CIP
di Antonello Ciccozzi
La via della cantina e la via della vigna [1], dal coltivare i campi al coltivare il passato
Antonio e Nicoletta sono due vecchi contadini molisani che vivono quelle che, per forza di cose, si annunciano essere le loro ultime estati di lavoro. Resistono come possono ai loro ottant’anni, incalzati dall’artrite e perseguitati da una lunga e crescente serie di altri acciacchi più o meno gravi che cercano di lenire affidandosi a una selva di medicinali. Si fanno silenziosamente coraggio ogni giorno: mentre il tempo che scorre tramuta inesorabilmente le forze in dolori, seguitano a coltivare i loro terreni, sfidando quotidianamente l’avanzare del limite della loro fatica. E, semplicemente, ciò significa che ogni stagione che passa i due seminano e coltivano sempre meno qualità e quantità di prodotti (recentemente mi hanno riferito con una punta di rammarico l’ultima inevitabile decisione di piantare solo tre file di pomodori).
Insistono nei loro sforzi, sommersi in una campagna sempre più abbandonata, intorno a Montefalcone nel Sannio, in provincia di Campobasso, uno dei tanti paesi dell’arcipelago rurale delle aree interne del Sud Italia (chi ci vive lo chiama intimamente solo “Montefalcone”, “nel Sannio” è un attributo toponomastico che si aggiunge come veste ufficiale specialmente quando ci si rivolge all’esterno, prima di tutto per distinguersi dagli altri paesi omonimi in Italia). Montefalcone, per quanto cerchi di tenere duro, è un posto sempre più spopolato; dove gli abitanti si sono più che dimezzati nel giro di qualche decennio, per ridursi a poco più di mille, in una crisi demografica che ora minaccia davvero di precipitare. Qui prima nascevano «una cinquantina di figli l’anno» mentre «adesso ne arrivano due o tre», se tutto va bene. Troppo pochi per rallegrare le strade ogni anno più vuote (e che ad agosto riprendono un po’ più di vita con gli schiamazzi aggiuntivi dei figli degli oriundi). Ma loro vanno avanti anche se i figli e i nipoti sono tutti lontani: Antonio e Nicoletta seguitano sempre e comunque ad andare in campagna, perché hanno un rapporto prima esistenziale che economico con la loro terra, che poi è la terra dei loro avi.
Tempo fa una sera Antonio, parlando delle nuove generazioni davanti al suo solito bicchiere di vino, mi rivelò una cosa fondamentale che aveva capito da un po’ di tempo: «ormai sono tutti bravi a fare “la via della cantina” ma “la via della vigna” non la vuole imparare più nessuno». In effetti dalla cantina alla vigna, o dalla dispensa al campo, vi è una distanza siderale; e a pensarci meglio tale è lo iato che separa il consumo dalla produzione, la festa dal lavoro, il godimento dalla fatica; e, in fondo, il turismo dall’agricoltura.
L’inno locale di Montefalcone – presentato come canto tradizionale ma dalle origini recenti – descrive un paese bello immerso nella campagna verdeggiante, dove il vino è sopraffino e «il turista si trova contento». Stavo ripensando a queste parole mentre ero a casa di Antonio e Nicoletta, quando da una rubrica turistica di Telemolise ho sentito un popolare giornalista nazionale, pescato nel suo paese natale come oriundo di prestigio, e contemplato come estemporanea autorità culturale nel bel mezzo di una cerimonia di rievocazione agreste. Alla fine del suo discorso il personaggio in questione ha osservato con una certa solennità che “non bisogna mai dimenticare il passato”.
In dozzinale sintonia con questo luogo comune, da anni le emittenti televisive locali molisane trasmettono ossessivamente servizi su sagre paesane, tour enogastronomici, feste patronali, rassegne folkloristiche e rievocazioni contadine. Da anni questi servizi partono dalle tradizioni per invocare i turisti, rallegrandosi le rare volte che riescono a intervistare qualcuno che è effettivamente venuto da lontano e che solleva con la sua presenza dal timore che quei cerimoniali seguitino ad attrarre solo un’utenza autoctona. Qui, al pari della sensibilità identitaria che ha attecchito da qualche anno un po’ ovunque nelle aree interne, i telegiornali e i programmi regionali sono costantemente impregnati di promesse politiche di rilanci turistici, e non fanno che ripetere questa narrativa della rinascita del rurale apparecchiata a base di piatti tipici e costumi tradizionali da riportare alla luce per «portare la gente». Più che il dare semplicemente notizia di tali eventi mi pare che quest’abitudine mediatica implichi un livello più profondo, un piano dove è sotteso un rituale propiziatorio che obbedisce alla speranza di fondo secondo cui il passare dalla coltivazione dei campi alla rappresentazione di quel mondo possa automaticamente tradursi in una fonte di sussistenza, attraverso il richiamo turistico.
Di fatto oggi questi paesi – imboccati da rappresentazioni sociali e parole maestre che arrivano dal mondo culto attraverso i media – celebrano le tradizioni, il passato, una più o meno inventata “cultura popolare”, mentre al contempo molto spesso i campi da dove quelle tradizioni provengono, quelli agricoli, si vanno sempre più desertificando. Di fronte a tale stridente contraddizione tra il livello rappresentazionale e il livello reale, ho l’impressione che in vari casi ricordare il passato non serva tanto come stimolo per seguitare a lavorare i campi – l’imprescindibile fondamento materiale di quel passato tanto celebrato – quanto funzioni come emblema mimetico e simulacro che sostituisce quella faticosa pratica con una confortevole rappresentazione consolatoria. Direi che, soprattutto dal momento in cui si risolve in un aut-aut, questo passaggio dal materiale al simbolico, questa frizione che si genera tra il coltivare i campi e il coltivare il passato, finisce con il sottendere un rifugiarsi nella festa tradizionale per aver perso l’orizzonte del lavoro agricolo.
Turismo vs Agricoltura
“Si dice il peccato ma non il peccatore” insegna il proverbio, tantopiù se il peccato è diffuso. E, d’altra parte, non avrebbe nessuna utilità disporre invettive personali rivolte a singoli autori o promotori, da momento in cui quello che conta è approntare un discorso critico rivolto verso una serie di tematiche e di politiche ad esse correlate. Così scrivo questo articolo evitando riferimenti specifici, con l’obiettivo principale di asserire che spesso ad essersi fissate più sulla “via della cantina” che sulla “via della vigna” sono anche le politiche per il sostegno e la rinascita del rurale focalizzate sul turismo, insieme a vari settori delle scienze umane che confluiscono nell’elaborazione di quello che da tempo si delinea come un vero e proprio paradigma di sviluppo, che è tanto foriero di opportunità quanto impregnato da criticità che meriterebbero un’attenzione maggiore.
Fuor di metafora, ritengo che il decennale dilagare di un certo culturalismo patrimonializzante – focalizzato prevalentemente sulla dimensione enogastronomica, artistica e immateriale e orientato principalmente verso propositi vari di turistificazione del rurale – in molte occasioni sia paradossalmente collegato a doppio filo a una ricorrente disattenzione verso la dimensione materiale, lavorativa del mondo contadino, ovvero a una tendenza alla rimozione del problema dell’abbandono agricolo. In parole più semplici: spesso i propositi di turistificazione del rurale, più che risolvere il problema dell’abbandono agricolo delle aree interne, lo stanno rimuovendo. In questi casi ci si ritrova di fronte alla seguente antinomia: il turismo si sta rivelando un simulacro che getta l’agricoltura in un cono d’ombra.
Non a caso, tra politica e accademia, tra media e associazioni, il tema della tutela delle aree interne ha prodotto un immenso continente di parole, ma in questo spazio simbolico la parola ‘agricoltura’ è sorprendentemente infrequente, se non proprio rara. Le poche volte che appare non si trova al centro delle trattazioni ma lo fa quasi sempre nel poco spazio che resta ai margini di altri discorsi focalizzati su altri topic, limitata a un sostanziale “poi c’è anche questo”, accessorio, scontato. Non a caso il contadino che si vede solitamente in televisione è il contadino enogastronomico; quello che, ripulito, arriva a portarci il prodotto tipico pronto da consumare sullo spettacolo di belle tavole imbandite. Si ha assai meno notizia invece del contadino agricolo; quello che, sudato, produce il cibo con il suo lavorare la terra. All’opposto, tutti gli altri discorsi che invece abbondano su questi ambiti e su queste problematiche sono spesso affollati dalla parola ‘turismo’. ‘Turismo’ è l’argomento, è la parola curativa, la formula magica, la promessa di palingenesi; è la declinazione pratica con cui si traduce la teoria imbarcata sull’altra nuova parola maestra che ha invaso questi consessi: ‘resilienza’.
Così, troppe volte, all’ombra di certi formulari, i propositi di turistificazione dei paesi, più che incentivare l’agricoltura, dopo aver attinto denaro con varia sorte da fondi pubblici locali, nazionali e comunitari, si riducono a produrre risultati estemporanei, che non generano effetti a lungo termine ma si configurano come ulteriori fattori di abbandono delle campagne. Questo avviene quando la ricetta del turismo lievita in una retorica che trabocca nell’abbaglio che basti dipingere le facciate delle case con qualche murales colorato, che basti mettere i gerani nei balconi e foraggiare sagre, musica, balli e teatro, che bastino questi accessori per trasformare i paesi in borghi attrattivi. Qui, come spiegherò meglio tra poco, sono dell’avviso che tutto ciò sia in larga parte implicitamente fomentato da una dimenticanza di fondo che riguarda il legame tra paesi e paesaggi.
È che in realtà in molti luoghi “meno fortunati” il turismo rurale raramente incentiva l’agricoltura di prossimità, e questo avviene dal momento in cui anche la base enogastronomica di cui esso si serve resta residuale, e spesso rimanda a parziali o anche totali approvvigionamenti esterni. Oppure, il turismo rurale raramente incentiva l’agricoltura dal momento in cui pensare di poter vivere in paese aprendo una trattoria, un bed & breakfast o racimolando fondi comunitari per attività culturali finisce con il manifestarsi non tanto come aggiunta ma più come alternativa, come via di fuga che induce sempre più persone a rinunciare a coltivare la terra. In tal senso in molti paesi la pretesa della turistificazione del rurale delinea un cerimoniale propiziatorio che sovente si risolve in fallimentari abbagli, e di ciò bisognerebbe iniziare a prendere atto. Il punto è il seguente: il mondo rurale non si salverà solo con il turismo ma ha bisogno di tornare all’agricoltura di prossimità. I paesi delle aree interne sono luoghi prima di tutto fondati, nello spazio e nel tempo, sulla dimensione lavorativa agro-pastorale; e, prima di tutto, se vogliono seguitare ad esistere, di quella dimensione hanno bisogno.
In tanti paesi minori e più compromessi delle aree interne il discorso sul turismo finisce con il funzionare solo come deus ex machina con cui si rimuove il problema dell’abbandono agricolo, il suo legame con lo spopolamento, proiettandolo su una soluzione vana, che viene proposta da intellettuali, politici e artisti vari, i quali, in fondo, più che ad aiutare i paesi, pensano ad aiutare se stessi, trovando in tali circostanze la possibilità remunerata di interpretare il ruolo di paladini. Il tutto in un triangolo drammatico in cui questi operatori dell’immateriale salvano il paese-vittima dal neoliberismo-carnefice, trasformando in patrimonio ciò prima che era marginalità e conducendo gli abitanti alla conquista del benessere, dell’agiatezza, nel paese reso finalmente Eden turistico.
Un paese non finisce dove si fermano le sue case ma dove terminano i suoi campi
Come si è arrivati all’attuale quadro di spopolamento dei paesi e di abbandono dei campi? Sintetizzando al massimo si può abbozzare la seguente genealogia di eventi. Nelle aree rurali europee durante la prima metà del Novecento si è consumato l’atto finale di un mutamento epocale. Fino ad allora i ceti popolari-subalterni rurali, costituivano la quasi totalità della popolazione dei paesi, ed erano pressoché esclusivamente occupati lavorativamente in attività agro-pastorali di sussistenza a bassa resa, e subordinati a un sistema di sfruttamento prima feudale e poi urbano-borghese. Semplicemente: per secoli gli abitanti dei paesi sono stati nella quasi totalità contadini o pastori, la loro appartenenza al modo era predeterminata da una relazione lavorativa con la terra fatta di fatica e frugalità, al limite della miseria, e determinata dal bisogno primario di nutrirsi (e dall’onere di classe di nutrire gli altri).
Nel secolo scorso il passaggio diffuso al modo di produzione industriale ha portato a una marginalizzazione dell’agricoltura tradizionale e dei paesi, un fenomeno complementare a quello dell’urbanizzazione crescente della popolazione, dell’esodo dalle aree interne e montane a quelle pianeggianti e costiere. Nel tempo, mentre il bisogno primario di nutrirsi veniva sempre più soddisfatto dall’agricoltura industriale, l’agricoltura tradizionale e di prossimità ha progressivamente iniziato ad interessare una fetta sempre minore di popolazione, e spesso si è trasformata in un’attività dopo-lavorativa di chi era occupato come operaio o impiegato nelle città vicine, questo soprattutto nei paesi meno remoti.
Approssimativamente: se cent’anni fa gli abitanti dei paesi vivevano tutti del sostentamento della terra, lavoravano tutti in campagna, nell’arco di una manciata di generazioni si è passati a una riduzione progressiva del lavoro agro-pastorale. Già mezzo secolo fa la gente che seguitava ad andare in campagna, a seguitare a coltivare la terra ereditata dai genitori, era pressoché decimata. Sempre più famiglie decidevano che non ne valeva la pena, e lasciavano la campagna alle erbacce. Oggi ormai il lavoro agropastorale di prossimità interessa una frazione minima dei pochi giovani che nascono in questi luoghi e che ci restano.
Siamo arrivati a questo livello di abbandono perché negli ultimi anni con il dominio produttivo dell’agricoltura industriale, parallelamente a progressivo spostamento dell’Europa dalla produzione al consumo, dal capitale economico al capitale finanziario, il quadro del mondo rurale è sempre più peggiorato. I paesi vicini alle città si sono trasformati sempre di più in anonime periferie assorbite dalle cinte periurbane, i loro terreni hanno smesso di produrre alimenti e si sono riempiti di capannoni, prima occupati da fabbriche e poi mutati in punti di consumo, centri commerciali, depositi. All’opposto, i piccoli paesi remoti – quelli troppo lontani dalle città per finire nel loro campo gravitazionale – si sono allontanati sempre di più dalla loro funzione originaria di produzione alimentare, che nel frattempo veniva sempre più assorbita dall’agricoltura industriale, per trasformarsi in luoghi residuali di consumo, spesso retti dal welfare clandestino, fragile e paradossale delle pensioni dei vecchi.
Così oggi tanti paesi isolati nascondono dormitori di vecchi che si sforzano a seguitare a coltivare la terra, e di giovani disoccupati, che non sono riusciti ad andare via o non hanno voluto farlo, e si sforzano di non andare in campagna e di tirare a campare bivaccando sulle pensioni di famiglia. Questi sono in sintesi i momenti più significativi con cui nel corso di una manciata di decenni si è manifestata la frizione tra località centrali e aree interne, tra le zone collinose e montane e quelle costiere e pianeggianti.
I numeri sono anche simboli, e Antonio e Nicoletta mi dicono che quando erano ragazzi a Montefalcone lavoravano nei campi mille persone, che dopo qualche decennio quelle persone sono diventate cento, e che oggi i giovani che scelgono la terra non sono nemmeno dieci. A occhio e croce mi sembra una rappresentazione realistica della situazione, di uno spazio rurale che appare sempre più desertico, e attraversato quasi unicamente dalle energie residuali degli ultimi contadini come loro. Montefalcone è importante non per le sue peculiarità, ma proprio perché, nella sua sofferenza antropologica, è un paese come tanti altri paesi delle campagne remote del Mezzogiorno italiano, che racconta la forma locale di una crisi demografico-lavorativa condivisa, ma che seguita a restare per lo più nascosta al senso comune nazionale. Procedendo di nuovo oltre i confini di questa vicenda personale direi che ho l’impressione che si tenda a dimenticare che il paese e il paesaggio agrario sono due facce della stessa medaglia, che l’abitare rurale è dato dall’interconnessione necessaria tra lo spazio insediativo e lo spazio lavorativo che gli fa da cornice; che quindi senza contadini il paesaggio agrario finisce, e di conseguenza senza campi i paesi muoiono.
O, per dirla meglio: mi pare che gli aneliti di turistificazione del rurale che si fermano alla “cantina” e non arrivano alla “vigna” finiscano con il configurare un’idea di paese separato dal paesaggio, ed è proprio a partire da questa cesura che si tende a sussumere la produzione agricola di prossimità nel consumo, a darla per scontata, a dimenticare la necessità e l’onere di sostenerla attivamente, di metterla concretamente e sistematicamente al centro delle politiche di rigenerazione delle aree interne. Se vogliamo curare i paesi e i loro abitanti dobbiamo curare i campi, l’agricoltura di prossimità, e viceversa. Se da Gregory Bateson sappiamo che i dualismi cartesiani sono ingannevoli, che non esistono confini netti tra sistemi e ambienti, allora dobbiamo seriamente riconoscere che trascurare questa connessione, dimenticare la sua bidirezionalità, omettere la relazione di sostegno reciproco che fonda l’unità ineludibile e sacra tra paese e paesaggio, significa perdere d’occhio l’ecologia di questi luoghi. Un paese non finisce dove si fermano le sue case ma dove terminano i suoi campi. Per questo la particella elementare, inscindibile in base a cui pensare la questione rurale dovrebbe essere quella paese-paesaggio.
Il tutto tenendo presente uno dei problemi principali è che l’agricoltura contadina di prossimità, la piccola produzione a retaggio tradizionale gode di sostegno e di attrattiva solo fino al limite della postura museificante, dell’accessorio turistico, dell’acquisto occasionale. Sono dell’avviso che in larga parte questa retrocessione interstiziale sia politicamente predeterminata, che sia prima di tutto implicata da una necessità del capitalismo neoliberista. Ci siamo dimenticati che solo qualche decennio fa non c’erano i supermercati, gl’ipermercati, che gran parte delle reti di approvvigionamento alimentare erano locali, che il cibo si acquistava nelle piccole e diffuse botteghe alimentari, che i luoghi (e non solo i paesi ma anche le città) dipendevano per lo più da ciò che si produceva nei loro dintorni.
Così non ci accorgiamo di un’evidenza: attraverso un sistema di vincoli e la costruzione di un immaginario di consumo, la piccola produzione alimentare è ridotta in condizione di non intralciare la grande distribuzione, di non fare concorrenza economica effettiva all’agricoltura industriale. È soprattutto proprio per questo che, negli attuali rapporti sociali di produzione, l’agricoltura contadina è relegata perlopiù al “prodotto tipico”, al gadget alimentare occasionale consumato in una prospettiva prima di consumo culturale d’eccellenza che di sostentamento quotidiano. Così il poco cibo contadino che arriva in città resta troppo spesso in una nicchia, a fare da segno di qualità, senza superare il confine della quantità minima, senza ingombrare i carrelli più di tanto.
Raramente il “prodotto tipico” va oltre le esigenze di distinzione culturale della borghesia alternativa, attirata più che altro dalla connotazione ideologica di piaceri enogastronomici che ammiccano a una lontananza, spesso di facciata, dall’economia neoliberista. Per tutto il resto, volenti o nolenti, viviamo in un sistema di consumo dove il grosso della spesa si fa attaccati in massa alla mammella tossica dell’estrattivismo agroindustriale delle multinazionali che dominano la grande distribuzione alimentare e che non gradiscono altre compagnie. Non dimentichiamo che la grande industria alimentare globalizzata subirebbe un danno mortale se la produzione di cibo si rilocalizzasse nei territori, e proprio per questo preferisce e necessita che gli ambiti locali restino degli spazi di consumo, che non riprendano a produrre seriamente.
Intorno a quel che resta del mondo contadino: intellettuali e cinghiali
L’idea che per il rilancio delle aree interne si debba lavorare sulla conoscenza, sulla valorizzazione del territorio, dell’identità, della cultura è il fulcro delle poetiche dell’empowerment, che vedono come protagonista l’intellettuale in un ruolo profetico, quale attivatore di energie endogene sopite, come soggetto capace di coltivare consapevolezza collettiva, come oracolo della bellezza e alchimista che trasforma il valore culturale in valore economico, portando dall’agricoltura al turismo, costruendo una nuova e formidabile connessione dalla produzione al consumo.
Al di là di un certo sentore di presunzione paladina e coloniale – dove dalla città arriva chi spiega taumaturgicamente al popolino rurale come vivere, come salvarsi, come trasformare la marginalità in ricchezza attraverso la magia della resilienza – qui il rischio del “lavorare sulla conoscenza” è quello di finire con il preoccuparsi solo di coltivare astrattamente consapevolezza, dimenticando che questo non basta, che per salvare questi paesi bisogna anche e soprattutto seguitare o ricominciare a coltivare la terra. Così si finisce con il dimenticare che il territorio è dato – prima di tutto e soprattutto nel mondo rurale – dalla relazione con la terra, e che tale relazione è prima di tutto lavorativa, produttiva. In questo modo, accomodandosi sulle strategie di pianificazione turistica, sulla tutela dei valori tradizionali del mondo contadino, si finisce con il dimenticare che il primo valore di tale mondo è la produzione agricola, che senza produzione agricola locale il turismo rurale si ridurrebbe a un simulacro precario.
Qui si genera l’illusione che il turismo rurale sia un Eldorado che è sufficiente scoprire per ricoprire d’oro tutti i paesi, che basti rappresentare adeguatamente un’offerta (rurale, contadina) già data a una domanda (urbana, borghese) già in attesa di essa, che sia sufficiente rappresentare il valore culturale dei luoghi per attrarre persone pronte a spendere nei luoghi, per produrre valore economico attraverso il turismo. L’abbaglio che basti costruire consapevolezza sul turismo per vivere di turismo consiste nel credere nella datità di un orizzonte chimerico, nello scambiare per consapevolezza quella che spesso è un’illusione. In tal senso ritengo che invece serva più consapevolezza sul fatto che il turismo rurale non è un modello generalizzabile, che la maggior parte dei paesi non si salveranno con la scoperta-invenzione del turismo ma che per salvarsi avrebbero bisogno del recupero e della trasformazione dell’agricoltura di prossimità. Insomma, intorno al turismo rurale troppo spesso si sta costruendo una falsa consapevolezza che il più delle volte si rivela essere alienazione.
Comunque mi pare il caso di precisare che questo non vuole essere un discorso generalizzato contro il turismo rurale: semplicemente ritengo che questo modello non possa essere esteso a tutti i paesi e che non dovrebbe essere pensato come modo di produzione alternativo a quello agropastorale. Penso che il turismo rurale possa funzionare solo nel caso di luoghi caratterizzati da un patrimonio paesaggistico, storico-architettonico e culturale di eccellenza, e comunque in questi casi non in autonomia, ma solo come supporto e incentivo per il modo di produzione agropastorale, che dovrebbe restare centrale in ogni paese delle aree interne. Viceversa, ho la sensazione che pensare di salvare questi luoghi con il turismo diventi deleterio dal momento in cui tale intento finisce implicitamente con il sostituirsi al lavoro contadino, in un’economia corrotta in cui la carcassa del paese fa da pretesto per l’ottenimento di fondi e sostegni comunitari che finiscono in attività politico-clientelari essenzialmente dissipative, senza sbocchi produttivi concreti. Più semplicemente: il problema subentra quando ci si impantana nel miraggio di poter salvare i paesi dallo spopolamento attraverso la turistificazione del mondo rurale, sostituendo il turismo all’agricoltura.
Poi, anche l’idea di poter replicare la “Bandiera azzurra” del turismo costiero con la “Bandiera arancione” come marchio di qualità per il turismo dell’entroterra, suggerisce la presenza di una certa attitudine analogica più o meno spontanea tra questi due ambiti. Da ciò si può implicitamente arrivare a supporre che oggi il turismo rurale possa emancipare tutte le aree interne, così come quello balneare durante il tempo del boom economico diventò una risorsa diffusa per le aree costiere. Direi che questo significa confondere dei contesti che per molti versi non sono sovrapponibili: soprattutto l’Adriatico con la sua linearità si prestò a una trasformazione diffusa sostanzialmente fordista del territorio, nel modello esteso degli stabilimenti balneari, nella per molti versi discutibile pletora di ombrelloni che, soprattutto ad Est, hanno riempito le coste italiane da Nord a Sud, parallelamente alla diffusione di palazzi alberghieri. Se il turismo costiero è connotato dal suo essere solitamente un turismo di massa, quello rurale non potrebbe mai riguardare né afflussi di massa né diventare volano economico in grado di trainare la massa di tutti i paesi delle aree interne. E, comunque, la risorsa principale di questo scenario di turismo di massa era già data per natura: il mare.
Invece il “mare” dei paesi qui in questione è il paesaggio agropastorale che li circonda, e non è un oggetto dato per natura ma una costruzione storico-culturale, altamente variabile da un punto di vista qualitativo, e, soprattutto, prodotta dalla continua azione trasformativa del lavoro umano, costruita nel corso dei secoli dalle attività agropastorali tradizionali. E a questo vincolo si aggiunge un limite di cui si dovrebbe essere consapevoli: non tutti i luoghi possono diventare attrazioni turistiche, non tutti i luoghi hanno qualità patrimoniali tali da renderli attrattivi. È un tema tanto prosaico quanto spiacevole soprattutto dal momento in cui siamo abituati a cornici di senso spesso cariche di narrative poetiche e di emozioni patrimoniali, ma va compreso che il turismo si basa ineludibilmente su una differenza di potenziale, su un dislivello, su una gerarchia di attrazione.
In via del tutto teorica e a livello più generale possibile: se il potenziale turistico di tutti i luoghi del mondo fosse analogo, si creerebbe uno scambio alla pari generalizzato che inficerebbe la stessa idea di luogo turistico. A un livello più pratico: la bellezza dei luoghi è classificabile in un continuum tra due estremi, dove in alcuni posti vorrebbero andare tutti e in altri non vorrebbe andare nessuno. E la maggior parte dei paesi delle aree interne italiane hanno potenzialità medie, e comunque non tali da poter suggerire rinascite turistiche. In questi casi si può dare certamente una mano ai luoghi se si fa in modo che possano attrarre qualcuno, che sia qualcuno oltre agli oriundi che tornano per qualche giorno l’anno; ma non si può sperare che così si possano salvare tutti i paesi che oggi sono sull’orlo del collasso sociale. È che l’idea diffusa che l’isolamento conservi il fascino, che il paese remoto sia di per sé un paese bello, non sempre è valida: alcune volte è così, ma molti paesi remoti sono meno attrattivi (sia in senso storico-artistico-architettonico che paesaggistico) di come a volte li immaginano gli abitanti, e rispetto a come vengono raccontati da politici e intellettuali.
In merito trovo nefasto il trito e ritrito uso politico locale della chimera turistico-patrimoniale che affligge da anni pressoché tutte le aree interne. Parlo delle diffuse abitudini propagandistico-elettorali che fanno leva sul “naturale” sentimento etnocentrico di appartenenza, di orgoglio campanilistico di chi vi è nato (per cui tra gli abitanti di qualsiasi paese molti stravedono per le bellezze del luogo, e considerano in fondo il proprio orizzonte nativo il più meraviglioso del mondo). Così da decenni nei piccoli comuni chi è in cerca di consensi e voti facili monta in piazza il suo “palo della cuccagna” elettorale, spesso con il supporto di qualche intellettuale di turno, consistente nell’ode patrimonializzante sul quanto è meraviglioso il paese e su come basterebbe poco per riempirlo di turisti pieni di soldi, che non aspettano altro che andare lì. Solo che poi – tra voti, contributi, iniziative, sagre, canti e balli – i turisti non arrivano.
Perciò, se turistificare un luogo è un’operazione complessa, delicata, che presenta alcuni pro e molti contro, l’idea di poter turistificare tutto, qualsiasi luogo, è un’illusione che in molti casi si risolve solo in processi speculativo-clientelari di dissipazione economica, di strumentalizzazione politica e di alienazione sociale; processi che finiscono con il degradare i luoghi invece di promuoverli, con il ridurli a mezzi di profitto più che a fini di emancipazione. E questo vale in particolar modo nel mondo rurale. In definitiva: se vogliono salvarsi, tutti i paesi delle aree interne hanno urgente bisogno di tornare a coltivare le terre che hanno intorno e a cui sono legati da un vincolo vitale; poi qualcuno – più bello, più importante, più fortunato – potrà aggiungere accessoriamente a ciò anche delle ulteriori possibilità turistiche. Il turismo in questi casi andrebbe inteso alla stregua di un “di più” saltuariamente possibile: in tutti gli altri casi questi paesi si salveranno dallo spopolamento se, prima di tutto, si riuscirà a salvare i loro campi dall’abbandono.
In più, a dirla tutta, in tanti paesi remoti gli unici “turisti” che da anni arrivano a frotte sono i cinghiali. I grossi, voraci e troppo prolifici cinghiali balcanici che, immessi sconsideratamente dai cacciatori diversi anni fa, stanno infestando l’Italia; che puntualmente devastano i pochi campi ancora coltivati, che ogni tanto ammazzano qualcuno che li investe con la macchina e si schianta, che quando hanno con sé i cuccioli arrivano ad attaccare chi si ostina ancora ad andare in campagna. La gente di paese detesta i cinghiali senza mezzi termini, quasi quanto detesta gli animalisti di città che, da dietro gli schermi di notebook e smartphone, moralizzano sistematicamente il loro disappunto verso questi animali, che orientano l’opinione pubblica e la politica intorno a una concezione disneyana della natura, che spingono verso una visione idilliaca e spesso fasulla del rapporto con gli animali selvatici. Persone che, antropomorfizzando gli animali o mosse da una morale antispecista, confondono il valore della tutela delle specie con la pretesa della sacralizzazione di ogni singolo esemplare. Nei fatti l’impegno e la pretesa superiorità etica degli animalisti di città si traduce nell’impossibilità dei contadini di paese di porre qualsiasi rimedio efficace a questo dilagante flagello. Il tutto in nome di un uso del territorio LULU (Locally Unwanted Land Use), dove la popolazione urbana impone a quella rurale i suoi modelli culturali e le sue griglie normative.
Similmente, il contadino che piace di più alla politica, alle scienze umane, agli addetti alla cultura, agli artisti è quello della festa, che canta le sue odi ai campi e balla le tarantelle, che porta il santo in processione, che porta il vino dalla cantina e i salumi dalla dispensa. È quello assai immateriale dopo che enogastronomico, che è giunto alla fine della produzione, che la mette educatamente tra parentesi, che si ripulisce e offre il suo prodotto profumato al consumo. Il contadino che lavora la terra dall’inizio del ciclo produttivo, con un lavoro che in fondo, per quanto aiutato dal progresso, seguita ad essere fatto di fatica e sudore, sporco e non di rado anche pericoloso – perché la terra resta “bassa e tosta” – quel contadino suscita meno attrazione (e qui basti pensare alla sproporzione tra le etnografie delle feste contadine e quelle del lavoro agricolo tradizionale). È che, probabilmente, di fronte alla fatica del contadino in campagna, come intellettuali vari seguitiamo a sentirci a disagio, se non proprio a provare senso colpa. Così rimuoviamo il suo lavoro, troppo materiale per le nostre parole, e lo proiettiamo sulla più vicina dimensione immateriale della festa.
In questo senso la “cantina” e la “dispensa” sono soglie antropologiche, segnano un dislivello di cultura, un limite oltre cui non rivolgere troppo l’attenzione perché, in fin dei conti, i contadini tradizionali nell’atto di lavorare la terra non sono mai piaciuti più di tanto agli intellettuali e alla politica, per il loro essere “fuori posto” rispetto alle grandi pianificazioni, per la loro stridente distanza dalle esigenze governamentali della modernità.
E in questo persistere di un esclusivismo di classe più o meno latente c’è un’indiretta sintonia sostanziale con i figli dei contadini tradizionali, spesso non a torto impregnati dei retaggi di un’idea del rurale come carenza, come miseria, orientati dall’obiettivo di liberarsi dal lavoro manuale per il lavoro intellettuale, desiderosi di migrare dal piano della produzione a quello del consumo, inevitabilmente immersi nell’immanenza di gerarchie sociali dei paesi e del mondo, fissate generalmente in una corrispondenza rigida tra prestigio, benessere e distanza dalla terra.
Sotto sotto il contadino di paese dedito all’agricoltura di prossimità seguita a rimanere il “cafone”, e ‘cafone’ seguita a restare un’offesa, il marchio classista di un’umanità che si reputa inferiore nel mentre la si sfrutta. Vale a dire che la profezia sperata da Ignazio Silone non si è avverata (lo scrittore nella prefazione di Fontamara scriveva queste parole: «Io so bene che il nome cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore»).
È inutile girarci intorno: l’ineludibile caratura umile e frugale (etimologicamente, di “terra” e “frutti”) dell’agricoltura contadina è ciò che, prima di tutto, la rende ancora oggi un’attività fondamentalmente “oscena” (anche qui, etimologicamente, “da tenere fuori dalla scena”) rispetto alla prevalente sensibilità culturale che caratterizza la società contemporanea nello scenario della globalizzazione. Così, dalla “cantina” alla “vigna”, dalla “dispensa” ai “campi” si delinea una graduatoria clandestina della sostenibilità psico-fisiologica del lavoro agricolo reale, in cui il confine è quello della proponibilità agrituristica delle attività agricole meno faticose, meno umili, meno pericolose, più poeticamente appaganti. Per questo motivo la borghesia alternativa che frequenta gli agriturismi piena di sentimenti di ecologia e sostenibilità si ferma di solito alla dimensione soave di attività come la pigiatura dell’uva con i piedi. E lo fa accompagnata da un profluvio di selfie, in attesa di mettersi ancora una volta in posa serale davanti a ghiotti taglieri di salumi e ingombrati da larghi calici di cristallo, veri e propri strumenti di distinzione lontanissimi da quei vecchi spartani bicchierini contadini a forma di cono.
Per non parlare degli pseudo-agriturismi, dove il suffisso “agri” è ridotto a travestimento finalizzato prevalentemente all’accesso ad agevolazioni istituzionali (oltre che a illudere una clientela il più delle volte ben disposta a farsi ingannare, dato che al posto della stalla trova la piscina). In questi luoghi la produzione agricola è ridotta al lumicino, se non proprio azzerata a favore dell’approvvigionamento esterno delle materie prime, fino al ricorso ai prodotti dell’agricoltura industriale messi a disposizione dalla grande distribuzione (cosa che avviene anche nel caso forse ancora più diffuso delle pseudo-sagre). Comunque, ovviamente, anche negli agriturismi meno taroccati, l’olezzo dello spargere il letame per i campi, l’orrore dell’eviscerare il maiale, il disgusto del pulire la stalla dei conigli sono attività che vengono risparmiate al turista (e comunque egli se ne tiene bene alla larga).
Lo stesso riguarda la fatica e la monotonia di una miriade di altre attività che compongono la quotidianità del lavoro contadino che avviene nella scala ridotta dell’agricoltura di prossimità che ancora si svolge nelle aree interne, nel mondo rurale tradizionale: il riempire cassette di pomodori tra le punture di insetti fastidiosi, il passare giorni e giorni con l’abbattitore in mano a raccogliere le olive, il guidare a fatica pericolose motozappe in mezzo ai filari d’uva, il troppo caldo estivo, il freddo della mattina, la pioggia e la grandine, il fango, la polvere, la perenne battaglia contro il disordine e il lerciume dei magazzini e delle stalle, e via dicendo.
Nella realtà il turista e l’agricoltore sono due figure molto lontane, se non proprio agli antipodi, che si incontrano alla soglia della cantina o della dispensa, al confine tra il consumo e la produzione. Semplicemente è che, nonostante numerosi progressi, il lavoro agropastorale reale continua a restare – per molti aspetti e in molti momenti – un’attività faticosa e poco allettante, uno dei cosiddetti 3D works, i lavori “dirty, dangerous and demeaning” (sporchi, pericolosi e umilianti); ma questo non vuol dire che esso non possa prevedere mai delle dimensioni di appagamento, che sia sgradito a chiunque, e, soprattutto, che non si possa rendere più desiderabile.
Dal bisogno di mangiare al desiderio di coltivare
Antonio mi parla spesso della sua ammirazione per Andrea, vicino di casa e nipote alla lontana, di come lo ha visto crescere sano e robusto, diventando un giovane uomo che – oltre al quotidiano impiego operaio una quarantina di chilometri a valle – va sempre in campagna, riesce a fare tutto senza risparmiarsi, sempre sopra al trattore, sempre al lavoro. Andrea è quello che si dice “un grande lavoratore”, una persona genuina, quadrata; uno che non si fa ammaliare da tutte le tentazioni con cui il mondo lontano arriva sulle sue colline per indurre al primo vizio di cui si nutre il consumo: il perdere tempo. È un giovanotto di paese che vuole seguitare ad essere di paese, che vuole coltivare la terra; che, proprio a partire dalla sua devozione verso l’agricoltura contadina, riproduce “dal basso” (quest’espressione solitamente abusata è in questo caso del tutto opportuna) il genius loci del paese in cui è nato e dove continuerà a vivere in comunione: la sua appartenenza al luogo si concretizza quotidianamente nella relazione con la terra.
In questo senso la figura di Andrea è esemplare: basterebbe che in ogni paese si intercettasse, si incoraggiasse, si stimolasse la vocazione di qualche giovane come lui per far sì che l’agricoltura contadina di prossimità delle aree interne possa trovare degli interpreti concretamente capaci di riattualizzarla; delle persone che siano in grado di raccogliere il testimone dei vecchi contadini come Antonio, prima che si perda, prima che il tempo lo seppellisca in un oblio da cui sarebbe difficile, se non proprio impossibile, ritrovare una continuità una volta che questa si dovesse interrompere.
Non c’è più bisogno, come cento anni fa, che tutta la popolazione rurale lavori la terra e nemmeno ne servirebbero tanti, basterebbe che qualcuno seguitasse a farlo. Questa è l’unica necessità e urgenza. Con il supporto degli attuali progressi tecnici e tecnologici applicabili anche all’agricoltura di prossimità, per ogni paese oggi in bilico sul ciglio dello spopolamento demografico e dell’abbandono agricolo basterebbero una decina di questi giovani. Basterebbe che fossero adeguatamente motivati culturalmente, sufficientemente retribuiti economicamente e concretamente tutelati istituzionalmente, per mettere in atto una rivoluzione necessaria e urgente.
Soprattutto, i giovani che hanno la volontà concreta e la capacità reale di farsi carico di raccogliere l’eredità dell’agricoltura contadina, dovrebbero essere sostenuti da politiche locali orientate ad offrirgli un habitat normativo favorevole; a partire dalla necessità di ritessere la progressiva parcellizzazione catastale dei terreni prodotta dalle divisioni ereditarie da cui è esplosa una frammentazione dell’abbandono di piccoli appezzamenti; e magari di fare ciò entro un piano di coalescenza possibile attraverso l’istituzione di cooperative (troppo spesso malviste al Sud). Ci vorrebbe un ripensamento generale e un maggior investimento reale verso le imprese agricole giovanili; quelle che oggi, sotto la superfice di varie politiche di sostegno, troppo spesso nei fatti seguitano ovunque a fallire – a migliaia negli ultimi anni – anche e soprattutto perché accerchiate dall’ostilità di normative, circostanze e concorrenze troppo stringenti.
Sono pochi, ma questi giovani ci sono, e pochi ne basterebbero. Sono persone che non hanno uno stringente bisogno di coltivare la terra per sostentamento alimentare: come tutti potrebbero limitarsi a fare la spesa al supermercato. La loro relazione con la terra viene più da un bisogno esistenziale che hanno assorbito dalla loro infanzia accompagnando gli adulti in campagna, e questo alimenta una scelta di vita che rimanda a un orizzonte di desiderio. Per questo, prima di spendere fondi pubblici per “coltivare il passato” in rituali di consumo fatti di sagre e di arti, è proprio tale desiderio lavorativo, di produzione, che andrebbe coltivato culturalmente allestendo un immaginario su cui possa attecchire e trasformarsi in valore collettivo.
Tale desiderio va coltivato dal momento in cui rimanda al bisogno di salvaguardare il senso dei luoghi, la qualità dell’abitare; e, soprattutto perché, a differenza di tanti altri tentativi di rinascita, consentirebbe la possibilità di arrivare a tali propositi: come si sa ma si dimentica, i contadini sono i giardinieri del paesaggio, i curatori della sua bellezza, e senza paesaggio agrario i paesi non potrebbero sopravvivere. I politici, gl’intellettuali, i cuochi e i saltimbanchi che arrivano da anni dichiarando di voler salvare i paesi hanno in fondo più bisogno di salvare se stessi, mentre quelli che possono salvare i paesi sono prima di tutto i contadini. È per questo che sto qui sostenendo che le attività culturali che si propongono per le aree interne possono avere un senso e un’utilità rivolta ai luoghi solo se fanno da cornice all’agricoltura, e sostengono la sua centralità, non se finiscono con il pretendere di sostituirla, a partire dall’orientamento dei sostegni politico-economici che chiedono.
Il punto è che cucinare, recitare, cantare e ballare è, insieme allo scrivere e al fare convegni, più divertente e meno faticoso che coltivare la terra. Sono ripetitivo, ma va ricordato che, da sempre e fino al secolo scorso, l’agricoltura tradizionale è stata l’orizzonte materiale di fatica rispetto a cui era pressoché impossibile realizzare il comune e comprensibile desiderio di affrancarsi. La gente coltivava la terra per la costrizione data dall’asservimento e dalla fame, per il bisogno primario generalizzato di nutrirsi e di nutrire gli altri. È stato l’avvento del progresso e dell’agricoltura industriale che ha consentito sempre di più alle masse di emanciparsi dalle basse rese e dalla fatica dell’agricoltura tradizionale di prossimità, di sostentamento.
Se la gente ha smesso di coltivare la terra questo è avvenuto, prima di tutto, perché ha smesso di avere questo bisogno primario, ha smesso di avere la necessità di ottenere cibo da un lavoro povero, pesante e indesiderabile (e questo è in gran parte un bene, per cui qui discuto degli effetti collaterali che questo grande processo di emancipazione ha avuto sui luoghi rurali). Per questo, nelle condizioni attuali, il desiderio di restare o di tornare alla terra va compreso nel suo carattere di novità; e non può che riguardare un inedito piano di valori: quelli dell’ambiente, della sostenibilità, della qualità della vita. Dunque, questo desiderio necessita, per diffondersi, della possibilità di approdo a un lavoro agricolo che possa essere svolto in rinnovate condizioni di sufficiente soddisfazione fisica, economica e culturale.
Se prima l’alternativa all’agricoltura era la fame, oggi l’alternativa all’agricoltura è l’alienazione, non il turismo: un turismo rurale che pretendesse di sostituirsi all’agricoltura (invece di limitarsi ad accessoriarla per un rinforzo reciproco) finirebbe con il disconnettere il paese dal territorio.
L’antropologia marxista della seconda metà del Novecento è decisamente passata di moda insieme all’ecologia culturale, ma penso che la lezione di Claude Meillassoux – ispirata dal mondo rurale africano visto con la lente interpretativa della causalità strutturale – resti sostanzialmente valida, e applicabile nei suoi tratti di base a qualsiasi realtà, contadina e antropologica in generale: data la preminenza della dimensione materiale su quella simbolica, della dimensione economica nel sociale, la produzione è la condizione di esistenza della società. Una società può anche interrompere i suoi riti, ma se smette di produrre scompare fisicamente. Se vogliono esistere, le società sono costrette a produrre.
Se in Occidente e in particolare in Europa l’economia neoliberista ha generato una diffusa inversione dalla produzione al consumo, non possiamo pensare che questo dispositivo paradossale, precario, pericoloso (che si tiene in piedi con l’esternalizzazione della produzione e il suo controllo nel passaggio dal capitale economico al capitale finanziario) possa valere in un dispiegamento frattale fino alla piccola scala dei sistemi locali.
Nel mondo rurale il turismo senza agricoltura si ridurrebbe a un sistema dissipativo di consumo culturale destinato a esaurirsi in breve tempo; perciò, non ci si può adagiare sull’illusione di sostituire il modo di produzione dell’agricoltura contadina con il turismo, perché il turismo senza agricoltura non sarebbe un modo di produzione ma scadrebbe in un sistema di consumo culturale. Per questo il turismo rurale non può fare da solo da volano economico delle aree interne, al limite può affiancare il modo di produzione dell’agricoltura contadina, che deve essere il primo oggetto di tutela, di sostegno, di investimenti. Si tratta di capire che i paesi hanno bisogno di produrre e riprodurre il paesaggio agropastorale da cui traggono senso, a cui devono la qualità della vita, in un legame costitutivo e quindi inscindibile, imprescindibile.
Perciò ritengo che bisognerebbe ridimensionare l’orizzonte del culturalismo patrimonializzante impregnato di slanci di turistificabilità del rurale che si rivelano spesso illusori e dissipativi. Bisognerebbe ridurre gli investimenti simbolici ed economici verso certe turistificazioni chimeriche che partono dal pretesto di rilanciare i territori attraverso estetiche immateriali ma hanno come scopo prevalente quello di mantenere cordate politico-clientelari, di usare i paesi non come fini ma come mezzi per l’approvvigionamento di fondi economici da dissipare in attività che non riescono a far attecchire nulla che possa portare a rinascite concrete nel lungo termine.
Sarà che la parola ‘cultura’ deriva dal latino “colere”, che significa “coltivare” e che rimanda a uno spettro di senso ancora più ampio che include il curare, l’abitare, il venerare, il trasformare. Andando oltre questa facile suggestione, occorrerebbe evidenziare e ripercorrere questo nesso per spostare gli investimenti sulle aree interne dalla cultura all’agricoltura. Oggi, di fronte alla crisi delle aree interne, occorrerebbe mettere in primo piano la terra come spazio di lavoro, sarebbe il caso di smetterla di perdersi in bizantinismi che inseguono una miriade di emozioni patrimoniali sofisticate, per pervenire a politiche concrete per valorizzare e sostenere quei pochi giovani che hanno una vocazione agro-pastorale.
Va compreso che il lavoro culturale che si fa sui paesi dovrebbe preoccuparsi di non implodere in un culturalismo autoreferenziale: nelle aree interne gli investimenti istituzionali dovrebbero essere sempre subordinati alla necessità imprescindibile di tenere in primo piano il lavoro agricolo contadino. Vale a dire che la questione dell’abbandono delle campagne andrebbe fissata – seriamente, sistematicamente e ineludibilmente – al centro dei discorsi e delle politiche che si propongono di fare qualcosa per provare a risolvere i gravi problemi delle aree interne, ossia che vorrebbero trovare una soluzione all’attuale crisi antropologica che affligge i paesi remoti.
E su un punto bisogna essere chiari: il tempo a disposizione è poco, e la situazione in molti paesi remoti delle aree interne è pressoché disperata, per i livelli di spopolamento demografico e di abbandono agricolo che si sono raggiunti. Ciò soprattutto in questi ultimi anni, in un clima culturale in cui proprio gli aneliti di turistificazione spesso hanno finito con il produrre una cappa rassicurazionistica che ha portato troppo spesso a rimuovere il rischio del collasso rurale. Poco lontano dai tentativi di lenire l’angoscia del vuoto che incombe attraverso il chiasso festoso delle sagre agostane, tanti territori delle aree intere riescono a mantenersi sull’orlo della catastrofe solo grazie al sostegno silenzioso della parte sempre minore e sempre più affaticata della popolazione che seguita ad andare in campagna, spesso solo nel tempo che gli lascia il dopolavoro o in quello che gli concede la vecchiaia. È il loro lavoro che fa la differenza, aggiungendosi a quello dei troppo pochi agricoltori e pastori professionisti dei paesi remoti. Questo mentre la maggior parte dei pochi giovani che sono restati nei paesi sembrano spesso più propensi a bivaccare alienati sotto la scarsa ombra del grottesco “stato sociale locale” che si è spontaneamente prodotto dalle pensioni dei genitori, che a muoversi per riscoprire delle possibilità di lavoro agricolo. La loro pigrizia viene però per molti versi alimentata dal perdurante disinteresse effettivo verso la terra delle politiche di rinascita che soffiano intorno alle aree interne. C’è pochissimo tempo per convincere gli ultimi giovani di questi paesi remoti che, prima della “via della cantina”, c’è la possibilità e il bisogno, per loro e per il paese e per il mondo, della “via della vigna”. Si riuscirà a trasformare questo impellente bisogno sociale in un diffuso desiderio individuale? [2]
Precisazioni metodologiche
Questo testo ha un orientamento non solo critico ma anche apertamente prescrittivo. Se indicare “come fare” può risultare un po’ antipatico e finanche presuntuoso, va detto che è erroneo pensare, come a volte si sente dire, che il lavoro scientifico-umanistico possa essere del tutto esonerabile da tale dimensione. Non si tratta solo di ammettere che gli intellettuali non devono necessariamente limitarsi a descrivere i fenomeni (o i problemi) ma possono anche proporre delle azioni (o delle soluzioni). Si tratta di comprendere che il piano descrittivo-rappresentazionale non è mai nettamente separabile da quello prescrittivo-normativo. Questo se non altro poiché qualsiasi scrittura che si proponesse di limitarsi a una presunta “pura” descrizione del mondo non solo correrebbe il rischio di ridursi a un esercizio di stile di limitata utilità, ma sottenderebbe un proposito illusorio, in quanto anche nel momento della descrizione non è possibile evitare del tutto una deriva normativa (a meno di non volersi riparare su un realismo ingenuo che postula l’esistenza di essenze date a priori).
È sempre il caso di ricordare che le scienze umane, a differenza di quelle naturali, non si limitano a scoprire e descrivere delle realtà autonomamente preesistenti, ma in varia misura costruiscono interattivamente quelle realtà proprio nell’atto di rappresentarle. È per questo che qualsiasi descrizione del mondo già sottende e implica in qualche misura una direzione normativa non eludibile. Semplicemente: non esistono descrizioni “pure”, “neutrali”, “oggettive”, “innocenti”. Le descrizioni degli oggetti socio-psico-storico-culturali poggiano su prescrizioni prospettiche che ne normano gli esiti: il semplice dire “questo è” implica già un “come fare” per ottenere quel risultato. Nel mondo umano descrivere è sempre in qualche misura normalizzare, propiziare (d’altra parte, il canto popolare a cui accennavo prima, che descrive il turista che si trova contento, prescrive che si vorrebbe che fosse). Per non dire che, nel caso specifico qui in oggetto, dopo decenni di “come fare” prescrivendo abbondanti terapie turistiche per le aree interne, istituire ora un galateo che limita il lavoro culturale al descrivere, che lo confina al “questo è”, finirebbe con l’implicare una valenza censoria, un vincolo verso altri “come fare” possibili e, soprattutto, verso altri eventuali “come non fare”.
In tutti i modi, se già rappresentare è costruire, se già descrivere è prescrivere, come intellettuali, per lenire il peso delle nostre inevitabili tare, distorsioni, complicità, e per evitare il rischio che il commensalismo con i luoghi di ricerca e di vita che scegliamo diventi predazione (simbolica e non solo), non possiamo fare altro che cercare di correggere continuamente il tiro (la direzione normativa) delle ricette in cui ci imbattiamo e di autocorreggere le ricette che, volenti o nolenti, proponiamo per salvare il mondo e/o per salvare noi stessi.
In fondo i confini tra la ricerca e l’engagement non sono netti; e, soprattutto nel passaggio dal livello della scrittura a quello della restituzione, il lavoro culturale si gioca per molti versi su un piano che travalica l’impegno e l’aiuto, per arrivare a quello antropologico del dono, oscillando asintoticamente tra i poli dell’agape (il dono incondizionato e disinteressato, l’ideale quasi onirico e altrettanto narcisistico dell’intellettuale militante, profeta e salvatore che, spinto da un puro altruismo, si sacrifica per i suoi oggetti di studio trasformandoli in soggetti messi in salvo proprio grazie alle sue interpretazioni) e dell’eros (il possesso, la dissimulata, interessata e egoistica tentazione intellettuale di fagocitare i propri oggetti di studio fingendo di salvarli, quando invece ci si vuole salvare come soggetti, rappresentandosi come paladini). Questo, soprattutto una volta che si è intuito che spesso l’agape è un tentativo di mascherare l’eros, per arrivare alla mediazione del do ut des (il più concreto e forse maggiormente ricorrente orizzonte di reciprocità, di scambio in cui non ci sono polarità tra salvati e salvatori ma ci si aiuta a vicenda, proprio a partire dalla valenza potenzialmente transitiva dell’atto di aiutare).
Postilla autoetnografica
Ho scritto queste righe guardando ad Antonio e Nicoletta di Montefalcone, facendone degli emblemi di tutti i vecchi contadini che ancora per poco seguiteranno ad abitare l’arcipelago dei paesi delle aree interne. Spero di non averli fagocitati più di tanto con le mie parole; se non altro perché sono trent’anni che li osservo e partecipo con occasionale periodicità al loro mondo quotidiano, anche dal punto di vista lavorativo, aiutandoli come bracciante agricolo estemporaneo. Per non cadere più del dovuto in eccessi ostentatori, preciso che il tutto si riduce a qualche giorno all’anno, prevalentemente nella raccolta delle olive (che comunque, intendiamoci, è un tour de force abbastanza pesante, almeno per me). Anch’io, dunque, oscillo in una schismogenesi tra i poli dell’agricoltore sporadico e quelli del turista atipico. Non solo. Quasi sempre in funzione del livello di stress, anch’io soffro del comune passare dagli slanci di empatia per le sorti di persone e luoghi al periodico presentarsi di una vocina che mi domanda “ma chi me lo ha fatto fare?”.
È che Antonio e Nicoletta con il loro vissuto mi suscitano prima di tutto un sentimento di rispetto che a volte minaccia di inciampare nel senso di colpa (e poche cose funzionano come il senso di colpa quando si tratta di darsi una mossa). Sono due vecchi contadini del Mezzogiorno, che hanno fatto anche altri lavori, ma che – a parte una parentesi migratoria di quindici anni – sono stati sempre legati alla terra, alla loro terra del Sud. Da Montefalcone si vede il mare ma, come molti loro compaesani, Antonio e Nicoletta il mare lo hanno visto da vicino la prima volta che sono emigrati in Germania, dal finestrino del treno. Quando erano bambini nelle case del loro paese non c’era ancora l’acqua, l’energia elettrica, e il gas. Si viveva andando “a cogliere l’acqua” alle fontane e accendendo il fuoco e le candele, quando c’erano. Si andava in campagna a piedi, e, al posto dei trattori e dei rimorchi, c’erano i buoi e gli asini. Da quei luoghi, prima che iniziassero ad arrivare i primi autobus (i “postali”), per andare in città ci volevano giorni di cammino. Si stava immersi una dimensione abitativa e lavorativa più vicina quella del Medioevo che agli agi del presente (nelle campagne del Sud la modernità iniziò ad arrivare in ritardo, per lo più a partire dalla fine del secondo dopoguerra).
Tutto questo rende questi due anziani lavoratori tra gli ultimi testimoni diretti di quel mondo antico del quale dall’alba della rivoluzione industriale si annuncia erroneamente la fine, ma che stavolta pare davvero prossimo a sparire ovunque; forse insieme agli ultimi contadini tradizionali come loro. Sono persone che raramente dicono una parola di troppo e che hanno passato la maggior parte della loro vita a produrre alimenti, a fare da mangiare; a trasformare il letame in cibo, per loro e per altri che in prevalenza si limitano solo ad attuare il processo inverso (come il sottoscritto, che partecipa quasi sempre al lato borghese del mondo). Che poi questo è, ridotto all’osso, quello che fanno gli agricoltori dei paesi (e, dal lato opposto, quello che fanno i borghesi di città). Lo sottolineo perché, preso da nostalgie marxiste (più antropologiche che politiche), penso che ci dimentichiamo spesso che, rispetto alla dimensione materiale, il confine tra produzione e consumo è ancora presente in molti aspetti della vita (e ci dimentichiamo altrettanto spesso che il progresso della produzione immateriale, pur migliorando le rese, non ci emancipa dal bisogno della produzione materiale).
Poi, i loro figli sanno bene che, senza Nicoletta, Antonio non ce l’avrebbe fatta, e lo sa bene pure Antonio. Nicoletta, grande lavoratrice, rotonda come una dea madre, anima contadina, attenta al senso del mondo ma capace di tenerlo lontano, donna semplice ed eterna. Una volta, mentre scendevamo in macchina verso la campagna, una figlia che ha studiato e che è finita a vivere in città le ha scherzosamente domandato: «mamma, ma quando morirai dove andrai?», per sentirsi rispondere con sbrigativa ironia: «da nessuna parte: io sono stata sempre qua». Tra me e me esclamai: «lo sa!, senza aver studiato! senza bisogno di Nietzsche!». Al momento non so se quel suo personale cerchio di eterno ritorno sia prossimo al capolinea o no, ma quello che è sicuro è che da sempre e ovunque l’agricoltura tradizionale è un lavoro che è stato sorretto in gran parte dall’universo femminile. Senza le contadine i contadini non ce l’avrebbero fatta; e, con tutta probabilità, ci sarà ancora bisogno di nuove contadine se vorremo provare a tenere viva l’agricoltura di prossimità nelle campagne di questi paesi.
Comunque, a dirla tutta, quella figlia impertinente è mia moglie, e le nostre due figlie ora adolescenti appaiono antropologicamente agli antipodi di nonna Nicoletta: tendenzialmente snelle, delicate, sofisticate, e tutte prese tra il contenere i doveri dello studio e il godersi le tentazioni superficiali della contemporaneità globalizzata. Fanno di tutto per non venire in campagna, ma riusciamo ancora a costringerle, sperando col tempo di convincerle, mentre ci facciamo coraggio anche noi. È che, superando le tre ore di automobile che ci separano dai nonni contadini, e andando oltre a certe polarità emergenti, mi viene da pensare che in fondo il continuum rurale-urbano non è una questione meramente geografica. Si tratta di un fatto esistenziale: nel continuum rurale-urbano siamo tutti variamente meticci, chi più e chi meno veniamo tutti da qualche contadino o da qualche pastore, è solo una questione di tempo.
Allo stesso modo, la separazione tra contadini e borghesi non sempre è netta ma spesso si presenta in forma sfocata e anche interstiziale, nello spazio dei vissuti di una parte consistente di tutti noi. Così, mentre torno per dare una mano all’orto dei miei suoceri, mi rivedo quando ero un ragazzino di paese, quando, sempre un po’ svogliato, andavo in campagna con mio nonno materno, che appena poteva indossava i panni di contadino da dopolavoro intellettuale. Era un vecchio tecnico, ma fino a quando le forze non lo abbandonarono è stato devoto all’agricoltura, come era stato devoto a sua moglie, contadina a tempo pieno, scomparsa prima del tempo. Nonno rifiutava l’idea del pensionamento; e, oltre a pensare allo studio e alla terra, doveva fare le veci di mio padre, morto anch’egli troppo presto.
Mio padre Sabatino detto “Santino” mi ebbe in età già avanzata, soprattutto per l’epoca. Era stato un giovane pastore nella desolante miseria dell’Abruzzo montano del secolo scorso. Decise di non emigrare in altri continenti come i suoi cinque fratelli, e dopo tanti sacrifici trovò il modo di studiare e la caparbietà di farlo fino alla laurea. In questa maniera, diventando insegnante, riuscì a realizzare un suo importante desiderio, che era il desiderio più comune tra la gioventù della sua classe sociale: emanciparsi dalle angustie della terra. Così da allora in poi visse con la penna e i libri in mano, almeno prima che un incidente d’auto lo portasse via mentre tornava dal lavoro.
È che ormai ho passato da tempo i cinquant’anni, e anch’io quando vado in campagna a dare una mano ai suoceri comincio a fare i conti con pensieri e ricordi nostalgici che affiorano tra i meno elegiaci segnali fisici del tempo che passa, a cominciare dal mal di schiena (che arriva puntuale dopo qualche ora di lavoro, e trasforma gradualmente la necessità di arrivare alle cinque di pomeriggio in un piccolo supplizio). Non c’è niente di più umano della faticosa monotonia del lavoro agricolo, in una dilatazione ipnotica del tempo dove il corpo ci sbatte in faccia i suoi limiti, la sua caducità; mentre la mente si perde a scavare in direzioni primordiali, inseguendo il vano tentativo di capire chi siamo, che senso ha tutto questo, che ne sarà di noi e del mondo. Ce ne dimentichiamo, ma ‘umano’ deriva da “humus”, non a caso.
Veniamo tutti dalla terra da cui cerchiamo di sollevarci guardando verso l’alto, più o meno vanamente visto che alla terra tutti torneremo. Siamo tutti immersi in una tensione generativa tra bisogni e desideri, in un’ineludibile dialettica tra fughe e ritorni, tra la terra del luogo su cui poggiamo i piedi e il cielo che circonda il pianeta terra. Così ripenso a Alberto Mario Cirese, il grande antropologo italiano oggi un po’ troppo dimenticato, orgoglioso delle sue origini abruzzesi e molisane, che ho avuto la fortuna di incontrare come Maestro nei suoi ultimi anni di vita. Mi torna in mente il suo descrivere l’umanità «tra cosmo e campanile», la sua esortazione a stare «con i piedi nel borgo e la testa nel mondo». Penso infine a Valerio Petrarca, il mio più importante Maestro di università e di vita, che senza sprecare troppe parole è stato il padre che non ho potuto ascoltare da ventenne, o forse l’aiuto che mio padre mi ha mandato dal cielo per togliermi da una brutta strada (non sono credente, ma Petrarca sì, e, nonostante la sua eresia, lo era pure mio padre). Il Professor Petrarca, che quando ero ragazzo mi fece scoprire l’antropologia, il “discorso sull’uomo”; che una sera col suo soave accento partenopeo mi avvertì che «studiare serve a tenere a bada i rumori dell’io». E allora la smetto, anche perché mia moglie mi rimprovera che sto lasciando troppe olive attaccate alla pianta (cosa non vera).
È stato soprattutto a partire da questi momenti di occasionale lavoro agricolo che sono arrivato a queste riflessioni etnografiche in libertà intorno al mondo dei miei suoceri. Da questa dilatata osservazione partecipante sono giunto al conclusivo auspicio che si riescano a creare in modo concreto, sistematico e diffuso le condizioni culturali, sociali, politiche ed economiche per cui qualche giovane inizi a desiderare di tornare alla terra, a rimettersi i panni da contadino e da pastore, senza paura di spaccarsi la schiena e di finire in miseria. E anzi, grazie alle innovazioni del presente, nella possibilità di poterlo fare nella garanzia di una posizione di dignità e rispetto, politicamente prevista e tutelata. Solo allora la profezia di Silone prima citata si avvererà. E ce ne sarebbe davvero bisogno. Perché se dovesse finire l’agricoltura contadina i paesi delle aree interne moriranno, e il mondo seguiterà a sprofondare verso la bruttezza e l’apocalisse (e per questo a volte mi viene il dubbio e il timore che i miei vecchi suoceri stiano reggendo il mondo).
Per concludere vorrei ricordare che Marx e Engels sostenevano che «la divisione del lavoro diventa una divisione reale solo nel momento in cui interviene una divisione tra il lavoro manuale e il lavoro mentale». Passi dunque che a volte si tratta di un confine sfocato, ma, per quanto si sia voluto relegare questo pensiero all’inattualità, la separazione in gran parte resta; e seguita a governare il mondo, arrivando fino alla vigna e alla cantina di Antonio. Dunque, va bene: in fondo anch’io sono prevalentemente uno sfaccendato materiale, di quelli che dichiarano che anche la scrivania fa male alla schiena, e fanno fare il lavoro agricolo a qualcun altro. E non so se queste righe potranno bastare come via di fuga, visto che qualche cassa di olive in fondo è poca roba (e anche mettendoci che mi aggiusto da solo rubinetti e quant’altro, non pareggio il conto). In ultimo, non so se in futuro (se ci dovessi arrivare) troverò il tempo, le forze e la voglia di farmi l’orto; magari piccolo, con tre file di pomodori.
Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
Note
[1] Scrivo questo pamphlet antropologico in prospettiva del quinto Convegno Nazionale della Società Italiana di Antropologia Culturale che si terrà a Matera a settembre del 2025; e lo faccio riprendendo quest’opposizione tra la “cantina” e la vigna”, ampliando un discorso che ho già trattato nell’ultimo numero di Antropologia Museale (A. Ciccozzi, “Intorno al paese-museo. Itinerario minimo sul rischio della fine del mondo contadino”, Antropologia Museale, a.18, n. 46, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo, 2024).
[2] Ci sono oggi altri giovani che “la via della cantina” (la via del consumo) non la conoscono. Questi giovani sono i migranti che arrivano dal Sud del mondo. A volte fuggono davvero da guerre e carestie, ma spesso vengono in Occidente anche e soprattutto perché attratti dal miraggio di poter imboccare tale via più comoda. Ora in molti sperano che siano loro a ripopolare le aree interne, che si possano convincere a prendere “la via della vigna”, della produzione rurale. Ciò è possibile, come pure sarà per molti versi necessario compensare in questo modo un calo demografico che presenta un’inerzia difficilmente eludibile. Forse un giorno nei paesi remoti attualmente in abbandono ci saranno anche e soprattutto dei migranti, e saranno anche e soprattutto loro a fare il lavoro dell’agricoltura contadina. È possibile e auspicabile ma non ci sono molti indizi che dicono che sarà facile. Qui non c’è spazio per affrontare questo argomento ma penso che il tema dovrà essere discusso attentamente e diffusamente, nella consapevolezza della complessità e della delicatezza della questione, evitando la tentazione ideologica di eccedere sia in scetticismi che in ingenuità.
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Antonello Ciccozzi, è professore associato di Antropologia culturale presso Dipartimento di Scienze Umane dell’Università degli Studi dell’Aquila. Si è laureato con una tesi sulla teoria ciresiana dei dislivelli di cultura. S’interessa dei processi di rappresentazione sociale della diversità culturale, di causalità culturale in ambito giuridico, di antropologia del rischio, dell’abitare, delle istituzioni, della scienza, delle migrazioni. Ha svolto ricerche etnografiche nell’Appennino rurale, in contesti di marginalità giovanile urbana, in ambito post-sismico, in luoghi di lavoro precario dei migranti.
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