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Lettera di un popolo condannato a morte

Rua, un giorno di ordinaria occupazione militare, una madre in attesa del ritorno del figlio a Nablus, luglio 2025

Un giorno di ordinaria occupazione militare, una madre in attesa del ritorno del figlio a Nablus, luglio 2025

di Muin Masri 

Da piccolo, la mamma ogni tanto mi diceva: “Quando pensi a me, a noi, sorridi sempre, così mi ricordi sempre giovane!”. Da grande, al momento dell’addio, dissi a mia madre: “Non aspettarmi più come quando ero bambino, non tornerò, a Nablus non c’è niente, è una prigione a cielo aperto”.

Ogni tanto, quando piango, quando sorrido, penso a mia madre e mi sembra di vederla giovane, in attesa che la prigione apra le sue porte. Non potendo scrivere a mia madre, a mio padre, ai miei fratelli né agli amici d’infanzia, di gioco e di studi, visto che tutti stiamo marciando e in ordine sparso verso il patibolo, non mi rimane che scrivere a chi mi ha sorriso, abbracciato, aiutato e incoraggiato in questa mia lotta di liberazione.

Forse come individui abbiamo commesso errori, ma come popolo non abbiamo mai pensato di infrangere la legge né divina né terrena, semplicemente abbiamo creduto a tutti i valori universali che si insegnano sui libri sacri e di storia delle civiltà: fratellanza, solidarietà, patria, giustizia, libertà, sacrificio e amore. La nostra unica colpa, se si può chiamare così, è di avere creduto ciecamente alle promesse di chi dichiarava di credere nella nostra giusta causa: i fratelli governanti arabi, i compagni di partito, i governanti di sinistra e, in generale, i valori delle democrazie occidentali. Ogni volta, però, che facciamo la conta al momento del bisogno, ci siamo trovati sempre completamente abbandonati al nostro tragico destino, attorno a noi si crea il consueto cordone di indifferenza e solitudine.

Amici vicini e lontani, come individui forse alcuni di noi hanno commesso errori magari anche gravi, ma come popolo il nostro unico sbaglio è stato non capire che il mondo, in fondo in fondo, non odia, non ama, non teme Israele né nessun altro, se ne frega completamente perché l’umanità, in realtà, ha maledettamente bisogno di qualcuno da immolare sulla croce. Probabilmente gli fa ricordare l’origine di ogni cosa: sofferenza, fede, abbandono, amore, Dio. Questa è la nostra vera colpa. Qualcuno mi ha cucito addosso un abito troppo importante, io avrei solo voluto vivere.

Alla fine di questa tragica storia, dopo che l’esercito israeliano ha scatenato i coloni in Cisgiordania e annientato Gaza, calpestato i diritti umani, ucciso migliaia di civili e affamato milioni di persone, arriverà in spiaggia pensando di avermi cacciato dalla mia patria. In quel momento avrà esaurito ogni scusa per giustificare i suoi crimini davanti al suo Creatore e già oggi sa che, per essere credibile con la comunità internazionale, prima dovrà pulirsi le mani insanguinate. Questa volta, però, le acque del mare non si apriranno per salvargli l’anima ma troverà un gruppo di uomini e di donne arrivati da ogni dove per portare il loro amore ad un popolo condannato ingiustamente a morte. Sì, è vero, forse non ho mai avuto un mio regno, ma il cuore della gente è sempre stato la mia vera patria.

Alla fine di questa tragica storia, l’esercito israeliano dovrà vedersela con la #globalsumudflotilla e con la forza dell’amore dell’umanità.

db302fc7-f2ef-4af4-8790-b88538ac788cE se un giorno riavrò la mia patria, il mio Stato, la mia casa, il mio campo di grano, gli uliveti, il cimitero dove sono sepolti i nonni, gli amici e i 2000 mila anni di storia, la collina dove d’estate andavamo a caccia del gallo cedrone, la piantagione di banane e di datteri nella valle del Mar Morto e poi l’altro mare, il Mediterraneo, dove andavamo in gita scolastica….

Se un giorno riavrò la mia dignità di uomo libero, senza catene al collo né alle caviglie.

Se un giorno riavrò la gioia di vivere, di amare, di fare festa con gli amici e di convolare a giuste nozze.

Se un giorno potrò viaggiare in aereo, in macchina, in treno senza dover esibire nessun lasciapassare.

Se un giorno riavrò i miei sogni e quelli che mi hanno lasciato i miei compagni persi per strada.

Se un giorno potrò parlare all’Onu e in tutte le istituzioni internazionali da uomo libero e non da ospite speciale.

Se un giorno potrò partecipare ad un concorso di poesie d’amore scritte a macchina e non di parole incise con il piombo dei fucili.

Ettorina alla manifestazione ProPalestina a Ivrea, 13 settembre 2025 (ph. Laura Barison)

Ettorina alla manifestazione ProPalestina a Ivrea, 13 settembre 2025 (ph. Laura Barison)

Se un giorno capiterà tutto questo e tante altre cose a me sconosciute, ma tipiche di una vita normale, è grazie alla società civile occidentale. Grazie a Ettorina, mia suocera, 89 anni compiuti, che il 13 settembre scorso era a Ivrea a manifestare la sua solidarietà a favore della popolazione palestinese e della pace in Terrasanta e che, dopo avere percorso tutto il tragitto al grido di “Palestina libera” si è seduta sulla prima panchina disponibile e a chi le chiedeva: “Ettorina, stai bene? Sei stanca?”, lei rispondeva: “Io non mollo!”.

Come Ettorina, ci sono milioni di persone che mettono anima, corpo e testa nel manifestare il loro disgusto contro la guerra a Gaza. Poi, purtroppo, come spesso succede, c’è sempre qualche scheggia impazzita.

A Gaza e in Cisgiordania non c’è più niente, ma la gente resiste. Sapete perché? Perché in questi due anni di bombardamenti, di massacri e di morti di fame e di sete, la solidarietà e la vicinanza della gente di tutto il mondo è stata l’unica cosa che ha tenuto e tiene tuttora in vita la popolazione palestinese, nella speranza che domani sarà un giorno migliore.

Gli episodi di violenza contro chi è di religione ebraica, come quanto è capitato alla coppia di turisti americani israeliti a Venezia, è sbagliato: è sbagliato in termini generali e assoluti e, inoltre, non fa bene alla causa palestinese. La storia si ripeterebbe ancora una volta, triste e dolorosa, come in un film già visto di cui conosciamo il finale: ci perdiamo tutti se imitiamo il nostro carnefice.

Se un giorno, invece, verrò deportato di nuovo, vi prego, non sentitevi in colpa perché, se c’è qualcuno che si deve vergognare sono le varie cancellerie e i governanti che sono coinvolti fino al collo nella politica aggressiva e omicida israeliana.

Ettorina, Ivrea 13 settembre 2025 (ph. Laura Barison)

Ettorina, Ivrea 13 settembre 2025 (ph. Laura Barison)

Se un giorno potessi ricominciare, vorrei rinascere di nuovo palestinese e avere come amico tutta quella gente “normale” che nonostante le faccende giornaliere, le famiglie a cui badare, il mutuo da pagare, non è disposta a chiudere gli occhi o a tacere davanti all’ingiustizia e al piano criminale di uno Stato che si dichiara democratico, libero ed erede di 6 milioni di persone vittime dell’orrore umano.

Se un giorno sono di nuovo salito sulla mia croce è per amore, solo per amore. 

Cara Mamma, non aspettarmi per favore sul bordo della Storia e non piangere per me, io qui in Italia ho tutto e sto bene: mangio, dormo, bevo, lavoro, ho accesso a tutte le cure sanitarie, nessuno mi spara se sbaglio coda per il pane al supermercato, nessuno mi caccia via da casa nel cuore della notte, nessuno mi ruba il mio bel giardino, qui nessuno è costretto a dormire nelle tende. Sì, l’altro giorno una grandinata eccezionale ha rovinato il tetto, 329 tegole per l’esattezza, ma l’abbiamo sistemato quasi subito e l’assicurazione ci ha rimborsati.

Cara Mamma, ti voglio bene e ti prenoto per un’altra vita, più umana, più fortunata. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025

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Muin Masri, di Nablus (Palestina), in Italia dal 1985, ha studiato informatica al Ghiglieno di Salerano e si è laureato in Scienze Politiche all’Università degli Studi di Torino. Ha esordito nel 1994 con Racconti?, una raccolta bilingue (italiano – francese) pubblicata da Scriptorium. Ha pubblicato, tra l’altro, il miniracconto Le mutande nere (Goethe Institut, 1996), i romanzi Il sole d’inverno (Lupetti & Fabiani, 1999), Pronto ci sei ancora? (Portofranco, 2001 – Lochness libri, seconda edizione 2006) e Io sono di là (Michele di Salvo – Traccediverse, 2005). Nel 2001 ha realizzato Viaggio di sola andata, cinque episodi trasmessi da Radiotre nell’ambito del programma Centolire. Nel 2007 ha pubblicato due contributi nelle raccolte Cuori migranti (a cura di Lorenzo Dugulin – CACIT Editore) e Mondopentola (a cura di Laila Wadia – Cosmo Iannone Editore). Ha partecipato alla rassegna “Autori per Roma – la città e il mondo” con il testo teatrale “Mamma a Roma. Stop” (a cura del Teatro Eliseo e del Comune di Roma). Nel 2008 ha pubblicato il racconto “Estraneità” incluso nella raccolta Amori Bicolori (a cura di Flavia Capitani ed Emanuele Coen – Contromano, Editori Laterza). Dal 2007 al 2011 ha collaborato alla rubrica “Cronache italiane” per il settimanale Internazionale. Nel 2015 ha pubblicato con Streetlib e in formato ebook i racconti “Il fantasma, la vergine e lo spirito santo”. Nel 2024 ha pubblicato Vendesi croce con www.edizioninautilus.it di Torino.

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