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Neocolonialismo europeo e criminalizzazione della solidarietà: un breve contributo teorico-antropologico

We are not dangerous, we are in danger!”. Striscione dell’Associazione Baobab Experience di Roma per la manifestazione contro il DDL Sicurezza. 2025. Fonte: https://www.baobabexperience.org/

We are not dangerous, we are in danger!”. Striscione dell’Associazione Baobab Experience di Roma per la manifestazione contro il DDL Sicurezza. 2025. Fonte: https://www.baobabexperience.org/

di Eleonora Di Renzo 

«La maggior parte delle nazioni che si sono liberate dalla colonizzazione hanno teso a formarsi attorno all’idea di potenza, come pulsione totalitaria della radice unica, e non in rapporto fondante con l’Altro. Il pensiero culturale di sé era duale, giacché opponeva il cittadino al barbaro. Mai niente fu più lontano dal pensiero dell’erranza, di questo periodo della storia dell’umanità in cui le nazioni occidentali si sono costituite diffondendo poi il proprio modello nel mondo» (Glissant, 2007: 32). 

Pratiche di solidarietà 

Per solidarietà consideriamo le pratiche di supporto mutuo attivate rispetto a problemi politici e sociali, da singole persone o collettività, più o meno organizzate. La solidarietà è un terreno conteso e ne esistono differenti forme: esiste, anzitutto, la forma istituzionale e, spesso, depoliticizzata delle politiche umanitarie. Si tratta di pratiche sotto il controllo di un sistema “necropolitico” (Mbembe, 2016) e guerrafondaio: lo Stato di Israele ha alimentato un genocidio, con il pieno concorso del governo italiano, proprio attraverso questo sistema, a partire dalla creazione dei cosiddetti corridoi umanitari. Nel panorama in cui viviamo, gli Stati nazione europei dimostrano di agire in continuità con la storia coloniale attraverso cui sono diventati “potenze mondiali”, alimentando politiche imperialiste e discorsi d’odio che ricalcano secoli di schiavizzazioni e genocidi. 

9788869480072Oggi, vediamo come l’Europa stessa sia, anzitutto, un progetto (Glissant, 2007) basato sulla differenziazione tra un dentro e un fuori, di cui il Mar Mediterraneo è sempre stato testimone (Mainwaring e De Bono, 2021). A tenere in piedi questa struttura di morte sono “l’amnesia coloniale” (Danewid, 2017: 8), la destoricizzazione e decontestualizzazione delle storie delle persone che attraversano mari e confini, accompagnati da discorsi oggettivanti e ontologizzanti rispetto all’ineludibilità di destini e di condizioni di precarietà (ibid.). In questo modo, il migrante è reso “straniero” (Danewid, 2017: 9) e si tenta la costruzione di una narrativa culturale incentrata sulla bontà e sull’umanità europee, assolvendo l’Europa dalle sue responsabilità storiche e attuali, attraverso forme di cura e compassione predatorie e neocoloniali (Ticktin, 2017).

In questo scenario, la solidarietà è diventata un passepartout affinché l’impegno civico stabilizzi lo status quo di ineguaglianze (Schwiertz, et Al., 2025), attraverso il cosiddetto “complesso industriale umanitario” (Dadusc e Mudu, 2022: 5) e l’utilizzo della categoria di umanità. Riprendendo le parole di Angela Davis (2022), come il “complesso industriale carcerario” si riempie di persone che lo Stato non sa “mettere a valore”, allo stesso modo ci sembra di trovarci di fronte a un “complesso industriale umanitario” (Dadusc e Mudu, 2022), che crea e, allo stesso tempo, esclude categorie sociali considerate sacrificabili. Come ci ricorda Fassin (2011, 239), però, dietro alla pretesa universalità della categoria di umanità si nascondono gerarchie e differenti livelli di concezione della stessa, che mettono chiare condizioni per chi possa agire e chi debba ricevere supporti; per chi possa autodeterminarsi e chi debba essere sovradeterminato. La categoria di umanità, infatti, è contestuale e relazionale: «è promessa di connessione universale ma anche pericolo della sua espansione imperiale» [1] (Feldman e Ticktin, 2010: 25).

114Una seconda forma di solidarietà è quella cosiddetta “autonoma” (Agustín e Jørgensen, 2018): organizzata dal basso, in spazi e tempi autorganizzati, con una posizione antagonista rispetto al sistema statale e neoliberista (Schwiertz, et Al., 2025: 9). Non si tratta di risposte meccaniche verso le ingiustizie o le oppressioni (Dadusc e Mudu, 2022), bensì di “relazioni trasformative” (Featherstone, 2012). Attraverso le forme autonome di solidarietà, si ricostruiscono nuove basi relazionali, rapporti di cura e resistenza, rafforzando i legami tra corpi, territori, tempi e storie, al di fuori di percorsi prestabiliti e tracciati nella sfera depoliticizzata degli aiuti umanitari statali. Nonostante la complessità e le contraddizioni che le caratterizzano, queste pratiche ci permettono di immaginare un’alternativa politica non governabile ma spontanea, affettiva ed etica che rompe le catene razziste del colonialismo minando le basi delle pratiche segregative e di soggettivazione sovradeterminata.

Come scrivono Della Porta e Steinhilper: «in un contesto di policrisi, le pratiche di solidarietà hanno reso sempre più sfumati i confini tra le forme controverse e non controverse di impegno della società civile» (Della Porta e Steinhilper, 2021: 176), combinando azioni volontarie, movimenti sociali e attivismo politico. Sfidando le strutture stabilite della distribuzione delle risorse e dei servizi (Fekete 2018), questi movimenti agiscono per trasformare la società ripensando forme di democrazia diretta. «Queste organizzazioni mettono in atto la solidarietà attraverso la promozione di identità collettive, facilitando alleanze tra la società civile e proponendo alternative politiche» (Schwiertz, et Al., 2025: 177). È dunque per questo che viene criminalizzata: perché ciò che viene contestato e a cui si resiste, attraverso queste pratiche, è l’intero Sistema. Basti ricordare ciò che accadde al Sindaco di Riace Mimmo Lucano nell’ottobre 2018 [2]. Il sistema di criminalizzazione che colpisce queste pratiche ha la capacità di ribaltare completamente la realtà, mistificandone la narrazione. Come scrivono Dadusc e Mudu, 

«Mentre l’Unione Europea firma accordi con le milizie libiche, violando le convenzioni sui diritti umani e trasformando il Mediterraneo nel confine più mortale del mondo, cerca di screditare, mettere a tacere e imprigionare tutti coloro che disobbediscono agli ordini di rimpatriare le persone nei campi di tortura in Libia, che rifiutano di diventare complici della fortificazione delle frontiere e che denunciano la violenza dei regimi di frontiera europei attraverso la loro presenza critica nel Mar Mediterraneo: un cimitero liquido che, sotto le sue acque, nasconde sia migliaia di morti sia la responsabilità europea per queste morti» (Dadusc e Mudu, 2022: 28). 

Si tratta di un sistema che ridefinisce lo spazio e i diritti legittimati al suo interno, attraverso la costruzione di muri e confini. Confini che, in sé, si presentano come antidemocratici, togliendo la possibilità di parola a chi li abita e li attraversa. È in atto una costruzione violenta di immaginari slegati dalla realtà dei corpi, che crea e alimenta realtà violente e criminalizzanti. 

12Criminalizzazione della solidarietà: costruire l’alterità pericolosa 

La criminalizzazione di cui parliamo avviene attraverso proposte di legge, sanzioni, mistificazione delle informazioni e classici strumenti di deterrenza violenta, primo fra tutti l’incarcerazione. Attraverso queste misure si tenta di nascondere le ingiustizie che sono connaturate a questa società: la povertà, la tossicodipendenza, l’esclusione dal diritto di cittadinanza, il disagio psichico. Le destre mondiali sembrano esprimere una continua ansia e paura per la sopravvivenza e per la loro stessa vita che, forse, mette a nudo l’umana paura della morte. Attraverso pratiche di emarginazione e violenza, divide et impera, i governi tentano il controllo speculando sulla paura.

Per arrivare a questo livello di analisi è fondamentale una prospettiva diacronica e storicamente profonda delle produzioni legislative. Uno degli esempi di questi anni di instancabile lavoro del governo italiano in questa direzione, è il Decreto-legge Sicurezza 2025 (D.L. 11 aprile 2025, n. 48), convertito nella Legge 9 giugno 2025, n. 80. È una legge che ha introdotto misure su vari fronti, tra cui il contrasto al terrorismo e alla criminalità organizzata, la tutela delle forze dell’ordine, la sicurezza urbana e l’ordinamento penitenziario. Tra le novità principali, sono previste pene più severe per la violenza a pubblici ufficiali, la revoca della cittadinanza per reati gravi, il carcere per blocchi stradali e la repressione di occupazioni abusive e accattonaggio. Si tratta di un decreto che vuole colpire categorie sociali precise e già fortemente emarginate: migranti, senzatetto, donne rom. Nella stessa direzione, non possiamo non citare il neonato DDL S. 1627, che vuole criminalizzare il dissenso, tentando di rendere reato perseguibile penalmente le manifestazioni in piazza per la Palestina, dietro l’accusa di antisemitismo.

Viene impedita l’autodeterminazione di persone e territori – intendendo, per territori, il legame tra chi li abita e gli spazi stessi – attraverso una mistificazione linguistica. È alimentata la perdita delle complessità umane per rientrare in categorie che diventano gabbie: dalla criminalizzazione delle ONG SAR (Search and Rescue) alla classificazione dei migranti come scafisti; dalla classificazione delle forme di antifascismo come terrorismo al trattamento della salute mentale in termini di devianza sociale, ordine pubblico e sicurezza. Si alimenta, così, l’asse fondamentale di azione di una “struttura di violenza” (Graeber, 2012) nella costruzione di concetti, corpi e luoghi marginalizzati, che sembrano emergere in contrapposizione alla costruzione di un’idea statale, egemonica e verticale, guidata da un orientamento morale binario, oppositivo e pervasivo, che alimenta ogni dibattito.

113La morale a cui il Sistema si appella è fondamentalmente politica e funzionale alla governance e al controllo di classi sociali considerate pericolose per la sicurezza e l’ordine pubblico.  I corpi marginalizzati sono cristallizzati in categorie sociali moralmente spaventose, all’interno di un processo di produzione “legale di illegalità” (De Genova, 2024), così piegando gli stessi strumenti giuridici che dovrebbero difendere i diritti fondamentali delle persone. Questo sistema di Stati nazione legittima forme necropolitiche e di prisonfare (Wacquant, 2010) e, al tempo stesso, produce e controlla categorie sociali attraverso categorie giuridiche di illegalità. Tale sistema crea una modalità politica definita weaponization of migration (utilizzo della migrazione come arma) che, attraverso la combinazione di pratiche di deumanizzazione ed eccezionalismo, descrive la mobilità umana come un attacco, un’“invasione” da cui bisogna difendersi, possibilmente erigendo muri.

Un altro elemento fondamentale che concorre ad alimentare questo sistema è l’esternalizzazione delle frontiere. In questo contesto, la razza è cruciale, volendo qui citare i CPR (Centri di Permanenza per i Rimpatri), dove sono rinchiuse persone che non hanno commesso alcun reato. Questo tipo di strutture, anzitutto attraverso la loro lontananza, svolgono la funzione di escludere alcune persone dalla società intera, annullando qualsiasi possibilità di relazionalità con la stessa, simbolica e fisica. Le persone che vi sono rinchiuse non esistono giuridicamente per lo Stato di arrivo e vengono prese in ostaggio nelle strutture detentive preventive, perdendo qualsiasi diritto, in primis quello all’esistenza.

Viviamo in un sistema che organizza attentamente i diritti agli spazi e la libertà di movimento attraverso la costruzione di confini. I confini, in sé, sono antidemocratici: regolamentano soggettività che non hanno possibilità di parlare e sono, al tempo stesso, strumento di produzione di soggettività attraverso categorie denigratorie. Ma ci sono persone che resistono e attraversano le frontiere. Come scrivono Dadusc e Mudu: 

«[…] la criminalizzazione di coloro che si oppongono e resistono sia ai confini umanitari che a quelli di sicurezza ha l’obiettivo di mettere a tacere tutte quelle voci che rendono visibili la violenza e i danni causati dai confini, rendendo così le autorità responsabili dei loro crimini» (Dadusc e Mudu, 2022: 31). 
Lavoratori e lavoratrici della rete sindacale dei venditori ambulanti di Barcellona “Top Manta” alla Biennale di Venezia 2023. Top Manta è diventato un marchio di abbigliamento sociale e solidale, con un laboratorio di serigrafia e uno di cucito, con l'intento di migliorare le condizioni di vita del collettivo, togliere le persone dalla strada e creare campagne di comunicazione in grado di denunciare le ingiustizie. 2023. Fonte: https://topmanta.store/.

Lavoratori e lavoratrici della rete sindacale dei venditori ambulanti di Barcellona “Top Manta” alla Biennale di Venezia 2023. Top Manta è diventato un marchio di abbigliamento sociale e solidale, con un laboratorio di serigrafia e uno di cucito, con l’intento di migliorare le condizioni di vita del collettivo, togliere le persone dalla strada e creare campagne di comunicazione in grado di denunciare le ingiustizie. 2023. Fonte: https://topmanta.store/.

Conclusioni 

L’idea della mobilità illegale, in un mondo regolato da rigidi confini tra corpi e Stati, sembra essere attaccata tenacemente a specifiche categorie umane e classi, e trova un’unica declinazione nei corpi stessi, portando a vite precarie e clandestine, la cui esistenza stessa diventa “confine” (Khosravi, 2019) e “margine” (Antinori, 2024: 4). Rispetto ai concetti di territorialità, appartenenza territoriale e mobilità: se, da una parte, l’appartenenza territoriale sembra fondamentale per la costruzione di comunità, altre esperienze ci riportano alle potenti possibilità di costruzione di legami comunitari deterritorializzati che sappiano rompere con l’idea di un “sentirsi a casa”, in nome di una riterritorializzazione emotiva fatta di intrecci di esperienze e memorie condivise orizzontalmente.

Infatti, negli Stati nazione, il principio di ospitalità è condizionato dall’esistenza di un “padrone di casa” che ha pieno potere di chiudere le porte, stabilendo chi è dentro e chi rimane fuori (Khosravi, 2019). Stiamo vivendo in un tempo in cui si è resa sempre più evidente la crisi della democrazia sostanziale (Mbembe, 2022) degli Stati nazione europei, che continuano ad esprimersi in tutto il loro colonialismo.

111In questo panorama, le pratiche di solidarietà autonoma ci costringono a confrontarci e decostruire le “tecnologie di cittadinanza e anti-cittadinanza” (Khosravi, 2019), tanto quanto i meccanismi di invisibilizzazione delle complessità e di storicità delle vite. Le pratiche di solidarietà non sono le uniche ad essere nel mirino dei processi di criminalizzazione. Assistiamo sempre di più alla criminalizzazione della resistenza di quelle soggettività che hanno la resistenza come unico modo di esistenza (Bernat e Whyte, 2021), di cui è esempio quella palestinese. A questo, si accompagna il tentativo di sterilizzazione del sistema giuridico internazionale, i cui strumenti rimangono formalmente in piedi ma sono resi inefficaci.  Gli Stati nazione e le loro leadership stanno tentando un’erosione interna al sistema stesso, in cui si viene giudicati non per quello che si fa ma per ciò che si è (Ferrajoli, 2009).

Le pratiche di disobbedienza civile, dentro e fuori le istituzioni, e le voci di chi vive sul margine sono fondamentali, perché testimoniano l’esistenza di spazi al di fuori degli ingranaggi delle pratiche di esclusione e criminalizzazione, dimostrando che tutte e tutti abbiamo la possibilità e il dovere di prenderci cura della comunità. La condivisa umanità a cui fanno appello tanto le pratiche solidali autonome, quanto le politiche umanitarie istituzionali, non può essere data per scontata.

In questo contesto, appare quanto mai urgente interrogarsi sul significato e sulle implicazioni della solidarietà come pratica politica, non solo in termini morali ma anche giuridici. Infine, a fronte della crescente criminalizzazione delle pratiche di soccorso mutuo e accoglienza, è fondamentale ricordare che la solidarietà non è solo un principio etico, ma un dovere costituzionale. Come sancisce l’Articolo 2 della Costituzione Italiana: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Tutte le traduzioni sono a cura dell’autrice.
[2] Dalla rivista online DINAMOPRESS: https://www.dinamopress.it/news/quando-la-solidarieta-e-reato-13-anni-a-mimmo-lucano/ (link aggiornato al 13 ottobre 2025). 
Riferimenti bibliografici
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Antinori, S. 2024. “Vite in pezzi, corpi integri. Geografie sociali della migrazione e della homelessness a Roma Termini”. Archivio Antropologico Mediterraneo, 26(2): 1-19.
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Eleonora Di Renzo è dottoranda in Antropologia per il Programma Nazionale di Dottorato in Studi per la Pace (Curriculum 2 “Identità, Memorie, Religioni e Pace”) e cultrice della materia presso l’Università La Sapienza di Roma. Dal 2023 svolge ricerche sull’intersezione tra aspetti politici e religiosi nelle pratiche religiose afro-brasiliane a Rio de Janeiro. Nel 2026 intraprenderà un percorso di mobilità dottorale nell’ambito del progetto MSCA Staff Exchange RHEAL – Religion and Healing: Collaborative and Participatory Methodologies (PI: Emily Pierini). Attualmente sta investigando la medianità e il dialogo interculturale tra le comunità e la cultura romani e gli spazi religiosi afro-brasiliani.

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