Noi c’eravamo illusi che la lezione dell’inutile strage delle due guerre mondiali, dell’orrore inumano della Shoah, dell’ecatombe epocale di Hiroshima e Nagasaki avesse ricondotto a più miti consigli non solo l’Occidente, titolare, causa e poi vittima per nemesi di quei crimini, ma il mondo intero, entrato nominalmente, dopo quella conflagrazione d’odio dissennato, in quell’era di “civilizzazione” che avrebbe dovuto garantire una nuova stagione di pace. E invece non è stato così. Innumerevoli guerre fredde e calde si sono impunemente succedute fino al presente con una crescita esponenziale favorita dalla tecnologia, con il presentarsi sempre uguale dell’aporia, della strada mancante, sabotata, divelta, senza uscita che ha reso impossibile il percorso verso quella “pace perpetua” di kantiana memoria, per il trionfo della ragione sull’istinto animale, del diritto sull’arbitrio del sopruso, della vita sulla morte, della speranza sulla disperazione. Oggi che il mondo sembra in preda alla follia, che ogni razionalità sembra aver abbandonato la complessità antropica, che la prepotenza dell’anomia sembra aver reso risibile ogni richiamo ai diritti fondamentali dell’essere umano mai messi in pratica, oggi che la morte è spettacolo teatrale e mediatico che non impressiona più di tanto, tanto da rimuoverla dal novero del possibile e del pensabile, non resta che la speranza nel cuore della disperazione, la speranza a dispetto della smentita dei fatti.
Dicendo “speranza”, nel tentativo di dissipare l’illusione, si allude ad un atteggiamento dello spirito che si apre verso il futuro e colloca nel futuro il bene al momento assente, colludendo col desiderio di vita contro la delusione della morte. La speranza è la dinamica dello spirito di ogni uomo che in virtù della sua indole culturale e religiosa le dà un contenuto. Nella cultura giudaico cristiana essa è messianica e coincide con la giustizia totale. È attesa di colui che «giudicherà con giustizia i poveri e prenderà decisioni eque per gli oppressi; la sua parola abbatterà i potenti e percuoterà i violenti. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi» (Is 11, 4-5). È la giustizia il contenuto di questa speranza messianica, la giustizia da cui soltanto può scaturire la pace come riconciliazione radicale tra gli esseri, poeticamente e simbolicamente raffigurata nel testo di Isaia con la familiarità tra il lupo e l’agnello, del bambino che può mettere la sua mano nella buca dell’aspide senza esserne avvelenato e ucciso. Una pace come pace totale, non come assenza di conflitti ma come riconciliazione sostanziale tra gli esseri; una pace perpetua che pre-vede la prospettiva kantiana e la fonda di fondazione pneumatica senza la quale la ragione è mero calcolo.
D’altra parte Kant, oltre ad essere un finissimo pensatore era anche un buon cristiano. L’etica della convergenza che comporta il mutuo riconoscimento dei cittadini del mondo sostiene tutta l’impalcatura del suo scritto Per la pace perpetua e trae ispirazione dal logos cristiano che viene estrinsecato fino alle sue estreme conseguenze, mostrando come ragione e fede non sono antagoniste ma inseparabili alleate. E lo fa negli anni in cui la loro separazione ridotta in antagonismo aveva scatenato in Francia il regime del terrore rivoluzionario che contraddiceva nei fatti i principi cristiani di libertà, fraternità e uguaglianza che erano stati sbandierati nella foga rivoluzionaria, non si sa con quanta consapevolezza circa la differenza tra fede e religione. Religione che venne avversata perché alleata dei nobili che opprimevano il popolo e trovavano nella Chiesa complicità e copertura. E la pace auspicata trovò in questa separazione e contrapposizione la sua aporia che mostrò come il rimedio fosse stato peggiore del male, perché è da questa separazione-contrapposizione tra fede e ragione che si origina ogni fenomeno di integrismo, di chiusura, di belligeranza, di antagonismo, di violenza, di orgoglio, di disprezzo di quell’etica della convergenza e di quella politica del multilateralismo atte a garantire vera libertà, fraternità, uguaglianza. L’aporia consiste in questo fenomeno dia-bolico, scissionista, suprematista, ma completamente antropologico, cui si può dare il nome di fondamentalismo, declinabile sia religiosamente che politicamente, in bieca e ottusa reciprocità.
Ma la separazione-contrapposizione era un fenomeno più antico, vissuto inconsapevolmente e senza sensi di colpa in quanto camuffato, “mimetizzato” per usare un termine chiave di René Girard, sotto i paludamenti istituzionali della religione, quando il cristianesimo si fregiò dei crismi dell’impero e ne emulò le forme istituzionali e sacrali, giustificando tale emulazione come prosecuzione doverosa e pia della pratica religiosa del Tempio veterotestamentario e della legge giudaica con le sue molte prescrizioni, i 613 precetti oltre le 10 parole scritte sulle tavole, mettendo tra molte parentesi il fatto che Gesù le aveva contestate, accusandole di fanatismo e di idolatria, percependole cariche di quello zelo livoroso e settario che sapeva si sarebbe abbattuto contro di lui. Lui che aveva detto che il Tempio non salva e che la legge è per l’uomo e non viceversa. E si riferiva alla legge della vita, della vita “sovrabbondante” che era venuto a portare, del desiderio di questa vita che alberga nel cuore di ogni uomo, anelito soffocato dal ribaltamento di polarità che la religione gli imprime con le prescrizioni, la cieca sottomissione e la paura. Massimo Recalcati ha tratteggiato con dovizia di particolari questa innaturale inversione nel suo libro La legge del desiderio [1] dove rintraccia le radici bibliche della psicoanalisi, mostrando come il «non abbiate paura!» di Gesù non solo solleva gli uomini dalla paura che nasce dall’interpretazione moralistica e sanzionatoria della legge, ma afferma l’esistenza di un’altra legge che li autorizza a coltivare il proprio desiderio di vita, la propria vocazione alla vita, i propri talenti in favore della vita.
Ciò che Gesù venne a portare non fu una novità teologica; il suo Dio era sempre lo stesso Dio di Israele che però era stato occultato dietro il pesante velo del tempio di Gerusalemme, quel velo che si squarciò da cima a fondo al momento della sua morte, mettendo a nudo il vuoto della religione contenuto nel sancta sanctorum; ciò che venne a portare fu una nuova esegesi della Bibbia letta nella chiave dell’equivalenza dell’amore di Dio e dell’amore del prossimo. Nella Bibbia c’era già scritto questo principio assiale ma non era entrato nel cuore della religione giudaica: «ama il tuo prossimo» (Lv 19,34), compreso lo straniero, in quanto «anche voi foste stranieri in Egitto» (Es 23,9). Nel magistero di Gesù «il compimento della legge consiste nel liberare la vita dalla legge non opponendo più la legge alla vita, ma iscrivendo la legge nel cuore stesso della vita. Mentre ogni religione della legge è nemica del desiderio – religione viene da religio che significa richiudere, recintare la potenza (dynamis) affermativa del desiderio – la parola di Gesù libera il desiderio da ogni preoccupazione securitaria. In questo senso l’evento della resurrezione assume il valore della forza indistruttibile della legge dell’amore e del perdono che riconsegna la vita alla vita sottraendola per sempre alla maledizione della morte» [2].
Questa originale lettura analitica di Recalcati ci consente di comprendere più chiaramente la differenza tra la fede e la religione, dove quest’ultima è carica di connotazioni securitarie volte a conservare il suo status e la sua integrità con le norme legali, ponendosi costantemente in un atteggiamento di difesa basato su un rigido dispotismo retributivo: chi compie la Legge di Dio sarà premiato, chi la trasgredisce sarà punito severamente, con una pena commisurata all’offesa. È una concezione religiosa secondo la quale la fede fonderebbe un rapporto di fedeltà di tipo giuridico, la cui violazione va punita come violazione del diritto. Un principio che vale per tutte le teocrazie antiche e moderne, dove la religione assume il ruolo politico. Ernst Wolfgang Böckenförde lo fa valere per il cristianesimo costantiniano di lunga durata e Christian W. Troll lo vede abrogato solo col Vaticano II; ma vale per tutte le religioni in genere e per il giudaismo e l’islam in specie [3].
Ci avviciniamo così a tratteggiare la fisionomia dei fondamentalismi polimorfi a partire da questa configurazione religiosa che separa la fede dal suo logos, dal senso profondo eccedente ogni significare umano e ad esso asimmetrico; perché ogni fede in Dio per mantenere rapporto con lui non può ripiegarsi su se stessa, ma deve aprirsi, perdersi, donarsi per ritrovarsi in Lui. Recalcati scopre il postulato della legge del desiderio nell’apparentemente illogico assioma di Gesù: «chi vorrà conservare per sé la propria vita la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39). Il paradosso altro non vuol dire che lo stesso discorso della vita che genera altra vita donandosi e perdendosi, secondo il monito che l’albero si giudica per la capacità di fruttificazione, di propagazione della vita. Il corollario consiste nel fatto che nessuno, per quanto si sforzi, può aggiungere un solo minuto alla sua vita e «vivere mirando a conservare la propria vita è una mutilazione della vita, una sua sterilizzazione colpevole, una versione solo securitaria dell’esistenza» [4], l’ossessione del sé e l’oblio dell’altro. Da ciò scaturiscono gli atteggiamenti di paura, di difesa, di chiusura, di conservazione di ciò che non salva perché già morto, la rigidità di una postura difficile da mantenere perché poggiata su pseudo valori che mortificano la vita nel suo desiderio di essere viva e feconda. È quando si confonde la fede con la religione che nasce ogni fondamentalismo, più o meno consapevole, dichiarato e rappresentato, quando si crede che la religione, l’istituzione religiosa frutto di necessarie superfetazioni storiche, sia l’originario della fede e che questa debba essere difesa col mantenimento di una struttura mastodontica, immobile, che si crede edificata da Dio mentre in realtà è solo opera di difesa umana, paravento prezioso dietro cui nascondere le proprie paure; e ogni paura deve mettere in moto le sue difese.
René Girard, nel suo saggio Violenza e religione si chiedeva se la violenza sia causa o effetto della religione; una domanda che ha sullo sfondo gli integralismi religiosi e politici, il terrorismo internazionale, le stigmatizzazioni del diverso, l’uso sempre più istituzionalizzato della forza e della violenza, tutto ciò che è esploso in maniera incontrollabile e incontrollata in questi nostri ultimi e tristissimi anni, in maniera più evidente dallo scoppio della guerra in Ucraina al genocidio continuato, intenzionale e inarrestabile del popolo palestinese da parte del governo sionista. Le stragi dei cristiani in Africa e la loro persecuzione e segregazione in tanti Paesi a governo dittatorial-religioso non fa notizia, ma bisogna tenerne conto in quanto realtà sommersa dei fenomeni di persecuzione, violenza e morte provocate da antagonismo religioso sfruttato per fini politici. Se è vero il fatto, come sostiene Girard, che «la violenza religiosa riguarda in primo luogo la natura umana» [5] ed è dunque di natura antropologica e sociale, è anche vero che quel “desiderio mimetico” che costituisce il cardine della sua antropologia fondamentale costituisce la negazione del desiderio di vita e della legge di vita che conducono l’uomo alla salvezza, facendo prevalere l’istinto di morte che rivaleggia sempre con quello di vita.
Con la sua indagine Girard ha smascherato il manicheismo dei pregiudizi culturali che sono l’anima di ogni fondamentalismo, con la divisione dell’umanità in buoni da una parte e cattivi dall’altra, «in aggressori e aggrediti: categoria quest’ultima nella quale inseriamo noi stessi», mentre in realtà «la maggior parte dei conflitti umani sono invece bilaterali, reciproci» [6]. Si spiega così ciò che appare paradossale ai nostri occhi contemporanei e “civilizzati”, come ad esempio un popolo vittima possa trasformarsi, col mutare di situazioni storiche, in popolo carnefice, e un popolo araldo della democrazia possa sostenerne la difesa ideologica con l’autoritarismo e l’autocrazia. Ciò che Girard chiama “desiderio mimetico”, in parole più chiare, è l’imitazione dei desideri altrui: Inevitabilmente, modelli e imitatori dello stesso desiderio bramano lo stesso oggetto e diventano quindi rivali. I loro desideri rivali si alimentano a vicenda. «Queste rivalità imitative o mimetiche possono aumentare di intensità e diventare così contagiose che non solo culminano nel delitto, ma si propagano mimeticamente a intere comunità» [7].
È a questo punto che entra in ballo la religione, nel tentativo di prevenire la violenza e pacificare la situazione di belligeranza, con l’invenzione del “capro espiatorio” da immolare in quanto ritenuto responsabile del disordine. Una vittima “individuata” perché caratterizzata da difformità culturale e deformità fisica, e che i miti antichi identificavano con lo “straniero”, immediatamente degradato al rango di “animale” impuro, minaccioso e pericoloso. Così i nazisti descrivevano gli ebrei e così oggi i sionisti descrivono i palestinesi. In virtù di questa difformità dello straniero/vittima designata, il contagio mimetico collettivo trasforma la violenza devastatrice del tutti contro tutti nella violenza terapeutica del tutti contro uno. L’uno che può essere non solo individuo ma soggetto corporativo, etnico, politico, religioso o tutte queste cose insieme. «Nella storia umana, ogni singolo meccanismo della vittima ha generato molte religioni, le quali operavano così efficacemente che i fedeli non diventavano mai completamente consapevoli del loro principio generativo. Essi si illudevano che fossero i loro dèi, e non la comunità stessa, a dover essere placati mediante l’offerta di vittime. A minacciare la sopravvivenza della comunità era la loro stessa rabbia, ma nessuno se ne rendeva conto» [8].
Ciò a cui stiamo assistendo in questi nostri giorni drammatici, le scene terrificanti della distruzione e della morte “in diretta”, passerà alla storia come “l’inutile strage” del XXI secolo, tanto per riusare l’espressione efficace che più di un secolo fa papa Benedetto XV usò per definire la Prima guerra mondiale. Sperando che i posteri si verranno a trovare in una situazione migliore della nostra e che questa attuale catastrofe umanitaria non sia soltanto la parte iniziale di una miccia che farà scoppiare la bomba. Si dà il fatto che siamo talmente immersi in questo caos globale che non abbiamo più categorie logiche che ci portino fuori dalla confusione mentale che dell’altro è riflesso. Quella “rabbia” che è in noi, quella “violenza” che percepiamo in noi come impeto di ribellione all’indeterminabile situazione di follia collettiva, all’impotenza operativa per arrestare il surreale concreto che ci tocca mimeticamente, si estrinseca nella guerra mediatica fondata sul principio manicheo su accennato, nel polemos verbale inutilmente retorico slanciato in un gioco di proiezioni mimetiche dove ogni singolo, ogni religione, ogni partito politico, ogni gruppo sociale proietta sull’altro antagonista la causa del male, determinandolo in potenziale capro espiatorio da eliminare. Per ciascuno si cela nell’altro il nemico nascosto. Persino i bambini, per un esponente politico sionista, sono nemici, potenziali soldati e terroristi di domani. Ciò corrobora la conclusione di René Girard e la risposta alla sua stessa domanda: se la violenza sia causa o effetto della religione e viceversa. In concreto, conclude Girard, «la violenza che vorremmo attribuire alla religione è in realtà la nostra violenza, e dobbiamo affrontarla direttamente. Trasformare le religioni in capri espiatori della nostra violenza può, alla fine, avere solo l’effetto opposto» [9].
Alla stessa conclusione era giunto Sigmund Freud nel 1932, nella risposta ad una lettera di Albert Einstein che su proposta della Società delle Nazioni, tramite il suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi era stato invitato a intrattenere con una persona intellettualmente e culturalmente dotata un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi di attualità da lui scelto, per avviare dibattiti sulla difficile situazione sociopolitica del tempo. Così Einstein pensò a Freud (da ebreo ad ebreo) e gli pose la domanda che, data l’allora precaria condizione del mondo, gli appariva «la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?». E faceva affidamento sulla capacità di lettura dell’animo umano da parte del padre della psicoanalisi. Einstein era convinto che «l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere» e chiedeva a Freud «esperto nella conoscenza degli istinti umani» di confutare o confermare questa sua intuizione. Gli chiedeva inoltre come riteneva possibile – si era alla vigilia dell’ascesa al potere di Hitler – che una minoranza potesse aver in mano la scuola, la stampa e anche le organizzazioni religiose, tutto ciò che le consentiva di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendole strumenti della propria politica. Com’era possibile che tale minoranza riuscisse ad asservire «alle proprie cupidigie la massa del popolo?» [10].
La risposta freudiana è articolata, ma si può sintetizzare nell’affermazione che gli esseri umani sono nel loro fondo «una masnada di assassini» [11] per cui è inutile illudersi: «i conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza» così come avviene nel regno animale. Nel caso umano però «la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente». Il risultato di tale prevaricazione è quasi sempre l’umiliazione del nemico che però «deve fare i conti con la smania di vendetta del vinto» e quindi con una ripresa delle ostilità e l’impossibilità della pace all’interno di un circolo vizioso di violenza.
A rimedio di ciò Freud invoca una «dittatura della ragione» che però, pensando realisticamente, ritiene un’utopia; ma nello stesso tempo enuncia, in maniera del tutto laica e in qualche modo scientifica la stessa verità che il cristianesimo denomina “peccato originale”, in riferimento al mito genesiaco della “caduta” adamitica, causa della natura corrotta dell’essere umano. Poi, in maniera sorprendente, e forse per consonanze inconsce emerge in lui, critico accanito della religione, un rigurgito della sua fede ebraica, il principio dell’antropologia biblica che lui aveva tradotto, nel suo saggio Al di là del principio di piacere, nella relazione-opposizione eros-thanatos, le due pulsioni che dominano l’uomo. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Per cui, aggiunge: «La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”».
Freud non fa distinzione tra fede e religione, poiché questa distinzione non aveva al suo tempo supporto scientifico, ma traduce il suo pensiero, il suo logos scientifico, con una parola fondativa della fede ebraica poi riaccolta ed esaltata dal magistero gesuano. Parola che sia il giudaismo come il cristianesimo hanno poi evocato in termini formali e travisato in ordine all’interpretazione di “prossimità”, fino al presente, come le controverse recenti esternazioni in questo senso di Charlie Kirk hanno mostrato, riducendo la prossimità ai membri dell’etnia, della Nazione, della famiglia, del partito, mentre Gesù la applicava allo straniero, all’eretico ma buon Samaritano, tipo significativo di ogni “straniero”, “nemico”, “altro” che si comporta in maniera asimmetrica rispetto allo stereotipo . Charlie Kirk è rimasto vittima della sua stessa lettura fondamentalista del cristianesimo che ha destato in un altro fondamentalista una risposta omicida che non può ascriversi al novero della fede ma a quello di una religiosità fanatica, violenta e omicida, che al posto del dialogo esterna una violenta intransigenza. Né può non valutarsi negativamente l’interpretazione del cristianesimo sbandierata con arroganza dal più celebre ammiratore di Kirk, il tycoon Trump; ai funerali dell’amico affermò in maniera fortemente assertoria e incoerente che lui, a differenza di Charlie, odiava i propri avversari, dando prova incontrovertibile che i temi fondanti il cristianesimo sono stati espulsi dalla sua religione.
Il pericolo di una religiosità selvaggia, plasmata e piegata a logiche perverse che nulla hanno a che fare con la verità, la giustizia, la pace, oggi è terribile. Nell’Occidente europeo e transatlantico non mancano leaders politici che rivendicano appartenenze religiose e che alle religioni fanno riferimento per legittimare le proprie azioni politiche attribuendo ad esse legittimazione divina. Da più luoghi si alzano voci di presunti “credenti” di tutte le fedi, di abili manipolatori mediatici delle coscienze che indicano nella pratica religiosa integrista, nell’osservanza delle regole del tempio l’unica condizione di pace universale. La loro fede nella religione diventa fanatismo e quindi una minaccia alla pace. Lo abbiamo visto, questo spirito fanatico, nelle pubbliche farneticanti esternazioni della “pastora” della Casa Bianca, che fa passare il suo martellante balbettio inarticolato come voce dello Spirito che benedice l’operato del messia americano, il prescelto, l’inviato da Dio non solo per MAGA, ma per la salvezza del mondo intero. Sentiamo chiaramente le bestemmie degli esponenti del governo sionista mentre affermano che il loro perverso operato, il loro accanimento omicida, il loro zelo autoritario e distruttivo corrisponde al comandamento divino, come Torà comanda e come Talmud insegna. Ed anche l’imbonimento di imam zelanti e carismatici che incitano i loro fedeli al jihad non nel senso della lotta interiore ma di quella armata nel nome di Dio, in maniera non dissimile dal grido medioevale dei crociati: “Dio lo vuole”. Ma in nome di quale Dio parlano questi “credenti” che ritengono di essere in possesso di una delega divina volta a distruggere e uccidere i propri simili, pretendono di possedere la verità in senso assoluto, una verità da imporre non solo con la violenza verbale, ma anche fisica, opponendosi al mondo ormai secolarizzato che proprio a causa loro ha espulso Dio dal proprio orizzonte? Perché il loro Dio, presentato in quella forma, imposto con la spada e col fuoco non è credibile, non è concepibile se non come invenzione e proiezione della cattiveria umana, della volontà di dominio, dell’istinto di morte.
La religione è un tratto antropologico indiscutibile. La fede in Dio, come mostra la storia delle religioni e la fenomenologia della religione e come si articola anche nella Bibbia, proviene dal problema umano del dove poter trovare un luogo di rifugio e di sicurezza, di amore, confidenza, fiducia di fronte alla morte. La nascita della religione può coincidere con il momento in cui l’essere vivente ha cominciato ad avvertire la morte come problema individuale. In natura non c’è risposta a questa paura, per cui la religione si sviluppa con l’idea che esiste un Dio personale, il quale sta di fronte alla persona umana e dal quale proviene la vita che si oppone alla morte. Questa è una fede che ha come vero obiettivo un cosmo pacificato e unificato in quel Dio che ha i tratti della paternità, della bontà, della comprensione della creatura umana. Non è questo Dio che è stato espulso dalla modernità, un Dio intuito dall’intelletto e ricercato nelle forme alternative alla religione dei dogmi, delle certezze metafisiche, delle regole della legge, del diritto e dell’istituzione. Quello che è stato espulso e che i fondamentalismi vogliono riciclare ed imporre è il Dio della guerra che rende l’uno all’altro nemico, il Dio ebraico contro il Dio cristiano e questo contro il Dio musulmano: divinità in competizione, in perenne conflitto per la conquista del mondo, per l’affermazione di una egemonia politica, economica, culturale ma essenzialmente inumana, belligerante, mortifera.
Ma il Dio proiezione dei sogni di onnipotenza dell’uomo, il Dio che fonda il trono dei potenti e promette ai deboli la ricompensa nei cieli, il Dio che siede nell’alto metafisico per crismare la trascendenza del potere, il Dio della guerra, quel Dio di cui Bonhoeffer ha detto che è «un pezzo di mondo prolungato», è un Dio comodo, utile all’esercizio autoritario delle religioni e della politica, un modello che ha mutato nome per assumere la forma di nuove trascendenze, di nuovi assoluti. Che lo si chiami Dio per convenzione nei circuiti religiosi o potere, sovranità, mercato, produzione, denaro, tecnologia, guerra, è la stessa cosa. In fondo è l’idolo polimorfo dei fondamentalismi sia religiosi che politici, e dato che ambedue lo adorano è auspicabile la fusione dei due organismi. Perché è dei fondamentalismi brigare per il dominio del mondo. Le tre religioni monoteistiche hanno travisato, assolutizzato e tradotto politicamente il mandato di diffondere il loro verbo in tutto il mondo. Il verbo della luce alle nazioni, del perdono, della riconciliazione universale, della pace perpetua, il verbo di una fede proiettata sull’universo, una fede che avverte il bisogno profondo di abolire tutte le barriere di divisione tra uomo e uomo, senza tenere in conto le differenze di sesso, lingua, etnia, nazionalità; questo nobile mandato è stato tradotto invece col linguaggio della potenza e del dominio mutuato dallo spirito della divisione. Invece di diffondere un verbo di fratellanza universale hanno diffuso un verbo di dominio universale. E si sono combattute e continuano a combattersi, non più con le spade e le scimitarre ma con i missili e i droni.
L’ostacolo più grande che ha impedito non solo l’accesso, ma il cammino stesso verso l’obiettivo indicato dalla fede in un verbo liberante, sorretta da quella speranza che contempla il bene al momento assente e dall’amore antidoto alla morte, è la spinta negativa della natura decaduta chiusa in un autismo invincibile che non consente di vedere l’altro da sé: l’uomo, la natura, Dio, che implicitamente o esplicitamente vengono negati. L’innalzamento di muri ideologici o materiali per segnare confini invalicabili dell’etnia, della religione, della nazione, è il sintomo grave della mancanza di profondità spirituale che solo il vero Dio, il Dio del verbo luminoso e vitale può dare, non certo l’idolo muto dell’incomunicabilità. I fondamentalismi religiosi, cui si ispirano quelli laici per la condivisione di un’identica ristretta misura di apprezzamento di Dio e dell’uomo, hanno sepolto sotto la pietra tombale dell’egotismo quel verbo che illumina la mente umana e che mette in luce la pensabilità dell’amore, dell’amicizia con i propri simili, con la natura, con Dio; più che l’ascesa alla luce amano i lati oscuri della natura ancestrale, animalesca, preistorica dell’uomo, mossa dall’aggressività che solo un principio superiore che scaturisce dalla consapevolezza più profonda dello spirito può vincere; quel verbo della pacificazione con sé, con gli altri, con l’universo intero, per una apertura alla pace come obiettivo della storia inscritto nel progetto divino, inscritto nel cuore umano.
Ma di quale “Verbo” si tratta? Di che stiamo parlando? Nel lessico cristiano il termine è chiaro: è la Parola di Dio che si è rivelata con la massima chiarezza, che si è espressa al meglio della sua comprensibilità in Gesù di Nazareth, che per i Cristiani è il Cristo, ossia il messia atteso dal popolo ebraico e che gli ebrei non hanno riconosciuto e non riconoscono come tale; uno dei profeti, forse uno dei più grandi prima di Maometto per i musulmani che lo citano en passant senza saperne tematizzare l’insegnamento, valutare il senso della lotta contro l’integrismo religioso giudaico causa della sua morte. Si tratta di quel Verbo che è verità e ragione, logos, così come è presentato nel prologo del vangelo di Giovanni e che san Giustino, filosofo greco e martire cristiano del secondo secolo, vede presente nel mondo con la fecondità dei suoi “semi”: i semina verbi. Una parola, una ragione razionale e spirituale, un senso contenuto nella stessa polisemicità del logos che si pianta nel mondo, nelle religioni, nel cuore degli uomini. Un verbo che li sveglia, li mette in questione, li stimola, li fa uscire da quell’autismo spirituale causa della loro violenza egoico-bellica e gli fa riconoscere l’altro uomo, indirizzandolo verso “l’altrove”, per indicare l’utopico luogo verso cui è rivolta la vita secondo la felice espressione di Emmanuel Lévinas [12], quell’altrove che è luogo dell’Altro.
Un verbo dunque in cui ragione e rivelazione non possono essere in conflitto ma in concordia discors, poiché, secondo la feconda intuizione di Lévinas, messaggio profetico e logos greco indicano in sin-tonia la presenza di un “luogo” più originario da entrambi presupposto e impossibile da raggiugere con i semplici strumenti dell’uno o/e dell’altro. È questa sin-fonica sin-tonia che consente di percepire l’altezza della dignità dell’uomo riscoperta e riscattata nella relazione con la Trascendenza, che sia d’Altri o di Dio, come ognuno la voglia chiamare. Per il cristianesimo la ragione è un dato che appartiene alla natura umana, un dono che sollecita l’uomo a interrogarsi sul significato e sulle implicazioni ultime della sua esistenza e dell’universo in cui vive; uno strumento che arriva a fargli intuire l’esistenza di un “mistero”, di Dio, il quale gli si manifesta rivelandosi, sollevando cioè nell’interiorità umana il velo che cela la sua natura divina, e facendogliela scoprire in ogni prossimità umana, nella similitudine umana. In questa prospettiva aperta dal cristianesimo c’è dunque un dato di partenza che è comune ad ogni uomo, un dato naturale che viene sviluppato e portato a compimento dall’incontro con il significato ultimo della realtà, ma che è da tutti condivisibile in quanto universale. Di fatto, la nozione di “diritto naturale” rappresenta un terreno comune tra il “credente” e il non credente, e permette il riconoscimento dei diritti che vengono chiamati universali. Nella visione biblica è l’uomo universale, non il “credente” ad essere “a immagine di Dio”, per cui tutti gli uomini possono ritrovare questa immagine divina indipendentemente dalla loro religione. Quando invece la dignità umana scaturente dall’immagine divina viene fatta dipendere dall’appartenenza religiosa e dal rispetto delle sue norme interne, lì si disprezza la magnanimità di Dio e lo si riduce ad un principio di discriminazione metafisica: non si arriva alla rivelazione dalla ragione, ma al contrario la rivelazione precede la ragione e la ingloba, prevalendo su di essa. La rivelazione è data ad alcuni, senza ragione alcuna! I fondamentalisti amano questa prospettiva elettiva che separa, discrimina, e assume sempre una posizione manichea.
L’idea dei “semi del Verbo” è stata la chiave semantica e concettuale, utilizzata per affrontare la problematica del rapporto con le religioni nel Concilio Vaticano II. L’espressione è chiaramente presente in Ad gentes, 11/b [13], dove viene affermato che: «[Tutti i cristiani] debbono conoscere bene le tradizioni nazionali e religiose degli altri, lieti di scoprire e pronti a rispettare quei germi del Verbo (semina Verbi) che vi si trovano nascosti». In Ad gentes, 9/b si riconosce la presenza di elementi di verità e di grazia (quidquid veritatis et gratiae) al di fuori della Chiesa visibile e viene spiegato che questo avviene: «per una nascosta presenza di Dio in mezzo ai pagani». Così, in tutto il suo rilievo teologico è riconosciuta negli uomini una relazione con Dio capace di favorire la conoscenza della verità e di spingere le persone a compiere il bene. Nel numero 18/b dello stesso documento, inoltre, si parla esplicitamente di “germi” (semina) di contemplazione e ascesi, immessi da Dio nelle civiltà antiche non toccate dalla vicenda salvifica ebraico-cristiana, «prima della predicazione del Vangelo». Affermazione che comporta il riconoscimento di elementi religiosi, a cui si attribuisce un sicuro valore, al punto che è legittimo e consigliato recepirli, utilizzarli da parte della religiosità cristiana senza contraddire il Vangelo. Qui il riferimento è alle religioni, considerate come corpi sociali e collettivi, radicati nelle culture dei popoli, e non si guarda soltanto all’intima, personale adesione religiosa dei singoli credenti. Sembra così risiedere in questo “Verbo” il fondamento fecondo che irrora la vita delle religioni, che ne illumina il cammino e ne sostiene lo sforzo (il vero senso del jiad) per la pacificazione e la vita dell’umanità, per l’edificazione di ciò che coralmente potrebbero chiamare il “Regno di Dio”
Con il teologo Jaques Dupuis pertanto potremmo dire:
«La Chiesa non ha alcun monopolio del Regno di Dio. Abbiamo visto che i membri delle altre tradizioni religiose sono veramente partecipi del Regno di Dio presente nella storia e che le stesse tradizioni religiose possono contribuire all’edificazione del Regno di Dio non soltanto fra i loro membri, ma nel mondo. Se la Chiesa è nel mondo “il sacramento universale” del Regno di Dio, anche le altre tradizioni esercitano una certa mediazione sacramentale di questo Regno, differente senza dubbio, ma non meno reale» [14].
La religiosità e le religioni costituiscono dunque per la teologia cattolica aspetti dell’umanità, che meritano ben più del semplice rispetto, rispetto concesso talvolta con riserva a causa delle deformazioni che possono aver presentato in passato e a cui possono essere soggette ancora oggi. Da queste deformazioni neanche il cristianesimo è stato o è esente. Ed è da queste deformazioni che si originano i “fondamentalismi” che paradossalmente appaiono privi del vero fondamento che va ricercato e accolto nell’ordine dello spirito e non in quello della carne. Perché esiste una religione carnale che questo Verbo lo ha smarrito o non lo ha mai udito o mai individuato tra le tante voci del mondo che gridano più forte parole cariche di rabbia, di contrasto, di guerra, di morte. Questo Verbo invece si presenta e si percepisce come un lieve sussurro, come il mormorio di un vento leggero, il mormorio di una “parola sottile”, stando all’esperienza di Elia tramandata dalla Bibbia (1Re 19,12), perché non è un urlo di guerra, un grido che incita alla battaglia per la conquista di qualcosa di materiale, ma uno spirito acuto e sottile, una spirituale “spada a doppio taglio” che penetra nell’animo umano per trasformarlo e pacificarlo, per aprire il cuore all’accoglienza dell’altro allo stesso modo in cui si desidera essere accolti dall’Altro: Il monito cristiano è che non si può amare l’Altro se non si ama simultaneamente l’altro.
Non per nulla Gesù, che criticava i capi religiosi del suo tempo, accusava i farisei di aver annullato la parola di Dio per dare precedenza alle loro tradizioni umane: «Siete veramente abili nel rifiutare il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione» (Mc 7, 8-9). È un’astuzia della religione quella di far passare per istituzione divina le tradizioni umane, i valori culturali particolari, le astrazioni dogmatiche, la morale sacrale-sacrificale, che a dispetto delle motivazioni sublimi, metafisiche, nascondono la malizia dei dominatori di questo mondo per l’assoggettamento dell’uomo. Il Dio a cui spesso le morali codificate dalla religione si rifanno è un Dio costruito ad immagine e somiglianza dell’uomo, il condensato di tutte le sue alienazioni, delle sue megalomanie, delle sue smanie di onnipotenza. Un Dio da segregare in un tempio maestoso, degno della sua grandezza, per avere mano libera di agire fuori dal tempio in nome suo ma con perverse intenzioni proprie. Gesù prese di petto tale sistema, la morale ritualizzata degli scribi e dei farisei che davano primaria importanza ai gesti religiosi, ai molti precetti da loro elaborati per cogliere in fallo i “fedeli” e una osservanza formale della legge che neanche loro intendevano osservare, mettendo in sott’ordine l’amore per il prossimo e il rispetto della dignità umana.
Il Verbo proferito da Gesù è che il vero culto non si celebra nel tempio, non è rituale ma esistenziale, perché il vero tempio di Dio è l’uomo vivente. Questo suo Verbo, con cui il cristianesimo non può non fare i conti prima o poi in ogni epoca della storia cristiana, è stato contraddetto e appare imprigionato dentro i significati parziali elaborati dalla cultura. La cultura è oggettivamente tale che noi dobbiamo impararla disimparando la lingua del Verbo. E capita che qualcuno, non addetto al tempio ma attento al logos di quel Verbo alzi la mano, come fa Umberto Galimberti, per affermare con laica parresia di “non credente” che le parole di Gesù non sono state mai messe in pratica dal cristianesimo. Per lui Gesù non è venuto a fondare una religione, ma a mostrare un modo nuovo di vivere, raccontando una possibilità diversa di vita umana sulla terra. «Da troppo tempo sembra sia stato dimenticato» dice! [15].
Eppure c’è chi nell’ambito della galassia cristiana pretende di avere il monopolio dell’osservanza della legge evangelica, accusando gli altri cristiani di inosservanza, di eresia, di collusione con il mondo fattosi ormai “demoniaco”. Di fatto il termine “fondamentalismo”, che ha una certa notorietà perché applicato a senso unico a determinati atteggiamenti dell’islam deprecati da tutti in quanto contrassegnati da intransigenza e violenza, ha matrice cristiana e nasce negli Stati Uniti all’interno dell’altra galassia del cristianesimo protestante tra il 1910-1915. Il termine “fondamentalismo evangelico” oggi si può assimilare alla “destra evangelicale” o al cosiddetto “teoconservatorismo”. A quell’epoca un milionario del Sud della California, Lyman Stewart, pubblicò 12 volumi intitolati The fundamentals (I fondamentali) nei quali cercava di rispondere alla «minaccia» delle idee moderniste dell’epoca, riassumendo il pensiero degli autori di cui apprezzava l’appoggio dottrinale. In tal modo esemplificava la fede evangelicale quanto agli aspetti morali, sociali, collettivi e individuali. Furono suoi estimatori vari esponenti politici e poi, in seguito, anche due presidenti recenti come Ronald Reagan e George W. Bush. Il pensiero delle collettività sociali religiose ispirate da autori come Stewart considera gli Stati Uniti una nazione benedetta da Dio, e non esita a basare la crescita economica del Paese sull’adesione letterale alla Bibbia. Nel corso degli anni più recenti esso si è inoltre alimentato con la stigmatizzazione di nemici che vengono per così dire «demonizzati» [16]. Gli esiti estremi di questa ideologia sono oggi visibili nelle esternazioni e nelle pratiche religiose e politiche del trumpismo improntate ad autoritarismo, disprezzo per i “nemici” in prevalenza “stranieri”, e punizione arbitraria di ogni manifestazione di dissenso.
Col tempo infatti questa ideologia religiosa ha comportato la compenetrazione tra politica, morale e religione e ha assunto toni manichei che suddividono la realtà tra il Bene assoluto e il Male assoluto; quest’ultimo deve essere eliminato con ogni mezzo, presentandosi, in quanto nemico/straniero, sotto la veste di capro espiatorio: tra i soggetti che minacciano il modo di intendere l’ American way of life si sono avvicendati nel tempo gli spiriti modernisti, i difensori dei diritti degli schiavi neri, i movimenti hippy, il comunismo, i movimenti femministi, fino a giungere, oggi, ai migranti, ai musulmani e al pensiero “woke”, particolarmente fastidioso in quanto attento alle disuguaglianze sociali, economiche e culturali, con particolare attenzione ai temi del razzismo, della discriminazione di genere, dei diritti LGBTQ+ e dell’ambientalismo. Un nemico da abbattere con ogni mezzo, sia mediatico – irrisione, calunnia, manipolazione capziosa della realtà – che di natura violenta. Tutto ciò viene fatto passare per esercizio democratico dell’azione politica del governo statunitense che però ha sempre covato nel suo seno l’uovo del serpente. Nella storia degli Stati Uniti gli atteggiamenti di intolleranza risultano periodici, a dispetto della pretesa di essere la grande nazione illuminata dalla fiaccola dalla Statua della libertà, dono della Francia e simbolo di libertà, democrazia e accoglienza, trait d’union tra la civilization dell’America e il Vecchio Continente che intanto, smaltita la sbornia della rivoluzione francese si avviava alla restaurazione sazio di libertà.
Un fenomeno del tutto rimosso e non più menzionato è stato quello del Ku Klux Klan, il cui nome si vuole derivato da uno storpiamento del greco κύκλος (cerchio) e da una modificazione dell’inglese clan, “gente, tribù”, fatto per poter usare la sigla misteriosa KKK. Organizzazione legata a una visione distorta e contorta del protestantesimo che dai primi del Novecento fino agli anni quaranta del secolo scorso vide migliaia di WAPS (White Anglo-Saxon Protestant), principalmente nel sud degli USA, considerare il movimento come la vera fede da imporre con la forza alla nazione. Le loro azioni violente erano rivolte principalmente contro i “negri”, considerati razza inferiore ed estremamente utili nel ruolo socioeconomico di schiavi. Obiettivo delle loro scorribande punitive erano anche ebrei, omosessuali, comunisti e cattolici, che il KKK denominava “papisti”. Riteneva infatti che gli immigrati cattolici provenienti dalla Polonia, dall’Irlanda, dall’Italia e dalla Slovenia non sarebbero mai potuti diventare veri americani, perché troppo legati alla Chiesa di Roma. I componenti del KKK coniugavano i loro comportamenti violenti, moralmente discutibili ed estremi con la convinzione di essere buoni cristiani e che le loro azioni facevano parte di un piano divino. La loro dottrina “religiosa era legata all’interpretazione letteralista dei versetti biblici della Genesi relativi al mito di Noè che dopo il diluvio maledice il figlio Canaan da cui ritiene essere stato oltraggiato:
«Quando Noè si fu risvegliato dall’ebbrezza, seppe quanto gli aveva fatto il figlio minore; allora disse: Sia maledetto Canaan! Schiavo degli schiavi sarà per i suoi fratelli! Disse poi: Benedetto il Signore, Dio di Sem, Canaan sia suo schiavo! Dio dilati Iafet e questi dimori nelle tende di Sem, Canaan sia suo schiavo!» (Gn 9, 24-27).
Sorvolarono sul fatto che Sem è considerato il padre dei semiti. Si ricredettero però quasi subito, fondando al loro interno, tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, una Blach Legion, i cui miliziani indossavano uniformi nere che emulavano le camice nere fasciste.
Al “fondo” di tale fondamentalismo che metteva insieme fanatismo religioso e azione politica c’è stata, al suo sorgere, l’opposizione di alcune sette protestanti al metodo storico critico applicato all’esegesi biblica, preferendo invece il letteralismo che considera il testo sacro intangibile e non soggetto ad alcuna interpretazione che ne metta in discussione l’assolutezza. Il fenomeno, per quanto riguarda il cristianesimo, può essere messo in sincronia con la reazione cattolica antimodernista sorta negli stessi anni, che tuttavia si richiamava, più che all’integrità del testo biblico, al valore assoluto del magistero e alla tradizione ecclesiale. La questione esegetica, tuttavia, sviluppatasi e cresciuta a partire da quegli anni fino al presente, è di capitale importanza per discernere ciò che nei testi “rivelati” appartiene allo spirito del Logos e ciò che invece di umano è stato aggiunto di consuetudini culturali e ideologiche storicamente datate nella diacronia delle trascrizioni dei testi nel corso della “tradizione”. Ogni textus è infatti un tessuto la cui trama è estremamente complessa, e i testi sacri non sono piovuti certamente dal cielo e sono stati soggetti alla manipolazione umana. L’essere umano, infatti, talvolta ritiene di doversi sostituire a Dio quando le sue indicazioni non gli sono congeniali. Il rifiuto illogico di tale complessità è un fenomeno che ha interessato e continua ad interessare le tre religioni cosiddette monoteistiche, anche se in maniera non del tutto uniforme all’interno di ciascuna di esse. Effetti provocati da tale atteggiamento “integrista”, sfociante in fanatismo religioso, sono una reazione critica verso la modernità, verso i processi di secolarizzazione e i tentativi di dare risposte nuove ai problemi del mondo moderno. Si parla così di “fondamentalismo ebraico”, “fondamentalismo protestante”, “fondamentalismo cattolico”, “fondamentalismo islamico”, per stare alle tre religioni monoteiste, ma ci sono anche fondamentalismi nel mondo buddista e in quello indù.
Enzo Pace e Renzo Guolo nel loro libro I fondamentalismi [17] hanno individuato quattro caratteristiche capitali inerenti il fenomeno, da quello islamico a quello ebraico, da quello cristiano a quello delle religioni orientali, con le assonanze e le differenze di movimenti accomunati dalla tensione utopica verso una società governata dalla legge divina: 1) il principio dell’inerranza, relativo al contenuto del libro sacro, assunto nella sua interezza, come una totalità di senso e di significati che non possono essere scomposti; 2) il principio dell’astoricità della verità e del libro che la conserva; 3) il principio della superiorità della legge divina su quella terrena, secondo cui dalle parole scritte nel libro sacro scaturisce un modello integrale di società perfetta; 4) il primato del mito di fondazione: un vero e proprio mito delle origini che ha la funzione di segnalare l’assolutezza del sistema di credenza cui ogni fedele è chiamato ad aderire e il senso profondo di coesione che stringe tutti coloro che ad essa fanno riferimento. È chiaro che da questi assiomi scaturisce il connubio religione-politica, in quanto il libro sacro ne fonda il presupposto che se poteva essere supinamente accettato nel contesto culturale in cui il libro è nato migliaia di anni fa, e nella religione a statuto politico che ne è scaturita, non può più esserlo nel contesto culturale che si è sviluppato a partire dalla modernità e che ha messo in luce il rapporto fede-ragione.
Tutto ciò crea evidentemente inevitabili tensioni e conseguenti conflitti. Infatti ogni fondamentalismo si interessa al vincolo etico che unisce persone che vivono in una medesima società e pone, in modo radicale, il problema del fondamento ultimo etico-religioso della polis che deve fondarsi su un patto religioso, ovvero su una scala di valori ritenuti irrinunciabili e per i quali vale la pena lottare, con una lotta anche armata e al costo della stessa vita del fedele. Il peggio accade quando fondamentalismi di natura diversa si associano per raggiungere obiettivi del tutto mondani, con al vertice il mero profitto economico e il potere politico assoluto, a scapito dei diritti umani, della giustizia, della pace che hanno una certa garanzia nei regimi democratici moderni che oggi appaiono sempre più deboli e inconsistenti. Ma anche l’atteggiamento imperialista e suprematista trova la sua giustificazione: nel novero di un manicheismo politico di cui l’attuale amministrazione statunitense è l’esempio eclatante, si può far riferimento ad una “teologia della prosperità” e alla retorica della libertà religiosa. A sostenere il manicheismo politico c’è il passaggio dall’originale pietismo puritano, basato sull’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber, alla «teologia della prosperità», propugnata principalmente da pastori evangelicali milionari e mediatici e da organizzazioni missionarie con un forte influsso religioso, sociale e politico. Essi annunciano un «vangelo della prosperità», per cui Dio desidera che i credenti che osservano le sue leggi siano fisicamente in salute, materialmente ricchi e personalmente felici [18]. Dio premia i suoi fedeli! Un modello ideologico “geniale” che, mutati i contesti culturali e le credenze religiose confessionali, è stato assunto, sempre per via di quel desiderio mimetico, sia in contesti islamici che giudaici di capitalismo sfrenato.
Da qui si generano le ideologie di “elezione”, di “predilezione”, di “superiorità”, di “purezza razziale” negli universi fondamentalisti, in riferimento all’etnia, allo stato sociale, alla confessione religiosa anche all’interno della stessa religione, al gruppo sociale, allo Stato nazionale. Le combinazioni di questi temi sono infinitamente variegate e i conflitti che hanno innescato nella storia sono giunti sino a noi senza soluzione di continuità e praticamente intatti nella sostanza. Se analizziamo i due più grandi conflitti bellici in corso, quello israelo-palestinese e la guerra russo-ucraina, non possiamo non trovare la miscela dei fanatismi e dei presupposti ideologici cui abbiamo accennato, insieme alla smania di potere assoluto tesa all’annientamento totale del “nemico” che paradossalmente può appartenere alla stessa etnia o condividere lo stesso credo religioso. Le guerre di religione europee si sono combattute tra cristiani di diversa confessione, mentre alla stessa confessione appartengono russi e ucraini. Come dare torto a Galimberti? Semiti sono palestinesi, ebrei e giudei sionisti, come ho mostrato in un precedente saggio [19], abitanti biblici della stessa terra che non è mai stata una terra senza popolo in attesa che qualcuno la occupasse. Semmai la terra d’Israele è stata l’erranza, che gli ha consentito per secoli di portare il proprio verbo tra le nazioni, anche se con scarsi risultati dato il l’atteggiamento di chiusura del loro suprematismo religioso. Ciò che gli è stato dato da Dio come opportunità, essere «luce delle nazioni» (Is 49, 6) e un faro di giustizia, è stato trasformato in antagonismo etnico e integrismo culturale. Dio aveva fatto di tutto per dissuadere Israele a edificare un regno terreno prima che Saul e Davide vi si ostinassero; quando gli anziani d’Israele dissero a Samuele che volevano un re, come tutte le nazioni, Dio rispose che avevano respinto lui e non Samuele, perché non volevano che Dio regnasse su di loro (1Sam 8, 1-9). Il regno nacque come concessione a una richiesta insistente e sbagliata, e nonostante i disastri successivi gli israeliti si sono sempre ostinati a voler diventare una nazione, tradendo con ciò il progetto divino su di loro e quella stessa “diversità” di cui vanno fieri.
L’idolo del nazionalismo che ha già portato tante sciagure all’Europa e al mondo, e che ora viene stolidamente fatto ancora oggetto di culto, può portare la salvezza al popolo di Israele la cui fede biblica condanna qualsiasi forma di culto idolatrico? Ci sono stati ebrei consapevoli che hanno presagito quali enormi “inimmaginabili” sviluppi si sarebbero potuti verificare dopo la Shoah: Israele costretto alla difensiva, in possesso della bomba atomica, si sarebbe potuto trasformare da vittima in carnefice, autore di un nuovo genocidio. Già molto prima della crisi del Golfo Israel W. Charny, psicologo clinico dell’università di Tel Aviv ha avuto il coraggio di esprimere tale premonizione in due libri: Come possiamo commettere l’inimmaginabile? Genocidio cancro umano. E, Verso la comprensione e la prevenzione di un genocidio. Ambedue i testi sono del 1982 [20] e il lezzo del genocidio era già nell’aria inquinata dalla deriva nazionalista sempre più accentuata in cui Israele stava cadendo.
Tutto ciò faceva parte dell’indole culturale che Israele si era costruito lentamente nel corso dei secoli, dopo aver forgiato, a partire dal post-esilio babilonese, il mito del sionismo. Ho già parlato dell’invenzione di una comunità del sangue, di una terra santa, di una lingua santa, di una legge santa come peccato storico della chiusura al mondo che segnò l’ebraismo postesilico nella ricerca di un’ontologia suicida dell’identità assoluta. Di quell’autoghettizzazione che ispirerà il tema del “ghetto” in tutti i momenti e i luoghi delle diaspore, vere o presunte di Israele [21]. Shlomo Sand, professore emerito di storia all’Università di Tel Aviv ne ha fornito un resoconto completo in poco più di seicento pagine nel suo libro L’invenzione del popolo ebraico [22] ove narra come l’ostinazione dello Stato ebraico a volersi considerare unico e suprematista in un Medio Oriente che ritiene proprietà esclusiva degli ebrei del mondo, e non di tutti i suoi cittadini, è condannato a continuare ad esistere in perenne conflitto con l’ambiente circostante, come Hannah Arendt aveva presagito nel 1948:
«Il disinteresse di Israele nei confronti dei palestinesi, che vivono nel suo territorio come cittadini di seconda classe e che subiscono una occupazione senza alcun diritto, mette ripetutamente in discussione l’esistenza di Israele e degli israeliani […] Se Israele continua a considerarsi lo Stato del “popolo ebraico” e non un corpo che rappresenta tutti i cittadini inclusi entro i suoi confini stabili (escludendo, dunque, i territori occupati) non potrà mai essere definito uno Stato democratico» [23].
Il saggio di Sand, pubblicato nel 2008 in lingua ebraica e poi tradotto in 22 lingue, ha provocato un terremoto nell’ambiente storico accademico israeliano, perché in contrapposizione al pensiero unico e dominante fondato sui concetti mitici impiegati in tutte le ricostruzioni del passato nazionale: Popolo ebraico, terra avita, esilio, diaspora, ‘aliyyah (ascesa/immigrazione ebraica in Israele), terra di Israele, terra di liberazione, elezione, purezza razziale; la confutazione di tali presupposti stereotipi da parte di Sand è stata considerata un’eresia. Non che lui lo abbia fatto per qualche sua recondita malevola intenzione; riferisce di aver semplicemente analizzato senza pregiudizi documenti che erano già noti ma che erano stati trascurati, nascosti, dimenticati «perché non si confacevano alle necessità ideologiche di una identità nazionale» [24] fabbricata non sulla verità storica ma su quella che lui definisce «mitostoria» [25].
Nella demolizione sistematica dei miti dell’ideologia sionista con metodo storico critico Sand rintraccia la nascita e lo sviluppo del sionismo moderno nell’ambito culturale del risveglio dei nazionalismi europei nella seconda metà del XIX secolo, in particolare nella zona tra Vienna e Odessa, insieme ad altre ideologie identitarie:
«Proprio come gli altri nazionalismi che iniziavano a prendere forma accanto ad esso, il sionismo può essere letto come un tentativo di assimilazione collettiva alla modernità da parte di quegli ebrei di lingua e cultura yiddish rimasti confinati per anni nelle città e nei villaggi della Polonia, dell’Ucraina, della Lituania, della Russia e della Romania» [26].
Sono gli ebrei chiamati oggi askenaziti, discendenti delle comunità ebraiche che si stabilirono nel Medioevo nella valle del Reno, nell’area franco-tedesca e che ancora oggi parlano lo yiddish, strano miscuglio di ebraico, aramaico, tedesco e lingue slave. Se da una parte questa strana identità, questa “diversità” degli askenaziti provocò nei nascenti nazionalismi europei sentimenti antisemiti, dall’altro il loro influsso provocò tra gli ebrei il desiderio “mimetico” di individuare una loro nazione ideale, «immaginata come una grande e antica famiglia unita da legami di “sangue» [27]. La questione del tutto ideale del “sangue puro” non era del tutto nuova, era sorta nel post-esilio babilonese, documentata con il divieto dei matrimoni misti nei libri di Esdra e Neemia come fonte del giudaismo e fondamento storico del sionismo successivo; una vera e propria ossessione, una sorta di velleità metafisica per il nascente sionismo costretto «ad aggrapparsi a un’identità etnoreligiosa o etnobiologica, esattamente come avevano dovuto fare gli altri nazionalismi europei» [28].
Slomo Sand conclude dicendo che la biologia ebraica era volta principalmente «ad una separazione dagli altri […] era infatti al servizio di un progetto di isolazionismo nazionale, “etnico” al fine di preservare l’identità avita ed entrare in possesso dell’antica patria immaginaria» [29]. Il lato paradossale di queste aberranti posizioni integriste è costituito dal fatto che Arthur Ruppin, fervente attivista del sionismo nascente e darwinista convinto, sostenitore di un’entità biologica costitutiva della nazione ebraica, della “razza ebraica”, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale mantenne rapporti accademici con il fiorente mondo dell’eugenetica tedesca; dopo la presa del potere da parte di Hitler, Ruppin aveva fatto visita allo scienziato nazista «Hans Günter, “sommo pontefice” della teoria della razza […] e in seguito architetto dello sterminio degli zingari, rimanendo poi negazionista fino alla fine dei suoi giorni [1968]» [30]. A questo punto c’è da chiedersi se l’antiscientifica teoria della superiorità della “razza ariana” propugnata dai nazisti con i risvolti criminali che conosciamo, non abbia tratto ispirazione da quella della unicità biologica di Ruppin che auspicava la sistematica separazione “etnica” del popolo ebraico per disegnare una solida fisionomia dell’erigendo Stato di Israele.
Israele come una nuova Sparta, nazionalista, suprematista, autarchica, come propugnato dall’attuale primo ministro del governo genocidario sionista; il disprezzo suprematista suo e dei suoi ministri nei confronti del popolo palestinese, il freddo e lucido cinismo che in maniera continuata ha segnato per due anni le loro azioni di sterminio, la crudeltà inumana della furia distruttrice delle strutture vitali del territorio palestinese, l’accanimento calcolato e mirato contro civili inermi, la crudele loro segregazione in un grande campo di concentramento a cielo aperto, la privazione punitiva di soccorsi, acqua, cibo, sembrano avere qualcosa in comune con il disprezzo e il diabolico odio razziale dei nazisti nei confronti degli ebrei. È difficile leggervi uno spirito di rivalsa di impronta “mimetica” che lega con un illogico filo insanguinato il rancore per la Shoah alla vendetta della Nakba? La Shoah usata come alibi per accusare di antisemitismo quanti si sono indignati e ribellati alla vista dello sfacelo, senza riuscire a scalfire la cattiva coscienza dei potentati planetari che vedono nella rinascita dei nazionalismi l’occasione propizia, subdolamente programmata, per accrescere i loro poteri in maniera illimitata, magari paventando lo spauracchio di nuovi nemici per l’ingaggio di nuove guerre e redditizi commerci di armi?
Quando pubblicava il suo poderoso saggio, nel 2008, Sand era convinto che «i miti nazionali hanno da tempo allentato la presa» [31] e almeno in questo si sbagliava. Era convinto che la sua opera di demitizzazione potesse produrre una sorta di rinsavimento nell’ethos collettivo. È stato troppo ottimista. Non ha tenuto conto di quel deposito di violenza nascosto nell’essere umano di cui parlarono Einstein e Freud, quell’istinto di morte che soverchia il desiderio di rintracciare quel Logos dirimente ogni belligeranza anche all’interno delle religioni, specie le monoteistiche che sono state ispiratrici forse inconsapevoli delle velleità suprematiste dei nazionalismi e degli assolutismi che costellano la storia. Nessuna delle tre è senza peccato, e il loro cammino di conversione non è completamente concluso, né nella loro complessità né, tanto più, all’interno delle costellazioni che le costituiscono, belligeranti anch’esse per la smania di predominio ideologico da sfruttare ai fini del dominio politico. Bisogna riflettere sul fatto che l’atteggiamento appena descritto dell’attuale nazionalismo sionista, apertamente ispirato ad una mitologia religiosa di copertura, sia anche ispirato mimeticamente alla pretesa universalistica sia cristiana che islamica.
Sia cristiani che musulmani, nella diacronia dei processi di sviluppo socio-politici hanno avanzato un’arrogante pretesa di universalità, predicando e praticando molto poco dottrine di pace e molto più ideologie di guerra. Non solo nell’islam, ma anche nel cristianesimo, soprattutto in quello d’impronta cattolico-romana, si ribadiva, almeno sino all’avvento del Vaticano II, che la propria religione fosse in pieno possesso della verità, che fosse superiore alle altre religioni, che dovesse informare o al limite condizionare le leggi dello Stato in modo tale che i popoli potessero vivere conformemente ai precetti di Dio e così creare una società omogenea che idealmente potesse comprendere tutti gli uomini della terra. Posizione più o meno identica è quella dell’islam nella sua globalità, che ha come fine la sottomissione universale al suo credo, per un ideale panislamismo. La differenza tra le due posizioni consiste nel fatto che il cristianesimo, almeno nelle confessioni più grandi e più ispirate dallo spirito del Logos evangelico, ha riconosciuto di essersi allontanato dal suo messaggio originario, fondato sulla non violenza, sulla mitezza, sul perdono dei nemici e sul precetto di “operare” la pace, mentre l’islam può ancora invocare le parole del suo Profeta per legittimare il ricorso alla violenza e alla guerra.
È un fatto innegabile che i plurimi appelli al jihad armato da parte di gruppi estremisti islamici di differenti correnti religiose di appartenenza, sia sunnite che sciite, provochino diffidenza nei confronti dell’islam in generale e sentimenti di reazione e paura che si traducono in anti islamismo teorico e pratico. Il conflitto medio orientale, almeno dalla costituzione dello Stato di Israele nel 1948, fino al presente, non ha conosciuto soste. Anche nell’islam come nel cristianesimo e nel giudaismo molti elementi di “mitostoria” andrebbero analizzati criticamente per smascherare assunti dogmatici fondamentalisti che ad esempio nell’islam contrappongono Dar al-Islam (Casa dell’Islam) a Dar al-harb (Casa della guerra), cioè a tutti gli altri territori extra-islamici che possono essere oggetto di jihad e di legittima conquista e dominio politico. Il giudaismo sionista, dal suo canto, ricorre ancora ad alcune narrazioni della mitologia biblica per accampare il diritto a possedere la terra “dal fiume al mare”, in concorrenza mimetica con i palestinesi. Due concezioni religiose che, ritengo, solo da una minoranza fideistica possono essere considerate “calate dal cielo”, mentre in gran parte costituiscono un pretesto dogmatico per sostanziare le brame di potere politico con il risultato della catastrofe umanitaria occorsa per la liquidazione del diritto e della semplice umanità. Dai tempi più remoti quella terra è stata un crogiuolo di popoli di cui la Bibbia fornisce un resoconto dettagliato.
Ambedue le narrazioni mitiche considerano “normale” l’uso della violenza, la legittimità della razzia, la legalità della vendetta, l’umiliazione del nemico fino al suo annientamento. Azioni che vengono ritenute volute da Dio. Lo stesso Dio che ha promulgato il comandamento «non uccidere» in maniera lapidaria e senza altre clausole o eccezioni. Se questi ideologici estremismi radicali potessero essere rimossi, cosa ci sarebbe di meglio e di più pacifico di un unico Stato come tanti altri Stati del mondo dove popoli di fedi diverse e di diverse etnie possano organizzarsi politicamente e vivere insieme democraticamente? La soluzione irrealizzabile ripetuta come un mantra di “due popoli due Stati” è non solo irrealizzabile al momento, a causa dell’intransigenza suprematista israeliana, ma denota, scandalosamente, l’arroccamento delle due posizioni su uno spirito tribale arcaico che nessuna razionalità moderna può condividere, tanto più che si tratta di due etnie semite, imparentate da una comune ascendenza biblica abramitica. Ma l’irrazionalità dei fondamentalismi e il dogmatismo delle ideologie sono più forti dell’intelligenza.
Per quanto riguarda la considerazione delle espressioni bellicose presenti nel Corano, non meno di quelle che si trovano nella Bibbia, bisognerebbe appurare la disponibilità dei teologi musulmani a rivedere, come propone il teologo cattolico Christian W. Troll, la lettura integralista e monolitica del Corano a proposito del rapporto tra la umma (la comunità dei credenti) e gli altri popoli e le altre fedi. In particolare capire come giustificano e come interpretano la relazione tra le sure meccane del Corano e quelle medinesi. David Marshall parla di un «passaggio dall’impotenza al potere» [32]. La rivelazione coranica, avvenuta nell’arco di 23 anni, inizia con la permanenza di Maometto alla Mecca, in stato di accusa, di incomprensione e di opposizioni tali da permettergli il semplice “annuncio” della nuova fede, per proseguire poi a Medina, dopo l’egira, fino alla sua morte, in una condizione di forza e di supremazia: «in questo modo Maometto compì il passo dalla semplice predicazione alla lotta con i mezzi della forza fisica» [33]. L’affermazione dell’islam accadde con una serie di guerre che costituirono una svolta nei contenuti della rivelazione coranica. Mentre le sure meccane sono più pacifiche e concilianti nei confronti di ebrei, cristiani e non credenti, quelle medinesi sono più belligeranti e si nota un linguaggio più crudo e violento, oltre ad un nuovo atteggiamento di rivalsa nei confronti degli “infedeli” tra i quali anche ebrei e cristiani vengono ascritti. Si può giustificare tale cambiamento di paradigma con la semplice contingenza storico-culturale in cui il Profeta venne a trovarsi nel diffondere il suo zelo religioso? In caso di risposta affermativa, però, ci si deve porre una domanda teologica: «può il credente collegare la legittimazione dell’impegno del potere politico e della forza militare da parte del Profeta e del Corano con la loro pretesa di possedere una validità religiosa definitiva?» [34].
Da un punto di vista biblico e cristiano, infatti, l’uso della forza e della violenza perdono la qualità della verità e della giustizia che esse intendono attuare. Una lettura sociologica corrente attesta che quando i musulmani si trovano in territorio non islamico e in posizione di minoranza considerano tale stato provvisorio e lo legittimano con le sure meccane che sono volte all’annuncio pacifico; ma «tale situazione va coerentemente considerata come un contesto che a lungo andare essi non possono accettare o approvare. Dalla dinamica della logica della carriera del Profeta e dalle corrispondenti sure del Corano risulta piuttosto il dovere di spingere le cose verso la realizzazione del paradigma medinese e di effettuare il passaggio che Maometto e la umma iniziale per primi effettuarono» [35], ossia quello della guerra per imporre il loro credo. Un lavoro decostruttivo e di demitizzazione dovrebbe condurre i musulmani a considerare le contingenze storiche che riferiscono violenza per quelle che sono, senza più considerarle legate alla volontà divina, ad una normativa metafisica che ne prescrive la reiterazione. Nella Bibbia ebraica, e questo è insieme un tratto comune e distintivo, la violenza della natura e dell’uomo sono il contrassegno della realtà terrena. Ecco perché gli atti di violenza e le guerre vi sono raccontati in modo crudo e diretto, e sicuramente non perché vengano ripetuti. I libri biblici tematizzano spesso la violenza e mettono gli uomini a confronto con la loro natura violenta che ha provocato l’omicidio fratricida di Abele, fino all’assassinio di Gesù. Questa violenza viene tuttavia fortemente condannata dallo stesso Jahvè che la denuncia per bocca dei profeti aprendo ad una visione escatologica di una pace finale tra tutti i popoli. Una visione che esclude ogni particolarismo e ogni fondamentalismo religioso. La Bibbia contiene un messaggio universale che prevede la salvezza per tutti i popoli e per tutti gli uomini, perché in tutti gli uomini c’è l’immagine di Dio, ragione per cui vanno rispettati. I testi di Michea e di Isaia che insistono sulla giustizia e la pace dovrebbero essere riletti dall’odierno Israele in quanto costituiscono la condanna del suo attuale operato che è assolutamente contrario alla volontà di Dio. «Chi salva una vita salva il mondo intero» si legge nella Mishnà ebraica [36], principio vitale che viene recepito e ampliato dal Corano in cui si rilevano innegabili influssi biblici:
«Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I Nostri Messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra» (Sura 5, 32).
Credo sia impossibile chiedere ragione ai musulmani dell’attualità di questo principio teologico, a partire dalle forti differenze confessionali che segnano l’islam e dalle forti sperequazioni sociali ed economiche che segnano i popoli musulmani che non godono di nessuna solidarietà nella fede, come l’abbandono a se stesso del popolo palestinese da parte dei popoli arabi ricchi ha dimostrato. Chi tra di loro è lanciato adesso alla testa della conquista del mondo per attuare il progetto panislamico? I sunniti della penisola arabica, i persiani sciiti dell’Iran, i turchi, i pakistani, i palestinesi, gli egiziani, i musulmani immigrati in Europa, i sunniti e gli sciiti insieme? Non è accaduto piuttosto che fondamentalismi religiosi e fondamentalismi nazionalistici si sono consorziati per distruggere il popolo palestinese indipendentemente dal suo credo religioso in prevalenza musulmano? Capro espiatorio interno all’islam, straniero nell’islam, “diverso” per censo nell’islam? Scartato come popolo paria a partecipare alle trattative di “pace”, a dire una parola sui desideri del proprio futuro? Così si è realizzato un prodigio “ecumenico”, l’ecumenismo interreligioso della violenza e della morte: ebrei, cristiani occidentali e musulmani capitalisti hanno trovato nel popolo palestinese il capro espiatorio da immolare sull’altare della loro politica imperialistica da foraggiare con l’industria bellica ora più che mai in fiorente espansione. Ed ora che tutto è distrutto, ora che c’è un popolo non solo senza terra ma senza casa, i potenti adunati fingono sentimenti di filantropica compassione e di ipocrita pacificazione, mentre progettano la spartizione di un territorio che dovrà impinguare ulteriormente la loro insaziabile rapacità. A questo proposito il vangelo di Gesù Cristo è molto chiaro: «dove sarà il cadavere là si raduneranno insieme anche gli avvoltoi» (Lc 17, 37).
L’antropologia storica ci insegna che ci sono sempre state, sin dai tempi più remoti, guerre intraprese soprattutto al fine di catturare, come suggerivano particolari credenze, la forza (mana) degli avversari, oppure per puro prestigio, per spirito di superiorità, o per ristabilire un ordine divino che si riteneva fosse andato distrutto. Anche in questi casi una credenza religiosa serviva un ancestrale spirito di dominio. Le “guerre sante” sono state compiute con pretesa missionaria, per conto della divinità, non sempre trascendente, ma di consistenza idolatrica come la “civiltà” da portare con spirito falsamente filantropico a popoli barbari e arretrati. Questa religione idolatra e “civile”, perfettamente laica, come il colonialismo, conviveva pacificamente, e ancora convive, con una religione istituzionale di supporto. Quando i colonizzatori bianchi dell’America latina o del Nord America e dell’Australia sterminavano gli indigeni, gli “indiani” e gli aborigeni, quando i capi coloni tedeschi massacravano in Namibia decine di migliaia di Hereros, quando i soldati britannici facevano fuoco sulle folle di indiani in protesta, quando l’esercito israeliano ha fatto per decenni quello che in maniera più eclatante ha fatto adesso a Gaza, armando anche i suoi coloni per eliminare il “fastidio” dei palestinesi, o quando l’esercito turco ha compiuto il genocidio degli armeni, neanche in questi casi il mondo civilizzato ha aperto bocca, e Shoah e Nakba sono state accomunate dall’indifferenza, dalla reticenza, dalla complice pavidità dei sistemi politici moderni prima e postmoderni poi. Gli eredi di quei misfatti adesso siedono ad un tavolo egiziano di pace senza giustizia, perché non ci sarà un’altra Norimberga per assicurare alla giustizia il nuovo Gedeone dei sionisti e il neo zar, tanto devoto, della Santa Russia ortodossa. Ormai il diritto alla dignità umana è stato sotterrato e il suo monumento funebre è l’edificio marmoreo dell’ONU. Anche la dignità dei politici che governano il mondo è ai minimi storici e la loro tracotanza tenta di mascherare la loro incapacità di essere semplicemente umani.
In un mondo ormai completamente laicizzato, nel quale anche la pratica religiosa ha in prevalenza soltanto accenti formali, ritualistici e superstiziosi, quanti hanno espulso Dio dalla loro vita e dal mondo che abitano corroborano la loro impressione che le religioni sono incredibili, perché i risultati delle loro azioni sono distruzione e morte. Le religioni profetiche dovranno diventare più profetiche per essere credibili, invece di giocare al predominio e praticare un formale dialogo senza fondamenti. A livello teologico sappiamo che i tre “monoteismi” sono incompatibili, malgrado ci si arrampichi sugli specchi per trovare un elemento di congiunzione solido. In un precedente studio [37] ho creduto di ritrovarlo nel diritto e nella giustizia, due pilastri che formano il vestibolo della pace. Gli eventi catastrofici di questi ultimi tempi mi hanno fatto capire che se i tre monoteismi non riscoprono la loro fede profetica che anela alla pace, non c’è futuro, non soltanto per loro ma per l’umanità intera. Da cattolico posso dire che il magistero di papa Francesco mi ha rincuorato, ha riacceso un barlume di speranza per riattizzare il fuoco di uno zelo buono, pacifico e misericordioso. In ordine alla realizzazione della pace il suo è stato un grido forte, chiaro, quotidianamente reiterato, anche se i suoi appelli non solo sono caduti nel vuoto, ma sono stati criticati e disprezzati dai potenti di questo mondo che ipocritamente hanno poi partecipato al suo funerale, forse per accertarsi che fosse veramente morto. Loro hanno in odio la profezia che mette a nudo la malizia che li muove.
Riusciranno le tre religioni profetiche ad essere la coscienza critica della società globale? Potranno con-correre a denunciare ed eliminare tutte le situazioni negative e i contrasti sociali di questo mondo? Riusciranno a trovare il logos di quel Verbo che dice di colmare l’abisso tra poveri e ricchi, tra padroni e sfruttati, privilegiati e diseredati? Se ritroveranno l’ethos di quel logos che non è confessionale, né religioso, né laico ma divino ed umano ad un tempo, datore di vita luminosa, come è esplicito nella rivelazione cristiana (ἐν αὐτῷ ζωὴ ἦν, καὶ ἡ ζωὴ ἦν τὸ φῶς τῶν ἀνθρώπων, Gv 1,4), saranno capaci di richiamare alla loro responsabilità etica gli Stati per il bene dell’umanità intera, richiamandoli alla necessità della condanna della guerra senza esitazioni e stigmatizzando con vigore spirituale ogni governante, ogni istituzione che intralcia il progredire della pace come patrimonio vitale dell’umanità?
Il loro dovere profetico è quello di confidare nella potenza della parola di Dio che a causa della stoltezza umana patisce violenza: chiosata senza verità, manipolata con astuzia tale da distorcerne il senso, offuscata dalle tradizioni religiose che l’hanno resa un idolo muto, rinchiusa in teche preziose, venerata e incensata nella materialità del suo supporto, e così tacitata. Bisogna invece farne ascoltare la forza dirompente di condanna della falsità e di critica alle ideologie, agli integrismi, ai fondamentalismi, alle dittature di ogni genere che di Dio vogliono prendere il posto; monito severo ai prepotenti e agli arroganti che siedono nei primi posti delle sinagoghe, delle chiese, delle moschee. Fatto questo, tutto il resto è confessionale, appartiene alla tradizione di ciascuno e che ciascuno deve rispettare senza pretendere di imporla all’altro e rispettando quella dell’altro; poiché nella diversa tradizione dell’altro può vedere l’amore per Dio che si traduce in quello per l’uomo. Solo una pace interreligiosa fondata sul credo in una giustizia autentica potrà essere catalizzatrice di una pace perpetua.
So perfettamente che ha dell’utopico quanto sto dicendo, ma so anche di essere in buona compagnia. A chiusura del suo saggio Per la pace perpetua Kant afferma:
«Se c’è un dovere, e se insieme ad esso esiste una fondata speranza di rendere reale lo stato del diritto pubblico, pur solo in una progressiva approssimazione all’infinito, allora la pace perpetua, che segue quelli che finora falsamente sono stati chiamati trattati di pace (in realtà solo degli armistizi), non è un’idea vuota, ma un compito che, risolto a poco a poco, si fa sempre più vicino alla sua meta (poiché i tempi in cui succedono progressi uguali diventano sperabilmente sempre più brevi)» [38].
Sono passati 230 anni da questo saggio che indaga teoreticamente la natura conflittuale dell’essere umano, e ciò che è progredito è probabilmente una maggior consapevolezza della questione grazie alla ragione e alla fede cristiana che da essa è accompagnata. Lo sforzo dell’Occidente, il suo culturale jiad, dovrebbe essere quello di ritrovare lo scopo della sua missione emblematicamente collocato tra Atene e Gerusalemme. La sua estraneità e la sua quasi totale mancata incidenza nella conduzione dei conflitti che hanno insanguinato il mondo da più di un secolo ad oggi, è da attribuire a quell’espulsione di Dio e del suo Logos di cui ho parlato più sopra. Dal suo bimillenario panorama culturale, ora, sono scomparsi la fede e la ragione, sostituiti da una religione vuota e dalla bieca opinione che Socrate cercava di correggere. Incapaci di considerare il carattere trascendentale di fede e ragione dobbiamo tornare agli utopici luoghi che le hanno originate in concordia discors, per riplasmare l’assetto umano deformato da quel peccato violento che è l’amore di sé e l’odio dell’altro. Gerusalemme o Atene? Profetismo o filosofia? Rivelazione o ragione? Ascolto del comandamento divino che si dà nella Legge o ricerca dei principi immutabili che reggono la realtà? Aut aut o et et? Sono gli interrogativi retorici che hanno accompagnato la ricerca “d’altro” di Emmanuel Lévinas e che trovano risposta nella prospettiva ermeneutica della riflessione del filosofo ebreo Leo Strauss che può risultare valevole ed utile anche per noi. Gerusalemme e Atene, due prospettive, spesso in conflitto, che però hanno contribuito a definire la filosofia e la politica occidentale, portando a un intreccio indissolubile tra fede e ragione:
«Le speranze che serbiamo nonostante la confusione e i pericoli del presente si fondano tutte, in positivo o in negativo, direttamente o indirettamente, sulle esperienze del passato. Di queste esperienze, le più vaste e profonde sono per noi, uomini occidentali, quelle evocate dai nomi di due città: Gerusalemme e Atene. L’uomo occidentale è divenuto ed è quello che è oggi grazie all’incontro tra fede biblica e pensiero greco. Per comprendere noi stessi, per illuminare il cammino ancora non percorso, ma che il futuro ci riserva, dobbiamo comprendere Gerusalemme e Atene» [39].
Messaggio profetico e logos greco alla base di una nuova cultura: perché l’intelligenza di una fede “per la salvezza dell’uomo” possa vincere l’ottusità e la violenza inumana di ogni fondamentalismo; una cultura che sia ponte per superare l’aporia che ci separa dalla via della pace, o semplicemente dalla via che è la pace.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] M. Recalcati, La legge del desiderio. Radici bibliche della psicoanalisi, Einaudi, Torino 2024.
[2] Ivi: VII-VIII
[3] Cf. C. W. Troll, Distinguere per chiarire. Come orientarsi nel dialogo cristiano-islamico, Queriniana, (gdt 337), Brescia 2009: 97.
[4] M. Recalcati, cit.: IX-X.
[5] R. Girard. Violenza e religione. Causa o effetto?, Raffaello Cortina, Milano 2015: 9.
[6] Ivi: 11.
[7] Ibid.
[8] Ivi:17.
[9] Ivi: 25.
[10] Il testo del carteggio in S. Freud – A. Einstein. Perché la guerra, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
[11] Cit. in M. Recalcati, A pugni chiusi. Psicoanalisi del mondo contemporaneo, Feltrinelli 2025: 349.
[12] E. Lévinas, Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, Milano 2016: 31.
[13] Ad Gentes, Decreto del Concilio Vaticano II sull’attività missionaria della Chiesa.
[14] J. Dupuis, Il cristianesimo e le religioni. Dallo scontro all’incontro, Queriniana 2020, (gdt 283): 402.
[15] cf. U. Galimberti – L. Monti, Le parole di Gesù, Feltrinelli, Milano 2023.
[16] Cf. A. Spadaro – M. Figueroa, Fondamentalismo evangelicale e integralismo cattolico. Un sorprendente ecumenismo, «La Civiltà Cattolica», quaderno 4010, 13 luglio 2017.
[17] E. Pace – R. Guolo, I fondamentalismi, Laterza, Bari 1998.
[18] Cf. A. Spadaro – M. Figueroa, cit.
[19] L. Di Simone, La terra di Israele. Una divisione originaria, in «Dialoghi mediterranei» 66, marzo 2024.
[20] I. W. Charny, How can we commit the unthinkable? Genocide: The human cancer, Boulder/Col 1982; Id. (a cura di), Toward the understanding and prevention of Genocide. Proceedings of the International Conference on the Holocaust and Genocide, Tel Aviv 1982, Boulder/Col, 1984.
[21] L. Di Simone, La terra di Israele, cit.
[22] S. Sand, L’invenzione del popolo ebraico, Mimesis, Milano – Udine 2024.
[23] Ivi: 14-15.
[24] Ivi: 18.
[25] Cf. in ivi, il capitolo “Mitostoria”: In principio Dio creò la nazione: 231-244.
[26] Ivi: 463.
[27] Ivi: 465.
[28] Ivi: 468.
[29] Ivi: 486.
[30] Ivi: 485.
[31] Ivi: 16.
[32] Cf. C. W. Troll, cit.: 211.
[33] Ivi: 232.
[34] Ivi: 234.
[35] Ivi: 212.
[36] Mishnà, Trattato Sanhedrin 4,5.
[37] L. Di Simone, La radice unitaria delle tre religioni abramitiche. Storia, antropologia, teologia, in «Dialoghi Mediterranei» n. 69, settembre 2024.
[38] I. Kant, Per la pace perpetua, Feltrinelli, Milano 202532 :103.
[39] L. Strauss, Gerusalemme e Atene. Studi sul pensiero politico dell’Occidente, Einaudi, Torino 1998: 3.
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Leo Di Simone, teologo, scrittore, liturgista, esperto di musica liturgica e di arte sacra, è Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia (PATH). Ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo, docente e Direttore della Scuola Diocesana di Teologia e della Biblioteca diocesana. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Attualmente è anche Referente diocesano per il Sinodo. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti – Firenze): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003); Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018). Nel campo dell’innografia liturgica ha pubblicato con le Edizioni Paoline due volumi di inni: O fonte della luce; O Cristo splendore del Padre.
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