il Mediterraneo, lanciata nel 2008 su forte impulso del presidente francese Nicolas Sarkozy. In nome della lotta al terrorismo e della gestione dei flussi migratori, il partenariato originario ha progressivamente virato verso un approccio securitario e selettivo, subordinando la cooperazione allo strumento del controllo.
In questo passaggio si rivela tutta la complessità e l’ambivalenza della frontiera contemporanea: da un lato spazio di dialogo e apertura promesso dai discorsi istituzionali, dall’altro dispositivo mobile di esclusione, gestione differenziale della mobilità e gerarchizzazione dei diritti. Il caso del Partenariato euromediterraneo dimostra dunque come le politiche europee abbiano progressivamente svuotato di senso l’idea di una frontiera relazionale, per sostituirla con una funzione di filtro, barriera e sorveglianza. Una trasformazione che non solo riflette le paure interne dell’Europa, ma contribuisce attivamente a ridisegnare la geografia morale e politica del Mediterraneo, disconoscendo le promesse iniziali di reciprocità e uguaglianza.
La fenomenologia della soglia offre una chiave preziosa per riconcettualizzare la frontiera non come un’entità statica, ma come un “evento”, un momento di crisi, di passaggio e di trasformazione. In questa prospettiva, la frontiera non è semplicemente una linea di separazione, ma un luogo in cui si manifesta l’instabilità dell’essere, la sua vulnerabilità e la sua esposizione all’incertezza. Questa lettura si avvicina alle riflessioni di Markus Gabriel [2] sull’epistemologia e sulla fallibilità del pensiero discorsivo, in cui ogni tentativo di definizione è inevitabilmente incompleto, provvisorio, esposto al fraintendimento. La frontiera, allora, diventa il luogo dove questa fallibilità si manifesta in modo acuto e spesso tragico.
Nel contesto contemporaneo, il Mediterraneo incarna in modo drammatico questa concezione della frontiera come evento liminale. Non si tratta soltanto di un confine geopolitico, ma di un “teatro di morte”, dove l’attraversamento può costare la vita. Ogni classificazione amministrativa – come “migrante economico” invece di “richiedente asilo” – si configura come un atto interpretativo, spesso arbitrario, che determina accesso o esclusione, accoglienza o respingimento, vita o morte. La soglia si rivela, dunque, come uno spazio profondamente politico, dove si esercita un potere discrezionale che prende la forma di un giudizio esistenziale.
A questo livello, si inserisce anche una riflessione sulla filologia intesa nel senso più radicale: come attenzione alla materialità del linguaggio, alla sua opacità, alla sua capacità di dire e, allo stesso tempo, di nascondere. Il linguaggio burocratico e istituzionale – con termini apparentemente neutri come “hotspot”, “sbarchi”, “flussi” o “identificazione” – produce un vocabolario che disumanizza e astrae. Questa “traduzione istituzionale” riduce la complessità delle vite migranti a categorie gestionali, costruendo uno spazio di intraducibilità in cui le voci dei soggetti attraversanti vengono cancellate, silenziate, convertite in dati o “emergenze”.
Tale dinamica richiama, in forma rinnovata, la narrazione di Frederick Jackson Turner sulla frontiera americana come luogo di incontro – o di scontro – tra civiltà e barbarie. Allora come oggi, la frontiera è raccontata come una linea che separa un “noi” civilizzato da un “altro” minaccioso e indefinito. Nel Mediterraneo contemporaneo, l’Europa si auto-rappresenta come spazio di civiltà e di valori da difendere, costruendo un’immagine speculare dell’“altro” come massa indistinta, priva di nome, identità e legittimità.
Eppure, proprio in questo spazio apparentemente chiuso e opaco, si aprono spiragli di resistenza linguistica e culturale. Le letterature diasporiche e le pratiche linguistiche ibride sovvertono il lessico istituzionale, lo contaminano, lo piegano a nuove grammatiche. Esse ridanno voce a chi è stato tradotto (e tradito) in categorie alienanti, restituendo alla soglia la sua carica trasformativa. In questo senso, la frontiera può ancora essere ripensata non solo come luogo di separazione, ma come spazio relazionale, di ascolto e di risignificazione [3].
Infine, la decostruzione derridiana offre uno degli strumenti più radicali per ripensare la frontiera, concependola non come una semplice linea di separazione, ma come aporía, cioè un “luogo dell’impossibile”, una soglia che sfugge alla piena comprensione e che resiste ad ogni tentativo di fissazione concettuale. La frontiera, come la legge o la morte, è “ciò che ci eccede”: un’esperienza comune, universale, che tuttavia ciascuno vive nella propria singolarità, qualcosa che l’uomo rivendica come proprio – territorio, confine, appartenenza – ma che condivide con ogni forma di vita nel desiderio di abitare, attraversare, esistere.
Nel suo lavoro sull’aporía, e in particolare nella riflessione su “la mia morte”, Jacques Derrida [4] evidenzia la tensione tra ciò che è irriducibilmente singolare e ciò che è universalmente condiviso. L’obbligo aporetico di “ospitare lo straniero” non implica l’assimilazione o la cancellazione della sua alterità, ma il riconoscimento e il rispetto della sua irriducibile estraneità. In questo senso, pensare la frontiera come aporía significa interrogarne la performatività: non solo cosa è una frontiera, ma cosa fa una frontiera. Quali soggettività produce? Quali corpi rende visibili e quali cancella? Quali storie legittima e quali silenzia? È qui che si apre uno spazio per una decostruzione dell’idea moderna di frontiera come strumento di difesa dello Stato-nazione, e per il suo reinvestimento semantico come spazio liminale, zona di possibilità, di risignificazione e di trasformazione etico-politica.
In questa direzione si inserisce anche il concetto di limes ontologico elaborato da Eugenio Trías [5], che offre una lente filosofica complementare e altrettanto profonda. Per Trías, l’essere stesso si definisce come “essere del limite”: il limes è ciò che separa e connette insieme, ciò che traccia una soglia tra fenomeno e noumeno, tra ciò che appare e ciò che si sottrae. Non si tratta di un confine rigido, ma di un margine precario e sottilissimo, eppure strutturale, che costituisce l’essenza stessa dell’esistenza. La condizione umana, in questa prospettiva, è quella di un “abitante del limite dell’essere”, costitutivamente legata alla soglia, sempre in bilico tra identità e alterità, appartenenza e apertura. Questa prospettiva invita a una riflessione ontologica più profonda sulla frontiera, andando oltre le sue manifestazioni politiche o geografiche per considerare il suo ruolo fondamentale nel definire l’esistenza stessa.
A rafforzare e ad ampliare questa visione contribuisce anche la riflessione di Roxana Rodriguez Ortiz [6], che mette in relazione tre prospettive filosofiche complementari: l’aporía derridiana, la fenomenologia della finitudine di Markus Gabriel e il limes ontologico di Trías. La loro convergenza ci invita a riconoscere che la frontiera, lungi dall’essere una costruzione meramente politica o giuridica, è innanzitutto una sfida esistenziale ed epistemologica. Essa espone i limiti strutturali del controllo umano, della conoscenza razionale e persino della soggettività. L’aporía, in quanto punto di indecidibilità, evidenzia la crisi dei sistemi umani nel contenere pienamente la realtà e ci impone un obbligo etico alla responsabilità. La finitudine del pensiero, nella lettura di Gabriel, mostra come ogni tentativo discorsivo di nominare o governare la frontiera riveli inesorabilmente i limiti del sapere. Infine, il limes di Trías ci ricorda che il limite non è un ostacolo da superare, ma una condizione costitutiva dell’essere stesso.
In questa sintesi filosofica, la frontiera non appare più come una semplice risposta a una crisi geopolitica o umanitaria, ma come un imperativo ontologico, un punto di interrogazione radicale che ci costringe a ripensare non solo le nostre istituzioni politiche, ma anche i nostri quadri teorici, epistemologici e morali. Riconoscere la frontiera come aporía, come limes, come punto di fallibilità e apertura, significa accettare la vulnerabilità come parte integrante della condizione umana. Solo attraverso questo spostamento profondo – dal piano della gestione al piano della comprensione – è possibile immaginare una nuova etica della soglia: non come difesa dell’identità, ma come pratica dell’ospitalità, della relazione e del riconoscimento reciproco.
La frontiera come tecnologia di potere: biopolitica e necropolitica
Dopo aver esplorato la frontiera come soglia ontologica, aporía filosofica e spazio di intraducibilità linguistica, emerge con forza la necessità di interrogare anche le modalità attraverso cui essa viene materialmente esercitata e istituzionalizzata. Se la frontiera rivela i limiti della conoscenza e dell’essere, essa è anche – e forse soprattutto – uno strumento attraverso cui si esercita un potere concreto, capace di regolare corpi, vite e mobilità.
In questa direzione si apre un ulteriore livello di analisi: la frontiera come tecnologia di potere, articolata nei termini della biopolitica e della necropolitica. Non si tratta più soltanto di comprendere cosa è la frontiera, ma di analizzare come funziona, quali logiche di inclusione ed esclusione mette in atto, e come seleziona chi ha diritto a vivere, a transitare, a essere riconosciuto come soggetto politico.
Attraverso la lente della biopolitica, così come teorizzata da Michel Foucault [7], la frontiera si rivela non come una semplice linea di confine, ma come un dispositivo complesso di gestione della vita. Essa regola l’accesso a diritti, cure e protezione, classificando i corpi, delimitando i flussi migratori e determinando chi può essere incluso nel tessuto della cittadinanza e chi invece deve esserne escluso. Tuttavia, questa gestione della vita non è affatto neutrale: è profondamente selettiva. Alcuni corpi vengono riconosciuti come meritevoli di tutela, altri sono respinti, abbandonati o resi invisibili.
In questa prospettiva, il potere politico non si esercita soltanto sulle istituzioni, ma penetra nella vita quotidiana e biologica degli individui, incidendo su ogni aspetto dell’esistenza. La frontiera diventa così un meccanismo di selezione e gerarchizzazione, che attribuisce valore differenziale alle vite umane in base alla loro origine, condizione o percezione di minaccia. Non si limita a escludere: produce attivamente vite fragili, instabili, marginalizzate.
Questo processo contribuisce alla creazione di ciò che Judith Butler [8] definirebbe “vite precarie”, esistenze a cui è negata la piena cittadinanza del vivente. In tal modo, la frontiera si configura come uno spazio di assegnazione differenziale della vita stessa: da un lato chi riceve riconoscimento, accesso e protezione; dall’altro, chi viene relegato alla detenzione, al respingimento, o persino alla morte in mare, come nel caso delle tragedie quotidiane nel Mediterraneo.
A completare e radicalizzare la lettura biopolitica della frontiera, interviene la riflessione di Giorgio Agamben [9], che attraverso il concetto di “nuda vita” – elaborato a partire dalla figura dell’homo sacer nel diritto romano – mette in luce la dinamica estrema del potere sovrano alle soglie dello Stato. Per Agamben, le frontiere si configurano sempre più spesso come spazi di eccezione giuridica, in cui i diritti sono sospesi e gli individui vengono separati dalla loro dimensione politica per essere ridotti a una mera esistenza biologica.
Questa “nuda vita” è una vita che può essere uccisa senza che ciò sia considerato un crimine, perché non più tutelata dall’ordine giuridico né riconosciuta come pienamente umana. Le zone di frontiera – dai centri di detenzione ai campi profughi, fino ai non-luoghi del Mediterraneo – diventano così dispositivi materiali di sospensione del diritto, nei quali lo Stato esercita un potere assoluto, ma senza alcuna responsabilità. È il paradosso del campo, secondo Agamben: uno spazio apparentemente esterno all’ordine giuridico, ma che in realtà lo fonda proprio attraverso la sua sospensione.
La frontiera, in questa ottica, non è più solo una linea geografica o un meccanismo amministrativo, ma un laboratorio di eccezione permanente, dove si produce e si normalizza l’esclusione. Le persone che vi transitano – migranti, richiedenti asilo, apolidi – non sono più considerate soggetti di diritti, ma vite abbandonate, spogliate della loro soggettività politica e sociale. La loro esistenza è tollerata solo come “corpo”, non come “persona”.
Questa visione agambeniana ci impone una riflessione inquietante: la sospensione dei diritti, lungi dall’essere un evento straordinario, è ormai incorporata nella gestione ordinaria delle frontiere. Lo stato di eccezione, invece di essere una misura temporanea, si istituzionalizza come condizione strutturale e permanente ai margini del diritto. In questo modo, le politiche di confine non solo riflettono logiche di esclusione, ma le producono attivamente, trasformando le frontiere in macchine giuridiche di disumanizzazione.
Il contributo di Agamben, quindi, amplia il discorso biopolitico mostrando come la frontiera operi non solo selezionando chi ha diritto di vivere, ma anche producendo corpi vulnerabili, privati di ogni protezione e consegnati a una vita precaria, esposta alla violenza, al respingimento e all’oblio.
A partire dalle riflessioni di Michel Foucault e dalla radicalizzazione offerta da Giorgio Agamben, Achille Mbembe [10] compie un ulteriore passo teorico con l’elaborazione del concetto di “necropolitica”, che amplia e al tempo stesso sovverte la logica biopolitica. Se la biopolitica si concentra sulla gestione della vita – su chi può vivere, in che modo e a quali condizioni – la necropolitica, come teorizzata da Mbembe, pone al centro del potere sovrano non solo la capacità di far vivere o lasciar morire, ma il potere di decidere chi deve morire e in che modalità.
Mbembe definisce la necropolitica come l’uso del potere sociale e politico per determinare chi può vivere e chi deve morire, ma soprattutto per creare spazi di morte amministrata, veri e propri “mondi di morte” dove intere popolazioni sono sistematicamente esposte a condizioni di vita insostenibili, che le relegano allo status di morti viventi. Questi mondi di morte non sono eccezioni lontane o situazioni isolate, ma dispositivi strutturali del potere contemporaneo, spesso incorporati proprio nelle politiche di confine, nelle aree militarizzate, nei campi profughi, nei centri di detenzione.
Nel contesto delle frontiere globali, e in particolare in quello del Mediterraneo, la necropolitica si manifesta con brutale chiarezza. La gestione dei confini, lungi dal limitarsi alla regolazione dei flussi migratori, si traduce spesso in un’esposizione deliberata alla morte: naufragi evitabili, respingimenti forzati, detenzioni disumane, abbandono in aree desertiche o insicure. Le frontiere diventano così spazi di morte legittimata, dove la violenza strutturale è esercitata in modo sistemico e con il consenso implicito delle istituzioni.
Mbembe ci invita quindi a ripensare il rapporto tra sovranità e spazio: non esiste più un centro sicuro contrapposto a una periferia instabile. Il potere necropolitico si esercita attraverso la produzione attiva di zone grigie, aree di sospensione del diritto dove la distinzione tra vita e morte, tra protezione e abbandono, è deliberatamente offuscata. La frontiera, in questo quadro, si configura come il luogo privilegiato in cui il necropotere si rende visibile: non solo chi viene escluso, ma come viene escluso diventa la misura della sua disumanizzazione.
La portata teorica del pensiero di Mbembe, dunque, non si limita a una denuncia morale, ma propone una chiave analitica indispensabile per comprendere il funzionamento delle politiche contemporanee. Le sue riflessioni svelano come la violenza non sia un effetto collaterale del sistema, ma uno dei suoi meccanismi costitutivi. E nel farlo, ci costringe a riconsiderare profondamente la funzione della frontiera: non più semplice confine territoriale, ma dispositivo letale, luogo in cui si esercita il potere sovrano nella sua forma più estrema: quella che decide chi può essere abbandonato alla morte.
La progressione concettuale da Foucault ad Agamben e poi a Mbembe rivela una comprensione sempre più profonda della crescente letalità e disumanizzazione del potere statale alla frontiera. Questa sequenza suggerisce un calcolato spostamento dalla gestione della vita alla gestione della morte. Foucault si concentra sull’ottimizzazione della vita delle popolazioni per fini statali. Agamben, attraverso la “nuda vita”, espone come, in uno stato di eccezione, gli individui siano privati di protezione legale e possano essere uccisi impunemente, rivelando il lato violento della biopolitica. Mbembe, infine, spinge questa analisi oltre, sostenendo che il potere contemporaneo produce attivamente la morte o condizioni di “morte sociale” come modalità primaria di governance, specialmente in contesti postcoloniali e di confine. Questa progressione teorica suggerisce che la frontiera non è semplicemente un luogo dove la gestione biopolitica fallisce, portando alla morte, ma dove il potere necropolitico opera attivamente per selezionare ed eliminare, rendendo la morte uno strumento diretto di controllo. Ciò implica una scelta politica deliberata, piuttosto che una mera conseguenza sfortunata, nella gestione delle popolazioni indesiderate. Di conseguenza, la crisi umanitaria al confine non è un incidente, ma una caratteristica strutturale di un sistema progettato per regolare chi vive e chi muore, mantenendo così specifici ordini e gerarchie geopolitiche.
Nel contesto mediterraneo, la necropolitica si concretizza in modo particolarmente evidente, trasformando la frontiera in una vera e propria linea di forza letale, dove la produzione sistematica di vite precarie – migranti, rifugiati, richiedenti asilo – non è una conseguenza accidentale, ma un effetto strutturale e intenzionale della governance contemporanea dei confini.
Le pratiche di selezione, smistamento, trattenimento e respingimento degli individui non fanno che confermare la funzione biopolitica della frontiera come strumento di controllo dei corpi e delle mobilità. Tuttavia, il Mediterraneo spinge questa logica oltre, evidenziando la dimensione necropolitica del potere: esso diventa uno spazio in cui la sospensione del diritto alla vita è normalizzata, istituzionalizzata, e persino naturalizzata nel discorso pubblico.
La tragica e continua realtà dei naufragi, delle morti in mare e delle sparizioni silenziose rappresenta l’espressione più cruda di questo dispositivo necropolitico. La frontiera non è più semplicemente un limite da attraversare, ma un confine letale, in cui il diritto alla vita è reso condizionale, dipendente da categorie amministrative arbitrarie, da regimi di visibilità selettiva e da rapporti di forza geopolitici.
In questo senso, il Mediterraneo funziona come dispositivo necro-bio-politico per eccellenza: un mare che avrebbe potuto essere spazio di scambio e di incontro è trasformato in un archivio sommerso di vite negate, un luogo dove la sovranità europea esercita il proprio potere non tanto attraverso l’accoglienza o l’integrazione, quanto attraverso l’esclusione attiva e la gestione della morte.
Questa frontiera liquida non è vuota, né neutrale: è densa di scelte politiche, di infrastrutture securitarie, di logiche economiche e simboliche che gerarchizzano le vite umane. Lungi dall’essere un margine, essa è il cuore pulsante di una forma contemporanea di potere che – come ha mostrato Mbembe – non si limita a regolare l’esistenza, ma decide quali esistenze siano degne di essere vissute, e quali possano essere lasciate morire, lontano dagli occhi e fuori dalle mappe.
La geopolitica della mobilità e l’esternalizzazione del controllo
Per comprendere appieno il funzionamento delle frontiere nel mondo contemporaneo, è fondamentale analizzarle alla luce della geopolitica della mobilità, una nozione chiave della geopolitica critica sviluppata da Gearóid Ó Tuathail [11]. Secondo Ó Tuathail, la geopolitica non è una semplice descrizione oggettiva dei rapporti internazionali, ma una pratica discorsiva attraverso cui gli intellettuali di Stato “spazializzano” la politica globale: costruiscono cioè rappresentazioni strategiche dello spazio che orientano percezioni, decisioni e azioni. Ciò significa che le narrazioni e le politiche geopolitiche non sono descrizioni neutrali del mondo, ma costruzioni attive che modellano la nostra percezione e azione nello spazio globale.
In questo quadro, si assiste a uno spostamento teorico e pratico dalla classica visione territoriale della geopolitica, centrata su confini stabili e identità fisse, verso una comprensione fluida e reticolare dello spazio. Le categorie di flusso, rete e movimento sostituiscono quelle di blocco e dominio. Il mondo globalizzato è segnato da un’accelerazione dei flussi – economici, informativi, umani – che rendono le mappe tradizionali sempre più inadeguate. In un contesto in cui lo spazio è superato dalla velocità e la territorialità è eclissata dalla telemetricità (l’azione a distanza), il controllo della mobilità diventa una posta in gioco centrale.
In questo scenario si inserisce la strategia dell’esternalizzazione del controllo delle frontiere, attraverso la quale l’Unione Europea e i suoi Stati membri spostano i dispositivi di contenimento oltre i propri confini geografici. Le frontiere europee non sono più confini lineari ma frontiere funzionali, mobili, espansive, capaci di anticipare e prevenire la mobilità molto prima che questa raggiunga il suolo europeo. Le pratiche di selezione, trattenimento e respingimento si moltiplicano in una rete di zone di controllo estese, che inglobano Paesi terzi – spesso instabili o autoritari – trasformandoli in vere e proprie buffer zones della sovranità europea.
Questa esternalizzazione non è solo una misura tecnica di gestione dei flussi migratori: è parte integrante di una strategia geopolitica discorsiva che consente all’Europa di conservare la propria narrativa di legalità, sicurezza e umanitarismo, spostando nel contempo la responsabilità morale e giuridica delle violazioni dei diritti umani su attori esterni. I patti con Paesi terzi – come la Turchia, il Niger o la Libia – ne sono l’espressione più evidente: accordi che, in nome della cooperazione internazionale, affidano a questi Stati il compito di contenere, selezionare e trattenere i migranti prima ancora che possano varcare il confine europeo.
Uno degli esempi più emblematici di questo dispositivo è la collaborazione costante dell’Italia con la Guardia Costiera Libica, che continua nonostante le ripetute denunce di torture, detenzioni arbitrarie e trattamenti disumani nei centri libici. I rapporti della Corte dei Conti Europea [12] hanno evidenziato come il sostegno fornito all’apparato libico sia non solo poco trasparente, ma potenzialmente complice nella produzione sistematica di sofferenza, illegalità e violazione dei diritti umani. Sebbene alcuni progetti finanziati abbiano mostrato risultati formali, la Corte ha rilevato che tali interventi non affrontano in modo sufficiente i rischi per i diritti fondamentali, né sono stati pienamente allineati con le priorità dichiarate dall’UE.
In questo contesto, la frontiera europea non appare più come una linea difensiva, ma come una infrastruttura espansa di potere, capace di agire a distanza, selezionare, bloccare e disumanizzare. La geopolitica della mobilità, così intesa, rivela una nuova forma di governance asimmetrica e post-territoriale, che protegge gli spazi centrali delegando la violenza ai margini. È qui che la frontiera si intreccia con le logiche necropolitiche e biopolitiche analizzate in precedenza: una tecnologia del controllo che opera prima, altrove e fuori dalla vista, ma che produce effetti concreti e spesso letali sulle vite in movimento.

FONTE: ECA-European Court of Auditors, Special report 17/2024: The EU trust fund for Africa – Despite new approaches, support remained unfocused, Brussels 2024
A completamento dell’analisi sulla geopolitica della mobilità e l’esternalizzazione del controllo, è necessario considerare il ruolo cruciale delle organizzazioni della società civile, che da anni denunciano con forza le implicazioni etiche e giuridiche di queste politiche. Tra le più attive, l’European Center for Constitutional and Human Rights (ECCHR) [13] ha esplicitamente richiesto il congelamento dei finanziamenti dell’UE alla Libia per la gestione della migrazione, alla luce di prove gravissime: il ritrovamento di fosse comuni, testimonianze di torture sistematiche, omicidi extragiudiziali, abbandoni deliberati nel deserto e pratiche di schiavitù nei centri di detenzione. Molti di questi abusi sono stati perpetrati da attori che ricevono fondi e supporto logistico da parte dell’Unione Europea, sollevando interrogativi profondi sulla complicità istituzionale nella produzione di violenza.
Queste denunce non si limitano a un piano morale: esse chiamano in causa le strutture discorsive e operative su cui si fonda l’esternalizzazione. Secondo Gearóid Ó Tuathail, tale strategia non è solo una soluzione tecnica, ma una costruzione narrativa: una pratica discorsiva che definisce la migrazione come “problema” e l’esternalizzazione come sua inevitabile “soluzione”. Questo linguaggio agisce potentemente nello spazio pubblico e istituzionale, legittimando misure di contenimento che, sebbene formalmente esterne all’Europa, riflettono e rafforzano le sue priorità strategiche.
In questo senso, l’esternalizzazione non riguarda soltanto la mobilità fisica, ma anche la gestione simbolica e morale della responsabilità. Spostando il contenimento nei Paesi terzi – come nel caso della Libia – l’Europa costruisce una distanza discorsiva tra sé e le violazioni dei diritti umani che si verificano nei territori che finanzia. In tal modo, può continuare a presentarsi come difensore dei diritti umani e della legalità internazionale, mentre tollera (e in certi casi incentiva) pratiche contrarie a questi stessi principi.
Tale dinamica riconfigura le relazioni di potere globali, trasformando Paesi spesso politicamente ed economicamente fragili in proxy della sovranità europea, delegati ad applicare le sue politiche migratorie attraverso la forza, il trattenimento e la repressione. Questa delega non solo esternalizza il controllo, ma scarica anche la responsabilità morale e legale, aggravando la precarietà delle popolazioni migranti e normalizzando l’uso di violenza come strumento di governance. La sicurezza dell’Europa viene così costruita sulla produzione attiva di insicurezza altrove.
In questo quadro, l’apparente razionalità delle politiche di esternalizzazione si rivela permeata da una profonda ipocrisia strutturale: gli obiettivi umanitari dichiarati coesistono con effetti devastanti per i diritti umani, mentre i princìpi di solidarietà e cooperazione si trasformano in dispositivi di controllo e subordinazione. La seguente tabella (n. 1) riassume le principali critiche mosse dalla Corte dei Conti Europea e da organizzazioni indipendenti, denunciando la marcata discrepanza tra le finalità ufficiali dei finanziamenti europei alla Libia e i loro esiti reali. Essa costituisce una base fattuale essenziale per comprendere i dilemmi etici, le disfunzioni operative e le responsabilità politiche alla base dell’esternalizzazione delle frontiere, rafforzando l’idea che tali strategie, lungi dal risolvere la “crisi migratoria”, alimentano cicli di violenza, oppressione e ingiustizia sistemica.
Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo dell’UE: un modello di governance conteso
Il Nuovo Patto sulla Migrazione e l’Asilo dell’Unione Europea rappresenta un esempio paradigmatico delle dinamiche e delle contraddizioni analizzate finora in merito alla governance delle frontiere europee. Introdotto nel 2020 dalla Commissione Europea e parzialmente implementato a partire dal 2024, esso incarna in forma normativa e istituzionalizzata molti degli elementi chiave della geopolitica della mobilità, della biopolitica, della necropolitica e della strategia discorsiva dell’esternalizzazione.
Con l’introduzione di misure come la cosiddetta “solidarietà flessibile” e le procedure accelerate ai confini, il Patto promette di razionalizzare la gestione delle richieste di asilo e bilanciare la distribuzione degli oneri tra gli Stati membri. Tuttavia, dietro questa razionalizzazione apparente si cela una trasformazione profonda della funzione della frontiera, che da luogo di accesso ai diritti diventa sempre più un dispositivo di selezione, contenimento e deterrenza, coerente con le logiche di controllo selettivo analizzate in precedenza.
Le critiche mosse da Amnesty International [14] e da altre organizzazioni della società civile mostrano con chiarezza come il Patto istituzionalizzi pratiche che espongono migranti e richiedenti asilo a gravi violazioni dei diritti umani: detenzioni arbitrarie, respingimenti, procedure accelerate, assenza di valutazioni eque e un crescente ricorso all’esternalizzazione della protezione internazionale. Insomma, le riforme del Patto rischiano di far arretrare il diritto d’asilo europeo per i decenni a venire. L’inclusione di meccanismi come gli “hub di ritorno” o l’estensione del concetto di “Paese terzo sicuro” riflettono non solo una delega materiale del controllo delle frontiere, ma anche una delega simbolica e giuridica della responsabilità morale, coerente con la strategia discorsiva denunciata da Gearóid Ó Tuathail. L’UE, infatti, costruisce una distanza narrativa tra sé e gli abusi, mentre ne mantiene il controllo strutturale e ne trae benefici strategici.
Questa distanza discorsiva è resa ancora più evidente dagli accordi stipulati con Paesi come Tunisia, Egitto, Mauritania e Albania, ai quali viene affidato il compito di bloccare i flussi migratori prima ancora che raggiungano le coste europee. La logica che sottende tali accordi ricalca perfettamente le dinamiche di esternalizzazione, secondo le quali l’UE si avvale di “proxy sovrani” per esercitare un controllo delegato, mantenendo intatta la propria immagine di spazio giuridico e civile, mentre affida ad attori terzi – spesso inadempienti sul piano dei diritti umani – il compito materiale di respingere, trattenere e sorvegliare.
Il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esiliati (ECRE) [15], pur avendo inizialmente criticato il Patto, ora ne osserva l’implementazione con crescente preoccupazione. La sua denuncia del “sovraccarico di ironia” – dove gli stessi Stati che hanno spinto per l’adozione delle misure più severe (come Paesi Bassi, Francia e Germania) ora cercano di ritirarsi o disattenderle – rivela l’incoerenza politica e l’opportunismo nazionale che minano l’effettiva solidarietà europea. In particolare ECRE critica l’implementazione selettiva o il “frontloading” del Patto, dove alcuni Stati privilegiano misure che servono i propri interessi, spesso quelle con l’impatto più dannoso sul diritto d’asilo. Questa disattenzione per la legge rischia il “collasso” del Sistema Europeo Comune di Asilo. ECRE sostiene che «non c’è bisogno di nuova legislazione – ci sono oltre 5000 pagine» di diritto dell’UE –, e che l’attenzione dovrebbe essere sulla piena attuazione della legge esistente e sull’affrontare le questioni sottostanti, piuttosto che perseguire «vecchie e stantie non-soluzioni».
In definitiva, il Patto si inserisce perfettamente nella logica performativa della frontiera come tecnologia di potere: privilegia la sicurezza sulla protezione, la sovranità nazionale sui diritti fondamentali, e la deterrenza sull’accoglienza. Si presenta come una riforma modernizzatrice, ma nella sostanza normalizza pratiche di esclusione, compressione del diritto d’asilo, e produzione sistematica di vite precarie, come evidenziato dalle analisi precedenti su biopolitica e necropolitica.
La solidarietà flessibile e le procedure accelerate del Patto UE, unitamente al “sovraccarico di ironia” delle posizioni degli Stati membri, rivelano una tensione fondamentale tra gli obiettivi dichiarati di “solidarietà” e la realtà pratica dello “spostamento di responsabilità”. Questa situazione indica un fallimento sistemico nell’affrontare le cause profonde della migrazione e una chiara priorità della deterrenza rispetto ai diritti umani. La “flessibilità” nella solidarietà consente agli Stati di contribuire finanziariamente anziché accogliere i richiedenti asilo, monetizzando di fatto la responsabilità e creando un sistema a due livelli in cui alcuni Stati sopportano il peso degli arrivi mentre altri pagano per evitarlo.
Le procedure accelerate alle frontiere, come avvertito da Amnesty, rischiano di negare valutazioni eque e di aumentare la detenzione di fatto, comprimendo il diritto d’asilo. Il “sovraccarico di ironia” denunciato da ECRE indica una disfunzione politica più profonda: gli Stati membri, pur avendo spinto per queste stesse misure, ora cercano di eluderle, dimostrando una mancanza di impegno genuino per la responsabilità condivisa. Ciò suggerisce che il Patto non è una soluzione, ma un compromesso politico che codifica pratiche problematiche esistenti, privilegiando gli interessi nazionali (deterrenza, spostamento del carico) rispetto a un sistema comune di asilo coerente e basato sui diritti. Di conseguenza, il Patto, anziché aggiustare un sistema al collasso, rischia di normalizzare le violazioni dei diritti umani e di minare il diritto internazionale dei rifugiati, creando un pericoloso precedente che potrebbe portare al crollo del Sistema Comune Europeo di Asilo. Riflette un’illusione collettiva secondo cui l’Unione Europea può controllare la migrazione senza affrontare il tumulto geopolitico o il proprio ruolo nell’alimentare gli spostamenti.
Il Patto si muove così in un equilibrio instabile tra sicurezza e protezione, tra sovranità e diritti, un equilibrio che troppo spesso privilegia la prima a scapito dei secondi. La tabella seguente riassume le principali critiche e contraddizioni evidenziate da Amnesty, ECRE e altre organizzazioni della società civile, mettendo in luce come il Nuovo Patto rischi non solo di fallire nel riformare efficacemente il sistema europeo, ma anche di istituzionalizzare una governance migratoria profondamente diseguale e disumana, aggravando la crisi invece di risolverla.
Conclusione: reimmaginare il Mediterraneo come un orizzonte condiviso
L’analisi proposta in questo contributo ha mostrato come la frontiera, lungi dall’essere un semplice confine geografico, si configuri oggi come un dispositivo complesso, multidimensionale e profondamente politico. Essa è al tempo stesso strumento di potere biopolitico e necropolitico, spazio discorsivo di eccezione e disumanizzazione, e costruzione geopolitica performativa che riflette le asimmetrie globali e le disuguaglianze prodotte dalle logiche statocentriche. Il Mediterraneo, in particolare, si rivela come un laboratorio tragico e paradigmatico dove queste tensioni si esprimono con forza: spazio di incontro e di morte, di civiltà e respingimento, di scambio e segregazione.
L’attuale architettura della governance migratoria europea, esemplificata dal Nuovo Patto su Migrazione e Asilo, dagli accordi di esternalizzazione e dal moltiplicarsi di frontiere mobili e funzionali, conferma una tendenza preoccupante: la sicurezza viene sistematicamente anteposta alla protezione, la deterrenza sostituisce la solidarietà, e la sovranità viene esercitata sempre più attraverso la produzione di precarietà e abbandono. La frontiera, come è stato evidenziato attraverso le lenti della biopolitica, necropolitica e geopolitica critica, è oggi il luogo dove si misura la qualità etica e politica delle nostre democrazie.
È proprio in questo contesto che si fa urgente re-immaginare la frontiera non come barriera da difendere, ma come spazio di possibilità. Occorre rovesciare la logica della sicurezza fondata sull’esclusione, per aprire a un paradigma nuovo, basato su giustizia, coabitazione e cura. Le frontiere non sono dati naturali, ma costruzioni culturali e storiche, e come tali possono essere de-costruite e riconfigurate. Il Mediterraneo, lungi dall’essere una linea di separazione, può e deve tornare a essere un orizzonte condiviso, un punto d’incontro tra storie, culture e responsabilità.
In questa prospettiva, la sicurezza autentica non si costruisce con i muri, ma nella vulnerabilità riconosciuta e condivisa. Significa passare da una logica difensiva e nazionalista a una etica dell’interdipendenza, dove il destino dell’“altro” non è separato dal nostro, ma profondamente intrecciato. La trasformazione della frontiera proposta riconosce l’interdipendenza (interazione), l’obbligo reciproco (responsabilità) e un destino collettivo (futuro condiviso) e implica un doppio movimento: politico, perché richiede nuove pratiche di accoglienza, cooperazione e responsabilità collettiva; ma anche epistemico e culturale, perché ci chiede di rivedere le categorie attraverso cui interpretiamo il mondo, ridefinendo il significato stesso di appartenenza, umanità e futuro. Ciò significa andare oltre la postura difensiva dello Stato-nazione per riconoscere che le sfide globali, come le crisi ambientali, le disuguaglianze economiche e le nuove forme di mobilità, trascendono i confini nazionali e richiedono risposte collettive ed etiche. Questa è una ridefinizione radicale della sicurezza, dalla protezione da altri alla sicurezza con altri.
Il Mediterraneo, in quanto crocevia di popoli, lingue e civiltà e spazio simbolico, materiale e storico, può diventare il luogo privilegiato di questa metamorfosi. Non solo come scenario delle crisi, ma come archivio vivente di pluralità, memoria e resistenza. Un mare di storie, lingue, memorie e sradicamenti, che ci sfida a costruire un nuovo immaginario della frontiera: non più fondato sulla paura, ma sulla possibilità di una coabitazione etica e consapevole.
In conclusione, ripensare la frontiera significa operare uno spostamento dello sguardo: dalla gestione alla relazione, dalla chiusura alla cura, dalla sovranità alla responsabilità. Significa riconoscere che le crisi migratorie non sono il problema, ma il sintomo di un ordine globale in crisi. E che solo reimmaginando il Mediterraneo come orizzonte condiviso, e non come confine da fortificare, potremo iniziare a costruire una risposta degna della complessità e dell’umanità del nostro tempo.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] La cosiddetta “Frontier Thesis” fu formulata dallo storico Frederick Jackson Turner nel suo influente saggio The Significance of the Frontier in American History, presentato per la prima volta nel 1893, in occasione di una sessione speciale dell’American Historical Association, tenutasi durante l’Esposizione Colombiana Mondiale di Chicago. In quel contesto, Turner propose una lettura innovativa della storia americana, sostenendo che la frontiera non fosse solo un confine geografico in costante espansione verso ovest, ma un elemento fondativo dell’identità nazionale statunitense. Secondo Turner, l’esperienza della frontiera aveva forgiato il carattere americano – individualista, democratico, intraprendente – e rappresentava il motore principale dello sviluppo politico, sociale e culturale degli Stati Uniti. Con questa tesi, la frontiera veniva elevata a mito nazionale e a categoria interpretativa centrale nella narrazione della modernità americana.
[2] Gabriel Markus, The Limits of Epistemology, Polity, Cambridge, 2020; Gabriel Markus, Fiktionen, Suhrkamp Verlag, Berlin, 2020.
[3] La letteratura migrante – come quella di autrici e autori africani o afro-discendenti in Italia – assume un ruolo politico e conoscitivo essenziale. Essa offre una contro-narrazione vitale, decostruendo gli stereotipi prevalenti e offrendo nuove genealogie dell’identità, dell’appartenenza e del confine. Queste opere letterarie narrano di corpi in viaggio, di identità frantumate e ricomposte, di memorie postcoloniali che risuonano nel presente.
[4] Jacques Derrida, Apories, Galilée, Paris, 1996.
[5] Trias Sagnier Eugenio, Lógica del límite, Destino, Barcelona, 1991.
[6] Rodríguez Ortiz Roxana, Aportes metodológicos de la filosofía para estudiar las fronteras, 22 mayo 2025, https://roxanarodriguezortiz.com/2025/05/22/aportes-metodologicos-de-la-filosofia-para-estudiar-las-fronteras/.
[7] Il filosofo e teorico sociale francese Michel Foucault ha introdotto per la prima volta il concetto di biopolitica nel ciclo di lezioni “Bisogna difendere la società”, tenuto al Collège de France tra il 1975 e il 1976. Al centro di questa nozione vi è l’idea che il potere governamentale agisca attraverso la gestione, il controllo e la regolazione dei corpi e delle vite degli individui, intesi come popolazione. La biopolitica si fonda sul concetto di biopotere, che Foucault definisce come l’estensione del potere sovrano alla sfera della vita biologica. Sebbene il termine fosse solo accennato in quelle prime lezioni, esso ha acquisito un ruolo sempre più rilevante nel dibattito contemporaneo delle scienze sociali e umanistiche. Cfr. Foucault Michel, Society Must Be Defended: Lectures at the Collège de France, 1975-1976, St. Martin’s Press, New York, 1997.
[8] Judith Butler, Precarious life: the powers of mourning and violence, Verso, London-New York, 2004.
[9] Agamben Giorgio, Il potere sovrano e la nuda vita. Homo sacer, Einaudi, Torino, 1995.
[10] Mbembe Achille, De la Postcolonie, essai sur l’imagination politique dans l’Afrique contemporaine, Éditions La Découverte, Paris, 2000; Mbembe Achille, Necropolitics, Duke University Press, Durham, 2019.
[11] Ó Tuathail Gearóid, Critical Geopolitics: The Politics of Writing Global Space, University of Minnesota Press, Minneapolis, 1996.
[12] https://www.eca.europa.eu/en/publications?ref=SR-2024-17.
[13] https://www.ecchr.eu/en/press-release/civil-society-organisations-call-for-eu-libya-migration-funding-freeze-as-mass-graves-discovered/.
[14] https://www.amnesty.org/en/latest/news/2024/04/eu-migration-asylum-pact-put-people-at-risk-human-rights-violations/; https://www.amnesty.org/en/latest/news/2023/12/eu-migration-pact-agreement-will-lead-to-a-surge-in-suffering/.
[15] https://ecre.org/irony-overload-turning-against-the-pact/.
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Antonio Ricci, PhD in Storia dell’Europa presso l’Università “La Sapienza” di Roma, è vicepresidente del Centro Studi e Ricerche IDOS, un’istituzione di riferimento in Italia per gli studi sulle migrazioni e le politiche migratorie. Ha svolto ricerche approfondite sull’immigrazione in Italia e sull’emigrazione italiana, collaborando con esperti nazionali e internazionali. Le sue pubblicazioni e i suoi studi offrono analisi dettagliate delle dinamiche sociali e culturali legate alla migrazione in Italia e in Europa, contribuendo alla comprensione di un fenomeno in continua trasformazione.
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