di Amelio Pezzetta
Introduzione
In queste pagine, ragionando sulle tradizioni popolari di Lama dei Peligni, un piccolo comune abruzzese appartenente alla provincia di Chieti e sito alle falde del massiccio della Majella, si prende in esame l’evoluzione storica che hanno avuto le credenze locali sulle streghe. Il territorio lamese comprende un settore montano e uno collinare costituito in gran parte da boschi in espansione, terreni incolti, aree urbanizzate e pochi terreni coltivati.
Per quanto riguarda l’economia, sino ad alcuni decenni fa, nel luogo era prevalente l’economia agro-pastorale. A partire dagli anni 50 del secolo scorso il numero degli addetti in tali settori è iniziato a ridursi. Inoltre il comune, insieme ad altri centri montani abruzzesi è stato interessato da un esteso movimento migratorio, che ha ridotto la popolazione dal valore massimo di 3958 abitanti registrati nel 1921 a quello minimo di 1023 individui del 31 dicembre 2025, nonché a sconvolgimenti economico-sociali che hanno inciso sul tessuto culturale modificando modelli, valori, comportamenti e credenze secolari. Con il declino dell’agricoltura molti aspetti e abitudini della vita e della cultura contadina sono completamente scomparsi.
I caratteri generali delle streghe
Il termine strega deriva dal latino strix-strigis con cui, ad avviso di Cardini (2000) nell’antichità s’indicavano: «L’uccello, lo spirito-uccello o la donna metamorfizzata in uccello che insidia i bambini o viola i cadaveri» [1]. Invece il concetto di strega nel linguaggio comune contemporaneo ha assunto vari significati poiché può indicare: una donna con diversi attributi negativi in quanto brutta, perfida, poco socievole e invidiosa; una donna emancipata, autonoma, anticonformista, indipendente, sessualmente libera, molto attraente che usa il suo fascino per far perdere la testa agli uomini e ottenere ciò che vuole; le figure femminili della mitologia e tradizioni popolari circondate da credenze superstiziose, che sono dedite a pratiche di magia e in passato furono oggetto di persecuzione religiosa.
Le principali caratteristiche delle streghe riscontrabili nelle credenze e tradizioni popolari sono le seguenti: un aspetto fisico generalmente trascurato; la vita solitaria e il carattere scontroso; la conoscenza di pratiche erboristiche; la capacità di apportare influssi malefici durante le ore notturne, trasformandosi in animali tra cui corvi, topi, gatti e civette; la perfidia, dedita al vizio e alle arti divinatorie; la capacità di entrare in contatto con il mondo dei morti, preparare intrugli magici e compiere azioni malefiche.
In passato si pensava che esse utilizzassero i loro poteri per nuocere a persone e cose e che partecipassero a dei raduni periodici in cui adoravano il demonio. Di conseguenza erano considerate l’emblema del male e il capro espiatorio di vari problemi e disgrazie individuali o collettive.
La storia delle streghe è molto lunga poiché affonda le radici in epoca preistorica, addirittura, al Paleolitico (circa 25000 anni fa). In epoca storica, le credenze in tali figure sono persistite e documentate in diverse civiltà. Nel corso dei secoli attorno all’immagine della strega si è sviluppata una gamma variegata di superstizioni che in parte sopravvivono ancora oggi. Inoltre questa categoria di soggetti ha visto un’evoluzione del modo in cui è stata percepita, poiché si è passato da antichissime e generalizzate figure positive ad altre negative del Medio Evo e dell’Età Moderna, per poi ritornare a figure positive in epoca molto recente e da simboli di paura a simboli di libertà.
Secondo vari studiosi la credenza in tali figure rappresenterebbe la sopravvivenza di religioni ataviche imperniate su vari miti tra cui quello della grande dea. Un’antica citazione è riportata nella Bibbia, in particolare nel primo libro di Samuele in cui si accenna a una medium di Endor e le si attribuisce il potere di evocare lo spirito dei morti. Nell’antico Egitto esistevano dei medici dell’universo femminile che curavano le persone ricorrendo alla magia e a Iside, una divinità legata alla maternità e anch’essa alla magia. Si fanno riferimenti espliciti a maghi, incantatori e a una stregoneria dannosa che era punita, nel codice di Hammurabi dell’antica Babilonia, mentre nel resto della Mesopotamia si ha notizia di riti esorcistici e magici praticati da stregoni e altre figure. Alle culture mesopotamica ed ebraica appartiene una figura femminile che rappresenta un anello di congiunzione tra le streghe e le divinità ed è costituita da Lilith, la prima moglie di Adamo nonché un archetipo di donna indipendente e demoniaca capace di perseguitare i neonati, provocare disgrazie, malattie e morte.
Le fonti letterarie dell’antica Grecia, a loro volta sono piene di racconti e leggende con riferimenti a streghe dedite alla divinazione, interpretavano i sogni, conoscevano i segreti delle erbe, i filtri d’amore, i veleni, i rimedi naturali ed erano apportatrici di disgrazie e problemi. Alcune di queste figure che appartengono alla mitologia ellenica sono: Circe, Ecate, Medea, le Lamiae, Le Tessale e Hera, una strega buona che la dodicesima notte dopo il solstizio invernale portava doni e che può essere considerata il più antico prototipo culturale della moderna befana.
Anche nella cultura dell’antica Roma esistevano maghi e streghe che conoscevano i segreti delle erbe, la necromanzia, gli incantesimi amorosi ed altro. Infatti, vari scrittori latini ne fanno cenno nelle loro opere: Orazio nelle Satire accenna a due megere di nome Canidia e Sagana; Ovidio nelle sue opere accennò a varie figure stregoniche (Medea, Dipsas, etc.), mentre nei Fasti scrisse che la credenza sulle striges si diffuse a Roma dall’antico popolo abruzzese dei Marsi; Lucano parla di Erichito, una negromante d’origine greca che si credeva fosse capace di resuscitare i morti e conoscesse varie arti divinatorie; Apuleio nelle Metamorfosi accennò a varie figure stregoniche alcune delle quali si trasformavano in gufi; Virgilio nell’Ecloga VIII accenna a una donna che praticò un rituale utile a riconquistare l’uomo amato.
Con l’avvento del cristianesimo, le streghe furono assimilate a figure malefiche, considerate le adoratrici del demonio, l’estrinsecazione della sua potenza e quindi dei soggetti capaci di condurre gli uomini al peccato e alla dannazione eterna. Di conseguenza esse furono violentemente combattute e portate al rogo per impedire che esercitassero i loro poteri nocivi. Nel XIII secolo si ha notizia dei primi processi a donne considerate streghe e dei primi roghi [2].
Nei secoli successivi iniziò una vera e propria caccia alle streghe che portò al rogo numerose donne, spesso innocenti, che avevano l’unica colpa di avere una pessima reputazione.
In genere le donne più colpite dall’accusa di stregoneria furono le levatrici, le malate di mente, le bambinaie, le cuoche, le meretrici, le guaritrici, le mendicanti, le emarginate, le anziane, le vedove e tutte le altre figure femminili che in genere potevano vantare delle competenze e conoscenze particolari tra cui gli scongiuri, le arti divinatorie e l’uso delle erbe per la preparazione di unguenti e rimedi contro i malanni.
Gli esempi riportati dimostrano che erano considerate streghe le figure femminili con poteri considerati malefici, che possedevano conoscenze che le rendevano autonome, apparivano dominanti sull’universo maschile e/o deviavano dai valori, i modelli culturali e comportamentali dei gruppi sociali di appartenenza. Di conseguenza, nei secoli passati ogni donna che deviava dalla norma o praticasse anche il più innocente scongiuro poteva essere identificata come una strega, perseguitata e condannata. Nel XVII secolo, le streghe insieme agli eretici o presunti tali ed altre figure furono travolti da una profonda ondata repressiva in materia di fede e di costume. Nel secolo successivo la caccia alle streghe andò rarefacendosi.
Nel mondo contemporaneo queste figure immaginarie invece di essere portate al rogo, sono state rivalutate diventando le protagoniste di vari eventi, generi letterari, programmi e sceneggiati cinematografico-televisivi molto conosciuti e seguiti. In particolare, ad avviso di Di Nola, negli ultimi decenni del XX secolo si è delineato un ritorno ad associazioni e a gruppi che hanno preteso di evocare antiche magie stregoniche [3]. Infatti, si è osservato che tante presunte o titolate streghe, attraverso i canali televisivi e i social network propongono soluzioni magiche utili a risolvere i problemi dei loro ascoltatori e seguaci. In questi primi decenni del 21° secolo si osserva che la strega è diventata una figura complessa che unisce la magia, alcuni principi del femminismo e la tecnologia. In particolare è stata rielaborata la sua figura storica e trasformata in un emblema di indipendenza, autodeterminazione e potere.
L’Abruzzo è una regione in cui la credenza sulle streghe è diffusa da diversi millenni e alcune tra le figure a cui in un lontano passato si attribuirono alcune caratteristiche stregoniche furono varie divinità femminili locali. Una di esse fu Diana, la signora delle selve e degli animali selvatici, la protettrice delle donne, la custode delle fonti e dei torrenti legata agli inferi, alla magia e alla stregoneria che fece diffondere dalla figlia Aradia. Con il cristianesimo molte credenze su questa divinità non si estinsero e sopravvissero in varie leggende e furono associate alle streghe ed altre figure. In una di esse si fa presente che la notte della festa di san Giovanni Battista, Diana guida il gruppo di streghe che si raccoglie sotto il noce di Benevento, un albero che simboleggia la rigenerazione della vita e l’abbondanza.
Un’altra divinità, tra le più importanti del panorama mitologico regionale, era Angizia, la dea del popolo dei Marsi a cui era attribuito il potere incantatorio sui serpenti e la conoscenza dei segreti di erbe e veleni. La dea insegnò al suo popolo le arti magiche e così la terra dei Marsi divenne una culla della stregoneria.
La terza antica divinità venerata in Abruzzo e caratterizzata da attributi magico-stregonici era Iside che era considerata la dea della maternità, della magia, della fertilità e della rinascita. A Iside sono state attribuite alcune statuine in bronzo ritrovate a Sulmona, nella piana del Fucino (Aq), a Chieti e in un Comune della sua provincia [4].
La mitologia e la storia religiosa dell’Abruzzo dal periodo italico al romano-imperiale sono arricchite anche da altre divinità e figure femminili soprannaturali con caratteristiche assimilabili a quelle delle streghe: la capacità di dominare i fenomeni naturali e fare incantesimi; la conoscenza delle erbe, delle arti divinatorie, delle fatture, etc. D’altra parte la regione con le sue grandi montagne e la sua natura impervia, nelle popolazioni antiche non poteva che sviluppare una particolare religiosità basata sulla credenza nell’esistenza di forze misteriose della natura, dell’universo e nel fatto che solo poche persone potessero conoscerle e utilizzarle.
Coloro che invece nella vita quotidiana regionale, all’origine erano considerate delle streghe, probabilmente erano le donne che conoscendo le piante officinali e la natura che le circondava, erano guardate con rispetto, ammirazione e con paura. Sino ad alcuni decenni fa, le comunità abruzzesi si rivolgevano a queste figure per sciogliere o praticare fatture, curare i malanni fisici e sperare di conoscere qualche aspetto positivo del proprio futuro.
La storia della stregoneria in Abruzzo non è diversa da quella del resto d’Italia e vede le attività persecutorie contro coloro che furono accusati di praticarla. Infatti, nel XVI e XVII secolo anche in questa regione ebbe origine una profonda ondata repressiva in materia di religione, morale e costume contro uomini e donne accusati di stregoneria, la vita sessuale libera, i matrimoni illeciti e tutti i comportamenti incompatibili con i modelli di cristianità tridentini. Un suo particolare aspetto fu l’intensa caccia alle streghe e ai presunti possessori di poteri malefici, un fatto che portò al rogo un gran numero di donne tra cui anche alcune che in seguito si rivelarono innocenti. Poiché all’epoca la superstizione era un fenomeno dominante, chiunque praticasse il più semplice scongiuro era passibile di essere accusato di stregoneria e ne pagava le conseguenze.
Nel XVI e XVII secolo si organizzarono diversi processi culminati con roghi e che coinvolsero le autorità ecclesiastiche regionali. Uno di essi fu celebrato a Penne (Pe) nel 1584 e portò al rogo diverse persone che accusate di stregoneria furono condannate e bruciate vive. Nel 1612 una donna, accusata di essere una strega dopo aver subito il carcere e la tortura, fu condannata a stare in ginocchio con un cero in mano davanti alla porta della cattedrale di Teramo durante i giorni festivi. Nel 1619 a Giulianova (Te), una donna precedentemente accusata di stregoneria fu processata da un tribunale ecclesiastico, imprigionata, torturata e arsa viva.
Durante il sinodo diocesano teatino del 1636 si minacciarono di scomunica: “magi, striges” e tutti coloro che si fossero serviti dei sacramenti e dell’Olio Santo per pratiche superstiziose, cerimoniali magici, malefici e arrecare danno al prossimo mediante l’invocazione del demonio [5]. Nel 1668 a Chieti fu denunciata al Sant’Ufficio una donna che non liberava da una presunta fattura l’ex amante della figlia [6]. Nel 1690 il vescovo di Lanciano fece arrestare e processare un uomo accusato di stregoneria. Nel 1815 durante il sinodo diocesano teatino si si fece presente che erano soggetto alla sanzione di scomunica coloro che si servivano dell’Eucarestia, del Crisma, dell’Olio Santo e da qualsiasi altra cosa consacrata per stregonerie e sortilegi.
Agli inizi del XX secolo (1907) Anne Mac Donnell, dopo un suo viaggio in Abruzzo scrisse che la popolazione aveva conservato le credenze nelle sue antiche conoscenze segrete, nella magia, nella divinazione e nella stregoneria. In tempi più recenti, in varie località della regione, sono stati organizzati vari eventi culturali e festivi che hanno visto come principali protagoniste le figure delle streghe che di conseguenza anziché essere perseguitate sono state rifunzionalizzate per alimentare la performance e lo spettacolo. Di tali fatti si riportano alcuni esempi significativi.
A Castel del Monte (Aq), da diversi anni, il 17 agosto si organizza un evento festivo denominato “La notte delle streghe”, durante il quale si rievocano le storie e le leggende che hanno come protagoniste queste figure. Un’antica tradizione che si ripropone durante la manifestazione e la caratterizza è un rito denominato “dei sette sporti” che in passato mirava a proteggere i bambini dalle figure stregoniche.
Un altro evento regionale che ha visto protagoniste le streghe è stato organizzato per la seconda volta a Chieti il 31 ottobre 2025 dall’Associazione Culturale Teate Nostra ed è stata denominata “Tremate gente di Teate… le streghe son tornate – Halloween abruzzese”. Durante la manifestazione si è rievocata la storia della caccia alle streghe e sono state proposte danze e racconti legati a queste figure.
Le streghe nelle tradizioni di Lama dei Peligni: caratteri generali
A Lama dei Peligni, come si vedrà in seguito, sono state raccolte molte testimonianze sulle streghe ed esse nel loro complesso dimostrano in modo eloquente che le credenze su queste figure hanno subito un’evoluzione e cambiato i suoi significati. Le credenze più tradizionali che erano molto diffuse sino alla prima metà del XX secolo, si presume abbiano antiche origini e siano il retaggio di tradizioni pagane che sono persistite nel tempo.
Un’antica figura soprannaturale da cui potrebbero aver avuto origine era Diana, una delle divinità che durante l’epoca classica era venerata nella zona, come dimostra un’epigrafe romana rinvenuta tra le rovine di Juvanum. Nonostante tale figura archetipa e la conseguente ipotesi di antiche origini, nessun documento storico consultato ha dimostrato che a Lama dei Peligni, in passato, siano esistite donne locali che erano considerate ufficialmente delle streghe. Infatti, dalla consultazione degli atti notarili, le relazioni delle visite pastorali e altri documenti trascritti tra il XVI a Lama dei Peligni e il XX secolo non sono emersi fatti di stregonerie o pratiche magiche che potessero portare anche a dure condanne da parte delle autorità ecclesiastiche.
Tuttavia questo non significa che le streghe non ci fossero per vari motivi. Innanzitutto diverse testimonianze e racconti anche dell’attualità documentano l’esistenza delle credenze in tali figure e nelle loro pratiche che hanno radici secolari, si sono tramandate di generazione in generazione ed è molto probabile si colleghino a fatti e personaggi stregonici vissuti nei secoli passati.
Il secondo motivo è costituito dal fatto che sino agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, quasi tutte le donne di estrazione contadina conoscevano formule di scongiuro e l’uso di erbe officinali, ossia degli attributi stregonici che inizialmente furono diffusi da qualche personalità del luogo con una qualifica in tal senso. Inoltre a Lama dei Peligni è documentata la presenza dal XVIII al XX secolo di personaggi che utilizzavano erbe ed altro per pratiche magiche e la cura di malanni fisici. È da supporre che le figure locali considerate tali siano esistite per secoli in continuità con il mondo antico e non furono mai condannate dalla Chiesa.
Una figura più o meno stregonica ma di sesso maschile che visse nel XIX secolo e morì novantenne nel 1884, era Marco Cocco detto Marcone, un contadino analfabeta ritenuto esperto in erboristeria. Egli circa 50 anni prima della morte accompagnò il botanico napoletano Michele Tenore in un’escursione sulla Majella e alcuni decenni dopo fornì a Gennaro Finamore varie notizie sulla medicina popolare lamese. Non è da escludere che preparasse anche filtri magici.
Un’altra figura più o meno stregonica è esistita in paese sino alla fine degli anni 70 del secolo scorso: alcune sue prerogative erano la conoscenza delle piante officinali, la capacità di predire il futuro, preparare decotti e unguenti utili per curare vari tipi di malattie. Quotidianamente riceveva persone provenienti anche dai paesi vicini che gli raccontavano i loro problemi nella speranza che potesse risolverli.
Un’altra figura stregonica viveva nel comune di Civitella Messer Raimondo che dista circa 7 km da Lama dei Peligni, era una donna che si chiamava “Carminella”, era visitata anche dai lamesi e, delle volte, veniva lei stessa in paese o nelle sue frazioni per preparare pozioni, filtri magici di vario tipo, sciogliere incantesimi, fatture e tentare di dare una mano alle persone afflitte da particolari problemi di salute ed esistenziali. Un aneddoto narra che una volta si recò per un servizio nell’abitazione di una famiglia che possedeva una capra. Mentre la persona che l’aveva invitata stava per consegnarle una banconota, la capra la prese e la mangiò.
Ma chi erano le streghe per la popolazione di Lama dei Peligni? Come si diventava tali, si manifestavano e quali poteri possedevano? Nell’antico gergo di Lama dei Peligni per indicare le streghe si diceva “le strajje”. Invece con l’espressione “E’ na strajje” generalmente in paese s’indicavano le donne con una pessima reputazione sociale poiché brutte, cattive, invidiose, che non riuscivano ad avere buoni rapporti interpersonali, avevano strane abitudini, si supponeva fossero capaci di esercitare influssi maligni, invocare il male e provocare disgrazie. Di conseguenza tutte le donne locali con una cattiva reputazione e incapaci di avere buone relazioni con il prossimo, in base ai pregiudizi e agli stereotipi dominanti subivano l’onta di essere delle specie di divinità malefiche, avere attributi stregonici ed erano ulteriormente emarginate.
In base all’immaginario locale, le streghe agivano prevalentemente durante le ore notturne, potevano penetrare all’interno delle abitazioni e delle stalle, apportando i loro influssi malefici sia sulle persone che sugli animali domestici. Esse hanno dato origine a vari detti e proverbi: “Quande la notte è chiu scure / la strajje fa paure” (quando la notte è più buia la strega fa paura), a voler significare di non uscire di casa in condizioni di forte buio. Quando si vede una donna con una cattiva reputazione o si vuol far paura ai bambini si afferma: “Ecche mò vè la strajje” (ecco, ora arriva la strega). Un altro detto si pronunciava quando si era investiti da un evento negativo o si era colti dalla sfortuna. In questi casi, talvolta si dava la colpa alle streghe e si usava dire “Mò ce se mette pure le strajje” (ora ci si mettono anche le streghe).
Del Pizzo in un suo saggio descrive alcuni accorgimenti che in loco si utilizzavano per capire se una donna era o meno una strega. A tal proposito fa presente che si doveva conficcare un coltello lungo la strada quando era attraversata dalla donna presunta tale. La risposta affermativa si aveva quando essa si arrestava o cambiava direzione. Quando invece si era in casa ed entrava la persona sospettata, bisognava buttare il sale nel camino. In questo caso la conferma avveniva vedendo il soggetto che si allontanava frettolosamente [7].
Talvolta accadeva che le donne sospettate di essere delle streghe, quando vedevano che qualcuno praticava uno dei due rituali suddetti, conoscendo il loro significato si allontanavano poiché si sentivano umiliate e offese. Di conseguenza all’onta pubblica dell’umiliazione si aggiungeva anche quella di essere considerata ingiustamente, un personaggio malefico.
Un altro importante elemento utile per riconoscere se una donna era una strega era il colore degli occhi. Infatti, in base alle credenze locali, gli occhi delle streghe erano sempre molto chiari, brillanti e simili a quelli degli animali notturni capaci di vedere anche in assenza di luce. A tal riguardo, un informatore ha riferito che alcuni decenni fa, a Lama dei Peligni e in qualche comune vicino esistevano dei soggetti con identiche tipologie oculari a cui erano attribuiti poteri stregonici.
Secondo l’immaginario popolare, le streghe per non farsi riconoscere attuavano delle metamorfosi poiché si trasformavano in gatti e con tali sembianze avvicinavano le persone o penetravano dentro le abitazioni portando le loro influenze malefiche soprattutto ai bambini. Per questo motivo, alcuni decenni fa, di solito le madri scacciavano i gatti che si accovacciavano presso le culle dei neonati. Un’anziana donna ha riferito che, durante una notte, un pastore, mentre si recava in montagna, era seguito da un gatto nero che miagolava in continuazione. A un certo istante, infastidito dalla sua presenza e dai continui miagolii, gli diede un calcio e il gatto si trasformò in una giovane donna. Tale racconto dimostra che colpendo di botte l’animale in cui la strega si trasforma, si ha la rivelazione della sua vera identità.
A conferma di questa credenza ci sono anche altri aneddoti. In uno si narra che oltre 65 anni fa, una donna del paese considerata una strega si trasformava in un gatto per spiare il prossimo. Una volta la donna stessa fu vista con una appariscente ammaccatura sulla fronte. Molti pensarono che il giorno prima, essa si fosse trasformata in un gatto per entrare nelle stanze di un convento francescano dove si mise presso una fornace su cui bolliva un tegame. In seguito l’addetto alle cucine, al fine di scacciarlo lo colpi in testa con una canna.
In un altro aneddoto si narra che durante la notte una strega si trasformò in un gatto, penetrò in un’abitazione e riuscì a condizionare negativamente lo sviluppo di una bambina poiché le fece spuntare sul corpo una macchia rossastra e assumere l’aspetto di una persona molto gracile e debole. Di conseguenza, un’anziana signora del paese che vide la bambina, consigliò la madre di aspettare che durante la notte entrasse un gatto in casa per prenderlo a bastonate. Il giorno dopo avrebbe potuto capire chi era la presunta strega malefica se avesse notato qualche donna del paese con ferite ed escoriazioni. Un altro aneddoto racconta che una massaia che stava cucinando, vide entrare un gatto che iniziò a infastidirla e per allontanarlo lo colpi in testa con un bastone. Il giorno dopo, camminando per il paese si accorse che una donna sospettata di essere una strega aveva un’ammaccatura sulla fronte. Un altro racconto narra che un uomo del paese con attributi stregonici si era invaghito di una ragazza senza essere corrisposto. Una sera si trasformò in un gatto e riuscì ad entrare nella sua abitazione. La donna quando vide l’animale lo percosse e lo costrinse a fuggire scappando dalla finestra. Il giorno dopo la donna vide l’uomo con molte ferite e tumefazioni, gli chiese cosa era successo e lui gli rispose che era stata lei a provocargliele.
Per impedire che i gatti potessero trasformarsi in streghe bisognava amputare la punta della loro coda, una pratica rituale che in questo caso riscatta i felini domestici e li riconduce sulla via della normalità. Ricordo con molta chiarezza che durante la mia infanzia assistetti a un rituale con tale finalità. In base alle credenze locali, le streghe non avrebbero scelto per le loro metamorfosi, i gatti con la coda tagliata per evitare di essere identificate. Per indicare i gatti con le code leggermente tagliate, un tempo a Lama si diceva: “A sa gatte janne levate la lucuertele” (a questo gatto hanno tolto la lucertola). Il collegamento metaforico con le lucertole deriva dal fatto che questi rettili perdono facilmente la coda.
Riguardo le attività delle streghe un soggetto intervistato ha dichiarato: «Le streghe sono esseri dispettosi che danno fastidio ai bambini e fanno di tutto insomma per rovinarti la giornata. Mia nonna mi raccontava che le streghe operano di notte; con sortilegi fanno uscire l’olio dalla “pila” tanto che il mattino lo trovi sparso per terra; fanno andare indietro il latte alle puerpere affinché non possano più allattare e così far deperire il neonato. Ai cavalli o muli intrecciavano i peli della coda o della criniera così che il mattino bisognava perdere tempo a sbrogliare facendo tardi al lavoro». Un secondo informatore ha confermato che le streghe di notte penetravano nelle abitazioni e buttavano per terra l’olio, a dimostrazione che avevano portato le loro influenze malefiche consumando un liquido molto prezioso per l’economia domestica. Un altro ha raccontato che «negli anni 50, quando c’era la fiera, ci dicevano di non uscire di casa poiché c’erano le streghe che rubavano i bambini. A Lama si credeva che esse venissero da Benevento e Civitella Messer Raimondo, un comune vicino. Un giorno una donna del paese fu avvicinata da una “strega” che girava per la fiera, la convinse a entrare in casa per “indovinare la mentura” e dopo si fece consegnare 500.000 lire di quei tempi. Quando andò via alla donna rimase una scatola con ritagli di giornali con la stessa grandezza delle banconote».
Altre persone hanno riferito che la donna raggirata, invece fu visitata da una zingara, una figura che per l’immaginario popolare del passato è assimilabile alle streghe poiché conosce le pratiche divinatorie, apporta influssi malefici, vaga per le fiere comunali, ruba i bambini e raggira le persone. Un altro informatore ha dichiarato: «Da bambino, inizi anni ‘60, spesso sentivo parlare delle “straije”. Le persone anziane ci intimorivano raccontando storie di “straije” che soggiogavano i bambini al loro malefico potere. Gli stessi anziani mostravano una scopa posizionata sopra l’entrata di casa e, spesso, anche delle stalle e che rappresentava la barriera all’accesso nella casa della “straije”. Sebbene io provenissi da una famiglia dove queste credenze non allignavano, qualche timore, di notte lo avevo, soprattutto quando uno dei miei genitori mi chiedeva di andare in soffitta a prendere qualche cosa».
A Lama dei Peligni, sino a circa 60 anni fa era diffusa la credenza che durante la notte le streghe entrassero nelle stalle per prendere le giumente e con loro abbandonarsi alle scorribande notturne. Se di buon mattino il contadino le trovava sudate allora significava che erano state usate dalle streghe. Le streghe potevano intrecciare i peli delle code e le criniere di muli, cavalli e asini. In realtà, le code e le criniere s’intrecciavano se non erano ben curate. Di conseguenza, assegnando la colpa alle streghe, si cercava il capro espiatorio per non ammettere le proprie responsabilità.
Per proteggere uomini, animali e abitazioni dagli influssi malefici delle streghe e di altri spiriti maligni si adottavano vari espedienti considerati magici. Uno di essi consisteva nella pulizia serale del pavimento poiché si pensava che contribuisse ad eliminare anche altri possibili agenti notturni apportatori di influenze maligne. Altri particolari accorgimenti per difendersi dalle streghe, un tempo si adottavano anche al momento di costruzione delle abitazioni. Di solito le tipiche abitazioni locali realizzate prima di 70 anni fa, generalmente erano caratterizzate dal fatto di avere la porta d’ingresso principale più rialzata rispetto al piano stradale. Di conseguenza per accedervi si costruivano alcuni gradini. Un’antica consuetudine consisteva nel seppellire sul primo gradino un piccolo cagnolino o gattino morto poiché, in base alle credenze locali, costituiva un ostacolo magico che impediva alle streghe di entrare in casa. Infatti, esse prima dell’ingresso nelle abitazioni, avrebbero dovuto contare tutti i peli dei poveri animaletti. Siccome per la conta era necessaria tutta la notte; con lo spuntare dell’alba le streghe si sarebbero dileguate senza entrare e apportare gli influssi malefici.
Un altro ostacolo magico contro l’ingresso in casa delle streghe era costituito dalle scope. Un informatore ha dichiarato: «Mi ricordo che si metteva la scopa o altri oggetti con tanti fili, dietro la porta, perché anticamente sostenevano che le streghe per entrare dovevano contare tutti i fili e col tempo che avrebbero impiegato, sarebbero dovute andare via, prima che facesse giorno, senza entrare nelle camere da letto. Soprattutto non avrebbero potuto fare del male ai bambini, che sotto il cuscino avevano anche il breve» [8]. Un accorgimento che invece, impediva alle streghe di utilizzare le giumente e gli asini consisteva nell’annodatura dei peli delle loro code.
In generale per proteggersi dalle streghe si potevano utilizzare: gli oggetti appuntiti quali le corna degli animali, i chiodi e le forbici poiché considerati carichi di misteriose forze magiche capaci di annientare e dissolvere le influenze malefiche; le scope simbolo di pulizia, rinnovamento e amuleti scaccia streghe poiché realizzati con parti che dovevano essere conteggiati prima di entrare in casa; i piccoli cagnolini e i gattini sepolti sul primo gradino d’ingresso nelle abitazioni poiché anche loro costituiti da peli che si dovevano conteggiare; le collane d’aglio (Allium sativum L.) che si appendevano sulle porte di casa a cui, in analogia con antiche tradizioni dell’area mediterranea, si associavano valenze ed energie positive; i ferri di cavallo appesi nelle vicinanze dell’ingresso alle abitazioni; il sale da cucina che nelle tradizioni cristiane si utilizza in vari riti esorcistici (Di Nola 1994); il suono delle campane che da tempi immemorabili è considerato un rimedio molto efficace contro tutte le negatività e le sue personificazioni.
In base ad altre antiche credenze che un tempo erano diffuse a Lama dei Peligni, si diceva che il tartufo essendo un prodotto del sottosuolo, era collegato alle streghe e agli inferi. Se in passato affiorava casualmente durante le lavorazioni dei terreni, i contadini anziché raccoglierlo e utilizzarlo per la preparazione di pietanze prelibate, lo distruggevano senza toccarlo. La sua valorizzazione a fini alimentari nel circondario di Lama dei Peligni è avvenuta verso la fine degli anni sessanta, quando un medico invitò in paese un suo amico esperto ricercatore del prezioso tubero che lo trovò e poi propose a varie persone di gustarlo durante alcune cene.
Le streghe per l’immaginario popolare di Lama dei Peligni erano anche le componenti di un mondo mitico, irreale, meraviglioso e non percepibile con i sensi che camuffava la realtà ed era popolato da altre figure surreali e immaginarie tra cui le fate, gli spiriti vaganti, i diavoli, i lupi mannari, i draghi, i folletti, etc. Tutti questi soggetti, generalmente erano considerati ambigui e pericolosi per gli uomini e gli animali domestici e, inoltre, agivano prevalentemente durante le ore notturne, ossia dei particolari momenti in cui la vita si apre al mistero, all’ignoto e alla paura. Di conseguenza durante la notte era sconsigliato a chiunque di uscire di casa e vagabondare per il paese. Le ore notturne erano anche il periodo del meritato riposo dopo le dure fatiche quotidiane e in base agli stereotipi locali dovevano essere trascorse nel calore della famiglia e della propria abitazione. Pertanto la credenza nella presenza di questi esseri inquietanti aveva la funzione positiva di richiamare le persone al rispetto delle regole comunitarie che imponevano di dedicare la notte al riposo e non al divertimento e vagabondaggio.
Le streghe, gli spiriti vaganti, i folletti e tutti gli altri personaggi del mondo meraviglioso, spesso erano anche i protagonisti dei racconti narrati durante le lunghe serate invernali, quando le famiglie si riunivano attorno al focolare domestico. In questi racconti i confini tra l’immaginario e la vita reale erano molto sfumati e ciò contribuiva a radicare la convinzione che tali personaggi non appartenessero solo al mondo della fantasia ma potevano incontrarsi anche nella vita reale. I bambini che ascoltavano, apprendevano che esistevano le forze del bene e quelle del male ed acquisivano la capacità di identificarle e controllarle. In conseguenza di ciò i racconti da fantasiosi elementi d’intrattenimento popolare si trasformavano anche in importanti mezzi pedagogici per insegnare a vivere.
Le streghe a Lama dei Peligni nelle tradizioni del ciclo dell’anno
In generale le streghe, in tutti i contesti folklorici sono figure che incarnano forze che sono connesse alle scansioni periodiche della natura e dell’universo; quindi cambiano con il divenire del ciclo dell’anno. Questa concezione si ritrova anche nell’immaginario popolare di Lama dei Peligni che ammette l’esistenza di diversi momenti dell’anno in cui si può avere a che fare con le streghe poiché si può diventare tali, esse vagano per l’universo, si incontrano più facilmente, si praticano opportuni rituali magici che le comprendono, allontanano ed altro.
Il primo giorno dell’anno in cui si presentano aspetti di tali scenari è proprio il Capodanno a cui dappertutto si attribuiscono pregnanti significati magici e si eseguono vari rituali propiziatori di benessere e divinatori utili a prevedere il futuro. In base ad antiche leggende abbastanza generalizzate, con lo scoccare della mezzanotte vari spiriti del male iniziano le loro attività nefaste e di conseguenza per scacciarli si producono suoni e rumori assordanti. A Lama dei Peligni esiste la tradizione d’incendiare i mortaretti, un rituale a cui in passato si assegnava la funzione simbolica di scacciare l’influenza delle forze maligne per tutta la durata del nuovo anno, una probabile reminiscenza di antiche leggende un tempo diffuse, conosciute e ora dimenticate.
Sino ad alcuni decenni or sono nel luogo, alle donne incontrate il mattino di Capodanno si associava una valenza negativa. Infatti, era convinzione la donna appena incontrata annunciava un anno sfortunato poiché si supponeva che potesse essere una strega apportatrice d’influssi malefici.
Il secondo momento del ciclo dell’anno caratterizzato dalla presenza di streghe è la notte tra il 5 e il 6 gennaio. In base a credenze e leggende molto generalizzate, in tale occasione alcune particolari figure femminili vestite di nero e con il naso adunco vagano per l’universo cavalcando una scopa e attraverso i camini scendono nelle abitazioni per fare regali ai bambini. Questi personaggi sono le befane, ossia delle streghe buone che, come visto, hanno il loro antecedente nelle divinità dell’epoca classica Hera e Diana. La befana degli stereotipi esistenti a Lama dei Peligni non è assolutamente diversa da quelli nazionali, continua a essere attuale e si può dire che gli adulti pur non credendo in essa spingono i loro piccoli a crederci.
Il terzo momento del ciclo dell’anno in cui l’immaginario popolare locale del passato ammetteva dei legami con il mondo delle streghe era il Sabato Santo. Durante questa ricorrenza del periodo pasquale, ancora oggi, dopo il tramonto, in un piazzale situato di fronte alla chiesa parrocchiale si benedicono il Fuoco Santo o Fuoco Sacro e l’acqua. Tale fuoco che per la liturgia cristiana è simbolo di Cristo che illumina il mondo, per l’immaginario popolare locale allontanava le streghe, gli spiriti maligni e le malattie. In un passato non molto lontano, i fedeli che assistevano al rito riportavano nelle proprie abitazioni un po’di cenere del fuoco benedetto e qualche decilitro d’acqua a fini propiziatori e purificatori.
Un altro momento del ciclo dell’anno che nelle tradizioni locali del passato si caricava di particolari funzioni simboliche e si legava alle streghe era la notte tra il 23 e il 24 giugno, vigilia della festa di San Giovanni Battista. Secondo l’immaginario popolare locale, la ricorrenza era caratterizzata da notevoli fatti di magia, stregonerie e incantesimi. Infatti, si accendevano fuochi; le acque e le erbe acquisivano particolari virtù; potevano rafforzarsi i poteri magici di maghi, streghe, stregoni e altri personaggi simili; esisteva la possibilità di mettere in atto vari rituali propiziatori e divinatori per prevedere il futuro e sperare che fosse più roseo.
Un particolare fatto accaduto circa cinquant’anni fa dimostra che per l’immaginario popolare lamese, la notte tra il 23 e il 24 giugno era caratterizzata dalla presenza di figure stregoniche che vagavano per l’universo portando le loro influenze malefiche. Infatti, un ragazzo facendo un salto, cadde nel fuoco di San Giovanni e si produsse varie ustioni. Alcune donne che assistettero alla scena attribuirono il fatto all’influenza negativa di qualche strega e commentarono dicendo: “E dope hanne dice cà le strajje né ce stanne” (e poi dicono che le streghe non esistono).
Un altro particolare momento del ciclo dell’anno in cui potevano manifestarsi le streghe era la notte della vigilia di Natale, una data topica in cui si festeggia la nascita del figlio di Dio e quindi un importantissimo evento straordinario che assegna alla ricorrenza una grande connotazione simbolica e magica. In base alle credenze locali, le bambine che nascevano durante la notte tra il 24 e il 25 dicembre potevano trasformarsi in streghe poiché da una parte si caricavano di parte delle potenze magiche della notte stessa e dall’altro acquisivano valori comunitari negativi in quanto violavano il tabù connesso al fatto che l’evento era legato alla nascita di Gesù Cristo. Questa credenza, secondo Adriana Gandolfi (1991), conferma che nella cultura popolare esistono delle giornate considerate “speciali” in cui la nascita e il divenire di un essere umano si caricano di particolari significati e valenze simboliche. Nella stessa occasione le streghe potevano trasmettere i loro segreti e poteri a qualche donna di cui avevano la stima e fiducia (generalmente la figlia). Ad avviso di Del Pizzo poteva essere evitato che le bambine nate nel corso della notte di Natale diventassero delle streghe se al momento della loro venuta al mondo si pungevano in qualsiasi parte del corpo escluso il torace e si facevano fuoriuscire almeno nove gocce di sangue [9]. Questo rituale che si può definire di reintegrazione sociale, dimostra che nella cultura popolare locale, la marcatura con il sangue annulla la possibilità di acquisire le potenzialità magiche negative e riconduce le bambine sulla strada della normalità.
Le streghe a Lama dei Peligni nelle fasi del ciclo della vita
Le streghe nel ciclo della vita rappresentano un archetipo antico che attraversa nascita, crescita, maturità e morte. In particolare, in base alle credenze locali del passato, le streghe e altri agenti maligni erano delle forze che potevano intervenire durante le varie fasi della vita individuale e condizionarla negativamente. Tuttavia, prima di descrivere tali modalità, si ritiene opportuno riportare gli stereotipi più o meno generalizzati con cui la popolazione locale immaginava che si determinasse il divenire della vita umana e in che modo le streghe potevano insidiarlo e condizionarlo.
A Lama dei Peligni, ancora oggi, sia pur in modo più sfumato rispetto al passato, si è convinti che ogni persona abbia un proprio destino, ovvero una predestinazione fatale e immodificabile da cui si è guidati ma che nessuno conosce se non nel suo esito finale che è anch’esso indeterminato se si fa riferimento alla scadenza temporale. Questo destino o predestinazione fatale che dir si voglia, si può definire come l’insieme degli eventi preordinati e prefissati da una volontà superiore e da altre forze che sono in grado di agire durante le varie fasi fondamentali della vita dell’uomo (nascita, lavoro, amore, malattie, morte) e non possono essere modificati dal libero arbitrio individuale.
In qualche modo, in base agli stereotipi locali, l’uomo con le sue forze e la sua buona volontà può organizzare la propria vita indirizzandola in una particolare direzione ma non può modificare nel modo più assoluto ciò che è prefissato dalle entità superiori a quella umana. Il destino individuale può essere buono o cattivo. Il primo s’identifica con la buona salute fisica, la fortuna economica e la pace famigliare. Il cattivo destino, invece, s’identifica con la vita di breve durata, le difficoltà economiche, le cattive condizioni di salute e frequenti sfortune o disgrazie. Le principali cause del cattivo destino, se non dovute all’azione umana, possono essere la conseguenza del castigo di Dio oppure dell’influenza negativa di vari spiriti maligni tra cui le fate, le streghe, i diavoli ed altro. Quindi, questa particolare concezione del destino umano porta a concludere che esso è condizionabile anche dalle streghe, poiché queste figure in generale sono in grado di: interferire o manipolare la trama invisibile che guida la vita delle persone; portare sfortuna o malocchio; arrecare disturbi alle relazioni sentimentali; causare malattie improvvise, eventi negativi inspiegabili ed altro.
I principali momenti della vita individuale in cui più facilmente si può essere attaccati da tali agenti malefici sono la nascita, i primi anni di vita, le fasi con le relazioni amorose e quando avviene il passaggio da un ciclo all’altro. In passato esisteva la credenza che le donne gravide o in fase di allattamento e i bambini sino a pochi anni di vita erano facilmente attaccabili dagli influssi maligni delle streghe. Per questo motivo tali soggetti erano trattati con notevole gentilezza e/o nei loro confronti si mettevano in atto vari rituali purificatori tendenti a eliminare o quantomeno a ridurre l’influenza del negativo e delle sue possibili personificazioni.
In particolare, in base alle credenze locali, le streghe potevano provocare gravi problemi di salute alle gestanti e contribuire a ridurre il latte che potevano secernere. Per evitare che ciò accadesse, quando le donne erano in fase di gravidanza o di allattamento si proponeva la messa in atto dei seguenti rituali: dovevano bagnare il seno con l’acqua di una fontana ritenuta miracolosa e ingerire frequenti pasti brodosi o comunque sempre molto liquidi; quando pensavano di essere colpite da fatture e il malocchio suscitato dall’invidia altrui, dovevano utilizzare opportune pratiche magiche di scongiuro; dovevano mangiare una volta al mese, raddoppiando di volta in volta la dose, le foglie della ruta (Ruta graveolens) poiché si credeva rendesse il sangue amaro e impedisse che le gestanti fossero tormentate dalle streghe. Siccome tale pianta, ad alte dosi ha proprietà abortive, le donne che l’assumevano invece, rischiavano di perdere i loro piccoli.
Per quanto riguarda i bambini era diffusa la credenza che essi fossero dei soggetti del tutto indifesi e molto sensibili ai vari tipi di influssi malefici; potessero essere le principali vittime delle streghe ed essere esposti a elevati rischi di malattie, malocchio e fatture negative. In base alle credenze locali le streghe potevano agire sui bambini in tenera età provocando problemi generali di salute, mordicchiandoli in varie parti del corpo, succhiando il loro sangue, rallentando la crescita, facendoli cadere dalle culle e, provocando rossori agli occhi ed alla pelle (Pezzetta 2013).
Sino a pochi decenni or sono era diffusa la credenza che se un bambino era magro, di salute cagionevole, aveva uno sviluppo fisico rallentato e non cresceva, ciò era dovuto all’influenza nefasta delle streghe che nottetempo riuscivano ad entrare nel suo corpo e a condizionare negativamente il suo sviluppo. Vari aneddoti diffusi localmente confermano quest’asserzione. Si narra, ad esempio, che durante alcune notti, le streghe riuscirono ad entrare nella casa di una gestante, le succhiarono il latte dal seno e di conseguenza il figlio che era in fase di allattamento cresceva debole, era sempre magro e piangeva continuamente. Si racconta anche che una donna la sera mise a dormire nel proprio letto la sua bambina e il giorno successivo la trovò assopita dentro il cassetto di un mobile e pensò che durante la notte fossero state le streghe a mettercela.
Un altro aneddoto racconta che una bambina era molto magra, non cresceva regolarmente, si ammalava facilmente e piangeva sempre. Di conseguenza la madre preoccupata per la salute della figlia si rivolse ad una magara o strega che innanzitutto le disse di controllare se nel cuscino sul quale la bimba dormiva c’erano dei capelli che non fossero della bimba stessa. La mamma lo fece, trovò dei capelli che a suo avviso non erano di sua figlia, lo disse alla magara che a sua volta suppose appartenessero a una strega entrata nottetempo in casa per apportare i suoi influssi malefici. La magara le diede quindi un intruglio che si doveva bere durante la fase di allattamento ed a suo avviso era utile a rompere l’incantesimo maligno. La donna ascoltò la magara e la bimba iniziò a crescere più regolarmente. Probabilmente dopo il colloquio con la magara e l’assunzione dell’intruglio, la donna si tranquillizzò, allattava con più serenità e la figlia stava meglio.
Per evitare gli influssi maligni delle streghe sui bambini si praticavano i seguenti rituali che erano considerati magici e antistregonici: recitare opportune formule di scongiuro quando si supponeva esistesse qualche influenza maligna; mettere una scopa dietro la porta; far dormire i bambini con il “breve” e una corona d’aglio posti sotto il cuscino del letto; raccogliere prima dell’arrivo del buio, i panni dei neonati messi ad asciugare.
In un’altra fase del ciclo della vita, ovvero gli anni della prima infanzia, si faceva ricorso alle streghe per far paura ai bambini e favorire il rispetto delle regole comunitarie che fissavano i genitori e gli adulti. In particolare, quando i ragazzi iniziavano a uscire da soli per giocare con gli amici, talvolta le madri, i nonni e altri famigliari, per invitarli a tornare presto a casa e non allontanarsi troppo dicevano loro: “Statte attiente a le strajje” (Stai attento alle streghe), oppure “Ne jje luntane ca ‘ncundre le strajje” (non andare lontano poiché incontri le streghe).
Altri momenti del ciclo della vita in cui potevano agire le streghe, ci si rivolgeva a tali soggetti o si praticavano rituali stregonici erano le fasi degli innamoramenti, delle unioni matrimoniali e degli ultimi momenti di vita individuale. In questi tre casi, generalmente ci si rivolgeva a figure stregoniche capaci di fornire agli interessati oggetti portafortuna per attirare l’amore o proteggere una relazione; di praticare riti divinatori utili a interpretare le situazioni sentimentali, comprendere l’esito della vita amorosa e/o conoscere in anticipo il momento di un trapasso; di realizzare pozioni d’amore, fatture, rituali e incantesimi utili a favorire o anche ostacolare qualche innamoramento e/o la morte individuale.
Alcune persone hanno riferito di aver conosciuto dei soggetti che si sono rivolte a presunte streghe per preparare intrugli d’amore. Altri particolari legami con le streghe si avevano nei momenti di malattie. In questi casi si pensava che esse potessero essere causate da tali figure o ci si rivolgeva ad esse per ottenere la guarigione. Una malattia infettiva di origine virale caratterizzata da infiammazioni cutanee che in passato aveva dei legami con le streghe era l’erisipela, (nel gergo lamese la “resibbie”), causata da uno spirito maligno che si insediava nel corpo umano e che doveva essere scacciato con le forze del bene e cioè Dio, la Madonna e i santi. Al fine di ottenerne la guarigione, la parte contagiata inizialmente si bagnava con una penna di gallina nera unta con olio d’oliva. Poi si copriva con una moneta d’argento ed infine si narrava un’“historiola” a cui seguiva una formula di scongiuro [11].
Le streghe della contemporaneità a Lama dei Peligni
I fatti e gli aneddoti riportati nei paragrafi precedenti si riferiscono ad eventi compresi tra la fine del Primo conflitto mondiale e gli anni 70 del secolo scorso. Quelli più recenti che generalmente si riferiscono al periodo compreso tra l’ultimo decennio del ventesimo secolo e i primi tre del ventunesimo. Quando in generale si pensa alle streghe della contemporaneità sorgono spontanee due domande: esse sono scomparse nel mondo dalle tradizioni di Lama dei Peligni? Se continuano a persistere nella cultura locale, ora a quali funzioni assolvono?
Va premesso che ora non ci sono in paese persone a cui si assegnano attributi stregonici e non si è a conoscenza di soggetti del luogo che, recentemente, per motivi vari si siano rivolti a personaggi con fantomatici poteri magici, divinatori e di stregoneria. Nonostante questo, va fatto presente che le streghe non si sono estinte e nell’immaginario collettivo locale esistono ancora. Infatti, il concetto di strega esiste oltre che nel vocabolario nazionale, anche nel gergo locale, nonostante quest’ultimo recentemente si sia trasformato acquisendo nuovi termini e perdendone altri con diverse particolarità fonetico-morfologiche. Ora l’antico e tradizionale sostantivo “la strajje”, anche se non completamente abbandonato è caduto in un disuso abbastanza generalizzato ed è stato sostituito da “la streghe” mutuato dall’italiano corrente.
Per avere un’idea più chiara sul significato attuale attribuito al concetto di “strega” si è chiesto il parere scritto di alcune persone residenti nel luogo. Ecco alcune testimonianze:
«Io il termine straije l’ho sempre sentito e l’ho utilizzato per indicare una donna vipera, brutta per la sua cattiveria, tipicamente un’arpia. In un’altra lievemente diversa accezione più attuale, una donna sempre arpia, ma anche affascinante per bellezza e atteggiamento superficiale che, però appena scrostato, mostra tutta la sua perversa cattiveria».
«La strega per me è una donna cattiva oppure anche una donna non necessariamente cattiva ma decisamente brutta. Oggi però con i moderni ritrovati della chirurgia estetica anche una donna brutta può diventare la più bella del reame».
«Per me la strega è una persona brutta, trasandata, con i capelli fuori posto e non necessariamente cattiva».
«Io non ho una opinione mia sulla parola strega. A volte si può usare per definire una donna che sa ottenere ciò che vuole con mezzi ammaliatori. A volte ho usato il termine per qualche donna che in politica va contro l’interesse del popolo. L’appellativo di strega è più legato al passato: la Santa Inquisizione e le superstizioni popolari. Anche nelle favole il termine strega è legato a una donna malvagia e con doppia personalità».
«Lo scenario moderno a riguardo del credere o meno alle streghe è, secondo me, variegato. Credo anche che le moderne tecnologie potenziano tali credenze attraverso modi più o meno legali di estorcere denaro a persone semplici o comunque suggestionabili: intendo parlare di cartomanti, indovini, zingari che leggono il palmo della mano, e non dimentichiamo le numerose persone che continuano a giocare numeri dati da saccenti in numerologia. Personalmente non ho mai creduto alle streghe cioè a persone che praticando arti “magiche”, fanno credere di possedere poteri soprannaturali e in realtà astutamente cercano di influenzare chi a loro si avvicina. È sicuramente una cultura pagana, che nel passato viveva sull’ignoranza, nel senso di ignorare, non conoscere, delle persone».
«Oggi, per lo più, l’epiteto di “straije” è rivolto a una donna considerata cattiva oppure perversa, ammaliatrice e sadica. La ragazza che ti ha tradito è una “straije” oltre a qualche altra definizione più volgare; la vicina con cui non si va d’accordo diventa “quella straije di Marie”; la professoressa, particolarmente severa e intransigente, è una “straije” e se è anche zitella ancor più l’epiteto si rafforza. Sino a una quindicina di anni fa, il termine di “straije” l’ho sentito affibbiare a signore dedite ad “arti magiche” e alla produzione di filtri e pozioni per i più disparati usi. In un paese vicino, da qualche decina d’anni è scomparsa una di queste donne, rimpianta da tanti forse attirati più dall’aspetto fantastico tradizionale che da quello magico tout-court. Una figura leggendaria quello della “straije” che rimane nel ricordo dei tempi che furono e che oggi ha solo il connotato dell’offesa e del ludibrio».
«Per me la parola strega può essere riferita ad una persona scorbutica che si rivolge agli altri con arroganza e cattiveria, che ha comportamenti scontrosi. Forse perché si sa che nel passato tale parola si riferiva a persone che con malvagità si adoperavano per fare del male».
Le risposte dei soggetti intervistati e le conoscenze dello scrivente portano a concludere che il concetto di strega nella cultura contemporanea di Lama dei Peligni non è legato a figure demoniache e con poteri più o meno magici ma a soggetti femminili: autonomi, emancipati e che sanno quello che vogliono; ad altri soggetti lontani dai canoni generalizzati di gradimento validi per le donne. Con quest’ultimo significato, nella cultura lamese il concetto di strega si collega all’immagine tradizionale di tale figura che la rappresenta come una donna generalmente sgradevole che non rispetta i canoni estetici e comportamentali di valore comunitario.
Tuttavia l’immagine tradizionale della strega con i poteri magici e conoscenze caratteristiche, in epoca contemporanea a Lama dei Peligni non è stata completamente abbandonata poiché è riproposta dalle produzioni cinematografiche, dai fumetti per bambini, da diversi tipi di programmi televisivi, i social network e anche da particolari feste e tradizioni del luogo.
In questi scenari recenti, ovviamente è ampiamente coinvolta la comunità locale che utilizza i mezzi di comunicazione di massa e riadatta e rifunzionalizza le proprie tradizioni adeguandole ai canoni della modernità. Un esempio del genere è costituito dalle tradizioni legate alla festa di San Giovanni Battista che si organizza la sera del 23 giugno, prevede l’accensione di un grande falò in un piazzale del paese e l’allestimento di stand gastronomici. Nel corso delle edizioni del 2018 e del 2019, al fine di alimentare la performance e lo spettacolo, alcune ragazze del luogo chiamate “streghette” offrivano ai convenuti piccoli mazzetti di fiori di lavanda detti “ramaietti” legati a dei fogli di carta sui quali erano trascritti proverbi e detti popolari abruzzesi (Pezzetta 2019).
Tali soggetti della contemporaneità non tessono incantesimi, non conoscono filtri magici e non hanno nulla che ricordi le immagini macabre e stereotipate delle streghe delle tradizioni antiche. Siccome dovevano contribuire a incrementare l’attrazione turistica e gli effetti spettacolari dell’evento festivo, le streghette erano scelte tra le ragazze più belle ed aggraziate del paese che, in questo caso, invece di essere vestite di nero, indossavano abiti e accessori tradizionali abruzzesi tra cui: gonne lunghe multicolori, magliette a fantasia, scialli, foulard legati dietro la nuca, collane e orecchini appariscenti. Nei foglietti che distribuivano, erano riportate alcune frasi dialettali corrispondenti a proverbi e detti riuniti in quattro voci diverse: “Ascolta la zingara”, “Attenzione la zingara dice”, “Consiglio di zingara” e “Ricorda sempre”. Gli organizzatori dell’evento hanno utilizzato il termine zingara poiché l’immaginario popolare locale assegna a questi personaggi poteri e funzioni magiche simili a quelli delle streghe. Di conseguenza esse possono suggerire massime, atteggiamenti e comportamenti da seguire.
Un’altra occasione dell’attualità in cui in una certa forma avviene la riproposizione del fenomeno “strega” è la festa di Halloween che in paese qualcuno ha storpiato ironicamente in “la festa di Aulin” e consiste in un appuntamento surreale con esseri fantastici. In analogia con quanto avviene nel resto d’Italia, la sera del 31 ottobre, alcuni bambini e bambine si trasformano in allegre streghe giocose travestendosi in modo macabro con abiti scuri, cappelli neri a punta, unghie molto lunghe e portando anche scope da cucina. Essi si riuniscono in piccoli gruppi, vanno in giro per le case e bussano alle porte ripetendo il rituale frasario: dolcetto o scherzetto. Generalmente sono ben accolti, quasi sempre con sorrisi sinceri e talvolta ricevono oltre ai tradizionali dolci e biscotti anche qualche monetina. In un caso, invece è successo che una signora dopo averli visti si è notevolmente spaventata e ha chiuso la porta a chiave.
Un altro elemento costitutivo della festa è la zucca antropomorfa che appartiene alle tradizioni lamesi del passato ed è stata riscoperta e riproposta al fine di accentuare gli effetti spettacolari dell’evento e ricreare in modo goliardico il clima di paura connesso agli spiriti dei morti e alle streghe. Ora è diventata una consolidata tradizione locale anche la consuetudine delle maestre della scuola elementare di accogliere nelle aule la mattina del 31 ottobre, gli alunni in costumi macabri e spiegare loro i legami tra la festa di Halloween e le streghe. Alcuni anni fa, il parroco del paese espresse una dura condanna della festa di Halloween durante un’omelia in chiesa e su un sito di facebook poiché in entrambi i casi asserì che essa non ha nulla in comune con la dottrina della Chiesa. Un residente, invece nel 2015, riguardo l’evento in questione, scrisse su un sito facebook:
«Allora, facciamo una riflessione per Halloween. Molti sono contrari a “festeggiare” questa festa, nonostante da anni ormai anche nelle scuole si fanno lavoretti divertenti. Festeggiare Halloween esponendo una zucca e qualche cimelio nella notte delle streghe, non significa rinnegare le proprie radici e credenze religiose. Significa solo far felice i propri figli che ad un certo punto della serata ti dicono: Papà quando accendiamo la zucca? Italiani sempre con le nostre tradizioni, ma soprattutto quando serve davvero!».
L’insieme delle notizie e fatti riportati si presta alle osservazioni che seguono. Le credenze nelle streghe nel lamese del passato rafforzavano la paura per l’ignoto e lo spazio profano non protetto da Dio, dalla Madonna o da qualche santo. Esse hanno avuto l’origine nel bisogno di interpretare il mondo che ci circonda e nel credere sull’esistenza di entità capaci di indirizzare i fenomeni naturali e modificare l’andamento del destino umano.
Vari fatti dimostrano che esiste una singolare coincidenza tra gli attributi che in passato l’immaginario popolare locale aveva assegnato alle streghe e alcune prerogative tipiche delle antiche divinità femminili italico-romane, un’evidente prova che anche a Lama dei Peligni le figure stregoniche avevano acquisito tipiche caratteristiche che rappresentano il retaggio di antiche superstizioni religiose di matrice pagana persistite nel tempo. Nel contesto in esame tali credenze hanno convissuto per secoli con i valori trasmessi dal cristianesimo e hanno contribuito a formare gli aspetti fondamentali della religiosità locale in cui possono essere identificati i seguenti concetti e principi di base: la vita terrena serve a preparare a un’altra vita dopo la morte; esiste un essere onnipotente e supremo identificabile con Dio o il Padreterno che vede e provvede, interviene nelle vicende umane manifestando la sua volontà e a seconda dei casi può essere misericordioso, terribile e/o vendicativo; esistono altre potenze positive rappresentate dalla Madonna e dai Santi che possono intercedere presso Dio al fine di ottenere protezione e grazie utili per superare le difficoltà esistenziali; esistono infine potenze negative e vari agenti del male identificabili con il maligno e le sue incarnazioni terrene che costantemente minacciano e insidiano la vita individuale conducendola alla devianza, al peccato e ai disagi esistenziali.
Come visto, la strega era ritenuta una figura malefica considerata responsabile di molti problemi della quotidianità. In mancanza di altre fonti di conoscenza e di competenze scientifiche esse sono state i personaggi inventati dalla paura e dalla fantasia e il capro espiatorio su cui riversare le cause del male al fine di esorcizzarlo e superarlo.
Nella cultura locale l’immagine antica, stereotipata e tradizionale della strega è quella di una donna brutta, cattiva ed emarginata. Ad essa si sono aggiunte recentemente le immagini di: donne grandi seduttrici, fatali, affascinanti, ammalianti, animate da malvagità demoniaca e che fanno perdere la testa agli uomini, allontanandoli dai loro doveri famigliari e personali; di donne libere, autonome, che affermano la loro personalità, hanno un proprio sapere e usano le prerogative che possiedono per sottomettere gli uomini alla loro volontà. Tutto ciò contrasta con lo stereotipo femminile del passato che vedeva la donna dolce, attraente, sottomessa all’uomo e interessata solo alla cura della casa e della famiglia. Di conseguenza la strega era anche il soggetto femminile che contrastava con lo stereotipo comunitario “donna, casa, chiesa e famiglia” e quindi andava condannato ed emarginato.
Alle streghe anche a Lama dei Peligni si associa la scopa con due distinti funzioni e significati simbolici: l’uso di mezzo di locomozione utilizzato per spostarsi; un potere apotropaico incantatorio che obbliga a perdere tempo e costringe ad allontanarsi con il sopraggiungere delle luci dell’alba. La scopa è un oggetto che serve per pulire e quindi è abbastanza spontaneo associarvi la pulizia fisica delle abitazioni e quella simbolica contro gli spiriti del male. Alle streghe, la cultura lamese associava i gatti, un atteggiamento che si può considerare il retaggio di antiche tradizioni secondo le quali certi spiriti del male attuavano delle metamorfosi per non essere riconosciuti. Sin dall’antichità il gatto è stato legato alle figure d’oltretomba e a varie divinità tra cui Diana che, come visto per la mitologia popolare, è connessa al mondo stregonico. Questa particolare associazione si basa sulla credenza che i felini domestici, come le streghe presentano aspetti apparentemente raccapriccianti e ambigui, carattere indipendente, agiscono prevalentemente durante le ore notturne, hanno poteri magici e legami con il mondo soprannaturale.
Molte credenze sulle streghe e le loro influenze sui bambini e gli animali domestici raccolte a Lama dei Peligni sono diffuse anche in Comuni appartenenti ad altre regioni italiane e hanno riscontro in antiche leggende ad ampia diffusione geografica. In una di esse si narra che le streghe durante la notte si riunivano sotto il noce di Benevento ove banchettavano, danzavano con altri spiriti e poi si disperdevano per il mondo seminando il terrore. In un’altra leggenda invece si narra che nella notte tra il 23 e 24 giugno, i negromanti si riunivano sul massiccio della Majella per raccogliere la mandragora, una pianta che cresce spontanea anche a Lama dei Peligni. Questa comunanza di credenze e leggende dimostra che in passato, nonostante le difficoltà negli spostamenti, è avvenuta una circolazione d’idee.
Le tradizioni di Lama dei Peligni sulle streghe che sono state riportate sono un importante tassello della cultura locale e la loro descrizione porta all’arricchimento del patrimonio immateriale folklorico del luogo. Una gran parte di tali fatti sta lentamente sparendo dalla memoria collettiva, altri si modificano seguendo dinamiche culturali che sembrano contrapposte. Infatti, da un lato le tradizioni di Halloween diffuse dai mezzi di comunicazione di massa portano all’omologazione culturale. Da un altro lato, come dimostrano le streghette della festa di San Giovanni, la piccola comunità lamese recupera antiche tradizioni locali, riafferma riti e valori comunitari e rafforza l’identità territoriale, contrastando la logica omologativa della globalizzazione.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] Cardini F., Radici della stregoneria, Dalla protostoria alla cristianizzazione dell’Europa, Il Cerchio, Rimini, 2000: 47.
[2] Romanello M. (a cura), La stregoneria in Europa, (1450-1650), Ed. Il Mulino, Bologna, 1975: 5.
[3] Di Nola A., Lo specchio e l’olio. Le superstizioni degli italiani, Ed. Laterza, Bari, 1994: 38.
[4] Campanelli A., Gli dèi degli italici, in Campanelli A. & Faustoferri A., I luoghi degli dèi. Sacro e natura nell’Abruzzo Italico, Carsa Ed., Pescara, 1997: 134.
[5] Giancristofaro E., Folklore e magia in alcuni sinodi diocesani di Penne, Atri, L’Aquila e Chieti nei secoli XVII, XVIII, XIX, Cooperativa Editoriale Tipografica, Lanciano (Ch), 1981: 19.
[6] Giancristofaro E., Tradizioni popolari d’Abruzzo, Newton Compton, Roma, 1995: 318.
[7] Del Pizzo G., Lama dei Peligni. Microcosmo a misura d’uomo nel Parco della Majella tra passato e presente, Arte Grafica Ianieri, Casoli (Ch), 1999: 116.
[8] Il “breve” o “greve” era un oggetto a cui si attribuivano poteri protettivi antistregonici e contro qualsiasi negatività. Esso era costituito da un piccolo sacchettino preferibilmente realizzato con il tessuto dell’abito di un monaco in cui di solito si potevano mettere: una medaglietta della Madonna, l’immagine di un santo avvolta in un panno di lana, un numero dispari di foglie di ulivo benedette durante la domenica delle Palme, un pezzetto della candela della Candelora, dei foglietti di carta con preghiere scritte, etc.
[9] Del Pizzo, G., Lama dei Peligni. Microcosmo a misura d’uomo, op. cit.: 118.
[10] Con molta probabilità i fatti citati influenzano l’intimo individuale portano a rivolgersi a personaggi con attributi stregonici, nella speranza di risolvere i problemi esistenziali.
[11] “L’historiola” consisteva in un’antica leggenda in cui si narrava un episodio di liberazione dal male.
L’argento è considerato un metallo capace di contrastare magie oscure e presenze maligne, mentre le sue monete erano utilizzate per pagare i servizi stregonici. La gallina nera, a sua volta la gallina nera è vista come un tramite con il mondo degli spiriti e un animale vicino alle streghe.
Riferimenti bibliografici
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Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di Scuola Media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato con varie riviste del settore tra cui: Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rivista di Etnografia, Rivista Abruzzese, Utriculus e Valle del Sagittari.
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