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Lo snodo, il magma. Luzi: poesia-teatro al “centro del nostro essere”

Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2026 @ 03:45 In Cultura,Letture | No Comments

Mario Luzi

Mario Luzi

di Aldo Gerbino 

Ah vorrei almeno intravederlo / il dio accecante che avanza/ da crimine a crimine, e penetra / l’umano di una chiarità d’empireo. 

 [Mario Luzi, da Su fondamenti invisibili, 1971] 

Come vive Palermo la sua anomalia? / Questo vorrei sapere, benintesoavendone capito fino in fondo la causa. / Perché noi che panormitinon siamo, dei suoi fasti e nefasti / ci sentiamo assai più che testimoni, /come dire, in occulto responsabili? 

[Mario Luzi, da Il fiore del dolore, 2003] 

Nessuna sorpresa per quanti scoprano in che modo la poesia di Mario Luzi si presenti come una sacca traboccante di materiali drammatici, frutto d’una sensibile attenzione ai fatti che, per la loro stessa dinamica, costituiscono l’intimo tessuto della realtà. Se, sul problematico svolgersi della pagina e in quale maniera la parola luziana viva soprattutto nel suo continuo scuotersi, o per quel suo rovistare nell’inquietudine sociale o per quel solcare tra le pieghe e le piaghe della sofferenza, s’impone il tentarne una lettura, non foss’altro per arricchirsi di una novella comprensione.

A questo vi aggiungo, ove possibile, la risolutezza ad interpretare tale materia poetica accompagnata da una minuta decrittazione del suo umano e sofferto disagio affinché da tali motivi si apra la possibilità di poter accedere, attraverso il suo percorso poetico-drammaturgico, nel circoscritto degli accadimenti, nel loro stratificato humus. Ed ecco affiorare quel consapevole tingersi di un sangue spinto a forza da obliate verità, pur anche d’una cronaca capace di trascinarci all’approdo, quasi al tatto, con persone il cui dolore non è stato di certo interrotto dal fluire del tempo.

Può comprendersi, allora, l’abbraccio consapevole con i Caduti di Piazza della Loggia a Brescia, l’odiosa pagina della strage perpetrata in quel 28 maggio del 1974, con l’impellente obiettivo di portare nell’azione scenica una Poesia colma del suo carico di pena e di domande. Ed è palmare quel suo testimoniare, in occasione del ventennale dell’eccidio, per «affermare» risolutamente quanto sia falso «che la poesia si aggiri in un suo universo distinto. No, la poesia è nel mondo, è scritta dentro il mondo».   

Ho chiaro il ricordo della voce di Luzi, della sua armonica figura, mentre traccia il tema a lui caro sul rapporto “poeta e contemporaneità” per quei lontanissimi e dispersi martedì letterari palermitani ordinati dal Centro di cultura Pitrè sotto la presidenza del suo fondatore Domenico Vittorio Bruno, studioso e autore di radiodrammi per la RAI-Sicilia e del romanzo Il chiodo storto prefato da Luzi.

s-l1600-16Si era tra amici quell’11 gennaio del 1977, proprio al Pitrè, e, per quell’occasione avevo letto il suo Nel magma e il poemetto drammatico, Ipazia, apparso nei quaderni scheiwilleriani dell’indimenticato Vanni. Coltivavo l’impressione che già la sua poesia fosse protesa sul fronte di una nuova fluida eleganza espressiva avendo imboccato la strada del portato colloquiale, offrendosi quale laboratorio per l’analisi di fatti anche in apparenza esigui che investono la sfera privata fino a lambirne quei vetrosi frammenti che, ben nascosti in ciascuno di noi, son pronti al momento opportuno a ferirci. Così nella poesia allora presentata, “Il giudice”, mi sembrava di cogliere, a fronte del suo consolidato ermetismo, un’insolita dimensione primaria a sostegno d’una spontanea capacità di intercettazione e interpretazione di segnali che il narrato della quotidianità distribuisce, un giorno dopo l’altro, incidendo e ingenerando sconforto, smarrimento. 

«L’ascolto» ‒ scrive Luzi [volto alla figura del giudice]‒ «e neppure mi domando / perché sia lui e non io di là da questo banco / occupato a giudicare i mali del mondo»; la tesa e lineare architettura di un colloquio dall’incipit quieto si va trasformando, come prologo di un disagio e, pur nella rasserenante icona del paesaggio marino, «sfrangiato appena tra gli scogli dell’isola, / dove una terra nuda si fa ombra / con le sue gobbe o un’altra preparata a semina / si fa ombra con le sue zolle e con pochi fili», vi affiorano taglienti scogli che, simili a scaglie di dolore, tappezzano il frastagliato correre del tempo e delle storie che lo tramano. In Luzi, avvertiva la nota di Elio Giunta, vi è «un modo di espressione più recentemente adottato, che gli consente di cogliere la realtà piuttosto come vicenda».

Immergersi nell’esteso bagaglio lirico del poeta, sostenuto dalla cocciuta forza della sua prosa poetica permette di assistere al disciogliersi e all’eluizione della parola nell’ampio e interattivo territorio dell’espressione drammatica, caricandosi del peso di una sofferta partecipazione civile e dell’accesa volontà di denuncia. Un carico etico condensato nel disprezzo per ogni violenza: dall’assassinio Moro, avvenuto un anno dopo la presenza palermitana di Luzi, alla strage di Via dei Georgofili del maggio 1993 al terribile attacco terroristico contro le Torri Gemelle dell’11 settembre del 2001 o allo sconfortato e toccante ricordo in Le donne di Bagdad (1992) per le quali «L’estrema deiezione della creatura umana / non ha tempo» e sulle quali, conclude il poeta, «La morte è la sola maestà / che non vien meno». Una violenza che ci trascina, inesorabilmente, nel rubro mantello del sanguinis sui verso la morte ignominiosa della repubblica. A tal proposito affiora il consistente peso specifico dei suoi versi tratti dalla raccolta Al fuoco della controversia, dove tutto sembra essere avvolto dall’onta: «Tutto accade ignominiosamente, tutto / meno la morte medesima».

Tale vivida pulsione è comunque fatto non raro nella poesia contemporanea che, con Luzi, ha raggiunto elevate capacità di coinvolgimento antiretorico, mantenendo alto il registro della sacralità e contribuendo ad alimentare un sempre più agente climax impregnando le bioatmosfere teatrali: esempio, tra i tanti, l’emiliano Teatro della Valdoca, fondato negli anni Ottanta da Ronconi e Gualtieri, con  rappresentazioni e sostanziali presenze poetiche: da Luzi a Franco Loi, da Fortini a Maurizio Cucchi con la evocativa figura di “Giovanna D’Arco” a Piero Bigongiari.

Realtà e ingiustizia, fraintendimento del vero e doglianza hanno da sempre segnato il destino delle terre e degli uomini che le abitano lungo lo sterminato cammino del tempo anche se, a dire del poeta, «il cammino non lo comprendono», mentre si mostrano ‒ è detto in  È oscura in loro, poesia del 1995 ‒  disposti in processioni tra «Dune, là, e rovi / tra i quali, disunita / carovana senza fine, / percorrono / ciascuno il loro tratto / dell’immortale traversata / rotolando il loro oscuro carico».

Proprio in tale esclusività dello spazio semantico che circoscrive il luogo poetico vengono lacerate le umane coscienze in una continua e ossessiva accumulazione di sofferenza, e Luzi coglie, da cattolico, il consapevole desiderio di misericordia per mezzo della poesia resasi ancor più necessaria, sempre più indifferibile. Viene esibita in tale scrittura la modalità di affinamento dei sensi che registrano, ma non frenano, la ferocia o la dissipazione delle vite nel contrasto del martirio o l’impatto con anime corrotte e devastate: tutte inesauribili fonti da cui tracimano, inarrestabili, le cupe condense del sangue versato.

D’altronde il sangue è traccia delle interminabili catenarie di vittime nate ora dai conflitti, dalla cecità delle guerre, dalla fame, dalla povertà colpevolmente alimentata, ora dalla spietatezza delle estreme ideologie, dagli autocrati, ora dalle insistite vestizioni oscurantiste delle religioni, dalla corruttela e dalle congreghe criminali, ora dagli assassini solitari, ora dalle lacerazioni del tessuto urbano, per emergere nella loro interezza di sentimento in più punti delle poesie civili, veri e propri sigilli categoriali. Testi incistati nella cronaca, nella storia sia sincronicamente sia diacronicamente, nel momento in cui essa stessa si fa, si evolve, si trasforma sporgendosi in nuovi baratri, riversando dalle tasche dei ragguagli quotidiani passati e presenti il loro crudele grano e contribuendo alla dilatazione degli orizzonti per ogni essere umano fino a centrare il motore della sofferenza, oppure entrando nelle lacerazioni della memoria la quale, durante il tragitto compiuto tra le pagine della storia, essa appare divorata per oscure subsidenze da una nuova “interna voragine”.

È in tale dantesco precipitare che il poeta fiorentino, con l’agitare l’insostituibile fermezza della poesia, ci avverte nell’affollarsi degli interrogativi: «quale segno? quale sostanza? / non li avvisa / il sangue, il sangue li rimorde e basta». Con ciò il poeta conferma la qualità estrema del grido, la bocca spalancata che dipinge in ogni parte del nostro pianeta l’ineluttabilità dell’orrore, la premonizione di nuovi scardinamenti dell’impianto sacro della umanità: ed ecco oi barbaroi che accompagnano le anonime concimaie degli uccisi: voci spente da un colpo di pistola, da lame che feriscono e oscurano.

Su ogni cosa sembra persistere un grido continuo saldamente ancorato in tali prossime e future vicende, lasciando ai sopravvissuti le tracce per una interpretazione del male prodotto. Da tale podio egli lancia il suo monologo, articola le sinfonie di popolo quasi in un estremo sforzo per la vita che sfugge onde evitare il buio roccioso della brutalità, dell’aridità, tutti sommersi, come già nell’oggi, dalla spietatezza economica, sostituendo la profondità valoriale dello spirito alla strategia mercantile della società globale dando piena consistenza alla visione di un magma luziano di lì a poco spinto verso i mattatoi e gli inverni del genocidio. Il pianto può allora diventare iniziatica urna per nuove speranze contro tale caotica realtà?

4-mario-luzi_le-nuove_paureDi certo nelle parole di Luzi, ‒ col rispondere alle domande di Renzo Cassigoli sul tempo vissuto, ‒ emerge d’impeto l’assetto sociale della controversia nella novecentesca epoca del magma dove le lacrime del pianto collettivo si pongono come ultimo saluto per gli inermi calati inesorabilmente nell’assenza e nell’oscurità delle istituzioni democratiche miscelate, in assenza di carità, ad una collosa protervia d’indifferenza. Io temo ‒ dichiara ‒ «questo crescere dell’assuefazione agli scempi dovunque siano commessi e chiunque tocchino. Lo scempio dell’umano! A un certo punto pensi che anche il tuo linguaggio si riferisca ad un’umanità che quasi non c’è più, o rischia di non esserci più». Luzi insiste ancora sul quanto sia tagliente l’impronta degli stridori nel «rapporto fra le cose oggettive», nel momento in cui «la realtà spirituale e la parola, non ci sia più. Anche la parola è in crisi, e ogni volta c’è questa separazione fra le cose fra la spiritualità e la parola».

D’altronde la presenza del ‘teatro di poesia’ si nutre del nostro linguaggio, anche se, con Mariangela Gualtieri, vige l’avvertimento di come non sempre la ‘parola’ appaia sufficientemente adeguata al suo compito; di contro, Giovanni Raboni, introducendo, nel 1983, Rosales, intercetta, proprio nel luziano fluido prosastico, ‒ lo sottolineavo  nella mia lettura Io, “nella mia mandorla di roccia”, ‒  quell’impetuoso procedere nella vita in cui cova, ciò che lui definisce, una «insostituibile cellula di senso» la quale accende l’organismo stesso della scrittura sul limite di uno ‘snodo’, «superato il quale non sarà più lecito prescindere» al fine, ‒ «per chiunque vorrà, domani, spiegare l’inspiegabile presenza della poesia, [e] come ancora essa si pone al centro del nostro essere e, ancora, del nostro parlare», ‒ poterne sentire l’alito.

Con Luzi il rigenerarsi in monologhi o in azioni dialogiche consente alla poesia di spandersi nella vastità del canto popolare e affermarsi tessera della poesia di teatro. Essa, posta al centro delle voci, non può certo eludere la cifra civile insita nella parola riverberata dagli accadimenti e da un quotidiano agro, terribilmente crudele. Si sottolinea l’urgenza di resistere al male e di non moltiplicarlo con altro male: la sua stessa narratio – ripeto con Quiriconi ‒ sobbolle nelle cose sino all’affliggente detonazione della realtà. Ed è proprio in tale latente tensione, che prendono l’avvio, dalla cuspide del suo fiorentino ermetismo, i formulari dialoganti, i mimetismi del quotidiano eloquio, che sommuovono la sua visionarietà per congiungersi alle surreali escursioni e irruzioni sull’esistenza e sulla postura anti-utilitaristica della poesia contro ogni prevaricazione e scempio della dignità umana. Al sostrato lirico acceso da impulsi e toni cangianti dilaga il fuoco dell’indignazione, mostrando così l’indefettibile snodo per la necessaria reviviscenza di ciò che l’amico poeta Stefano Vilardo definiva il ‘frutto più vero’ della poesia.

libro-di-ipazia-luziAppare fin troppo evidente che la orchestrazione verbale nell’esercizio luziano, in cui l’inderogabilità della sua laminante poesia (già apparsa dal suo impegno nelle traduzioni: da Shakespeare, ‒ successo ebbe il suo Riccardo II  in versi magmatici e  rappresentato nel 1966 allo Stabile di Torino, con  Gianfranco De Bosio e Glauco Mauri ‒ e poi: da Racine a Coleridge), vada con determinazione sgomitolando quel compatto intreccio di linguaggio secreto e materiato nella forma e nella sostanza del teatro di poesia, decantato, ‒ direi con Ghiorgos Seferis mentre rileggo la sua lirica del 1932, La Cisterna ‒  in quella convincente metafora di un intimo serbatoio dell’universo coscienziale in cui si va depositando la “segreta” sotterranea acqua delle lacrime umane, ordunque: memorie della vita, della gioia, del dolore, d’amore e morte. Un arco coessenziale che, non a caso, artisti e poeti sono destinati, per meglio comprendere, al dragaggio di tali depositi d’anima.

Dal dramma teatrale del 1978, Il libro di Ipazia (rappresentato al Piccolo Teatro di Milano nel 1994, per la regia di Lamberto Puggelli) si delinea una luziana icona d’Ipazia (da cui filtra, intermittente, l’immagine sotterranea del suo rapporto con Cristina Campo). La filosofa neoplatonica, matematica ed astronoma di Alessandria d’Egitto la quale, secondo Raboni, è protagonista in absentia tanto da generare una sorta di «errore drammaturgico che carica di suggestione e mistero il testo, un ‘buco nero’ attorno al quale si dispongono e prendono senso le parole e i gesti degli altri personaggi». In “Moderni? Contemporanei?”, Luzi va ora configurando con chiarezza la sua poetica dei fatti e della ‘ciclicità’ evenemenziale: «Mi ero innamorato di queste figure e sentivo che avevano un senso. La storia di Ipazia [rimarca] “era una cosa accaduta ma immessa nell’eventualità continua del mondo e per me non era finita col suo essere accaduta”; d’altronde “nel mondo si sono verificate delle cose, si sono manifestate delle cose che persistono e che sono nel divenire del mondo e possono intuitivamente riaffiorare sotto varie specie”». Tali convincimenti maturano nella «ipotesi che il tempo della poesia, il tempo della lingua della poesia, è un tempo in cui si incidono senza tempo le cose che sono sempre accadute e che sono sempre eventuali ed accettabili».

Da Histrio e la sua impossibilità di non soccombere alla ‘rappresentazione’, a Rosales, un pastiche tra evento storico (l’uccisione di Trotzkij) e il mito di don Giovanni messo in scena dallo Stabile di Genova nel 1983 con la regia di Orazio Costa, fino agli obbiettivi centrati su d’una Sicilia, frequentata ed accolta da Luzi: dal Corale che disegna la  figura di Santa Rosalia all’orrore dell’assassinio restituitoci con Il fiore del dolore in cui si erge, ‒ con quella consapevole dolcezza assegnata all’esercizio del perdono, ‒ il martirio di Padre Pino Puglisi. Ogni parola appare qui permeata dallo sforzo per la riappacificazione mossa dalla luce della speranza e sottesa dalla concretezza terrestre alla sfera dell’ultraterreno. Luzi, comunque, non si stanca di sollecitare l’aspirazione ad una desiderata unità, desiderio quale utile lievito per la poesia recitata quale grido d’affermazione en plein air.

3-mario-luzi_il-fiore-del-doloreIn tale raggiunta omogeneità si assiste, dunque, al consistente ancoraggio della sua scrittura arricchita dall’alta qualità compositiva e dalle dinamiche della teatralità che plasmano il pervicace assillo creativo in cui energia e indignazione diventano una inoppugnabile endiadi, motore di poesia e storia. Ciò avviene in parallelo ‒ avvertivo già scrivendo per il Corale ‒ all’angoscioso pensiero «interno all’ideazione e al linguaggio», in quanto nella stesura drammatica ogni fatto risulta, insiste il poeta, «oggettivo, anzi incarnato, e proiettato contro il mondo esterno e le sue istituzioni».

Comunque, è l’incursione della poesia a porre in ordine tali fatti: estrarne i semi della interpretazione, epurarli dalle ambiguità, e quindi, come per Pirandello, mutarsi nel consistente viluppo di «atti drammatici» e a far rivivere e integrare il tutto nel reticolo del vissuto teatrale da cui risulta opportuna la considerazione di Sciascia sulla salvifica trasversalità della poesia. L’immersione di essa nell’estetica teatrale restituisce, ri-creato, l’abito della prosa, s’insinua nel parlato, nella lingua, dalla koinè agli idioletti, mette in luce le urgenze civili, semantico-spirituali, tocca le crepe della storia, le oscure tensioni della politica, divampa nello sdegno mosso dalla cronaca cruenta. È un continuo superamento degli snodi del linguaggio il cui strato, quello più intimo, germinante, alimenta il flusso della poesia, così come accade anche nel travaglio della traduzione. D’altronde la rappresentazione dei fatti matura poeticamente dalla latente caldera della realtà e Luzi consente, ad exemplum, agli elementi agenti nel Corale la stura all’impulso di reviviscenza tra memoria e parola, la coniugazione di poesia e vita poste, entrambe, nello specchio riflettente della storia.

img-20251019-wa0174L’utopia di un vivere «senza croce d’esistenza» (com’è detto, per intimo monologare, in Lasciami, non trattenermi) svela il ritratto più probante nella imago della città di Palermo. Si consolida in essa la scena di una drammaturgia della cronaca violenta, esasperata e speranzosa, sciolta tra i versi del fiore del dolore e consegnati, sotto l’orribile scuotimento della città intera, al cospetto dell’assassinio di don Puglisi. Palermo la ‘terribile’ ‒ traggo volutamente dal deamicisiano Cuore l’insolito aggettivo per marcarne gravezza e contrasto, ‒ è locus letterario definito dal personaggio dell’Opinionista: città «solare e tenebricosa». La fenicia Ziz, da tradurre in fiore, carica del suo onere morale, ricompone la sua consistenza magmatica e crudele, mortificata e pencolante tra sangue e colpa, tra lo sparo e la speranza per aprirsi nell’orizzonte celeste del sorriso di don Pino morente. Il Sicario si sente “dissanguato”, privato dal dolore, si rammarica di non provare dolore e, consapevole della gravità di tale mancanza, avverte la flebile voce del martire che ne acuisce lo sconforto. Una disperante afflizione aumenta la eco delle ultime parole del sacerdote incise in un lieve sorriso: “vi aspettavo”. Il Sicario sa d’essere una «schifosa sgoratura di uomo, / perché tale sono stato. / Chissà, pianterà un fiore al suo posto: il fiore del dolore. / E odorerò quel fiore, / allora ci sarà dolore anche per me. / Rinascerò in quel dolore»: quindi bisogno assoluto di caricarsi, per tentare una purificazione dal male, di “quel dolore”, in una versificazione audace, partecipe, un vero, avverte Davide Rondoni in prefazione, «corpo a corpo con i fenomeni della storia».

Una tale sommersione, e la tangibilità che ne deriva tra realtà storica, cronachistica e vita, rappresentata dai versi destinati al teatro assume in Luzi particolare significato sulla rivisitazione d’epoca in cui l’impetuosità popolare, trapassata dalle appenanti vicende del tempo, viene sparsa a piene mani nel già citato Corale della città di Palermo per S. Rosalia, dove il poeta stende un atto letterario, nel plot drammaticamente sorretto dall’incerto secentesco resoconto del gesuita Giordano Cascini,non disgiunto però da quel piacere del narrare allo scopo di far rifiorire il nascosto degli impulsi sociali. In una Nota sul Corale, Luzi riferisce come in esso si configuri il «ritrovamento del divino occultato nell’oblio, perduto nelle oscurità della coscienza come le spoglie di Rosalia nella roccia della montagna: e ciò accadeva [sottolinea] nel momento del grande pericolo, da uno stato di grande e generale sofferenza».

C’è bisogno, «di un nuovo articolarsi del linguaggio e di nuovi osservatori» (Quiriconi), e la ‘parabola lingua’, espressa da Raboni a proposito delle letture luziane, ne sollecita ulteriori visioni: «dall’oscura araldica lucentezza di Avvento notturno al recitativo basso e vibrante di Onore del vero, dalla colloquialità affannosa e solenne di Nel magma», senza dimenticare ‒ vi aggiungo ‒ il respiro tragico dell’assassinio in Il fiore del dolore. Ed è pur sempre il linguaggio ad accogliere le spezie d’ogni tempo per ripresentarsi, nella sofferta ciclicità della poesia luziana, mai rassegnata ad ogni “disumanizzazione”. Lo testimoniano i polifonici affreschi di Palermo: per Luzi città da offrire al canto corale, in quella sua anima antica percossa dalla peste, dal travaso del sangue. Civitas acre e fulgente, sacra e piagata. 

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Riferimenti bibliografici 
Mario Luzi, Ipazia. Poemetto drammatico, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1972; Id., Al fuoco della controversia, Garzanti, Milano 1978; Id., Rosales, (Introduzione e note di Giovanni Raboni), Rizzoli, Milano 1983; Id., Giancarlo Quiriconi, in “Nota” a Hystrio, Rizzoli, Milano 1987; Id. ‘Nota introduttiva’ a Maura del Serra, La Fenice, Edizioni dell’Ariete, Siracusa 1990; Id. Frasi e incisi di un canto salutare, Garzanti, Milano1995; Id., Il fiore del dolore, introduzione di Davide Rondoni, Edizioni della Meridiana, Firenze 2003; Id., Le nuove paure. ‘Conversazione con Renzo Cassigoli’, Passigli Editori, Firenze 2005; Id., Buio sangue. Poesie civili, Fondazione Calzari Trebeschi, Brescia 2008; Id., Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime, a cura di Stefano Verdino, Garzanti, Milano 2009; Id., Corale della città di Palermo per S. Rosalia, II ediz. a cura di Aldo Gerbino, S. Marco dei Giustiniani, Genova 2025. Elio Giunta, Mario Luzi poeta del fluire, Centro Pitrè, Palermo 1977. Giordano Cascini (1565-1635), Di Santa Rosalia Vergine palermitana libri tre, In Palermo: appresso i Cirilli, 1651. 

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Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).

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