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Memorie di Gaza. Il ricordo come atto di resistenza

Rimozione dell'Altro, Google Maps, 13.06.2026

Rimozione dell’Altro, Google Maps, 13.06.2026

di Maria Rosaria Di Giacinto 

Rimozione. Guardare Gaza dall’alto

Chiunque oggi abbia accesso alla tecnologia, con facilità, può porsi in una posizione di dominio rispetto a una vasta gamma di luoghi: dispositivo → browser → barra di ricerca → Google Maps → nome località → Invio. 500 lunghissimi millisecondi e la mappa si centra automaticamente sull’area. In evidenza, confini geopolitici, strade, piazze, ristoranti, farmacie, ospedali, campi sportivi, musei, spiagge, sedi istituzionali, monumenti e tutto ciò che è ritenuto di pubblico interesse. Alta risoluzione e linguaggio simbolico all’avanguardia rendono l’operazione semplice, veloce e intuitiva.

Sedutə sul proprio divano, in piedi sul bus verso casa o in movimento sul tapis roulant in palestra, più o meno distrattamente, si può usufruire di uno sguardo dall’alto (de Certeau, 2001), un occhio tecnologico sul mondo, costantemente aggiornato, neutrale e perfetto… o almeno così viene rappresentato.

Digitando “Gaza” in un periodo precedente a gennaio 2026, appariva un territorio tale e quale a quello di ottobre 2023 [1]: un’immagine congelata in attesa che il potere ne decidesse le sorti a colpi di bombe. A dispetto della cronaca quotidiana di morte e distruzione, di cui la Storia conosce nomi e indirizzi dei responsabili, si narrava uno spazio ancora vivibile. Si era di fronte a un inspiegabile corto circuito: da un lato le immagini del genocidio del popolo palestinese in diretta mondiale attraverso diversi canali media pubblici e privati, dall’altro la rappresentazione di una città immutata, con i suoi alberi, le vie, le case ancora in piedi a portata di click.

Era come se tra quello che stava accadendo all’interno della Striscia e l’occhio indagatore fosse stato consapevolmente dispiegato un velo spessissimo a celare uno spettacolo troppo cruento per essere visto attraverso un motore di ricerca online, ma non abbastanza disumano da prolungarsi giorno dopo giorno.

Un tale paradosso richiama la logica della ragione cartografica di Farinelli (2009), secondo cui il mondo viene sostituito dalla sua rappresentazione, ovvero non è la carta a copiare la Terra, ma la Terra ad adattarsi alla carta. In questo caso, finché l’immagine della Palestina non fosse cambiata, sarebbe stato possibile radere al suolo il territorio con i suoi abitanti rinchiusi dentro. Se il sapere geografico viene prima del mondo e ciò che non è cartografabile non esiste (ibidem), morti, accampamenti, macerie e devastazione non facevano ancora parte di quest’epoca.

Si trattava di una rimozione non solo fisica, ma anche simbolica dell’oppresso, confinato – materialmente e metaforicamente – entro i contorni dell’indefinito, in un tempo sospeso e in uno spazio immobile difficili da eludere.

L’orrido risultato dei massicci bombardamenti ha potuto fare la propria comparsa soltanto a febbraio 2026, quando il satellite ha aggiornato le immagini dell’intera area geografica, probabilmente a seguito del formale cessate il fuoco dell’ottobre del 2025, cui però non è di fatto seguita un’interruzione delle attività belliche e del massacro dei civili inermi [2]. L’avanguardistica società contemporanea, dove la compressione spazio-temporale permette di comunicare in frazioni di secondo (Harvey, 1993), ha impiegato tre anni a svelare il volto di Gaza martoriato dalla guerra. In una terra che non poteva più in alcun modo rimodellarsi sulla mappa, la nuova mappa ha palesato i meccanismi di potere, spesso tanto ovvi quanto nascosti nel quotidiano.

La carta geografica rende bidimensionale ciò che è tridimensionale (Farinelli, 2009). Perdendo un grado di libertà si perde l’umano, si omettono le vite che animano i luoghi. Che si tratti di un’immagine aggiornata o meno, l’occhio egemonico ordina il movimento, trasformando il caos in un disegno geometrico, limpido e leggibile (de Certeau, 2001). Lo sguardo dall’alto è unilaterale: immobilizza e non ammette rimando (Hall, 2006).

Il linguaggio scientifico e la selezione visiva de-umanizzano i corpi: mettendo a distanza il flusso delle vite in movimento nello spazio, se ne occulta la sofferenza. Così, con un banale gesto quotidiano, chiunque può impugnare il proprio dispositivo elettronico e prendere parte a questo violento annullamento del dolore altrui: usufruendo delle icone rassicuranti “farmacia”, “piscina”, “campo sportivo”, “spiaggia”, “ristorante” si può partecipare alla normalizzazione del genocidio.

La rappresentazione cartografica, specchio perfetto della realtà così com’è, piuttosto che svelare il mondo lo nasconde.

 L’attrito del quotidiano, In viaggio con Hasan, Aljasari, 2025.

L’attrito del quotidiano, In viaggio con Hasan, Aljasari, 2025

Attrito. Attraversare Gaza dal basso

Un’emblematica azione di disobbedienza ottico-visiva allo sguardo egemonico è rappresentata da In viaggio con Hasan (2025), documentario girato dal palestinese Kamal Aljafari, durante l’attraversamento in auto di Gaza, da nord a sud, in compagnia dell’autista Hasan. I due si muovono alla ricerca di Abdel Rahim, un compagno di prigionia del regista, scomparso a seguito di un pugno sferrato a una guardia carceraria israeliana che aveva schernito il suo nome. La pellicola – di cui l’autore stesso per anni ignora l’esistenza – è girata nel 2001, nel periodo della Seconda Intifada.

Le tre cassette MiniDV, come reperti archeologici, ritraggono un territorio segnato dal conflitto, ma ancora vivibile. Gaza, all’epoca, è sì una prigione a cielo aperto in cui l’occupazione gradualmente sta erodendo la libertà di movimento dei suoi abitanti, ma la guerra non ha ancora fatto tabula rasa di case, scuole e ospedali. Il filmato alterna il caos vitale dei movimenti e delle relazioni urbane (Amin-Thrift, 2005) all’intimità delle scene domestiche dove poter guarire dalla violenza pubblica (hooks, 2020).

Guardare il film richiede allo spettatore uno sforzo emotivo e materiale insieme. Le scene mosse e sfocate e il parlato arabo non rappresentano soltanto una distanza tecnologica e culturale, ma sono segno dell’umano. Dietro l’obiettivo non sta un freddo algoritmo guidato da macro-forze politico-economiche, ma una persona in tutta la sua emotività e fisicità. È il viaggio a tessere il filo degli eventi. Kamal ha uno scopo – trovare Abdel – ha pianificato un percorso – da nord a sud – con un compagno di viaggio – Hasan –, ma è l’attrito del divenire a direzionare la trama: è l’attraversamento, fatto di incontri casuali, affetti, luoghi e relazioni a muovere il corpo e a dirigere l’inquadratura.

Bambinə si divertono per strada, in casa o in spiaggia con pesci e uccelli – sorrisi [:D] e “Riprendimi!”; anziani giocano a carte – giù una carta [Paf!] e “Filma i disoccupati e fai venir bene la mia testa pelata!”; un amico non distoglie l’attenzione dalla TV mentre di notte dalla finestra scoppiano colpi di mortaio – attesa, bagliori, spari in lontananza [Bam! Bam!] e “guardano la partita e nel frattempo si divertono con noi… l’anno scorso Macabi ha vinto il campionato europeo… mancano 5 minuti e 17 secondi alla fine del match”; donne nei vicoli denunciano una bomba caduta in casa – passi tra i vicoli [Tap, tap, tap, tap], si apre una porta [Gneeeek] e “questa casa ospita 24 persone… non hanno pietà bombardando?”; Hasan in auto indica un posto di blocco – la telecamera viene ribaltata, fruscio [chshkjtrrcwfrhc] e “abbassa la telecamera… vedi quel check-point? Lì prima c’erano le case, adesso non ci possiamo muovere liberamente”.

Vite vissute si mischiano con il paesaggio e i suoi edifici, traffici, onde, rumori, clacson, frutti, canzoni, animali, tramonti, direzioni: “conoscete Abdel Rahim?”.

 Figura 3. Riprendere Gaza, In viaggio con Hasan, Aljasari, 2025.


 Riprendere Gaza, In viaggio con Hasan, Aljasari, 2025

Ri-prendere. Leggere il passato con gli occhi del presente

Dove sono queste persone oggi?

A distanza di 25 anni, la ricerca di Abdel si è tramutata nella ricerca di tutte le persone presenti nel filmato, volti familiari ed estranei di ogni età incrociati nel cammino, tra cui lo stesso Hasan. Il destino di uno è diventato quello di molti. È impossibile guardare il documentario ignorando quale devastante futuro si paleserà per i protagonisti. L’asimmetria è una costante nella Storia dei rapporti tra i due popoli (Guarrasi, 2024) e i Palestinesi del film perderanno i mezzi per opporsi all’occupazione israeliana. La guerra ridefinirà lo spazio (Gregory, 2004) con una violenza architetturale (Weizman, 2009) che costringerà la comunità ad abitare il trauma (Rosaldo, 2001), a sperimentare uno stato di eccezione (Agamben, 2003) lungo decenni, fatto di perdita di terra, esilio, distruzione, morte e oblio. Lo schermo restituisce alla memoria scorci di una Gaza che non esiste più, piccoli e grandi frammenti del passato che sono già – e non ancora – reliquie; corpi in salute che sono già – e non ancora – sacri-ficati (Asad, 2007).

Il documentario di Aljafari è il tentativo, ben riuscito, di riappropriarsi della Storia attraverso le storie, di restituire a se stesso, al popolo palestinese e agli occhi del globo la terza dimensione sottratta dalla carta. In un passato ancora ignaro delle conseguenze della rivoluzione digitale, gli eventi vengono narrati attraverso una dimensione spazio-temporale appropriata. Non c’è margine per lo spietato linguaggio del satellite, per lo sguardo panottico (Foucault, 2014) di Maps che domina il colonizzato, riduce i luoghi ad astrazione geopolitica e trasforma il presente animato in un deserto di rottami privo di memoria.

Nella sua opera, Kamil Aljafari (ri)prende lo spazio di Gaza e lo risignifica attraverso l’archivio intimo delle relazioni. Il regista impone il codice della memoria viva, in un viaggio che modella una topografia emotiva personale e collettiva. Lo spettatore sperimenta la melanconia di un paesaggio cancellato (Navaro-Yashin, 2012), il dolore per le vite dis-perse, vite che contano, seppur nel gelido panorama politico internazionale siano considerate sacrificabili (Butler, 2013). La Gaza di Aljafari è una Gaza dal basso, in cui il narratore si immerge, mescola e contamina con il vissuto, sperimentando la speranza di ritrovare un amico scomparso, la paura dei rumori di mortaio in lontananza, il timore dei posti di blocco, l’amore dei cari e la curiosità per i/le bambinə in strada.

Figura 4. Io ricordo, In viaggio con Hasan, Aljasari, 2025.

Io ricordo, In viaggio con Hasan, Aljasari, 2025

أَتَذَكَّر – Io ricordo

Alle tanto ovvie quanto celate strategie di pianificazione dall’alto, è possibile opporre tattiche di re-esistenza attraverso la memoria. Solo chi attraversa il luogo ne ha una conoscenza sfaccettata, poiché lo sperimenta mediante il corpo e l’attrito del proprio vissuto (de Certeau, 2001).

Quando il potere mira alla rimozione fisica e simbolica dell’Altro, la dimensione del ricordo trascende la sua prerogativa intima e nostalgica, per vestire i panni della rivendicazione all’esistenza di un intero popolo. La memoria, come azione militante, sfida il tentativo di oblio, quale progetto politico dominante. Se l’egemonia architetta una sapiente appropriazione, selezione e costruzione della Storia (Lowenthal, 1985), è necessario reimpadronirsi delle storie di vita individuale (Benjamin, 1997), complesse e animate come quelle di Gaza.

Vari sono gli esempi di racconti anti-egemonici che si contrappongono allo sguardo unilaterale e coloniale del dominatore (Said, 1998). Diari social, reportage di guerra, film documentari sono preziose forme di “archivio nazionale di una nazione che non esiste” [3], luoghi della memoria (Nora, 1992) certo, ma non mere registrazioni del passato, piuttosto promesse future (Derrida, 1995). Le voci da Gaza restituiscono al centro egemonico il proprio sguardo, smascherandolo. Ognuna di queste testimonianze rappresenta il rifiuto dei silenzi istituzionali e delle narrazioni rassicuranti. In un panorama internazionale che fatica a fare pressioni su Israele, il diritto dei Palestinesi a esistere, riavere il proprio Paese, autodeterminarsi e ricostruirsi vaglia così percorsi alternativi [4].

poster-della-proiezione-berlineseIl ricordo di Aljafari si configura come un viaggio all’indietro attraverso luoghi intesi come ecosistemi emotivi, capaci di trattenere traumi e fantasmi del passato (Till, 2012). In questo senso, le ultime immagini della pellicola sembrano essere le più significative: il regista, rimasto dietro la telecamera per l’intera durata del film, appare adesso in prima persona nell’intimità di casa, ripreso da un familiare, probabilmente una/un piccolə nipote. L’inquadratura si muove confusamente all’altezza di una bambina sorridente, vola basso da una stanza all’altra, incrocia gli occhi di una ragazza distesa che guarda la TV, fino a raggiungere il livello del divano dove Aljafari siede insieme ai suoi cari: “premi «fine»”.

Nero. 

In coda, compare un testo in arabo affiancato dall’inglese: più sequenze di parole si sovrappongono, svelando i dettagli della prigionia e la ragione profonda della ricerca di Abdel Rahim – svanito nel nulla da un giorno all’altro per non aver chinato la testa. La fluidità del divenire viene sostituita dalla rigidità dello scritto che, come una sentenza, fissa il dramma di un percorso incompiuto. A Kamal Aljafari non resta che sottrarre questa perdita alla violenza del silenzio, trasformando l’oltraggio dell’oblio nella promessa etica del ricordo: 

«Abdel Rahim non c’era più. […] Non lo vedemmo mai più.
Sono andato a Gaza, alla ricerca di un amico senza un indirizzo. 
Io ricordo». 
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] UNOSAT (United Nations Satellite Centre), disponibile su: https://unosat.org/ (consultato il 12.06.2026). 
[2] «All’interno della Striscia di Gaza la crisi umanitaria e sanitaria continua ad aggravarsi, mentre il cessate il fuoco sancito nell’ottobre 2025 non viene realmente rispettato. Dall’inizio della tregua annunciata sono state circa 700 le vittime e più di 2.000 le persone che risultano ferite». Emergency, La situazione a Gaza: gli aggiornamenti di Emergency 2026, disponibile su: https://www.emergency.it/blog/dai-progetti/la-situazione-a-gaza-gli-aggiornamenti-di-emergency-2026/ (consultato il 12.06.2026). 
[3] G. Raganelli, With Hasan [Recensione], «Quinlan. Rivista di critica cinematografica», 11 agosto 2025, disponibile su: https://quinlan.it/2025/08/11/with-hasan-in-gaza/ (consultato il 14.06.2026). 
[4] Euronews, servizio video disponibile su: https://youtu.be/hfl3BccuL0Y (consultato il 12.06.2026). 
Riferimenti bibliografici
Agamben, G. (2003). Stato di eccezione. Torino: Bollati Boringhieri.
Amin, A., Thrift, N. (2005). Città. Ripensare la dimensione urbana. Traduzione di M. Sampaolo. Bologna: Il Mulino.
Asad, T. (2007). On Suicide Bombing. New York: Columbia University Press.
Benjamin, W. (1997). Sul concetto di storia. A cura e traduzione di G. Bonola. Torino: Einaudi.
Butler, J. (2013). A chi spetta una buona vita?. Traduzione di F. Zappino. Roma: Nottetempo.
de Certeau, M. (2001). L’invenzione del quotidiano. Traduzione di M. Baccianini. Roma: Edizioni Lavoro.
Derrida, J. (1995). Mal d’archivio. Un’impressione freudiana. Traduzione di G. Pozzi. Napoli: Filema.
Farinelli, F. (2009). La crisi della ragione cartografica. Torino: Einaudi.
Foucault, M. (2014). Sorvegliare e punire. Nascita della prigione. Traduzione di G. Pane. Torino: Einaudi.
Gregory, D. (2004). The Colonial Present: Afghanistan, Palestine, Iraq. Malden: Blackwell.
Guarrasi, V. (2024). La Tempesta Perfetta. Quando l’umanità iniziò a cospirare contro se stessa. Palermo: Edizioni Museo Pasqualino.
Hall, S. (2006). Il feticismo dell’immagine. Politiche del visibile. Traduzione di M. Caroti. Roma: Meltemi.
Harvey, D. (1993). La condizione della postmodernità. Traduzione di M. R. d’Amico. Milano: Il Saggiatore.
hooks, b. (2020). Elogio del margine. Razza, genere e mercato culturale. Traduzione di M. Nadotti. Napoli: Tamu Edizioni.
Lowenthal, D. (1985). The Past is a Foreign Country. Cambridge: Cambridge University Press.
Navaro-Yashin, Y. (2012). The Make-Believe Space: Affective Geography and Non-Signification on the Cypriot Front. Durham: Duke University Press.
Nora, P. (1992). I luoghi della memoria. Edizione italiana a cura di M. Isnenghi. Torino: Einaudi.
Rosaldo, R. (2001). Cultura e verità. Il ridisegno dell’analisi sociale. Traduzione di A. Perri. Roma: Meltemi.
Said, E. W. (1998). Cultura e imperialismo. Traduzione di S. Chiarini e A. Tagliavini. Roma: Gamberetti.
Till, K. (2012). Wounded Cities: Memory-work and a place-based ethics of care. In «Political Geography», 31(1), pp. 3-14.
Weizman, E. (2009). Spazio incavato. L’architettura dell’occupazione israeliana. Traduzione di G. Chiaramonte. Milano: Mondadori.

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Maria Rosaria Di Giacinto, si è laureata nel 2020 in Studi Storici, Antropologici e Geografici presso l’Università degli Studi di Palermo. In ambito universitario, ha partecipato come relatrice a diversi convegni internazionali tra cui Problematizing Migration: Mobility and Vulnerablitation in a Age of Abandonment and Inequalities (2023), Peoples and cultures of the World (2022) Stati Uniti, Australia e Unione Europea: tre modelli a confronto (2017), da cui è stato tratto nel 2019 un volume da lei curato e in cui è autrice del saggio Politiche di migrazione irregolare. Stati Uniti, Australia e Unione Europea: tre modelli a confronto. Ha, inoltre, svolto le funzioni di ricercatrice e curatrice presso il Museo Eoliano dell’Emigrazione di Salina e preso parte a numerosi scambi all’estero, all’interno di progetti finanziati dall’Unione Europea. Attualmente, detiene la carica di referente per i giovani insegnanti all’interno del direttivo della sezione provinciale AIIG Sicilia occidentale e insegna presso una scuola secondaria di secondo grado.

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