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L’equivoco del Regno. Note di teologia politica

01-3di Leo Di Simone 

Una ventina d’anni fa Armando Torno pubblicò la nuova traduzione integrale de Il Procuratore della Giudea di Anatole France, breve racconto scritto nel 1892 con il quale lo scrittore francese narra di Ponzio Pilato, già prossimo alla morte e da lungo tempo collocato a riposo, forse  perché rimosso d’imperio dall’incarico, come molti sostengono; Pilato che ormai vecchio e malato un giorno, durante una passeggiata in portantina, incontra un vecchio amico, l’epicureo Elio Lamia, con cui ricorda il tempo passato in Palestina al tempo delle rivolte giudaiche e delle amarezze rimaste. Alla domanda dell’amico se si ricordasse ancora di Gesù di Nazareth, il procuratore, dopo qualche attimo di esitazione, rispondeva dubbioso mormorando: «Gesù il Nazareno? Non mi ricordo». Così, in maniera piuttosto brusca e deludente, si conclude il breve racconto di Anatole France che Torno collocò quasi in calce ad un volumetto titolato Ponzio Pilato. Che cos’è la verità? [1], mostrando così come il vero intento della riproposizione dell’operetta di France fosse quello di riflettere sulla questione spinosa e annosa della verità che emerge come aporia dal dialogo tra Pilato e Gesù, così come riferita dal vangelo di Giovanni.

Massimo Cacciari, invitato da Armando Torno a riferire sulla portata filosofica del dialogo tra Pilato e Gesù, rispondeva in prima battuta che «tutto è traduzione; la stessa espressione di un pensiero in qualche modo lo è. E l’unico modo per intendersi è fra-intendersi. Così sarà necessariamente avvenuto anche tra Pilato e Gesù, con la “complicazione” dell’abisso incolmabile tra le due culture e civiltà. Pilato non poteva mai “entrare” nel mondo di Gesù, né comprenderlo né sentirlo». La scena mostra «da un lato la stasis tremenda che oppone colui che ha osato chiamarsi Figlio di Dio ai custodi dell’ortodossia del suo popolo, dall’altro un giudice che manca di ogni strumento per poter giudicare, che ignora le cause del conflitto e ancor più impotente a immaginarne le conseguenze» [2]. Sarà stato lo stallo di quella stasis a causare in Pilato la rimozione del ricordo di Gesù? Il cortocircuito tra la sua idea di veritas romana, di tipo pragmatico-giuridico, e la realtà di Gesù come assoluto inveramento della promessa messianica di liberazione che «si oppone tanto al giudaismo, quanto ad ogni prospettiva gnostica, spiritualizzante»? [3]

Sì, poiché la domanda di Pilato su cosa sia la verità (ί ἐστιν ἀλήθεια) scaturisce dall’affermazione paradossale di Gesù del suo essere Re, e della natura divina del suo Regno. Se vera è la rappresentazione adeguata al fatto o alla natura della cosa, Pilato non era in grado di accettare e di accertare l’identità di Gesù, la verità del suo esserci, e la qualità del regno di quello strano ebreo che se ne dichiarava titolare. Se solo si fosse convinto di doverla indagare la verità, in quanto ἀλήθεια, togliendola dal nascondimento, mettendo in chiaro la realtà mediante il confronto con l’evidente, invece di lasciarsi dominare dalla ragion di stato e dalla cieca doxa popolare, avrebbe potuto far valere anche le implicazioni determinanti di Emet, il concetto di verità ebraico, con valore di fermezza, stabilità, affidabilità e integrità, che sotto l’aspetto giudiziario si può intendere come «stabile conformità alla norma di giustizia» [4].

Tintoretto, Cristo davanti a Pilato, 1567

Tintoretto, Cristo davanti a Pilato, 1567

Nessuno gli disse in quel frangente caotico di un processo farsa che quell’ebreo apparentemente farneticante e accusato di bestemmia aveva predicato l’indissolubile relazione tra il regno di cui si dichiarava re e la giustizia: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia» (Mt 6,33) aveva detto, esplicitando lo statuto divino di quel regno e non la disincarnata trascendenza come poi, da Pilato in avanti, è stata letta ed equivocata l’altra sua affermazione: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18, 36). Con ciò Gesù non stava dichiarando che il suo regno era sovrannaturale, ma che piuttosto non assomigliava a nessun regno né forma di governo di questa terra, poiché la sua costituzione era stata promulgata da Dio a beneficio dell’umanità intera. Era il concetto designato dalla parola che era stata al centro di tutto il suo annuncio, della sua predicazione itinerante, del suo messaggio inequivocabile. Tutto ciò che dice o fa nei vangeli ha la funzione di proclamare pubblicamente la venuta e la consistenza di questo regno. Era stata la primissima cosa che aveva predicato dopo essersi separato da Giovanni Battista: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino» (Mc 1,15). Ed era anche il fulcro della sua preghiera trasmessa a sua volta ai discepoli: «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome. Venga il tuo regno» (Mt 6, 9-13; Lc 11, 1-2).

Con regno di Dio che si approssima (in ebraico malkut Jahvè) o con «regno dei cieli», dizione matteana che descrive la prescrizione ebraica a pronunciare il nome di Dio, Gesù non designava un territorio geografico o un’area di potere; intendeva piuttosto il governo di Dio, la funzione di reggitore che Egli assumerà, il compimento delle attese profetiche della giustizia piena, della completa libertà, dell’amore intatto, della riconciliazione universale, della pace eterna. Non dunque il compimento delle strategie politiche dei contestatori e degli avversari di Gesù: non la teocrazia degli aristocratici sadducei o la democrazia religiosa dei rivoluzionari zeloti da instaurare in modo violento; non il giudizio vendicativo favorevole a una élite di perfetti identificabile con gli esseni o i monaci di Qumran; né tantomeno un regno corrispondente all’ideologia dei farisei, da costruire umanamente sul fondamento di un’esatta osservanza della legge e di precetti morali oppressivi sempre in crescendo. Il regno predicato da Gesù corrispondeva alle espressioni della sua preghiera: il nome di Dio verrà realmente santificato quando sulla terra si realizzerà la sua volontà e gli uomini avranno abbondanza di tutto, si perdoneranno reciprocamente sull’esempio della misericordia di Dio e il male sarà sconfitto definitivamente. Un regno in cui, secondo il progetto di Dio, potranno finalmente levare il capo i poveri, gli affamati, gli ignudi, gli afflitti, i vilipesi, gli emarginati a causa del peccato dei regni di questo mondo che ne hanno occultato la verità, contraffatto il disegno.

La visione di Gesù non risultava certo incomprensibile ai suoi ascoltatori; il concetto della sovranità assoluta di Dio sostanziava il messaggio di tutti i grandi profeti, ne dilatava la giurisdizione oltre Israele, al mondo intero, poiché «tutto nei cieli e sulla terra è tuo» dice la Bibbia; «tuo è il regno […] tu domini tutto» (1 Cr 29, 11-12). Gesù supera la stessa concezione di Giovanni Battista che probabilmente gli aveva fornito la stessa espressione «regno di Dio»; egli era convinto che tale regno non esigesse soltanto una trasformazione interiore in termini di rettitudine morale, ma anche un totale ribaltamento dell’attuale sistema politico, religioso ed economico: «Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete» (Lc 6, 20-21). Queste parole delle Beatitudini predicono un ordine mondiale totalmente nuovo in cui i mansueti, i pacifici, i giusti erediteranno la terra, i malati verranno curati, i deboli saranno forti… Nel regno di Dio le ricchezze verranno ridistribuite, i debiti cancellati, «gli ultimi saranno primi e i primi ultimi» (Mt 5, 3-12; Lc 6, 20-24). In sintesi è la volontà benevolente di Dio per tutta l’umanità che con Gesù viene in luce mostrandosi quale ἀλήθεια, giustificando la risposta data a Pilato alla domanda se fosse re: 

«Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Gli dice Pilato: “Che cos’è la verità?”» (Gv 18, 37-38).

La sua regalità consiste nel testimoniare la verità, nell’aderirvi con tutto il suo essere fino alla martyria finale del sangue versato che sigillerà l’alleanza eterna dell’umanità con Dio. Martyria esigita non dal carattere spirituale, morale del suo insegnamento, alla maniera socratica; ma dalle implicazioni politiche del suo messaggio. Di fatto, pur non avendo interessi politici da condividere con i partiti pol itico-religiosi del suo tempo, dai conservatori teocratici sadducei ai sobillatori “terroristi” zeloti, il suo messaggio racchiudeva e racchiude senz’altro connotazioni e indicazioni di ordine politico. Già la predicazione della filantropia di Dio, la certezza della sua vicinanza acquisita in prima persona Gesù l’ha espressa con il linguaggio con cui il suo tempo dava voce alla speranza. Quel che i giudei e i pagani attendevano da tanto tempo con impazienza eccolo finalmente compiersi:

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nella buona notizia» (Mc 1, 15).

Sono le prime parole che escono dalla sua bocca quando dà inizio al suo ministero; Dio è vicino agli uomini e in Gesù tale universale verità religiosa si fa evento. Soltanto testimone della verità; non messia che annienta i propri nemici, non restauratore del dominio universale del popolo ebreo, non artefice del nuovo splendore di Gerusalemme, non aspirante a sedersi sul trono di Davide; Gesù era senz’altro un pio giudeo, ma non era un patriota. Dio gli stava più a cuore del suo popolo e semmai doveva recuperarne le «pecore perdute» (Mt 10,6) che potevano individuarsi nei suoi capi che avevano perso l’orientamento abbandonando la fedeltà a Dio. Una grande semplificazione e una grande disillusione ha luogo con la proclamazione del regno di Dio fatta da Gesù. Concentrandosi esclusivamente sulla sovranità di Dio il risultato è la spoliticizzazione del messianismo e la demitologizzazione dell’apocalittica. Nella sua predicazione mancò soprattutto la convalida delle speranze nazionalistiche di Israele. Per lui il nemico non è tanto la potenza coloniale di Roma, né quella di ogni altro potere politico, ma quella funesta del male annidato nel cuore dell’uomo che genera le molteplici forme dei poteri mortiferi celati sotto una trasparente idea metafisica di verità che a guardarla con occhi fanciulleschi e disincantati mostra come in realtà il re sia nudo. Una risposta tanto complessa e semplice ad un tempo poteva soddisfare la domanda sulla verità di Pilato? Assolutamente no.

Anche perché Pilato era impossibilitato culturalmente ed esistenzialmente a cogliere il nesso ontologico tra verità e libertà. La cosiddetta nemesi della storia è il riflesso terreno dell’occhio ironico di Dio. Gesù dice a Pilato: «dici questo da te o altri te l’hanno detto?»; Pilato fa finta di essere un potente, ma tutti i potenti sono strumenti di qualcosa che li supera. I capi di stato, i primi ministri, gli alti funzionari sono strumenti di una logica che va oltre loro; non possono fare ciò che vogliono. Davanti agli occhi di Gesù non c’è un nemico da odiare: Pilato non è che un servo: «Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande» (Gv 19, 11). Pilato crede di essere potente ma è un servo. Anche Tiberio è un servo, e Caifa, ed Erode. L’occhio ironico di Dio attraversa come il raggio della radiografia lo spessore della storia e smaschera la falsità denudandola in quanto ἀλήθεια.

La verità è che la potenza umana è illusione e inganno; che i potenti di questo mondo sono prigionieri della loro stessa illusione del potere, adoratori di Maya e cultori dell’ombra di morte del suo velo. Massimo Cacciari così descrive la situazione di Pilato in assetto gnoseologico: «Può l’essenza della Verità intesa come libertà, libertà di conformarsi o meno alla disvelatezza dell’ente, conciliarsi con la Verità come Colui-che-libera chi in Lui crede? Assolutamente no». Per la mente di Pilato «vera è la proposizione che si conforma secondo necessità con l’ente o col fatto da “giudicare”, che costringe all’assenso grazie a tale sua adeguatezza […] La verità che è Gesù, invece, libera perché dona vita, vera vita, vita eterna, perché salva dal peccato che è morte» [5]. Si può dunque ancora affermare a cuor leggero che verità è soltanto ciò che rettamente giudica da presupposti sempre falsificabili, o secondo la “giusta” idea della cosa? O piuttosto non bisogna concepirla come «energia che trasforma, “converte”, rinnova? Come potenza che libera e fa “rinascere”?» [6].

Altri dicono e uno fa. Una volontà collettiva ci attraversa, ci sovrasta e ci cambia anche dentro, per cui si vive da schiavi credendo di parlare e agire in tutta autonomia. Mai come in questi nostri tempi mediatici la menzogna si diffonde ad opera dei suoi servi, che sono servi del potere della menzogna con i suoi sofismi, tra i quali eccelle l’arte sempre più raffinata, “artificiosa” del coprire la verità col velo del silenzio, con la politica del silenzio, con l’obbligo del silenzio legiferato e imposto “democraticamente” con autoritarismo profilattico. Lo scempio genocidario del governo sionista di Israele viene coniugato alla retorica dell’assetto democratico di uno Stato monocratico e guerrafondaio, dove l’ossimoro vorrebbe corrispondere sfacciatamente alla verità della sua impeccabilità morale, quindi conformemente alle norme e ai principi riconosciuti come giusti e attuati secondo diritto. Gli omicidi a sangue freddo perpetrati dall’ICE negli USA vengono legittimati dal Presidente di quella nazione senza nessuna contestazione o condanna da parte delle nazioni vassalle d’Europa, che si specchiano nell’integrità di quel modello democratico in cui si inscrive quale accidente necessario un autoritarismo che si ritiene messianico.

Picasso, Guernica, 1937

Picasso, Guernica, 1937

Eppure questi regni potenti, capaci di interferire negli assetti politici dell’intero pianeta, pretendono di fondare la loro autorità su principi religiosi, quando non specificamente cristiani come nel caso degli USA. E per chi ancora si ritiene cristiano si tratta di giustificare la doppia appartenenza ai regni di questo mondo e al regno di cui Gesù Cristo è Re. Ma non risulta che i governanti e i politici che si professano cristiani riescano a fecondare con i valori evangelici le leggi che promulgano e le azioni che ne scaturiscono, che invece risultano diametralmente opposte alla morale cristiana, alla sua legge fondamentale che è quella dell’amore, riassumibile in quella massima latina che qualcuno attribuisce ad Agostino: volo quia vivis, che è amore e difesa della vita dell’altro, di ogni altro, dal suo concepimento alla sua morte. Chi è cristiano non può aderire soltanto ad ideologizzate campagne contro l’aborto; deve anche promuovere e partecipare a manifestazioni in favore di una “buona vita” per chi ha avuto la ventura di nascere. Oltre alla difesa della vita “non nata” bisogna difendere e incrementare anche quella “nata”.

Il dramma in cui viviamo consiste tutto nel prendere contatto il più possibile con la condizione di estrema difficoltà storica in cui ci troviamo, una difficoltà che ci permette però di comprendere nella loro sostanza, per lo più nascosta, non pervenuta allo stato di ἀλήθεια, i regni di questo mondo. È il tempo della de-cisione, della re-cisione di cordoni ombelicali ormai guasti e di dare adesione incondizionata a quel regno felicemente asimmetrico di verità e libertà incarnato nell’apocalisse di Gesù ed esplicitato nel monito espresso in Giovanni 8,32: «Conoscerete la verità e la verità vi renderà liberi» (καὶ γνώσεσθε τὴν ἀλήθειαν, καὶ ἡ ἀλήθεια ἐλευθερώσει ὑμᾶς). La verità che va suonando sempre più dissonante e che si svela sempre più nauseante è che i regni di questo mondo sono nella menzogna, anzi, sono la menzogna. Nonostante i loro proclami – specie là dove la cultura da loro ben plasmata può approntare un ricco armamentario di inganni – diffondano parole di pace, di libertà e di giustizia, non si osa fare esplicito riferimento alla “verità” il cui occultamento ha il valore di un perverso imperativo categorico. Poiché la loro verità è la guerra e la distruzione dell’uomo. Pilato, gli scribi, i sommi sacerdoti, la gente manipolata dal duplice potere politico e religioso sono fuori dalla verità.

La verità è da un’altra parte e Gesù le rende testimonianza. È bene ricordare che nel Vangelo non c’è la nozione di verità come puro contenuto della mente, come puro atto conoscitivo. La verità è un modo di essere, un compito da “fare” in vista della trasfigurazione ontologica: «Chi fa la verità viene verso la luce» si legge nel vangelo di Giovanni 3,21 (ὁ δὲ ποιῶν τὴν ἀλήθειαν ἔρχεται πρὸς τὸ φῶς). Venire alla luce significa non essere più nascosto, essere vero, «perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». Chi invece «fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate» (Gv 3,20); per cui è necessario che i “file” delle sue malefatte vengano secretati, e i complici dei suoi delitti tutelati dal segreto della ragion di stato, coperti dal manto dell’istituzione, dall’ipocrisia legalizzata che appronta maschere istituzionali.

In questo momento noi abbiamo tutte le ragioni per essere in apprensione, perché i regni di questo mondo sono in terribile conflitto. Siamo anche consapevoli, almeno idealmente, di ciò che tutto questo significhi per le prospettive del futuro. Il Terzo Mondo angariato e oppresso da secoli sembra preso da una indignazione ribelle che minaccia gli equilibri dei regni consolidati nelle idee di suprematismo e di primato razziale. E i grandi blocchi di dominio, i grandi imperi, stanno tra loro in tensione, in vista di un incremento degli armamenti che ci riguarda direttamente non solo dal punto di vista economico ma anche da quello percettivo dei pericoli che noi siamo portati per lo più a rimuovere dalla nostra immaginazione, avendo dimenticato le lezioni della storia più o meno recente e chiudendo gli occhi su un processo di distruzione di cui abbiamo esperienza solo mediatica; riteniamo infatti che non ci possa toccare da vicino, data la condizione culturale di presunta preminenza nei ranghi della storia. La spirale di guerra sembra stringersi attorno a noi e gli uomini e le donne del potere non si fanno più scrupolo di parlarne apertamente, come se fosse la cosa più naturale del mondo, rispolverando il vecchio adagio romano si vis pacem para bellum.

Gli uomini e le donne del potere hanno anche la sfrontatezza di parlare di pace in un clima di guerra, di libertà in un clima di coercizioni, di democrazia in un ambiente di repressione sia fisica che intellettuale, in cui ridiventa reato il libero pensiero, il dissenso dai dettati del potere. Anche a loro, non solo a Pilato, fa difetto il cogliere il nesso tra verità e libertà, tant’è che sono immersi nel pantano di un liberalismo ideologico politico, economico, finanziario che ha rigenerato la competizione come madre di tutte le cose e invece del benessere promesso ha innescato processi di guerra. Anche loro sono assisi sullo scranno dal quale Pilato pronunciò la sentenza ingiusta dopo essersi lavato le mani. Il suo giudizio non fu equanime, fu succube della pressione psicologica che vedeva minacciata la continuità del suo meschino potere di piccolo servo ai margini dell’impero, con l’accusa di non essere allineato al pensiero di Cesare. Gesù è fuori dalla falsa verità del potere. Sta dinanzi a Pilato, al Sinedrio, ad Erode, alla folla manipolata dal potere religioso, come un’alternativa, come un kairos da cogliere al volo. D’altra parte è stato lui ad inaugurare il tempo kairotico del Regno di Dio: Πεπλήρωται ὁ καιρὸς καὶ ἤγγικεν ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ (Mc 1,15).

04-guardiniAl colmarsi del tempo corrisponde il disvelamento totale del vero. Per questo solo lui può dirsi «via verità e vita» (Gv 14,6). Per questo solo lui può parlare, in verità, di pace, inverando le parole del salmista: «Io sono per la pace, ma quando ne parlo, essi vogliono la guerra» (Sl 120,7). Il suo è il regno della pace, lui è il principe della pace che non si fa portare sulle spalle dai suoi sudditi; è il principe della pace che sta andando sulla croce perché il suo regno, lo statuto del suo regno, le leggi del suo regno vengono scartati dai potenti. Per lui il nesso tra verità e libertà è molto chiaro, costituisce l’ontologica necessità del rifiuto, della negazione, del tradimento. In breve «la libertà di conformarsi o meno alla disvelatezza dell’ente» seguendo la lettura di Cacciari. E qui, per ulteriore comprensione ed esplicitazione, ci viene in aiuto la riflessione sul regno di Dio di Romano Guardini:

«Questo Regno di Dio avanza sulle orme di Cristo. Si è approssimato, ed ora può sopraggiungere, irrompere. Ed Egli annuncia, ammonisce, promette, compie miracoli affinché gli uomini credano. Ma essi resistono. Egli lotta tutt’intorno ad essi, preme, minaccia… Il Regno è potenza di Dio, ma si appella alla libertà. Non è possibile pervenirvi se l’uomo si rinchiude in se stesso. Può avvenire l’inconcepibile, cioè che Dio dica: “Voglio!”, ma l’uomo si ostini: “Non voglio!”. Allora una muraglia di tenebre recinge il Regno di Dio. E così avviene in realtà … Giunge il momento in cui Gesù scorge che la via è preclusa e piega verso la tenebra dell’abisso: “allora si volse verso Gerusalemme”. Seguono gli annunci della passione e della morte, tanto spaventosi nella loro obiettività […] E nulla è tolto alla terribilità del presagio dalle parole che soggiungono: “per risuscitare il terzo giorno”» [7].

Il messaggio è chiaro nella sua logica stringente. Il Regno di Dio non si attua d’imperio. Per instaurarsi nella sua completa asimmetricità necessita dell’assenso umano: «Qui creavit te sine te, non salvabit te sine te» dice Agostino. Il presente è e resta troppo triste e contraddittorio per poter essere gìà, nella sua miseria e nella sua colpa il regno di Dio. Questo mondo e questa società sono troppo imperfetti e disumani per poter essere già quella forma perfetta e definitiva. Ma il Regno di Dio non si arresta alla fase iniziale, procede invece verso la sua definitiva affermazione. Ciò che fu avviato da Gesù dev’essere portato a compimento con Gesù, dal suo corpo presente nel mondo che è la Chiesa. La Chiesa, i cristiani, non sono e non possono ritenersi esterni all’attuazione del progetto del Regno di Dio illustrato dalla vita di Gesù. Non fu un progetto messo su carta, fu scritto col sangue della sua vita. «Che catastrofe immane», afferma Guardini, richiamandoci alla corresponsabilità dell’evento cruento della croce:

«Non asseriamo che siano stati i farisei, i gerarchi, i Giudei a ucciderlo! Come chiamati, come partecipi del Patto essi erano lì per noi tutti, proprio come il primo uomo ci rappresentava tutti in qualità di capostipite del genere umano. La loro responsabilità è anche la nostra. Tutti noi siamo uniti nella comunanza della colpa e della Redenzione. L’uomo è caduto due volte: in principio, nel primo uomo, e nella pienezza dei tempi, allorché i chiamati da Gesù non accettarono il Regno di Dio. È molto pericoloso parlare di “quelli di allora”, come se essi fossero sull’altra sponda, nettamente separati da noi» [8].

Questo monito severo ha carattere universale, ma è rivolto principalmente ai cristiani, dal momento che professano la loro fede nel fatto che un crocifisso è Re. È una pretesa che attraversa come un filo tenue la matassa della storia dove si aggroviglia un’altra legge che non vuole avere nulla a che fare col Crocifisso e le sue farneticazioni regali; ed è la legge di Pilato, una legge perversa, perché è anche capace di mettere il crocifisso sulla corona dei re, sullo scudo dei soldati, nelle aule dei tribunali quale bilancia di giustizia, sullo scudo dei partiti politici. Di questa croce si è impossessato il potere creando con ciò stesso l’equivoco, etichettando per cristiano ciò che cristiano non è né può diventare. Dello statuto del Regno di Dio non se n’è più parlato, è stato ridotto a segno decorativo di una cultura che lo ha strumentalizzato fino a renderlo odioso agli occhi degli umili e dei poveri che non lo hanno più visto come simbolo di riscatto ma di oppressione, monile prezioso sugli emblemi dei potenti. E adesso neanche su quelli, non più necessario neanche a quelli. Per questo non capisco appieno cosa si voglia dire affermando che «un nesso costitutivo tra libertà e verità non sarebbe concepibile se non alla luce della Novitas rappresentata dal cristianesimo, se non nell’Europa o Cristianità» [9], che potrebbe suonare come affermazione di gratuita apologetica sulla bocca di Cacciari se non si riferisse, come fa, al piano ontologico e specificando che la libertà consente anche di «dimenticarla» quella verità. Cosa che si comprende meglio sul piano storico nella questione più aperta dilatata da Maria Zambrano quando si interrogava sul presente europeo:

«Oggi che le più gravi domande sono lecite: ciò che ha realizzato l’Europa nella sua religione, è stato il Cristianesimo? La verità è che basta sentirsi cristiano in un grado minimo per presentire e intravedere che non fu così, che ciò che l’Europa ha realizzato non è stato il Cristianesimo, bensì, tutt’al più, una sua versione del Cristianesimo» [10].

05-maria-zambranoUn cristianesimo dunque allo stato embrionale il cui seme non è ancora germogliato, nonostante la mole imponente della sua rappresentazione istituzionale. Il Regno di Dio non è forse stato paragonato da Gesù a un granello di senapa seminato in un campo, e a un po’ di lievito che una donna ha mescolato alla farina? Il teologo ortodosso Aleksandr Men’ affermava che queste immagini paraboliche «ci fanno capire che ancora oggi il cristianesimo non è che all’inizio della sua storia. Per la realizzazione dei piani di Dio, duemila anni non sono che un attimo che fugge; la crescita del grano è lenta e il lievito non può agire subito» [11]. Ma nonostante tali ottimistiche considerazioni resta sul campo anche un cristianesimo “versione” adulterata dell’originale, come lo ha individuato Maria Zambrano che contemplava nei “mistici”, «sospetti al finissimo olfatto del Sant’uffizio», [12] la custodia della forma autentica del Regno, la fedeltà di un “piccolo resto” che assicura l’integrità della forma originaria dello statuto del Regno, in epoche in cui la Chiesa si sostituì ad esso. Resta valida così la sua ulteriore interrogazione circa la forma del cristianesimo: «È dunque possibile un’altra, che sia anch’essa europea e, soprattutto, che sia Cristianesimo?» [13].

Bisogna ricordare che quando la Chiesa cattolica istituì la festa di Cristo Re nel 1925, i poteri di questo mondo si stavano organizzando in maniera totalitaria e la Chiesa, nei suoi vertici, pensò di rispondere alle provocazioni degli assolutismi rinascenti esaltando un’altra regalità, quella di Gesù Cristo, che però veniva celebrata e vissuta con gli stessi criteri e fasti con cui si vivevano i fanatismi politici del tempo. Nella Spagna della dittatura franchista si assistette allo sfavillio di congressi eucaristici, inni popolari in Italia cantavano le “falangi di Cristo redentore”, e ancora oggi resistono propaggini di quel retaggio in un ordine religioso, i “Legionari di Cristo”. Si pensò a crociate della fede, a milizie dell’Immacolata e all’esaltazione della Chiesa come regno universale nel rimpianto di Pio IX e di Gregorio VII. Il linguaggio usato non era meno aulico e retorico di quello usato dai regimi nascenti per imbonire il popolo e indurlo alla belligeranza della Seconda guerra mondiale, cui aderì fanaticamente quell’uomo “della provvidenza” che precipitò l’Italia nel baratro. I cristiani non si accorsero di nulla, salvo rare eccezioni, e coloro che avvertirono il pericolo furono tacciati di disfattismo, antipatriottismo, e poi tacitati con la forza ed eliminati come pericolosi per l’integrità del regno sul cui trono sedeva un reuccio inutile e pavido. La gran parte degli italiani che non studiano la storia e le giovani generazioni non hanno cognizione alcuna di quei tragici eventi.

Ma il fatto più increscioso è che alcuni, e non pochi, hanno nostalgia di quella triste condizione e tra essi anche cristiani o pseudo tali che non hanno mai acquisito le vere misure del Regno di Dio come Gesù ce le ha date. Quello che noi, con un termine ormai vulgato, chiamiamo integrismo, consiste nella belligerante difesa delle misure del Regno di Dio tratte da un passato non proprio glorioso, pago della collusione con i poteri forti di questo mondo; per cui, chi si allontana da tale modo storico con cui la fede è stata vissuta, viene considerato poco ortodosso e disobbediente. È chiaro che quella visione storica del Regno di Dio doveva emulare e superare i fasti cerimoniali dei regni terreni dai quali trasse simboli e segni, dimenticando che Gesù prese di petto la morale ritualizzata degli scribi e dei farisei che davano primaria importanza ai gesti religiosi e mettevano da parte l’amore per i fratelli. Nell’insegnamento di Gesù il vero culto non è quello che si compie nel tempio, ma fuori. Il vero culto a Dio è l’uomo vivente.

La nostra storia dunque è gravida di questo equivoco, dell’identità tra il Regno di Dio annunciato da Gesù e la Chiesa. Su questa identità sono cresciute grandi presunzioni spirituali, cecità storiche che hanno impedito ai portatori naturali del messaggio evangelico di capire la fermentazione del Regno di Dio che doveva avvenire in tutte le istituzioni e in tutte le longitudini e latitudini. Siamo costretti, dunque, a rispondere negativamente almeno alla prima parte della domanda di Maria Zambrano; un no deciso per ciò che lei chiama la “forma europea”. Una forma che è stata letale per le inculturazioni del cristianesimo che procedevano parallelamente alle avide colonizzazioni europee, che si presentavano come la “religione dei dominatori”, senza sapere o/e potere mettere in atto la dinamica rivoluzionaria della Costituzione del Regno di Dio che invece deve fermentare in tutte le culture per corrispondere alla larga misura della “cattolicità”.

La fermentazione spirituale del cristianesimo ha permesso però, nonostante le molte aporie intercorse, di smascherare le erronee identificazioni che si sono prodotte dentro e fuori la Chiesa. Dopo il Concilio Vaticano II siamo in grado di affermare con chiarezza che il Regno di Dio non è stata la Chiesa massicciamente istituzionalizzata, nella forma del cattolicesimo medioevale e controriformistico e in quelle del cesaropapismo bizantino e anglicano; né nel fondamentalismo biblico luterano e nella teocrazia ginevrina di Calvino; né nel regno apocalittico vagheggiato dal fanatismo pentecostale di sette riformate espatriate poi in America. Non fu neppure il regno della moralità e della perfetta cultura borghese concepito dall’idealismo e dal liberalismo teologico, né tanto meno il regno politico millenario, basato sulle ideologie di popolo e razza, di cui si fece banditore il nazionalsocialismo. E non fu neanche il regno senza classi dell’uomo nuovo, così come si è sforzato di realizzarlo, senza successo, il comunismo. Tutte queste contraffazioni non hanno retto al confronto del prototipo, così come non regge oggi il suprematismo sionista che deve fare i conti con una seria verifica teologica da affidare alla serietà e competenza di un ebraismo ortodosso nella dottrina e nella prassi.

9788837235918La nozione di Regno di Dio ha una matrice biblica, come ha ampiamente dimostrato David Flusser nel suo libro Jesus [14], moderna ricerca ebraica del Nuovo Testamento e descrizione ebraica di Gesù di Nazareth; e se altrove risultasse che il Dio della Torah – per i cristiani il Dio di Gesù Cristo – avallasse le nefandezze che lo Stato di Israele sta commettendo senza ritegno, con piena avvertenza e deliberato consenso, e con la tacita complicità dei “regni amici”, i cristiani sarebbero costretti a cancellare tutto il percorso di dialogo con l’ebraismo realizzato da dopo il Concilio fino al presente. Vorrebbe dire che anche in questo campo si è proceduto per equivoci. E per essere, infine, ancora più chiari, e per sfatare possibili ingiustificate e irragionevoli accuse di antisemitismo, occorre dire che le caratteristiche del Regno di Dio non si rinvengono minimamente neanche nei regimi islamici dove la Sharia, che non è un codice unico, ma una giurisprudenza interpretata che copre aspetti religiosi, civili e penali, si manifesta in molti Paesi musulmani con forti limitazioni della libertà individuale, civile e religiosa, e sfocia spesso in ritorsioni violente contro i trasgressori delle norme coraniche. Anche qui, il dialogo iniziato con l’Islam, per essere vero, deve tener conto di questi aspetti negativi sui quali spesso si sorvola platealmente, per capire se l’unico Dio in cui si crede di credere abbia in realtà progetti e atteggiamenti diversi nei confronti degli uomini a seconda che nascano in una regione o l’altra del mondo. Anche qui si è proceduto per equivoci mai risolti a causa di convenienze/connivenze politiche e forti interessi economici “interconfessionali”.

Ma il dato inequivocabile è che il Dio di Gesù Cristo, il Dio del Regno non è un Dio di morte ma di vita, Dio di misericordia, di giustizia, di libertà e di pace, e dovrebbero saperlo, in via del tutto teorica, le nazioni europee in primis che però, in maniera estremamente scaltrita ma coerente, hanno preferito rinunciare alla menzione delle radici cristiane dell’Europa, rinunciando con ciò stesso alla “cristianità” anche come appartenenza culturale. È pertanto illegittimo che i suoi capi possano esprimere compiacenti giudizi in difesa di atteggiamenti criminali di ogni genere compiuti in altri regni di questo mondo sbandierando poi, in altre occasioni, simpatie sviscerate per la fede e la morale cristiane. Il cristianesimo non può legittimare il genocidio, le stragi, le distruzioni belliche, le ingiustizie plateali, le discriminazioni razziali, il furto in qualsiasi forma, i sistemi delle caste sociali e tutto ciò possa essere collegato all’infrazione delle dieci parole date a Mosè e riassumibili nell’unico comandamento dell’amore dato da Gesù Cristo. Se politici e governanti legittimano esplicitamente o col silenzio tali crimini si rivelano complici e dunque abilitati implicitamente a commetterli essi stessi nei loro regni con leggi appropriate cui si imprimono crismi di legalità.

Siamo di fronte ad una classe dominante che ormai, in maniera sempre più sfacciata, è mossa da un’astuzia diabolica, divisiva e bugiarda, capace di addossare sui poveri e sugli umili il peso dell’ingiustizia; un’astuzia “sofistica” capace di esaltare i propri valori di peso negativo mediante quella pedagogia subliminale esercitata attraverso i mezzi di comunicazione sempre più prezzolati e assoggettati ai propri scopi. Megafoni culturali capaci di ingigantire le inezie, martellare sul divertissement e tacere sui crimini commessi dai potenti. Solo per restare in Italia, che pure ha governanti che spesso si rifanno a valori religiosi, nulla si sa di preciso della fabbricazione e del commercio delle armi che impinguano il mercato ultra redditizio della guerra, e quanto questa voce sia di primaria importanza nel bilancio nazionale. Di questo e di altre nefandezze la cultura dei dominatori non fornisce nessuna notizia, perché non venga turbata la sua egemonia e deturpata la sua maschera. Chi guarda questa situazione con occhio di fede non può non avvertire che la storia è fondata sulla menzogna, sul peccato, in quanto porta in sé la necessità del potere, la necessità della coazione, della violenza; per cui non c’è salvezza se non nell’alternativa di un regno radicalmente diverso, quello in cui l’unità tra gli uomini si realizza attraverso l’amore, cioè attraverso l’antipotere.

Allora bisogna misurare il mondo sulla dimensione del Regno di Dio così come ci è manifestato dalla Parola di Gesù e così come è stato autenticato dalla sua persona. Questo cambiamento di sguardo è fondamentale, poiché l’annuncio del Regno è stato accompagnato dall’invito alla conversione: μετανοεῖτε καὶ πιστεύετε ἐν τῷ εὐαγγελίῳ, ossia cambiate mente (convertitevi) e credete nella buona notizia (Mc 1, 15). Così è possibile rispondere positivamente alla seconda parte della domanda della Zambrano: è possibile un’altra forma, che corrisponda alla misura universale del Regno di Dio, una forma che adesso, e solo adesso, cominciamo a comprendere meglio in base alle lezioni amare della storia ma anche e soprattutto per una feconda lievitazione dello Spirito di Dio all’interno della Chiesa, almeno da quando il tanto vituperato Concilio Vaticano II, accusato di essersi staccato dalla Tradizione, ha abbattuto parecchi baluardi di dogmatismo autoreferenziale e ha riaperto la strada della comunicazione del Vangelo al mondo. Il magistero di papa Francesco è stato cruciale per aprire la Chiesa al mondo, cercando di farle superare i tratti dell’autoreferenzialità e di presunzione veritativa che l’hanno per troppo tempo caratterizzata come entità fuori dal mondo. Il Regno di Dio è vasto come la creazione, né potrebbe essere altrimenti; la sua realizzazione sorpassa di gran lunga le nostre strategie e le nostre verifiche, per cui il primo dovere dei credenti è di scorgere con attenzione e umiltà il Regno di Dio che viene senza di noi, a dispetto di noi, contro di noi. La Chiesa è un segno e uno strumento di ciò che la sorpassa e la precede: il Regno di Dio appunto.

Ora, per chi si dice o si sa cristiano è oltremodo necessario comprendere in cosa concretamente consista il processo della metànoia che sta in cima alla novità cristiana, alla “buona notizia” portata da Gesù. Se nel passato la conversione l’abbiamo letta come ossequio alla sacralità dell’istituzione ecclesiastica e all’osservanza delle sue tradizioni, oggi è necessario che consista nell’assumere la storia del mondo come momento diretto della rivelazione. Convertirsi non è dire, semplicemente, “credo in Dio”; è dire che quel Crocifisso sul cui capo era scritto il titolo regale, quell’uomo colpito dalla violenza coalizzata, è il Signore. Significa riconoscere che la signoria di Dio passa attraverso le vittime che hanno subìto la sua stessa violenza; che Gesù non è che il capostipite di tutte le vittime innocenti della violenza. È necessario un profondo mutamento nel modo di pensare, di sentire, di giudicare le cose, ed anche di farle. Metànoia è un mutamento di rotta mentale ed esistenziale. Emergono dal fondo dell’umanità possibilità nuove fino a ieri impensabili e che coincidono con le finalità ultime della profezia cristiana funzionali all’edificazione del Regno. È imprescindibile assumere la coscienza storica del proprio tempo. Il carisma profetico, ad esempio, che si esprime attraverso simboli propri di un certo tempo, per restare fedele al suo dono essenziale deve sorpassarli, facendo appello a noi perché li riempiamo di nuove formule, di nuove indicazioni, di nuovi strumenti espressivi della sua efficacia. Tutti dobbiamo convertirci dai peccati, che forse sempre, ma particolarmente oggi, si condensano in un solo peccato: la violenza. Non possono né devono dimenticarlo i governanti di questo mondo quando proclamano la loro fedeltà a Dio, o la loro appartenenza a Cristo, ricordandosi che «Nessuno può servire due padroni» (Mt 6, 24), e che la violenza che conduce alla morte non appartiene a Dio ma a Mammona.

Bisogna chiedersi però perché il Regno predicato da Gesù sembra essere assente dalle tappe del cammino storico, nonostante il distillato di bene che sostanzia i suoi statuti. Nel Regno da Lui ed in Lui inaugurato i beneficiari della “buona notizia” sono anzitutto i poveri, categoria molto vasta e variegata da non ridurre ad una figura sociale necessaria per consentire ai cristiani di essere buoni con loro senza doverli trarre dalla loro penosa situazione. Ora, sappiamo che i poveri prima di essere un dato di fatto sono un prodotto. La povertà è un prodotto di un certo modo di organizzare la società. Non sono certamente l’espressione di un disegno di Dio, come se Dio li avesse previsti e voluti, come pensa quella eterodossa “teologia della prosperità” teorizzata da una corrente teologica neo-pentecostale tanto prospera negli USA; teoria utile a tacitare le coscienze atee dei magnati dell’economia mondiale che vi aderiscono: Dio premia alcuni e li fa ricchi e punisce altri non meritevoli e li rende poveri. Non si può invece accostarsi ai poveri, che per Gesù sono i privilegiati del Regno, senza tenere conto delle cause che li producono. Si tratta di una considerazione diversa della metànoia, un mutamento di coscienza di enorme importanza. Se non si passa attraverso tale consapevolezza ogni parola del Vangelo diventa sterile. Ma in fondo non si tratta di una grande novità, è soltanto una riscoperta degli statuti del Regno contro gli spiritualismi esagerati, in quanto sin dagli inizi della storia della fede cristiana si è ben compreso che i principi morali sono il mezzo con cui la fede si traduce in storia: «La fede senza le opere è morta» si legge già nella lettera di Giacomo (Gc 2, 26).

07-1E di quali opere si tratta? Delle opere che esprimono una coscienza morale che deve sempre avere cognizione dei mali del tempo. Se i poveri (leggi i senza pane, i migranti, i cercanti asilo, le vittime della guerra, delle persecuzioni, del genocidio, del mal governo, delle ingiustizie dei regni di appartenenza, delle carceri, degli sfruttatori, tutti coloro che non hanno voce, quanti sono discriminati a causa del colore della pelle, della diversità sessuale, sociale, economica, i bambini abusati, rapiti, torturati, gli anziani strappati alla loro vita …), se i poveri sono un prodotto dell’organizzazione della società, la risposta ai poveri dev’essere della stessa misura, altrimenti è chiacchera, propaganda partitica, ipocrisia, bugia istituzionale. L’azione morale che ha piena cognizione dell’ampiezza del male a cui rispondere, non può, oggi, che essere una risposta di natura politica, altrimenti la dimensione profetica cristiana, interna agli statuti del Regno di Dio, verrebbe scorrettamente utilizzata, anzi ereticamente utilizzata per velare, sopire, minimizzare, banalizzare (rendendo vera l’ironia di Hannah Arendt) disuguaglianze funzionali all’aumento di potenza iniqua dei regni di questo mondo, che non amano essere contraddetti e scontentati. Però se l’umanità si sveglia, se i profughi del mondo si mettono in marcia, se i derubati pretendono la restituzione del maltolto, i regni vacillano. Così mettono in moto il bombardamento psicologico dello stato di crisi, che è reale, e che per essere superato non può utilizzare i mezzi che i regni propongono, tra i quali quello principe è la guerra, lo sterminio del nemico.

È in atto, in via di sviluppo, la ricerca di soluzione di questo grande problema del reperimento dei mezzi non violenti per superare la crisi globale che ci attanaglia. Da cristiani possiamo rinvenire il bandolo della dimensione politica del Regno di Dio? Il Vangelo non è politica nel senso vulgato in cui oggi lo intendiamo, ma essendo la politica azione dell’uomo volta a modificare le condizioni di miseria e di lacerazione in cui versa l’umanità, tale azione non può essere estranea all’uomo cristiano che deve coniugare la sua intelligenza e la sua coscienza morale per elaborare i mezzi che possano rendere attuale il cuore dell’annuncio evangelico: l’umanità fraterna. Gesù non ci ha dato i mezzi per raggiungere tale ambizioso obiettivo, perché i mezzi appartengono alla relatività del divenire storico; sono diversi in base alla cultura del tempo. Gesù ha soltanto illustrato gli orizzonti ultimi dell’azione politica del Regno di Dio, insistentemente focalizzati in amore e giustizia, poiché dall’unico atto d’amore per Dio e il fratello si adempiono legge e profeti (cf. Mt 22,40).

Ed è questa la sfida della “cristiania” che subentra ad una “cristianità” ormai dissolta visto il lento liquefarsi delle forme istituzionali e simboliche che la sostenevano, giudicate oggi dai poveri rimedi assolutamente inefficaci alla soluzione della loro causa. Ciò che loro percepiscono è una Chiesa soffocata da un eccesso di dottrinarismo, di giuridicismo e di devozionismo, una Chiesa che è deragliata dall’alveo evangelico ed è divenuta irrilevante per gli stessi cristiani, di tutte le confessioni. Tema perenne dell’ecclesia semper reformanda. E nonostante ci siano tendenze teologiche che lottano per un cristianesimo riformato cresce il numero di coloro che desiderano essere genuinamente cristiani, senza essere condizionati dal senso storico del passato. Per Raimon Panikkar la “cristiania” è un momento kairologico, non cronologico dell’identità cristiana, una realtà esperienziale; perché se «ai giovani che non credono più a niente gli parli di questo rabbino di Nazareth, di questo giovane che diceva “sì, sì, no, no”, essi si entusiasmano. Vedono cosa ne è della giustizia dopo sessanta secoli di occhio per occhio e dente per dente, e allora non chiedono più solo giustizia, vogliono misericordia» [15]. La “cristiania” nasce in forza della potenza delle beatitudini che non sono una dottrina, non sono un codice, sono una luce. Ciò che bisogna scoprire è che «il Regno di Dio è tra di noi, nelle relazioni umane, tra quelli che si vogliono bene. Ed è qui, nel nostro mondo reale che dobbiamo scoprire, senza un perché, la giustizia, la felicità … in una parola la pienezza dell’uomo, o, per dirla con i Padri greci, la sua divinizzazione» [16].

08-1L’asimmetricità del messaggio di Gesù sta nell’indicazione di aprirsi ad un destino più vasto e universale che comporta la salvezza di tutti i popoli. E fu l’indicazione che diede anzitutto al suo popolo, essendo nato in un popolo che era dominato da istinti nazionalistici; e non fu compreso né da chi voleva la lotta armata né da chi voleva, invece, salvare con abile diplomazia l’assetto di Israele. Gesù è il servo di Jahvé che è luce di tutti i popoli, che spezza la crosta delle tradizioni giudaiche chiuse nel loro territorio geografico, per risvegliare lo Spirito soffocato e assopito, per risuscitare dal fondo le promesse ormai sclerotizzate e dimenticate. Per questo è stato espulso, eliminato. La sua missione era di innestarsi nella corrente incandescente delle promesse profetiche e di scontrarsi con i peccati del mondo che sono i peccati di chiusura, di ripiegamento su di sé, di affermazione di ciò che è particolare contro l’universalità di Dio. Venne a parlare del Regno a cui tutti dovranno venire da Oriente e da Occidente, uomini nuovi che prenderanno l’eredità dei figli di un regno morto in se stesso. Questo era scandaloso, intollerabile, inconcepibile a causa della disgiunzione tra amore e giustizia che la religione del suo tempo aveva operato. Ma ora sappiamo, è sotto gli occhi di tutti, come di fatto il popolo di Israele abbia trovato nel suo essere popolo, nel suo essersi ricomposto come popolo nel territorio angusto di una terra sempre da conquistare, un motivo di degradazione, una perdita di universalità nel bene acquisendo fama terribile di universalità nel male della morte e della distruzione. Ciò che per l’ebrea Anna Foa costituisce Il suicidio di Israele [17].

Qui comprendiamo le difficoltà che attendono la cristiania e le forze cristiane che vi si oppongono per protestare una cristianità culturale che non può più riconoscersi al grido “cristianità o Europa”, o, per allargare un poco il campo, “cristianità o Occidente”. È necessaria una ricomposizione delle forze cristiane disgregate tra i continenti che formano solo idealmente la cattolicità della Chiesa di Cristo. Bisogna ricompattare una cattolicità non dogmatica ma esistenzialmente vitale, per ridonare all’amore il suo valore assoluto per l’edificazione del Regno. Pierangelo Sequeri parla di «giustizia degli affetti», formula strana e di uso non corrente nel lessico cristiano, data la «consolidata separazione fra giustizia e amore», dato che «la giustizia ha finito per rinchiudersi nella sfera del diritto, normata dalla legge, mentre l’amore è andato a occupare lo spazio di ciò che sfugge alla misura e al criterio della legalità, indicando l’atteggiamento di un’affezione che trascende il rigore stesso della giustizia» [18]. Nel cristianesimo si è costruito come un doppio binario che «costringe a enfatizzare la giustizia e l’amore l’una a spese dell’altro e viceversa» [19]. È ricomponibile tale scissione antagonistica? Ecco il compito assegnato alla “cattolicità”, alle forze sane del Regno che nel dialogo ecumenico si vanno rendendo sempre più conto di una mancanza, di una incompletezza di relazioni impostate esclusivamente su aspetti dogmatici che poco servono all’umanità sofferente bisognosa del sollievo della giustizia amorevole e compassionevole di Dio.

La situazione drammatica dell’umanità del tempo presente, mortificata dall’iniqua rivelazione del male assoluto annidato nel seno dei reggitori di questo mondo, vessata dal mysterium iniquitatis in atto, esige attenzione sulla domanda ontologica, come Sequeri suggerisce: «come deve essere l’essere, per essere come deve?». E risulta chiaro, almeno agli occhi di una fede non ideologizzata, che l’essere si rivela nel mistero “di affezione” di Dio offerto all’umanità con la kenosis del Figlio, poiché «non c’è nessuna giustizia nella libertà di abbandonare la creatura al proprio destino di perdizione, meritato con la sua colpa» [20]. L’orizzonte che si apre dunque alla cristiania cattolica del terzo millennio è quella dell’edificazione del Regno di Dio, per la venuta del giorno «in cui “agape”, l’amore ospitale e comprensivo di tutti gli amori indirizzati alla conversione evangelica, potrà di nuovo essere concepito come sinonimo di “dike”» [21]. Si potrà allora intonare con verità piena il canto del Salmista nella misura colma del suo anelito:

Amore e giustizia voglio cantare,
voglio cantare inni a te, o Signore.
Agirò con saggezza nella via dell’innocenza:
Quando verrai a me?
Camminerò con cuore integro,
dentro la mia casa.
Non sopporterò davanti ai miei occhi
azioni malvage;
detesto chi fa il male,
non mi sarà vicino.
Lontano da me il cuore perverso,
il malvagio non lo voglio conoscere
. (Sl 100, 1-4).
 

10«Quando verrai a me?». Si traduce come desiderio dell’umanità sfinita. Quando diciamo Regno di Dio non usiamo un termine mitico, senza contenuti precisi, suggestivo in quanto non concreto, facile a contenere in sé, nel suo calore e nella sua universalità, le utopie della storia. Il Regno di Dio viene a noi in forme concrete. Quando se ne parla secondo il realismo delle fede ci si deve interrogare su quali siano le possibilità che germogliano sotto i nostri occhi in questo momento storico di sbandamento collettivo nel labirinto della menzogna, dove tanti falsi messia si arrogano la potenza di salvatore. Ogni possibilità che germoglia e che porta con sé un passaggio dal particolarismo all’universalità, dall’istinto di proprietà alla generosità dell’oblazione e della dedizione; che passa dall’orgoglio di gruppo, di setta, di partito (secta/tagliata, partito/diviso) all’amore per l’uomo, per l’uomo più remoto, dall’orgoglio di cultura alla simpatia per il diverso, per l’inedito, per ciò che non rientra in schemi mentali precostituiti… Tutto questo è il Regno di Dio. Ma è già compiuto? Si può dire “già” ed anche “non ancora”. Sullo sfondo dell’attesa, del desiderio della compiutezza si colloca questa polarità.

Nessuno può negare che il fiume di bontà, di misericordia, di disponibilità all’altro, di mansuetudine e spirito pacifico a partire dalla sorgente del Vangelo abbia attraversato la storia anche in maniera carsica. E che sulla lunga strada che ha attraversato i secoli si siano accumulati una quantità di detriti, scorie, ruderi e fango. Ma l’acqua sorgiva delle origini non è stata inquinata, l’essenza del cristianesimo non è andata perduta e si è resa sempre riconoscibile nonostante i peccati della Chiesa “militante”. L’essenza è stata riconoscibile in una lunga schiera di credenti che sono stati luce in tutti i secoli bui – e tutti sono stati bui – dei duemila anni di cristianità; credenti che hanno lottato per non essere avviluppati dalla tenebra oscura che tentava di soffocarli. Ma anche questo era inscritto nell’ontologia del Regno, che le tenebre opponessero resistenza alla luce (cf. Gv 1,5). Sono stati questi testimoni che hanno “frenato” il prevalere delle tenebre e la manifestazione piena dell’ἀντικείμενος, dell’avversario che avversa, ostacola la piena manifestazione del Regno di Dio nel corpo ecclesiale del suo Cristo.

È il tema difficile di 2Ts 2, 1. 3-12 cui ho dedicato altri due saggi ai quali rimando [22]. In questo scritto paolino, il più antico del Secondo Testamento, è sollevato il problema del mysterium iniquitatis già in atto, della «potenza di Satana, con ogni specie di miracoli, segni e prodigi menzogneri e con tutte le seduzioni dell’iniquità»; ed è suscitato l’interrogativo circa la venuta del Signore che non avverrà prima che l’avversario satanico non si sarà completamente manifestato. La luce e la bontà del Regno non possono infatti manifestarsi tra il marciume del regno satanico, tra le corti del male che molti tentano di mascherare con artifici interessati e con una criptica partecipazione. Sono i complici del male che siedono «nel consiglio dei malvagi e degli arroganti e camminano sulla via dei peccatori» di cui parla il salmista (cf. Sl 1,1); sono «quelli che vanno in rovina perché non accolsero l’amore della verità per essere salvati. Dio perciò manda loro una forza di seduzione, perché essi credano alla menzogna e siano condannati tutti quelli che, invece di credere alla verità, si sono compiaciuti nell’iniquità» (2Ts 2, 1. 3-12). Sono coloro che forniscono innumerevoli maschere ai molti volti dell’avversario e ne celano la vera identità e la vera natura diabolica, frenandone la piena manifestazione che, secondo la visione paolina coincide con l’annientamento ad opera del Signore. Anche questi, per ragioni opposte, sono artefici dell’opera catecontica «la cui ambivalenza appare insuperabile, poiché il suo con-tenere implica il tenere in sé il principio che intende frenare, ritardare, se non arrestare» afferma Massimo Cacciari [23].

11Ora, sono forse i nostri giorni di turbamento, di rabbia, di incredulità di fronte all’esplosione vigliacca e perversa del male, i più terribili della storia? O piuttosto l’azione catecontica di ciò o di chi trattiene si sta rivelando inefficace davanti all’enormità del fare malvagio dell’Anticristo? Sembra la narrazione di un orrido mito che deve ancora inventarsi un lieto fine, ma ciò che abbiamo visto in questo primo quarto di terzo millennio e vediamo in questi recentissimi giorni ci dice che fabuliamo il vero. Ci dice che la potenza catecontica si è allentata per sua naturale usura e che il regno della menzogna e del male sta dando il meglio di sé, mostrando le sue sette teste e dieci corna di dragone apocalittico i cui titolari sono gli individui che muovono dietro le quinte le fila del governo del mondo. Tutto ciò ha dell’incredibile per la nostra cultura contemporanea che non è più capace di leggere il senso verosimigliante del mito, per cui è necessario approntare una spiegazione sulle tracce della filosofia della storia. Il problema è antico e il mito lo affronta a suo modo per rispondere alla domanda sempre attuale: in che misura l’uomo è responsabile del male?

Lo spettacolo del male, non solo quello prodotto da decisioni libere e personali, che è un male meno misterioso, ma del male collettivo, in cui ci si trova coinvolti senza deliberata volontà, il male nelle sue espressioni distruttive che superano responsabilità individuali e sembra mettere in moto potenze arcane che sovrastano l’uomo e lo risucchiano in un vortice di morte; a quale causa è riconducibile tale male che una volta innescato si propaga come un virus malefico che distrugge la vita di milioni di persone per fame, per malattia indotta, per esaltazione ideologica, per guerra? La tradizione biblica individua come causa l’esistenza di Satana, tentatore dai progenitori fino a Gesù. Mentre nell’ambiente circostante al popolo ebraico era dominante una teologia che attribuiva la realtà del mondo, sia fisica che storica, a due cause ugualmente potenti, una cattiva e una buona, la risposta, ovvero la rivoluzione della rivelazione biblica ha negato al principio del male un livello di potenza pari a quello di Dio. Satana, sia chi o cosa si voglia, è in ogni caso una creatura di Dio, una creatura creata buona diventata cattiva per libera scelta, per la narcisistica illusione di essere Dio. Questo è un elemento fondamentale del discorso cristiano: il male non esiste se non per libera scelta, ed è l’uomo illuso di essere Dio il responsabile del male che è nel mondo.

Ed è tale perversa illusione a propagarsi nella forma del contagio psicologico, quello che René Girard individua quale “desiderio mimetico” che suscita emulatori così come rivali nell’oggetto del desiderio: «queste rivalità imitative o mimetiche possono aumentare di intensità e diventare così contagiose che non solo culminano nel delitto, ma si propagano mimeticamente a intere comunità» [24]. Dopo il genocidio in Palestina, i quattro anni di guerra in Ucraina, le scorribande omicide e violente dell’ICE, gli orrori del caso Epstein, ha poco senso domandarsi se esiste o non esiste Satana. È importante invece domandarci se tutti siamo responsabili del male che c’è nel mondo. Il male non si presenta necessariamente nella forma della violenza sacrificale religiosa, come ancora nelle forme estreme di satanismo, ma provoca ed esige sangue indiretto voluto da istituzioni statali con l’ausilio della polizia, dell’esercito, delle leggi, dei tribunali, come ad esempio «nel predominio della potenza americana che incute rispetto in tutto il mondo» [25]. È il prodotto di strutture che sono più potenti della volontà dell’uomo e lo travolgono con la loro forza sia fisica che spirituale, con la coazione, la paura, la minaccia, il ricatto, creando una forza solidale di potenza tra i governi dei regni di questo mondo, coalizzati in imperi malefici guidati da plutocrazie criminali. Queste strutture procedono secondo meccanismi consolidati in grado di dirigere i movimenti delle realtà culturali in modo da modellare le coscienze individuali. La sottomissione passiva degli organi di stampa e dei mezzi di comunicazione mediatica, così come il controllo delle scuole e delle università e la demonizzazione del libero pensiero tramite campagne denigratorie e calunniatrici sono ormai evidenti. Sia pure in forme laiche è l’antica mitologia che ritorna, è l’ἀντικείμενος in formato mediatico-postmoderno.

Chi veramente vuole far parte del Regno di Dio presieduto da Cristo deve capire che tale adesione non può essere di stampo religioso-devozionale con le sue derive fatalistico-superstiziose. Quell’appello fontale alla conversione esige sollecitamente un nuovo modo di pensare e di agire, una nuova impostazione della vita, una vita veramente nuova come il vino nuovo che esige otri nuovi. Non è recitando qualche preghierina a Gesù o partecipando ad abitudinari atti di culto che il cristiano può tacitare una coscienza troppo abituata al mantenimento dello status quo. La critica che si deve muovere ai “conservatori”, sia laici che religiosi è questa: si vuole conservare il mondo così com’è? Tutto va bene così com’è? L’umanità è felice così com’è? Facciamo qualche esorcismo per ammansire la violenza di Satana? Chiamiamo una schiera di predicatori carismatici perché preghino sui capi di governo e li convertano al bene? Oppure si deve constatare che si vogliono conservare i privilegi, le ingiustizie, le violenze più o meno cruente, le belligeranze e i monopoli economici di una plutocrazia di criminali mettendosi al loro “soldo”? No! La responsabilità del male è della coscienza umana e il cristiano deve controllare la sua. Il suo impegno permanente, il suo compito evangelico consiste nel controllare il “corpo del peccato”, per dirla con Paolo, che impedisce ad Adamo ed Eva di riconoscersi responsabili del male. La forza che si oppone a questo “corpo malefico”, a questa ecclesia iniquitatis (il male che si costituisce in corpo mistico), è la volontà determinata di aderire allo statuto del Regno di Dio, perché lì è indicata la via del bene e della vita. Questa è la rivelazione di Gesù Cristo, il dogma della vita cristiana.

12Gesù ha affrontato di petto il corpo del male, rinunciando alla logica di Satana che lo colse da solo nel deserto. Il deserto della coscienza pura di Gesù nella quale l’ἀντικείμενος tentò di porre i suoi laidi contenuti. Fallendo. La logica del pane materiale al di sopra di quello spirituale, (ἐπιούσιος) sovrastanziale che Gesù invece menziona nella sua preghiera; la logica della religione come sicurezza superstiziosa nell’aiuto di Dio a scapito della responsabilità umana; la logica del potere che assicura il dominio sui regni del mondo, a costo di fare dell’uomo un servo per sottrarlo alla libera adorazione di Dio. Che messia sarebbe stato Gesù se avesse accettato tale logica? Avrebbe tradito lo statuto del Regno che incarnava. Avrebbe conservato la logica satanica del mondo tradendo il progetto del Padre. Il progetto amoroso del Padre che invece ha difeso al costo della vita, con l’amore responsabile. Il Regno di Gesù non è il regno della necessità, è il regno della libertà e aderirvi vuol dire credere ad un’altra possibilità offerta all’umanità, poiché Gesù è il capostipite e il modello di una nuova forma di esistenza.

Il Regno di Cristo non è una mera consolazione in un al di là, contro la necessità della morte, semmai il luogo della protesta e della resistenza contro le condizioni ingiuste qui ed ora. La politica di questo Regno deve scrutare i segni dei tempi e pensare a quali sviluppi può avere la società se continua ad abbandonarsi al suo slancio tecnologico, impersonale, oppressivo, distrattivo, che penetra con la sua dinamica soffocante persino i segreti delle coscienze. In questo momento così tragico siamo chiamati a decidere il futuro della terra. Il nostro istinto dinanzi a scelte di cui percepiamo la gravità è di voltarci indietro, di rifugiarci nel privato, invece di contestarle e di coltivare i frutti che da noi si attendono, che sono frutti di pace, di fraternità, di giustizia, di condanna aperta, non diplomatica, dell’uomo che fa soffrire l’uomo. Ci sono persone che lo fanno e lo fanno fuori dalle Chiese, in maniera del tutto laica, perché guardano con sospetto le istituzioni religiose che tacciono, che accennano, che non combattono per il riscatto dell’umanità dal giogo del male. E queste persone, voci fuori dal coro, che profetizzano fuori dall’accampamento, senza saperlo sono già nel Regno di Dio.

Il trono di questa regalità è la coscienza dell’uomo che crede in una umanità fraterna e per questa fede dona se stesso. In compagnia di questi uomini bisogna camminare, senza discriminarli perché “non sono dei nostri”. Ciò che importa è il fine che il Regno persegue; per edificarlo non servono aree geografiche, palazzi regali, apparati sacrali; si può insediare ovunque, il cuore dell’uomo si innamora della vita e sopprime il suo istinto di morte. Si tratta di fare una scelta netta come il sì, sì dinanzi al no, no, che è una partecipazione alla regalità di Gesù Cristo liberato dalla morte nella Resurrezione. L’uomo nuovo che ha sconfitto il regno di Satana. Chiunque crede nel Verbo del Regno di Dio, nuova legge, nuovo patto, nuova via, partecipa alla sua forza e si lascia liberare dalle catene della necessità in cui l’umanità giace gemendo e soffrendo, ma soffrendo come una madre che sta per partorire il figlio della gioia. “Figlio dell’uomo” è il vero nome di Gesù Cristo. Non è un nome di parte, è il nome della totalità cui anche noi apparteniamo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026
Note
[1] A. Torno (a cura di), Ponzio Pilato. Che cos’è la verità? Con un intervento di Massimo Cacciari, Bompiani, Milano 2007.
[2] Id.: 25.
[3] Id.: 31.
[4] Id., cf. nota 18: 23.
[5] Id.: 31.
[6] Ibid.
[7] R. Guardini, La figura di Gesù Cristo nel Nuovo Testamento, Morcelliana, Brescia 20004: 98.
[8] Id.: 99-100.
[9] M. Cacciari, intervento in A. Torno, Ponzio Pilato, cit.: 30.
[10] M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, Marsilio, Venezia 20138: 51.
[11] A. Men’, Gesù maestro di Nazaret. La storia che sfida il tempo, Città Nuova, Roma 1996: 134.
[12] M. Zambrano, L’agonia dell’Europa, cit.: 50.
[13] Id:51.
[14] D. Flusser, Jesus, Morcelliana, Brescia 1997.
[15] Cit. in R. Luise, Raimon Panikkar. Profeta del dopodomani, San Paolo, Milano 2014: 261.
[16] Id.:262.
[17] A. Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, Bari 2024.
[18] P. Sequeri, Addio a Dio? Sul Dio vivente, Centro Ambrosiano, Milano 2026 (ristampa): 81.
[19] Id.: 82.
[20] Id.: 84.
[21] Id.: 85.
[22] Cf. L. Di Simone, La guerra, il drago rosso, l’Anticristo e l’impero. La perenne attualità dell’Apocalisse, in «Dialoghi Mediterranei 55»; Id., La verità del bacio e la finzione del sacro. Il Mysterium iniquitatis e la guerra, in «Dialoghi Mediterranei 56».
[23] M. Cacciari, Il potere che frena, Adelphi, Milano 2013: 62.
[24] R. Girard, Violenza e religione. Causa o effetto? Raffaello Cortina, Milano 2015: 11.
[25] Id.: 24.

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Leo Di Simone, teologo, scrittore, liturgista, esperto di musica liturgica e di arte sacra, è Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia (PATH). Ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo, docente e Direttore della Scuola Diocesana di Teologia e della Biblioteca diocesana. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Attualmente è anche Referente diocesano per il Sinodo. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti – Firenze): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003); Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018). Nel campo dell’innografia liturgica ha pubblicato con le Edizioni Paoline due volumi di inni: O fonte della luce; O Cristo splendore del Padre.

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