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Nuove povertà, fragilità sanitarie e prospettive nella Tunisia ai tempi del Covid-19

Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2020 @ 01:23 In Attualità,Interviste | No Comments

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Tunisi, operazione di sanificazione

dialoghi intorno al virus

di Simone Casalini

16 aprile

La peste è tornata in Occidente e lo ha colto alle spalle. Senza difese, senza strategie né piani di contenimento. Nel mondo globalizzato – dal mercantilismo, dal colonialismo, dal capitalismo – la guerra è un orizzonte confidente, la peste no. L’emergenza del coronavirus ha così riproiettato i fantasmi del passato e restituito un motivo per ricentrare il discorso pubblico su di sé. È la corsa di una cultura e della sua trama alla sopravvivenza con un dibattito di prospettiva che investe la difesa o lo sgretolamento dello status quo. Un timore che ha reso afone e invisibili le altre vittime della pandemia.

Al di là del Mediterraneo, nei Paesi considerati banlieue dell’Occidente stesso, il livello di guardia ha elevato ugualmente i suoi indici, ma spesso senza poter opporre soluzioni sanitarie. Se a gennaio c’erano solo due laboratori abilitati a rivelare il contagio da Covid-19 in Africa – in Sudafrica e Senegal –, poi estesi con l’azione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la disponibilità di posti in rianimazione è lo specchio della disuguaglianza. Secondo un’inchiesta condotta da Jeune Afrique, sono 15 in Burkina Faso, 15 in Somalia, 20 nella Repubblica del Congo, 22 in Gabon, 25 in Malawi, 40 nel Mali, 55 in Uganda, 130 in Kenya, 80 in Senegal. Si difendono i Paesi del Maghreb: 450-500 in Tunisia, 2.500 in Algeria (ma altre fonti parlano di poche centinaia) e 3.000 in Marocco. Il Financial Times ha censito invece i respiratori, indispensabili nella fase acuta delle patologie polmonari causate dal coronavirus. Ce n’è uno in Sierra Leone, 3 nella Repubblica centroafricana, 4 in Togo, 5 in Niger, 10 nella Repubblica del Congo, 11 in Burkina Faso, 15-20 in Camerun, 20 in Costa d’Avorio, 56 in Mali (15 nel settore privato), 60 in Tanzania, 80 in Senegal. In Algeria salirebbero a 2500 e 3.000 in Marocco. Il Sudafrica sarebbe il Paese più attrezzato (mille posti di rianimazione e 6000 respiratori) se non fosse che buona parte delle dotazioni è concentrata in strutture sanitarie private.

Il numero di posti letto disponibile dovrebbe essere pari al 19% delle persone infette in modo grave dalla pandemia e che dunque potrebbero richiedere l’accesso a strumenti di assistenza respiratoria o al reparto di rianimazione. La “soglia critica”, cioè il numero totale di pazienti contagiati oltre il quale il sistema sanitario rischia di collassare, appare dunque un esile confine anche se finora la propagazione pandemica in Africa è stata contenuta. Forse per il problema di reperire un numero adeguato di tamponi. Ma, oltre il rosario dei numeri, preoccupano l’esiguità del personale medico e delle risorse economiche da mobilitare per fronteggiare l’emergenza.

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Tunisi

Su avenue Bourguiba, a Tunisi, il formicolare delle persone si è arrestato sotto la statua del leader della Tunisia moderna che dal suo cavallo osserva solo la sorveglianza delle forze dell’ordine. Il presidente della repubblica Kaïs Saied ha anticipato i tempi, chiudendo il Paese sul modello italiano, dapprima (il 17 marzo) con un coprifuoco (criticato) dalle 18 alle 6 del mattino quando si erano registrati 29 casi e poi, pochi giorni dopo (22 marzo), girando definitivamente la chiave dello spegnimento delle attività economiche e sociali. Il 5 aprile il parlamento ha votato l’applicazione dell’articolo 70 della Costituzione che offre la possibilità al governo di legiferare per decreto legge per un tempo massimo di due mesi. Un passaggio non indolore che ha anche acuito lo scontro sotterraneo degli islamisti di Ennahda con il presidente Saied e il nuovo governo presieduto da Fakhfakh, la cui genesi è collocata proprio nel Palazzo di Chartage. Ma a preoccupare è la tenuta sociale di un Paese – a dieci anni dalla rivoluzione che defenestrò Ben Ali – in cui una parte consistente delle persone stenta nell’economia informale (il 41,5% secondo l’Istituto tunisino degli studi strategici) e 280 mila famiglie sopravvivono in uno stato di estrema indigenza.

Con il Fondo monetario internazionale la Tunisia ha concordato un finanziamento – “Programma Corona” – che depositerà nelle casse statali 400 milioni di dollari, mentre l’Italia ha concesso un prestito di 50 milioni di euro. Risorse in parte ristornate per assicurare un reddito ai tanti lavoratori tunisini rimasti senza occupazione e incapienti. Un’équipe medica si è invece librata in volo da Tunisi con destinazione Milano per sostenere lo sforzo della sanità italiana. Un gesto che raddoppia quello dell’Albania. Infine, la Cina ha recapitato nella capitale tunisina macchinari sanitari accompagnati dal messaggio del presidente Xi Jinping di essere pronto ad aiutare il Paese crocevia tra Oriente e Occidente, un po’ Africa e un po’ Europa, luogo di innesti e diramazioni pluriculturali, “con tutti i mezzi possibili”.

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Silvia Finzi (ph. Ceccarielli)

L’emergenza e il regime restrittivo hanno allontanato Silvia Finzi dalla sede della “Dante Alighieri”, che si affaccia su avenue de la Liberté, storico grammofono di diffusione della cultura italiana. Oltre a guidarne il comitato direttivo, Finzi insegna Civiltà italiana all’università La Manouba e dirige il Corriere di Tunisi che dopo sessant’anni non ha lasciato la sua impronta sulla carta, ma è stato diffuso in via digitale a causa dei restringimenti che hanno chiuso la storica tipografia Finzi.

In 64 anni non era mai accaduto che il Corriere di Tunisi non uscisse, professoressa. Forse si può partire da qui per descrivere l’emergenza.

«C’è stato uno sforzo notevole per licenziare questo numero digitale e mi ha rincuorato perché far saltare un’edizione avrebbe rappresentato la rottura di una storia pluridecennale. Si è trattato di inventare, capire, provare. Ci siamo riusciti».

Com’è cambiata la sua vita?

«Completamente. Sono confinata in casa mentre prima ero sempre in movimento, in relazione con gli altri. Con gli studenti stiamo verificando la possibilità di proseguire con le lezioni attraverso le piattaforme online. Le tecnologie, alle quali ci eravamo interessati troppo poco o che impiegavamo per conversare con amici distanti, offrono una serie di nuove opportunità. Certo non potevamo pensare che la distanza fosse quella della nostra casa, della nostra strada».

Questo pone diversi interrogativi.

«Ci interroga sul presente e sul futuro: cosa significa distanza sociale? Se il modello di vita in prospettiva è quello di mantenere le distanze allora è un orizzonte complesso. Perché la nostra vita è intesa come abolizione delle distanze e dunque è sconvolgente anche dal punto di vista teorico. Il contatto è fondamentale e ora mi manca».

Come hanno reagito i suoi studenti, i giovani e com’è mutato il rapporto con loro?

«Per loro è una questione essenzialmente di mezzi. Non tutti possiedono un pc, uno smartphone o una connessione e quindi questa fase di restrizioni può amplificare la disuguaglianza. L’incontro virtuale, poi, può essere fruttuoso o, altre volte, più complesso. Tutti i nostri sensi nella vita sono sollecitati, la distanza ne elimina molti. Ne restano due: la vista e l’udito. Non so come sarà il domani, ma questa distanza ci fa capire come sia importante immaginare un altro tipo di vicinanza. Non sono in grado di avanzare previsioni, ma credo che, al di là del non essere contagiati, questo virus ci allontana e ci avvicina. Ci allontana perché pone una distanza tra noi e gli altri, ci avvicina perché così facendo evitiamo di esporre gli altri ad un possibile contagio».

Alcuni intellettuali vi hanno scorto, nella difficoltà di una libertà limitata, il ricostituirsi di una comunità, forse prima atomizzata. Ma potrebbe essere anche vero il contrario, che l’isolamento acuisca il senso di frammentazione sociale.

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La Marsa e i bambini sulla spiaggia (ph. Ceccarelli)

«Questa pandemia ha richiamato l’attenzione ad alcuni valori di solidarietà e umanità globale. È transitata da elemento estraneo a vicino, che investe le nostre vite. La lezione dovrebbe essere quella di un’umanità non più rinchiusa dentro frontiere, religioni e culture ma coinvolta nel mondo. Abbiamo preso coscienza di questa verità primordiale, che non siamo immuni a nulla. E dovremmo avere questa consapevolezza anche per fenomeni che appaiono in altre parti del mondo. Non solo un virus, ma anche l’autoritarismo, l’ingiustizia, lo sfruttamento. La mia generazione tra due mondi, tra due Storie, non si è resa conto di ciò. Ha creduto di passare attraverso le maglie, mentre questa pandemia ci dimostra che non è così».

La Tunisia ha un rapporto plurisecolare con l’Italia – di interscambi, relazioni, ibridazioni, anche di conquiste reciproche o progetti di espansione arresi (quello coloniale italiano) – ai primi del Novecento erano più di centomila gli italiani nel Paese (oggi ridotti a cinque/seimila). Con quali occhi guardate alla vicenda italiana?

«C’è una grande solidarietà e un’attitudine di dolore rispetto a tutto quello che sta accadendo in Italia. Nello stesso tempo osserviamo l’evoluzione del virus qui. La situazione economica tunisina non è quella italiana, le fragilità sono superiori. Moltissimi lavorano alla giornata e c’è il timore che la situazione possa degenerare in disordini sociali. E poi abbiamo smarrito una prospettiva: siamo stati educati alla proiezione attraverso i nostri progetti di vita, lavoro e ricerca. Ora siamo immobilizzati, investiti da informazioni contraddittorie che non possiamo verificare, e non scorgiamo un lembo di futuro. Siamo in balia dei venti, profughi nella nostra terra. E le fasce deboli sono più esposte».

La propagazione del contagio appare circoscritta (780 casi in tutto il Paese al 16 aprile), ma il numero di tamponi effettuati è il vero discrimine. Erano poco più di 10mila l’11 aprile.

«I tamponi sono pochissimi e vengono effettuati quando esiste un rischio accertato o sintomi chiari. I mezzi sono esegui. Come sempre la società civile tunisina ha reagito in modo intenso, con forme di solidarietà economica. E i medici sono splendidi».

Com’è il sistema sanitario tunisino?

«Lo immaginiamo carente al netto della generosità del personale che lo anima e colpito nella difficoltà dell’emergenza. Nello stesso tempo credo si sia fatto uno sforzo di inclusione per estendere le cure ad un’utenza che prima era esclusa. Ma non sappiamo realmente quanti posti letti ci siano in rianimazione o quanti respiratori abbiano gli ospedali della Tunisia».

 I dispositivi di protezione individuale ci sono?

«Sono contati. Io non ho nemmeno una mascherina».

Il presidente Saied ha scelto di chiudere il Paese. Il governo do Fakhfakh si è insediato da poche settimane. Come giudica la gestione preventiva dell’emergenza?

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Medici tunisini a Malpensa (ph. Alan Rizzi)

 «Credo che le scelte siano state tempestive. Le decisioni del premier Fakhfakh mi sono sembrate corrette e nelle sue dichiarazioni traspare serietà. Segue i consigli del mondo scientifico. Ma esistono delle discrasie tra i controlli che sono molto severi (la Tunisia ha adottato il regime di sanzioni più duro: dal 24 marzo al 14 aprile, la Guardia nazionale tunisina ha sequestrato 11.344 patenti, 11.356 carte di circolazione e 214 veicoli. Seicento persone sono state fermate, quasi trecento mandati di arresto sono stati emessi ai danni di titolari di esercizi commerciali, ndr) e che portano anche alla confisca dell’auto se vieni sorpreso in un quartiere diverso da quello di residenza, e gli assembramenti che si creano nei cantieri ancora aperti o alla sedi dei governatorati dove le persone vanno a ritirare i buoni spesa e gli aiuti sociali. Peraltro, persone come me possono seguire queste direttive, ma altre più fragili sono in difficoltà: è una questione di sopravvivenza».

 Una questione di disuguaglianza…

«Il coronavirus alimenta un problema sociale. La malattia è un moltiplicatore di disuguaglianza. Un senzatetto o una famiglia di sette persone che vivono in quaranta metri quadri non possono resistere a lungo alle restrizioni».

Le moschee, come le chiese in Italia, sono state chiuse.

 «È stata una delle misure di sicurezza, ma trasmettono le preghiere in modo quasi continuativo. La prescrizione non viene sempre rispettata perché il desiderio del rito collettivo, della preghiera comune è forte».

La presenza dell’esercito e delle forze dell’ordine è tornata una costante in strada, ricordando i tempi di Ben Ali. C’è qualche timore rispetto all’esile percorso democratico?

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Tunisi

 «No, è una situazione legata ad un’emergenza sanitaria dalla quale non credo che possa discendere una svolta autoritaria. Questo non cancella la preoccupazione per ciò che accade nel mondo, come in Ungheria, con regimi democratici che scivolano verso l’autoritarismo. Il discorso nazionalista primitivo e arcaico continua a pulsare».

 

La Cina ha inviato macchinari sanitari e proposto aiuti. Da anni è penetrata in Africa, espandendo la propria area di influenza politica e la ragione economica. Sta capitando anche in Tunisia?

 «No, non direi. La presenza cinese è un fattore soprattutto in Algeria».

 Il mondo intellettuale tunisino si è interrogato sulle prospettive?

«Il mondo intellettuale ha voglia di riflettere, soprattutto sul domani, su quali elementi del nostro status quo potranno modificarsi. Io sono meno ottimista: credo che chi sostiene il tema dell’equa distribuzione delle ricchezze lo continuerà a fare anche domani, chi lo osteggiava difenderà le sue posizioni. L’emergenza non stimolerà una presa di coscienza collettiva».

Dialoghi Mediterranei, n. 43, maggio 2020
 Riferimenti bibliografici
 Yadh Ben Achour, La tentazione democratica, Ombre corte, Verona, 2010.
Larbi Chouikha e Éric Gobe, Histoire de la Tunisie depuis l’indépendance, La Découverte, Paris, 2015.
Silvia Finzi (a cura di), Memorie italiane di Tunisia, Finzi editore, Tunisi.
Tania Groppi e Irene Spigno (a cura di), Tunisia. La primavera della Costituzione, Carocci, Roma, 2015.
Asma Nouira, Hamadi Redissi, Ahmed Zghal, La transition démocratique en Tunisie, Diwen Edition, Tunis, 2012.
Hamadi Redissi, L’islam incertain. Révolutions et islam post-autoritaire, Cérès éditions, Tunis, 2017.
Stefano Torelli, La Tunisia contemporanea, Il Mulino, Bologna, 2015.
Anne Wolf, Political Islam in Tunisia. The History of Ennahda, C. Hurst&Co., London, 2017.

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Simone Casalini, giornalista professionista, è caporedattore del Corriere del Trentino-Corriere della Sera e collabora con alcune riviste di politica internazionale, curando in particolare l’evoluzione sociopolitica della Tunisia e il tema delle migrazioni. È anche docente a contratto all’università di Trento. Si è laureato in Scienze politiche all’Università di Urbino. Ha pubblicato Intervista al Novecento (Egon, 2010) in cui attraverso la voce di otto intellettuali – tra i quali Sergio Fabbrini, Toni Negri, Franco Rella e Gian Enrico Rusconi – ha analizzato l’eredità del secolo breve e Lo spazio ibrido. Culture, frontiere e società in transizione (Meltemi, 2019). È coautore del libro collettivo La Trento che vorrei (Helvetia, 2019) e del documentario sulla primavera araba tunisina: Tunisia, nove anni dopo. La rivoluzione sospesa (https://vimeo.com/395279730; 2020).

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