Stampa Articolo

L’egemonia della cartografia. Flotilla, un atto politico attraverso il mare

Gaza

Gaza

di Giuseppe Sorce 

Soltanto le buie acque del mare senza sentieri

JRR Tolkien, Il Silmarillion

Ero piccolo, ero grande. Ero un giovane dalle grandi speranze. Poi le speranze si sono allontanate, piano piano. Nessuno ha voluto rischiare, come quando, da bambini, giocavi sulla spiaggia e la palla finiva troppo lontano e la corrente del mare era troppo forte. Non la possiamo più prendere. È finita. E la vedevi allontanarsi, scivolare fra le crespe onde pochi metri alla volta ma troppi per il tuo gracile corpicino.

C’è dell’amaro senso di sconfitta in questo momento, ma l’inevitabilità del mare, con le sue logiche remote nel tempo del cosmo, appiana qualsiasi ansia, qualsiasi angoscia. Così piano piano sorridevi, rassegnato sì ma sollevato anche, in qualche modo non è colpa tua. Può succedere a tutti ti dici, capita quando si gioca sulla spiaggia. Ti scambi lo sguardo con gli amichetti. Cosa facciamo adesso? Il pranzo ingente portato dalle zie sotto l’ombrellone viene servito ma tu vuoi continuare a giocare fra le onde, sempre vicino. Non ti allontanare. La corrente adesso è ancora più forte di prima. Ma non c’è niente al mondo di più bello che tuffarsi nel mare in tempesta. Farsi stritolare dall’abbraccio delle onde che ti schiantano a riva, ti coccolano e ti comprimono con una freschezza selvaggia, tenera allo stesso tempo. I denti che affondano, la carne è morbida, il dolore infinito come la fine che sta per arrivare. Goccia dopo goccia. Le onde sotto la superficie sono belve dal pelo setoso, si lanciano su di te affamate e indifferenti, solo che se sei fortunato ti lasciano andare. Giocano come cuccioli. Ritraggono gli artigli, allentano la loro morsa, e tu ti ritrovi ancora sulla riva, apri gli occhi, le ossa ti fanno male ma sono più vive che mai. Il mare è il sogno di ogni bambino che ci nasce vicino.

Eri piccolo, poi eri grande. E hai visto che il mare non nascondeva nessuna bestia buffa e feroce che voleva giocare. Il mare porta le cose o se le porta via. Il mare davanti a te diventa una distesa senza sentieri e per questo ti spinge a pensare che qualcosa al di là possa essere meglio di qualcosa nel tuo al di qua. E ti culli in una nostalgia senza fine. Meglio andarci in vacanza al mare, e obliarsi languidamente fino a che non si torna a casa. Pensare l’altrove può essere pericoloso. Si rischia di non tornare più o di tornare troppo diversi e non sentirsi più a casa da nessuna parte. Avresti potuto andartene di nuovo? Il mare è lì, sempre e da sempre. Questa volta sei grande abbastanza, nessuno ti dice di stare attento alle onde e puoi inseguire quelle speranze che senti allontanarsi fra le increspature dell’acqua scura di un mare d’ottobre.

Io ho fatto così, mi disse una volta Saeed [1], a casa mia non potevo più stare, rischiavo la vita, mi sono imbarcato, sono arrivato come arrivano tutti dall’Africa, sono stato fortunato. Il mare è morte per alcuni, per altri è stato salvezza. Ora faccio l’interprete per alcune ONG. Cerco di dare una mano come posso. I ragazzi con cui viaggio sono dei grandi davvero, pieni di entusiasmo, di ideali, ma non hanno idea, per fortuna loro, di cosa passiamo noi. Spesso li vedo sorridere, è facile quando sei un cittadino europeo, anche se stai facendo qualcosa di pericoloso, che i governi non approvano, sai che qualcuno in ogni caso ti verrà a salvare. Il mare è diverso quando sai che qualcuno ti verrà a salvare. Ma senza di loro molti di noi non ce l’avrebbero fatta. Sono degli eroi per me.

aa1icehcCosa ne pensi della Flotilla che sta andando a portare aiuti a Gaza, chiedo io. Sai, è vero quello che si dice. La legge in mare c’è, le acque internazionali, le acque territoriali, quando e dove si può intervenire, quando e dove si può essere salvi. Ma le linee che vedi sulle mappe in mare non ci sono. In mare ci sono solo le onde, il vento, le speranze e le paure di tutti. Di notte poi, non vedi nulla certe sere, il mare è buio. Guardi il cielo, cerchi di sentire con le orecchie. Non ci sono strade, non ci sono confini certi che puoi vedere ad occhio nudo. È pericoloso per tutti così, per loro della Flotilla ancora di più. Perché anche se non li vedi, i confini ci sono. Un momento sei al di qua, il momento dopo sei al di là e sai che ti può succedere di tutto.

Pensi che non riusciranno ad arrivare sulle spiagge di Gaza, vero? No. Non ci arriveranno mai. Però serve questa cosa, gli dico io. Sì, serve. È una cosa simbolica, per l’opinione pubblica, per dare un segnale ai governi. Sì, sicuramente, risponde Saeed con lo sguardo cupo. Io non riesco a pensare a quello che sta succedendo lì, e io cose brutte ne ho viste. Ho visto le carceri libiche lo sai. Lì adesso c’è un massacro. È tutto distrutto, non ci sono più regole, non ci sono più strade, letteralmente, né limiti al terrore. E loro non possono scappare, aggiungo io. È questo forse il dramma più assoluto. Loro non possono neanche immaginare una fuga, non c’è speranza, neanche la libertà di poterti pensare altrove. Da nessuna parte. E il mare per loro, quelle spiagge… Sì ho visto aggiungo io. Niente può arrivare nessuno può uscire. Il mare per loro sono come le mura di una prigione. Sono veramente il confine disegnato sulle carte, penso io, quella parte blu o bianca che delimita un certo territorio – e allora penso che il viaggio della Global Sumud Flotilla sfida proprio le logiche cartografiche. C’è un margine per poter pensare che il mondo non funzioni come le mappe ci dicono? 

Gaza@REUTERS/Mahmoud Issa

Gaza@REUTERS/Mahmoud Issa

Qualche giorno dopo 

Abbiamo seguito il loro viaggio in rete [2]. Abbiamo seguito i loro sentieri tracciati nel vuoto pallido che nelle mappe c’è fra una costa e l’altra. Assistere dall’altro lato del mare a uno sterminio feroce. Le coste di Gaza, che tanto sembrano le nostre, sono disperate spiagge abitate da spettri, rovine, accampamenti, carcasse di veicoli e di vite. Il mare di Gaza è un mare di spettri, come tutto il Mediterraneo attraversato ogni giorno da persone che come Saeed si sono spinti oltre.

Convogli improvvisati fermi sulle strade divelte che guardano alla massa d’acqua verdeblu che continua il suo moto perenne, le onde del nostro mare che non smettono mai [3]. Si vedono andare e venire ma non portano via niente e niente può arrivare. Abbiamo visto che è possibile bloccare il mare, privare il mare del suo senso tutto umano di movimento, attraversamento, flusso, pensare al di là. Abbiamo visto che la techne dell’uomo riesce a divorare il cemento e il suolo, a triturare la carne, e fare del buio del mare senza sentieri un dominio di oppressione senza scampo.

Gaza

Gaza

Le imbarcazioni della Flotilla sono state tutte intercettate ma hanno dimostrato che un atto, per quanto simbolico e umanitario, è sempre politico. E che l’esercizio del potere, seppur cartografico, geolocalizzato e geolocalizzabile, deve sempre fare i conti con il mondo che nelle mappe non c’è, con i sentieri che in mare non si vedono ma che guidano le idee di chi ancora riesce a non essere indifferente. Se la cartografia è stata sinonimo di potere e controllo sugli spazi del mondo e sui popoli che li abitano, e se della cartografia ci si è serviti per questo viaggio e per accompagnarlo e seguirlo a distanza, l’atto, l’intenzione e il significato è tutto anticartografico poiché ha voluto rompere quelle logiche di potere tutte occidentali che fanno, di un luogo abitato, un territorio – ossia una porzione di spazio delimitato da linee – confini fissi – da sfruttare, distruggere, colonizzare.

La spedizione ha “costretto” anche le narrazioni più allineate alle politiche a favore del massacro a spostare lo sguardo verso Gaza tale che da rettangolino in una carta dentro i confini di un altro Stato si è riappropriata per un attimo del suo essere luogo abitato da un popolo le cui sofferenze erano ormai sotto gli occhi anche dei più indifferenti. C’è da interrogarsi se tutto questo porterà a un ripensamento di Gaza, della Palestina e dei palestinesi non come problema territoriale, uno spazio-conteso di un altro Stato che vuole fare l’egemone in quella regione, ma come luogo terrestre abitato da un popolo che deve poter ritornare ad avere la speranza di immaginare una vita non perennemente sotto attacco. Per adesso, mentre il nostro mare resta orizzonte poetico o meta vacanziera, nelle altre coste dello stesso mare tanti sono i tentativi di scorgere sentieri, inventarli quando non ve n’è, qualcuno sempre lo farà, rischiare il tutto per tutto fra le onde. Belve feroci che alle volte non giocano ma restano indifferenti. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Note
[1] Nome di fantasia di un amico migrante egiziano con cui ho la fortuna di confrontarmi.
[2] https://globalsumudflotilla.org/tracker/
[3] https://www.aljazeera.com/opinions/2024/11/12/how-the-genocide-destroyed-our-sea 
Riferimenti bibliografici 
Augé M.1998, La guerra dei sogni. Esercizi di etno-fiction, Elèuthera.
Bachelard G. 2006, La poetica dello spazio, Bari, Dedalo.
Casey E. 1987, The Fate of Place. A Philosophical History, Berkley-Los Angeles, University of California Press.
Cresswell T. 1996, In Place/Out of Place: Geography, Ideology and Transgression, Minneapolis, University of Minnesota Press.
Cosgrove D. 2008, Geography and Vision. Seeing, Imagining and Representing the World, London-New York, IB Tauris.           
Farinelli F. 2003, Geografia. Un’introduzione ai modelli del mondo, Torino, Einaudi.
Farinelli F. 2007, L’invenzione della Terra, Palermo, Sellerio.
Farinelli F. 2007, Il globo, la mappa, il Mondo, Bluebook.
Farinelli F. 2009, La crisi della ragione cartografica, Torino, Einaudi.
Febvre L. 1980, La Terra e l’evoluzione umana. Introduzione geografica alla storia, Torino, Einaudi.
Meschiari M. 2015, Antispazi. Wilderness Apocalisse Utopia, Bologna, Pleistocity Press.
Meschiari M. 2019, Neogeografia, Milano, Milieu edizioni.

 _____________________________________________________________

Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

______________________________________________________________

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Politica. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>