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L’eredità filosofica di Jürgen Habermas dalla prospettiva (non specialistica) di un accademico “tedesco”
Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2026 @ 03:15 In Cultura,Letture | No Comments
Quando se ne vanno figure del genere è generalmente d’obbligo una certa retorica: padre della patria – ricordo dei colleghi dirlo qualche anno fa di Umberto Eco ed Emanuele Severino –, assenza impossibile da colmare, grande perdita per il mondo della scienza e per tutti noi, ecc. Senza voler neanche lontanamente sminuire la portata della recente scomparsa di Jürgen Habermas, mi sembra di poter affermare che poche volte nella storia della scienza se ne sia andata una persona a voce più bassa e con meno clamore [1]. Almeno per quanto riguarda il suo Paese d’origine, che è anche il luogo dove vivo e da cui scrivo.
La Germania uscita dalla guerra è un Paese il cui stile è tradizionalmente allergico all’iperbole e, in generale, all’eccesso. Non che non si esageri mai da queste parti (anzi, si è spesso, molto spesso, più papisti del Papa [2]) ma, a differenza che in altre parti del mondo che mi è capitato di frequentare, in Germania ogni eccesso, anche quelli del linguaggio, che, di norma, definiremmo “retorici”, non sono grosse e interessate bugie ma profonde, serissime e spesso inamovibili, convinzioni. Da queste parti la gente generalmente crede in quel che afferma e lo spazio pubblico pullula di giudizi di ogni sorta e opposta direzione. Non a caso questo è il Paese che ha generato e formato Jürgen Habermas e il Paese che lui stesso, con il suo esempio di vita democratica attiva, parlante, mai sonnolenta, o silente di muto e belluino consenso, ha contribuito a formare.
Chi vive così non si fa soltanto amici e il suo nome finisce per evocare pochi giudizi equilibrati e oggettivi [3]: testimone e (co-)artefice dell’intera vita della Repubblica Federale Tedesca Occidentale, nonché di quella riunificata fino alla propria morte, Habermas, come molte persone intelligenti, ha cambiato opinione tantissime volte su tantissimi temi: giovane studente marxista, critico della Germania occidentale, iperconservatrice e anticomunista dell’ epoca Adenauer (cocciutamente e colpevolmente immemore della barbarie del Nazismo secondo il filosofo), qualche anno dopo l’ordinario di Filosofia e Sociologia Jürgen Habermas sarà capace di accusare un’intera assemblea studentesca sessantottarda (che lo venerava) di “fascismo di sinistra”.
Le sue posizioni oscillanti (ma sempre argomentate) rispetto a religione, liberalismo, diritti umani e riarmamento sono note, il che, insieme a uno stile di scrittura (scientifica) non semplicissimo e all’ostinata ricerca di un punto di consenso con ogni sorta di interlocutore (persino con quelli, teoricamente, a lui più lontani [4]), lo hanno reso una figura a tratti inafferrabile e, di conseguenza, mediaticamente poco interessante (complice anche una pronuncia nasale e a volte difficile da seguire [5]).
Habermas è stato indubbiamente uno dei più grandi filosofi del secondo Novecento tedesco ma a sentirne la mancanza in questo Paese saranno probabilmente soltanto gli e le intellettuali, le uniche persone che le sue parole abbiano mai potuto raggiungere: dai colleghi alle colleghe dell’università o del Max Planck, ai lettori e alle lettrici dei suoi scritti giornalistici, più accessibili di quelli scientifici ma pur sempre diretti a persone “ragionevoli”. Non che le uniche persone ragionevoli di questo Paese siano gli intellettuali di professione (ci mancherebbe!) ma Habermas si è sempre rivolto a chiunque fosse disposto/a a far professione di sforzo intellettuale, per esempio chi, dovendo andare spesso a esprimere il proprio voto, cerchi di formare la propria opinione su fatti e questioni pubbliche leggendo saggi o articoli di periodici.
Ahinoi, negli ultimi trent’anni il filosofo ha avuto tutto il tempo di vedere il numero di queste persone diminuire [6]: non si tratta certo di quattro gatti (come in altri Paesi europei) ma a chi ancora ci tiene non può che dare profonda amarezza (e certo la dava all’ultimo Habermas) vedere il ruolo e lo spessore di quello spazio pubblico, che lui stesso aveva passato la vita a teorizzare, assottigliarsi e riproporsi quella barbarie (geo)politica che lui conobbe di prima mano e a cui noi stiamo assistendo nelle (e dalle) nostre democrazie. Per dirla con parole sue: non si può che constatare oggi e con dolore la sparizione progressiva di ogni dimensione epistemica nella costruzione delle volontà democratiche (2024: 63 tr. mia).
Ci si potrebbe chiedere perché una persona che ha delle difficoltà articolatorie e sia chiaramente dotata per la scrittura (da giovane si cimentò persino a scrivere per il teatro e i suoi testi giornalistici sono molto chiari [7]) finisca per produrre testi di così difficile esegesi. Qualcuno dirà: era un filosofo (come se leggere Kant o Cartesio fosse la stessa esperienza) e per di più tedesco… e qui, nello stile di Habermas, devo onestamente dare atto al mio interlocutore immaginario (o interlocutrice) che la sua opinione contiene un po’ di verità. Qualche anno fa, lavorando su Cassirer, mi è capitata sottomano una testimonianza della moglie che la dice lunga su quanto e come gli accademici tedeschi e i loro editori curassero i loro testi [8].
Com’è noto, Cassirer dovette lasciare la Germania hitleriana. Giunto in America decise di preparare una versione ridotta e accessibile al pubblico statunitense della sua filosofia (il noto An Essay on Man. Introduction to a Philosophy of Culture del 1944). Mandato il manoscritto all’editore (Yale University Press), questi glielo rinviò con diverse proposte di rewriting. Racconta la moglie di Cassirer che il marito sulle prime ne fu molto contrariato: in genere si limitava a mandare il manoscritto in stampa, correggere le bozze e passare ad altro. Alla fine però, continua la moglie, fu contentissimo del risultato (e chi conosce la sua produzione sa bene perché).
Ma anche ammettendo che, di norma, l’editoria accademica tedesca non tenesse troppo all’intelligibilità dei propri prodotti, non credo che la difficoltà dei testi filosofici di Jürgen Habermas sia riducibile a un’incuria stilistica, del resto, poco evidente. Penso piuttosto che il suo periodare ostico sia figlio della sua prima formazione universitaria (geograficamente “provinciale” ancorché fatta di idealismo, neokantismo, fenomenologia, antropologia filosofica) e di alcune letture giovanili stilisticamente ingombranti e… contagiose (prima Heidegger e poi Gadamer, passando per Marx e Nietzsche). Fino al confronto con il pragmatismo americano (specialmente quello semiotico di Peirce) e lo strutturalismo francofono, Habermas è uno scrittore germanofono di testi germanofoni: l’ibridazione fece bene alla sua filosofia (che si fece di respiro più ampio e più moderna) ma rese il suo stile ancor più denso a livello connotativo e intertestuale.
Infine l’ampiezza dei campi scientifici cui dedicò le proprie energie (dalla sociologia – non solo francofortese – al diritto per non limitarmi che a due sole delle discipline in cui si è espresso ad altissimi livelli), segno di un tentativo chiaro anche se mai espresso del tutto di creare un vero e proprio sistema filosofico a tutto tondo [9] , ha reso i suoi testi, anche lessicalmente, estremamente impegnativi. È impossibile leggere Habermas senza pensare (o riconoscere) Kant, Hegel, Marx, Nietzsche, Peirce, Weber, Luhmann, Rawls e molti altri e non è di conseguenza un caso che i suoi libri non siano veramente usciti dalle biblioteche universitarie o da quelle di chi, anche sporadicamente, le frequenta.
D’altra parte Habermas riteneva che la filosofia servisse a “darsi un orientamento” [10] nella vita. Una volta resosi conto che i concetti filosofici non bastavano più a tanto scopo, si dedicò in modo serio e deciso alla sociologia [11], tanto che a tratti pensò addirittura di abbandonare del tutto la filosofia. La sua vicenda professionale e accademica è nota e non la ripercorrerò ma, per andare al succo della questione, Habermas è stato uno di quei filosofi che non essendo più interessati ad assumere un ruolo fra l’oracolare e il legiferante (alla Nietzsche o alla Heidegger) si cimentarono con la doppia fatica di rendere non solo il proprio stile più sobrio, più ipotetico, ragionato e argomentato ma anche il proprio stesso filosofare più serio, più solidamente fondato nel confronto continuo con i risultati delle altre scienze e più diretto a incidere sul proprio presente, che, del resto, dettava l’agenda delle riflessioni. Come affermò lo stesso Habermas alla fine della sua vita (tr. mia, or. in nota) [12]:
Se si considera, poi, che pur essendo un filosofo postmetafisico di scuola (anche) francofortese Habermas non rinunciava affatto alle ambizioni universalistiche della Ragione [13], si vede bene che i suoi testi, anche con le migliori intenzioni (e non si può dubitare che Habermas le avesse [14]) non potevano essere semplicissimi.
Quel che, mi sembra, resti della sua filosofia oggi
Credo che, dalla prospettiva del nostro presente digitale e transumanistico, la grande eredità che la sua attività filosofica ci lasci consista di quattro punti fondamentali, che fondano la loro credibilità non tanto nella loro natura linguistica e postmetafisica tipica del Novecento filosofico occidentale, ma nella vita stessa di Habermas. Nato nel 1929, partecipe anche lui dunque della grazia di essere nato troppo tardi per avere colpe troppo serie (secondo la celebre espressione di Helmut Kohl), Habermas si è trovato a dover rispondere praticamente alle sfide del dopoguerra tedesco a partire da un’educazione che se certo non era la sola responsabile dell’orrore nazista perlomeno non era stata capace di evitarlo. Persino assistendo al recupero più o meno immediato di figure chiaramente compromesse col Nazismo come Gehlen, Schmitt o Heidegger e criticando chiaramente il proprio Governo, il giovane Habermas né rigetta del tutto la propria eredità culturale né opta filosoficamente per la sconfitta della Modernità ma per la difesa del meglio che questa aveva saputo produrre (Libertà, Stato di diritto, Democrazia), non nonostante la Ragione ma proprio a partire da questa.
Ritengo che questa capacità di non gettare il bambino con l’acqua sporca (laddove molti oggi pensano che la nostra intera eredità culturale, responsabile della catastrofe ecologica, sia soltanto una galleria degli orrori da abbandonare quanto prima, democrazia inclusa) e questo moderato e per nulla superficiale, come vedremo, ottimismo della Ragione siano i primi due esempi di preziosa filosofia che Habermas ci lascia ma che per comprenderli bene sia necessaria una revisione del concetto di Ragione, non più come un patrimonio, una caratteristica, soggettivi ma come partecipazione ordinata al discorso pubblico attraverso l’emissione e l’analisi di tesi motivate, proprie e altrui [15].
Qui il terzo: al di là di ogni metafisica e ogni ideologia a permetterci di superare ogni difficoltà relativa al vivere sociale (anche le più nere, come ho cercato di spiegare) non può essere soltanto una nuova tecnologia (energetica, di intelligenza artificiale ecc.) ma lo sforzo continuo di usare l’unico tipo di Ragione Pratica capace di creare e mantenere uno spazio pubblico costruttivo e libero da relazioni di dominio: il cosiddetto agire comunicativo [16]. Si tratta di un’etica in cui ogni soggetto non è radicalmente interessato al raggiungimento del proprio fine, all’imporsi della propria posizione/opinione costi quel che costi (l’agire strumentale di Adorno e Horkheimer, che chiunque sia mai entrato in una banca o in una qualunque delle mille amministrazioni e burocrazie che strutturano la nostra vita ben conosce), ma entra nella discussione sinceramente disposto a farsi convincere delle buone ragioni dell’altro e determinato a dare le proprie, sapendo che saranno giudicate a partire da questi quattro criteri di validità: comprensibilità del proprio e dell’altrui dire (se non si capisce il proprio o l’altrui detto, è impossibile farsi un’idea della sua validità intrinseca), verità (dire quel che si ritiene essere vero), correttezza normativa (adattare le proprie proposte e giudicare quelle altrui a partire dalla loro capacità di integrarsi realmente nel contesto cui sono dirette [17]), veridicità (non mentire e non farsi turlupinare malignamente).
Infine, e siamo al quarto e ultimo lascito dell’insegnamento di Habermas: fra teoria del sistema e filosofia, mi sembra che Habermas abbia indicato chiaramente e con molta sobrietà che gli esseri sociali che antepongono radicalmente la realizzazione del proprio io (anche come nazione) alla mutua comprensione attraverso l’ascolto e la ricerca di un accordo o di un consenso ben regolati, seminino distruzione e si preparino alla guerra. Il loro agire, come accadde nella Germania nazista dell’infanzia di Habermas[18], porterà inevitabilmente alla catastrofe.
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