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La Sindone del Risorto. Una ricapitolazione contro il pregiudizio

La Sindone nel sepolcro vuoto

La Sindone nel sepolcro vuoto

di Leo Di Simone

Può risuonare senz’altro incredibile alle orecchie dell’intelligenza culturale del nostro tempo l’affermazione di Pavel Florenskij proferita più di cent’anni fa, e cioè che «la cultura, come risulta chiaro anche dall’etimologia, è un derivato del culto». Nello specifico: «la fede determina il culto e il culto la concezione del mondo, da cui deriva la cultura» [1]. Chi non conosce bene Florenskij può pensare si tratti di un’uscita fideistica di un prete ortodosso martire del bolscevismo sovietico [2]; ma si deve tener conto della vastità e profondità delle sue competenze come matematico e fisico, filosofo, teologo, ingegnere elettrotecnico, studioso di filosofia del linguaggio, di semiologia e semiotica, di mistica e liturgia e tanto altro.

A partire dall’assunto su espresso Florenskij elaborò l’imponente opera Filosofia kul ‘ta (La filosofia del culto) [3] lontana da schemi concettuali astratti come pure da metafisiche dell’assoluto. Tutto si origina nella sua riflessione dal rapporto tra mito e culto, tra culto e cultura, tra nascita della filosofia e origine religiosa della cultura. Più di un secolo fa Florenskij aveva intuito – insieme ad alcuni altri profeti del primo ‘900 – i pericoli dell’immanentismo e del ferreo razionalismo che provocavano la tensione tra scienza e religione, tra ragione e fede, con la conseguente apertura del “deserto nichilista” che si è espanso fino ai nostri giorni. Ed oggi i cieli sono privi di ogni segno divino. Il mondo è omogeneo nella sua mutevolezza senza scopo. La stessa vita umana, in questo oscuro lembo dello spazio, appare un episodio tra un nulla eterno del prima e un nulla eterno del dopo.

La cultura presente ha infatti rinunciato al culto, ha soffocato e sepolto la sua origine, e con ciò il sistema simbolico col quale si rappresentava il mistero della vita eterna è stato annullato. È andato perduto anche il linguaggio che esprimeva l’antico messaggio e l’esperienza cultica. Perché il culto è nato in tutte le culture, determinandole, come esperienza del superamento del limite della morte, ponte per l’oltre, ribaltamento dell’assioma esistenziale vita verso morte e ritrovamento di una nuova e vitale direzione, dalla morte verso la vita. Questo fenomeno, rilevato da costanti antropologiche, è divenuto peculiare nel cristianesimo, ne rappresenta l’ontologia, il cuore pulsante, la sua fede nella vita eterna offerta da Gesù di Nazareth e icasticizzato nella sua Resurrezione.

Nel rovesciamento della prospettiva il cristianesimo con la metanoia del suo culto ha dato origine a quella che Florenskij ha definito cultura «contemplativo-creativa», caratterizzata da un rapporto interiore con la vita; cultura sempre avversata dall’altra, dal carattere dominante, paga di un rapporto esteriore e calcolatore con la vita, da lui denominata «rapace-meccanica». Due prospettive di senso e due metodologie in ordine alla conoscenza: una via contemplativo-simbolica come apertura dello sguardo al mistero dell’esistenza indisponibile alla ragione e sempre eccedente la ragione, in contrapposizione ad una conoscenza di stampo logico-dimostrativo finalizzata al dominio rapace del mondo e delle sue creature [4].

La contrapposizione, sin dal sorgere del cristianesimo, ha assunto carattere esistenziale di portata universale ed è stata descritta dall’Apocalisse in maniera emblematica. La lotta furibonda che il testo giovanneo descrive è finalizzata all’annientamento di Gesù Cristo, del suo messaggio, della sua opera di redenzione, della sua vita. Gesù stesso lo definì «odio del mondo», dicendo ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate bene che prima di voi ha odiato me [...] Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi» (Gv 15, 18.20). L’odio per Cristo, in definitiva, è lotta contro la vita, vita eterna nel linguaggio gesuano (ζωή αιώνιος) anch’essa eccedente il mero assetto biologico. Quella vita che il culto sin dalle origini ha inteso celebrare con riti funerari. Gli antropologi documentano la presenza di sepolture a ridosso degli insediamenti abitati; la civiltà è nata come risposta piena di venerazione per la vita, contro la morte.

Ai nostri giorni, però, la necropoli si è allargata, sta per fagocitare la vita, mentre il paradigma cristiano diviene sempre più marginale e non riesce ad incidere per l’affermazione della vita. Ma questo porterebbe ad altre considerazioni, che concernono in primis, la riduzione della cultualità cristiana a vacuo ritualismo routinario e il depauperamento del suo corredo simbolico che ne hanno prodotto l’irrilevanza. Questa premessa, invece, vuole focalizzare l’odio del mondo nei confronti di Gesù Cristo. Un odio subdolo e non confessato apertamente, almeno sul piano noetico, dato il valore universalmente noto del suo sempre inattuale messaggio, cui si riconosce quantomeno una portata filantropica quanto utopica, anche se con poca ricaduta etica. La manovra di opposizione consiste invece nel denigrare il ruolo salvifico della sua manifestazione storica, per ridurlo a velleità irrazionale e consegnarlo alla forma omologante di un nichilismo sempre più ideologizzato. Lo dice bene Pierangelo Sequeri nel suo libro Contro gli idoli postmoderni: 

«Il tentativo di annichilire il cristianesimo lavora certamente per il nichilismo – dovunque accada. Lo svuotamento dell’incarnazione di Dio fa regredire la religione e l’ominizzazione: indisgiungibilmente. Per questo, noi per primi ci dobbiamo purificare col fuoco, pur di restituire all’Evangelo il suo onore. Non solo la sua verità. L’Occidente, del resto, ha covato a lungo il suo uovo di serpente. Puntuale, arriva la sua moria dei primogeniti» [5].
Apocalisse di Enrico il drago minaccia la donna, 1000-1020, Bambergastaatsbibliothek

Apocalisse di Enrico il drago minaccia la donna, 1000-1020, Bambergastaatsbibliothek

E dall’uovo è uscito, con pelle nuova, l’antico drago apocalittico, la bestia che proferisce «parole d’orgoglio e bestemmie contro Dio» (Ap 13, 5-6). Mentre il popolo ammaliato dalla sua parola si diletta a fabbricarsi vitelli d’oro, non senza il tacito e ignaro assenso dei cristiani d’Oriente e d’Occidente, la lingua della bestia ormai globalizzata si affaccenda nell’opera di demolizione della credibilità di Gesù Cristo, attaccando le realtà della sua rappresentanza simbolico-sacramentale. Se le sferzate alla Chiesa per la sua componente ambrosiana di meretrix vengono bilanciate dal suo casto impegno in favore dell’umanità e degli ultimi in fedeltà sponsale, i suoi simboli più importanti, invece, restano nudi e indifesi e vengono boicottati in nome di un pregiudizievole quanto falso rispetto culturale proteso ad un auspicabile livellamento globale anche del “religioso”, magari affidando all’intelligenza artificiale il compito di redigere lo statuto di una asettica ed innocua religione universale. Conosciamo tutti le campagne culturali contro il presepe e contro il crocifisso nei luoghi pubblici. La bestia non può non far passare l’incarnazione di Dio come una favola infantile e la cruenza del Crocifisso come una immagine disdicevole per l’estetica plastificata del nostro tempo. Ma di tanto in tanto si fa promotrice anche della campagna demolitrice dell’altro importante simbolo cristiano che degli altri due è compendio e compimento simbolico, iconicamente coerente con la logica del ribaltamento del paradigma nascita/morte in quello morte/vita.

Non è tanto la figura del Cristo risorto a fare problema; l’arte europea ne trabocca e può fare tranquillamente pendant con quella del Gesù bambino, restando nel contesto letterario della “favola bella”. A fare problema è quell’altro reperto che ne stampa l’immagine, quell’unico controverso e problematico reperto di cui si vuol negare l’autenticità come inspiegabilità della sua mera criptica entità, il suo imbarazzante dato testimoniale di un evento di fede che si vuol negare in quanto pretende di avere consistenza storica e salvifica; quel reperto la cui autenticità provata scientificamente comprometterebbe definitivamente l’operato della bestia e ne svelerebbe le menzogne proferite contro Dio per ingannare l’umanità. Sto parlando della Sindone custodita a Torino, la lunga pezza di lino più indagata al mondo, che reca l’impronta di un uomo martoriato e i segni delle ferite che ne provocarono la morte. E i tratti del suo volto che primeggiano su quelli del suo corpo, traccia della sua identità che per i cristiani è quella di Gesù di Nazareth detto Cristo.

Il volto sindonico

Il volto sindonico

Quando nel 1898 Secondo Pia fotografò per la prima volta la Sindone di Torino, nel mondo scientifico nessuno credeva più all’autenticità della reliquia. Ma quando Pia sviluppò le sue lastre fotografiche vide, per primo, apparire sul suo negativo l’inimitabile volto carico di mistero, del quale l’immagine visibile sulla Sindone mostrava di essere la precisa impronta negativa. Da questo evento scaturito da un procedimento tecnico, innumerevoli altri ne sono seguiti sino al presente, con risultati che hanno innescato un vivace dibattito scientifico tra i sostenitori dell’autenticità della Sindone in quanto reperto storico della fede cristiana e i “negazionisti” che la ritengono un falso medioevale. Statisticamente i “negazionisti” sono una minoranza – come tutti i negazionisti: della Shoah, del genocidio in Palestina, del Covid, o i “terrapiattisti” – ma sono molto attivi ed agguerriti nel diffondere il messaggio della bestia apocalittica, servendosi di una propaganda mediatica forgiata ad hoc, con scoop eclatanti di impatto mediatico immediato e fuorviante per la maggioranza degli utenti del web sempre più distratta e ignari della portata reale delle questioni affrontate. È il problema della doxa messo in luce da Socrate ma costituente uno stereotipo antropologico.

È recentissimo lo scoop che ha riportato alla ribalta mediatica globale, ancora una volta, la notizia che la Sindone è un manufatto medioevale. Per il brasiliano Cicero Moraes, autore della performance, sarebbe il risultato di un tessuto steso non su un corpo umano, bensì su una scultura a bassorilievo. Lo indicherebbe la simulazione in 3D pubblicata sulla rivista Archaeometry, che conferma dunque l’ipotesi di un artefatto medievale già avanzata da tempo, a partire dallo studio pubblicato nel 1988 che ha datato la Sindone a un periodo compreso tra il 1260 e il 1390 dopo Cristo [6]. In concomitanza con l’uscita dello scoop, a Saint-Louis, nel Missouri, si teneva una Conferenza Internazionale sulla Sindone. Un Simposio durato cinque giorni e conclusosi il 3 agosto, in cui più di 400 studiosi e ricercatori provenienti da tutto il mondo hanno approfondito le più recenti ricerche fatte sul lino conservato a Torino. Tra gli scienziati presenti, Giulio Fanti, professore associato di Misure Meccaniche e Termiche presso l’Università di Padova e autore di diversi libri sulla Sindone [7]. Era presente anche John Jackson, indiscussa autorità in materia, colui che nel ‘78, insieme ad altri 32 scienziati dello STURP (Shroud of Turin Research Project)fu protagonista del fondamentale studio sulla Sindone che ancora oggi fa da riferimento all’intera comunità scientifica.

Fanti, riferendosi allo scoop ha giudicato la «notizia obsoleta, rivista in chiave leggermente più moderna ma già ampiamente smentita su tutti i fronti. Da una vita lavoriamo – ha detto – in maniera il più possibile seria su quel lenzuolo di lino; poi arriva un designer e i giornali se ne occupano in maniera quasi sacrale, rilanciando sciocchezze sconclusionate. La frustrazione è data dalla pochezza e dalla superficialità dei media, guidati ormai da un’ideologia anticristiana non più occultabile». In merito alla “scoperta” di Moraes ha aggiunto: «Mi limito a dire che per analizzare la Sindone non si può focalizzare l’attenzione su un singolo argomento, in questo caso la discutibile analisi morfologica dell’immagine corporea, ma è necessario uno studio multidisciplinare, quello che nel caso di Moraes è totalmente assente. Nel suo studio in 3D il quarantenne brasiliano ha completamente dimenticato il necessario approccio multidisciplinare all’oggetto archeologico più studiato al mondo, indagato da decenni da almeno una trentina di diverse discipline scientifiche. Personalmente, dopo quasi trent’anni di studi scientifici rigorosamente multidisciplinari, sono in scienza e coscienza certo che la Sindone abbia realmente avvolto il corpo del Redentore».

Uomo della Sindone in 3D

Uomo della Sindone in 3D

Viene da chiedersi: può un singolo studio, un singolo esperimento, inficiare decenni di ricerca scientifica sulla Sindone? E poi fondarne il risultato su una ipotesi, quella dell’artefatto di un artista geniale vissuto nel medioevo? Già nel 2010, nel suo libro La Sindone testimone di una presenza, Emanuela Marinelli, sindonologa di lungo corso, così si esprimeva sull’ipotesi del manufatto, premettendo che il presunto falsario avrebbe dovuto essere un «mostro d’intelligenza»:

«Avrebbe dovuto conoscere la fotografia, inventata nel XIX secolo, per trasporre sulla tela un perfetto negativo fotografico; avrebbe dovuto avere pratica di olografia, realizzata negli anni ‘40 del XX secolo, per produrre un’immagine dotata di tridimensionalità; avrebbe dovuto saper distinguere una circolazione venosa e arteriosa, studiata per la prima volta nel 1593, per riportare sul telo i diversi tipi di coagulo, nonché essere in grado di macchiare il lenzuolo in alcuni punti con sangue uscito durante la vita e in altri con sangue post-mortem…»;

e dopo aver elencato una serie di altri requisiti utili alla falsificazione conclude con una affermazione del fisico Luigi Gonella: «Se la Sindone è un falso, si dovrà riscrivere tutta la storia della tecnologia; perché per farla così mille anni fa, avrebbero dovuto conoscere delle tecniche che noi oggi ignoriamo» [8].  

È sorta dunque una scienza del reperto Sindone. Credo non sia mai capitato nella storia dell’umanità che un singolo oggetto, un singolo reperto dell’antichità, abbia fondato una branca del sapere scientifico dandole il proprio nome. Così è, però, per la Sindone e la relativa “sindonologia” che consiste in un dialogo e una cooperazione interdisciplinare di indagini mirate a dissipare la patina di mistero che nonostante risultati apparentemente definitivi, quelli famosi ed eclatanti dell’esame del radiocarbonio (isotopo C14) del 1988, continua ad avvolgere il lenzuolo di lino – segno di contraddizione come tutto ciò che riguarda Gesù di Nazareth – che avvolse il suo corpo crocifisso due millenni fa.

Credo che l’approccio immediato all’immagine provochi sempre quel senso di turbamento che si può descrivere con le due parole che connotano il sacro di Rudolph Otto: fascinans e tremendum. Che nonostante l’impegno della sindonologia sia ancora persistente un alone di mistero intorno alla Sindone lo documenta tutta una serie di studi e di pubblicazioni successivi al verdetto del 1988 che non solo ha messo seriamente in dubbio i dati e i metodi di conduzione di quell’indagine, ma che è anche pervenuta a nuove scoperte inerenti il telo, come ad esempio il rinvenimento di iscrizioni tra le macchie che formano l’immagine del corpo dell’uomo della Sindone. Parecchie pubblicazioni scientifiche rendono conto di tali risultati, aprendo un nuovo capitolo della storia complessa, affascinante e controversa della più famosa reliquia cristiana e mettendo tra parentesi il verdetto pronunciato come assoluto nel 1988 che ha repertato la Sindone come manufatto del medioevo.

Tale verdetto non può costituire interdetto a valutare nuove indagini e scoperte che conducono a nuovi risultati circa la possibilità di una datazione diversa del telo sindonico. Eppure, come afferma Barbara Frale nel suo studio La Sindone di Gesù Nazareno:

«l’esperimento di datazione al radiocarbonio ha completamente inquinato il clima degli studi, e questo a prescindere dalla sua validità […] C’era una grande fretta di giungere al risultato sicuro, indiscutibile, che risolvesse la questione una volta per tutte»[ nonostante] «i dubbi espressi dallo stesso scienziato che inventò il metodo di radio datazione, il premio Nobel Willard Frank Libby: l’illustre chimico si dichiarò contrario perché la sindone è un reperto troppo contaminato per essere sottoposto con successo al carbonio 14» [9].

Anche la scienza ha i suoi limiti e non se ne può dichiarare l’assolutezza, a meno che non si voglia pretendere di dichiarare irreale tutto ciò che non è razionalmente dimostrabile e che non rientra nei limiti di una struttura epistemologica con i suoi metodi che sono perfettibili e il cui intento, almeno in teoria, dovrebbe essere quello dell’orientamento alla verità, cui non si perviene se non attraversando una serie infinita di aporie. Se così non è si cade nel dogmatismo, tanto deprecato dalla stessa scienza, nell’assolutismo scientifico correlato ad una presuntuosa infallibilità; un mito dell’età moderna che fa dell’uomo, attraverso il metodo scientifico, per dirla con Cartesio «maître et possesseur du monde». È proprio questa l’aberrazione della nostra epoca: considerare “puro” tutto ciò che attiene alla scienza, senza tenere in gran conto che essa in realtà «è costituita dalla tecnica che non ne è una semplice applicazione ma la sua “essenza” stessa», come afferma Umberto Galimberti nel suo libro I miti del nostro tempo [10].

Uomo della Sindone, secondo l'Intelligenza Artificiale

Uomo della Sindone, secondo l’Intelligenza Artificiale

Per sfatare il mito che inibisce lo svelarsi del velo sindonico si potrebbe scorrere l’elenco di tutte le pubblicazioni che contestano il risultato del 1988, sintetizzate nel testo del già citato professor Giulio Fanti, La Sindone: primo secolo dopo Cristo! [11] ove dimostra l’inaffidabilità di quel risultato che contrasta con molte altre prove, indizi, evidenze e afferma che la Sindone ha avvolto il cadavere di un uomo crocifisso dai romani nel primo secolo in maniera concorde con la descrizione della passione di Gesù contenuta nei vangeli. A corroborare tali risultati, nel 2024, un nuovo studio compiuto da un gruppo di ricercatori italiani conferma senza appello la datazione della Sindone all’epoca in cui visse Gesù. La ricerca è stata effettuata con la tecnica di raggi X ad ampio angolo (WAXS) che misura l’invecchiamento naturale della cellulosa di lino, convertendolo in tempo trascorso dalla produzione. Sulla base dei risultati ottenuti, i ricercatori hanno stabilito che la Sindone sarebbe stata conservata a circa 23 gradi e con un’umidità relativa del 55% per 13 secoli prima di giungere in Europa. I ricercatori hanno poi confrontato la scomposizione della cellulosa presente nel sudario con quella di altri tessuti di lino rinvenuti in Israele intorno al primo secolo, constatando la compatibilità dei risultati [13]. Il verdetto del C14 suona pertanto assurdo alle orecchie degli esperti di sindonologia perché è in urto evidente con i dati scientifici che emergono dal lenzuolo stesso. Si è trasformato in uno slogan utilizzato dai negazionisti semplicemente per partito preso e in nome di una assolutezza scientifica ancora oggi tutta da dimostrare sul semplice piano filosofico. È la stessa scienza a smentire se stessa confermando il suo muoversi nell’approccio dialettico e non assoluto al vero.

Ciò che non è stato invece reso noto al più vasto pubblico, almeno con la stessa intensità, perentorietà e determinazione della datazione col C14, è il fatto che sul lino sindonico sono state rinvenute delle iscrizioni che costituiscono un altro rebus del reperto. Sia Emanuela Marinelli che Barbara Frale, nelle loro monografie citate, dedicano ampio spazio all’esame delle iscrizioni presenti sul lino e alla loro decodificazione. La Frale può addirittura giungere alla conclusione che il complesso delle iscrizioni sulla Sindone può costituire il «documento contenente gli atti del processo romano a Gesù svolto da Ponzio Pilato»; mentre «la presenza del latinismo Nazarenòs sulla Sindone stabilisce un contatto diretto col vangelo di Marco e quello di Luca» [13]. La Marinelli, dal suo canto, spiegando che le operazioni di indagine hanno coinvolto antichisti di fama internazionale, archeologi, paleografi, glottologi, biblisti, papirologi, esperti di semiologia, fisici, chimici, afferma:

«Le diverse scienze impegnate a decifrare questo “oggetto impossibile” si suddividono in mille branche specialistiche e come tanti ruscelli si diramano verso un oceano di informazioni, dati, ipotesi, acquisizioni […] un vero sindonologo dovrebbe avere una mente enciclopedica. Una cosa è certa: la Sindone non è un falso. Non si può cancellare un secolo di acquisizioni favorevoli all’autenticità. Con nessuna tecnica si poteva fabbricare nel Medio Evo, né si riesce tuttora a ottenere qualcosa di simile con tutta la tecnologia moderna» [14].

Resta pertanto valida e aperta la recente sfida del regista britannico David Rolfe, ex ateo, che ha messo in palio un milione di dollari per chiunque riesca a ricreare con precisione l’enigmatica immagine della sindone di Torino senza l’uso di vernici o coloranti. Questo annuncio è l’ultimo capitolo di un viaggio personale che ha portato Rolfe da un iniziale scetticismo a una profonda convinzione nell’autenticità del sudario torinese. Nel suo documentario ”Who can He be?”, Rolfe ha esplorato le più recenti scoperte scientifiche e teologiche riguardanti la Sindone, descrivendo l’immagine come un negativo fotografico, forse creato da un’esplosione di energia durante la resurrezione di Cristo. Da qui il suo invito alla comunità scientifica a raccogliere la sfida e tentare di replicare quello che lui considera un manufatto miracoloso. Non una simulazione in 3D come quella di Cicero Moraes, ma un artefatto concreto, tangibile che la moderna tecnologia non dovrebbe far fatica a riprodurre, magari con l’ausilio dell’intelligenza artificiale che potrebbe disporre di una banca dati allo stato attuale davvero smisurata. Si tratterebbe di uno straordinario banco di prova per l’orgoglio tecnologico, la possibilità di realizzare l’impossibile!

Scritte sulla Sindone

Scritte sulla Sindone

L’accurata indagine di Barbara Frale sulle iscrizioni sindoniche parte dalla scoperta del matematico e geofisico francese Thierry Castex che sotto il mento dell’uomo della Sindone trovò traccia di una striscia larga 4-5 centimetri che corre perpendicolare all’asse del naso, contenente tracce di «almeno dieci righe di scrittura in caratteri ebraici» [15]. In precedenza, nel 1978, un chimico e un latinista dell’Università Cattolica di Milano si erano accorti che sul negativo di alcune foto scattate alla Sindone comparivano tracce di scrittura dall’aspetto arcaico, molto vicine a quelle di altre testimonianze del I secolo. Furono poi due altri scienziati francesi, André Marion e Anne Laure Courage che tra il 1994 e il 1995 si accorsero che sul telo sindonico esistevano altre tracce di scrittura: alcune di queste parole sembravano condurre al nome di Gesù Nazareno e alla dicitura “in necem” (a morte); molti altri gruppi di caratteri, greci e latini, erano indecifrabili. Ebbe così inizio il lavoro di ricostruzione di un plausibile e significativo testo da parte della Frale che nella prefazione al volume cita una cinquantina di studiosi e studiose che l’hanno consigliata e accompagnata scientificamente nel suo lavoro di ricostruzione di un ipotetico “testo compiuto” che dopo una lunga disamina esegetica di quasi trecento pagine può suonare così:

Yeshua Nazarani. Trovato [che sobillava il popolo cf. Lc 23,2]. Messo a morte nell’anno 16 di Tiberio. Sia deposto (oppure: veniva rimosso) all’ora nona. [Sia reso in] Adar [shent]. Chi esegue gli obblighi è [,,,] [16].

Jean-Christian Petitfils, nel suo ponderoso studio sul Gesù storico Jésus, riporta un altro stralcio di iscrizione ebraica presente sul telo che «si potrebbe leggere “mlk hw’hyhwdym”, oppure “mlck dy hyhwdym”, cioè “il re dei giudei”» [17]. E afferma che

«le espressioni paleografiche in latino, in greco e in caratteri ebraici [la lingua potrebbe anche essere aramaica, n.d.r.] riscontrate da diversi ricercatori intorno al volto dell’uomo della Sindone, siano tracce lasciate dai due funzionari, l’uno romano e l’altro giudeo, presenti al momento della sepoltura: il primo avrebbe scritto su una striscia di papiro, rimasta in contatto con il telo, la sentenza di morte, con lettere nere o rosse, come si faceva abitualmente; il secondo avrebbe garantito l’identità del defunto. Il fatto che Pilato abbia autorizzato l’inumazione di un condannato in una tomba privata potrebbe giustificare la presenza di un funzionario romano (l’exactor) che doveva attestare la correttezza della procedura eseguita» [18].

La Frale, nel presentare le conclusioni del suo lavoro lo ha fatto con grande umiltà, lasciando aperte le possibilità di nuovi approfondimenti, correzioni, modifiche, ampliamenti o proposte alternative, «ma anche eventuali smentite che dovessero provenire da documenti originali ed antichi», pur restando nella personale convinzione che «le tracce di scrittura identificate sul lino della Sindone possano appartenere ad un testo derivato direttamente o indirettamente dai documenti originali fatti produrre per la sepoltura di Yeshua ben Yosef Nazarani, più noto come Gesù di Nazareth detto il Cristo» [19]. Non si sono fatte attendere le reazioni dei negazionisti!

Ecco MicroMega pubblicare un numero doppio (datato 4/2010) dal titolo lapidario: «L’inganno della Sindone». Nella presentazione si affermava si trattasse

«del più esaustivo attacco laico in Italia per smascherare la controversa reliquia della Cristianità. Ancora una volta scienza e fede trovano impossibile conciliare le proprie visioni del mondo. Non è facile porre un freno alle manie fideistiche di “credenti” che adorano oggetti ritenuti sacri negando ogni razionalità, quando gli studiosi si trovano a confrontarsi con masse incolte di sostenitori, i quali dicono tra l’altro che “il mondo ha seimila anni e che Adamo ed Eva passeggiavano insieme ai dinosauri”. È davvero stupefacente come nel 2010 ci si comporti ancora come migliaia d’anni fa quando l’uomo adorava vitelli d’oro, la luna, Zeus o Pallade Atena».

Il tenore di queste righe la dice lunga sulla tendenziosità dell’attacco, per via della Sindone, al cristianesimo tout court. Una tendenziosità fondamentalmente ignorante, fondamentalista, perché ferma a parametri di valutazione della Bibbia e della teologia cristiana di stampo medioevale ad opera di improvvisati teologi “della domenica”. Una critica che utilizza standards da acido illuminismo volterriano. Ragion per cui si invitava ad acquistare MicroMega come «contributo alla Ragione, per acquisire una forza d’urto intellettuale e laica anti-Sindone senza precedenti, proprio nel giorno in cui il Papa Benedetto XVI torna a Roma da Torino dopo l’ennesima ostensione del noto telo. Siamo all’apice di un’ondata di culto quasi feticistico avallata da un Vaticano scosso – in tutto il mondo – dal terribile scandalo dei preti pedofili». Così veniva dichiarato apertamente l’intento anticristiano degli articoli che compongono il numero della rivista, mentre si facevano coincidere pregiudizi e critiche alla Chiesa – pur legittimi quando circostanziati – col messaggio del cristianesimo che l’ermeneutica volterriana è impossibilitata a leggere per mancanza di cognizione dei dati delle scienze teologiche, oltre i pregiudizi. Senza dire che non ci si aspetterebbe da una rivista che pretende di essere “scientifica” l’utilizzo dello scoop scandalistico con toni inquisitorii a sostegno delle proprie tesi.

Ciò detto, si deve citare il saggio di risposta-confutazione a Barbara Frale contenuto nel numero della rivista ad opera di Andrea Nicolotti, professore associato di Storia del Cristianesimo e delle Chiese presso il Dipartimento di Studi Storici dell’Università di Torino, uno tra i più fieri e convinti negazionisti. Il suo articolo dal titolo La leggenda delle scritte sulla Sindone, è un pamphlet in cui rilegge la cronostoria del rinvenimento delle iscrizioni per poi profondersi in una puntigliosa disamina filologica tesa a contestare punto per punto i risultati dell’esegesi di Barbara Frale, cui imputa anche sarcasticamente la poca conoscenza della lingua ebraica. Operazione di critica più che legittima nel mondo scientifico, dove due titolari della stessa scienza hanno non solo il diritto ma il dovere di confutare con dati oggettivi le posizioni diverse dalle loro. Solo che Nicolotti non si mantiene su questo campo epistemico, lo travalica annullandolo con la considerazione finale che afferma perentoriamente: «non solo queste scritte interpretate da Frale sono poco sensate, estremamente congetturali e talora clamorosamente errate; semplicemente, esse non esistono». Ci sarebbe da chiedergli: ad quid perditio haec?  Perché sprecare tante parole per confutare altre parole sapendo a priori che queste ultime sono inesistenti? Bastava dirlo subito: non si può contestare l’inesistente! Bastava dire che quelle parole non esistono, che costituiscono l’abbaglio della Frale e di quella cinquantina di studiosi e specialisti a livello internazionale che hanno sostenuto il suo lavoro. Per cui vale soltanto il verdetto inappellabile del carbonio 14 del 1988. Tutti coloro che lo hanno contestato soffrono della stessa miopia della Frale e dei suoi amici. Si tratta di un reperto medioevale, di un manufatto prodotto da un geniale ingannatore. Il celebre Luciano Canfora, filologo classico, intervistato da La Stampa sull’argomento delle iscrizioni, rispose ironico: 

«Viene in mente il grandissimo Boccaccio e la piuma dell’Arcangelo Gabriele di frate Cipolla. Certo era una piuma, quanto all’Arcangelo Gabriele… La Sindone è sicuramente un grande telo. Quanto a datarla… Nel 1978 uscì un libro di Vittorio Pesce intitolato E l’uomo creò la Sindone, edizioni Dedalo.  L’argomento – e la dimostrazione del titolo – vi è trattato in ogni aspetto, incontrovertibilmente. Basta rifarsi a questo libro, il resto è un inutile sofisticare» [20]. 

Fa specie che un intellettuale raffinato come Canfora possa credere che in un solo libro si possa contenere tutta la verità. Per il resto, i risultati di un secolo di studi possono essere buttati a mare.

Che tali posizioni dogmatiche possano essere sostenute “incontrovertibilmente” da storici di una certa fama, è un fatto preoccupante. C’è stato anche chi ha bollato gli studi sulla Sindone di dilettantismo, appellando gli studiosi della neoscienza «scienziati della domenica».  Su un fondo de Il Sole 24 ore del 10 maggio 2015, infatti, campeggiava il titolo: «La Sindone non ha misteri», sovra titolato: «Perché si venera un falso», con la sintomatica didascalia: «Il fatto che si tratti di una reliquia costruita a fini di lucro tra Due e Trecento nulla toglie al suo interesse storico». L’autore dello scritto è Sergio Luzzatto, storico patentato, quello, per chi non lo conoscesse, della biografia controversa di Padre Pio da Pietralcina, opera che sfrutta il genere letterario della biografia per mettere in evidenza il malcostume della Chiesa che, a detta dell’autore, coinvolse anche il frate stigmatizzato. Ed anzi l’autore, dall’alto della sua dichiarata laicità, anzi laicismo tout court, dichiara strumentale ai fini mistificatori del frate le stesse stimmate, provocate secondo lui artificialmente e tenute vive con l’acido fenico. Per cinquant’anni! Il fatto che Padre Pio le portò addosso per cinquant’anni esatti non lo riguarda in quanto storico né lo fa riflettere sul significato di quella cifra tonda. La sua ricognizione storica pascola sui terreni degli oppositori di Padre Pio, anche quelli degli altopiani ecclesiastici, senza guardare altro, senza verificare i semi di bene seminati durante una intera vita, senza guardare gli atti eroici o i fenomeni straordinari che hanno costellato la vita di san Pio da Pietralcina. La storia si fa guardando solo da una parte o è dovere dello storico valutare tutto ciò che è documentato, anche se non piace? Luzzatto, che fa lo storico di mestiere, sicuramente sosterrà questa seconda posizione, salvo prendersi la licenza di utilizzarla quando gli fa comodo e non pensando di poter passare anche lui per «storico della domenica» all’esame dei suoi procedimenti scientifici o pseudo tali.

Voto sindonico, ricostruzione

Voto sindonico, ricostruzione

Se ci si appassiona alla sindonologia, al suo livello di docente universitario, lo si deve fare scientificamente e non facendo affermazioni perentorie dettate dal proprio preconcetto o, come nel suo caso, da un’avversione dichiarata per tutto ciò che è cristiano. L’affermazione che la Sindone è stata realizzata “a scopo di lucro” è un suo pregiudizio non probabile scientificamente. Nell’articolo citato, ribattendo ad Aldo Cazzullo che affermava, flessibile: «La verità sulla Sindone non esiste. Perché un dubbio e di conseguenza un mistero resterà sempre», Luzzatto incalza rigido, sicuro come un inquisitore: «Basta. La verità sulla Sindone esiste, non c’è più alcun dubbio né alcun mistero. La Sindone è una fabbricazione medievale, ed è un finto sudario del I secolo d. C. approntato da un qualche falsario». Non si ammettono repliche dunque, né è contemplato dialogo, né è lecito considerare attendibili i risultati scientifici di altri cattedratici e studiosi illustri che vengono d’imperio e con fare sprezzante relegati nei ranghi del dilettantismo «della domenica».

Ma non c’è peggio del pregiudizio. A difesa del suo Luzzatto chiama a discorso Marc Bloch, tanto per giustificare il suo circolo ermeneutico a partire dalla lezione del medievista francese sul valore delle «false notizie» e del loro intreccio con le mentalità collettive. Vuole intendere, lo storico torinese, che per sei secoli almeno la nostra cultura è stata raggirata e influenzata dalla notizia che un “falso” sia invece “autentico”. Ma, aggiungiamo, non potrebbe essere vero anche il contrario? Quanti, insieme a Luzzatto, hanno diffuso notizie su Gesù Cristo, sulla fede cristiana, sulla Chiesa, sui Santi, che sono solo il frutto di un personale antagonismo o l’astuzia per rivelare fatti eclatanti che sconvolgano le coscienze dei credenti e aumentino la soddisfazione dei non credenti? Quanti hanno preso per oro colato le notizie false fatte circolare da Dan Brown nei suoi farraginosi romanzi che hanno fatto la sua fortuna economica? Molti, troppi, che del cristianesimo non conoscono che la patina superficiale, istituzionale; non certo la figura e il messaggio del suo fondatore. E chi si è accorto che fondatore e messaggio sono scomodi perché mettono in luce la stupidità della presunzione umana, fa di tutto per oscurarne l’immagine col dire che il cristianesimo è oscurantista. E lo fa con gli stessi metodi dell’oscurantismo, carpendo la buona fede degli ignoranti e proclamando il diritto all’emancipazione da tutto ciò che è cristiano. Identificando, senza nessun distinguo, il cristianesimo con la Chiesa che, non si può negarlo, nel corso della sua storia bimillenaria non ha mai conosciuto epoche di perfetta e pura adesione al messaggio di Cristo. Lo sappiamo bene che è, secondo la stessa definizione ambrosiana, casta meretrix! Ma questa non è una colpa di Cristo o del suo messaggio evangelico. È colpa degli uomini e non c’entra niente con la Sindone che si vuole a tutti i costi dichiarare falsa per dichiarare la falsità del cristianesimo. Con questo neo illuminismo che proietta la luce della ragione solo dove non è pericoloso gettarla si può fare una scommessa pascaliana: e se la Sindone fosse vera?

Può il metodo storico accompagnarsi al pregiudizio? Quella che sembra una domanda in cima all’articolo di Luzzatto, «perché si venera un falso», è in realtà un’affermazione ed è poco onesta perché preliminarmente disorientante. Non ci si aspetterebbe da uno storico di professione l’arroccamento su posizione unica che nella trama dell’articolo è il servirsi, come Luciano Canfora, di un unico libro, del già citato Andrea Nicolotti, Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa [21] che nulla di nuovo aggiunge alla conoscenza delle vicende storiche della Sindone se non che potrebbe addirittura trattarsi del “falso di un falso”: la già «falsa reliquia di Lirey rimpiazzata nel 1534 da un secondo falso sudario». Luzzatto crede di smascherare l’apoteosi della falsità ed elogia il metodo storico utilizzato dal Nicolotti che «brillantemente ragiona del paradosso epistemologico per cui tanto più si è potuto discettare, tra ambienti devoti e cultura popolare, dell’autenticità della Sindone, quanto più gli studi umanistici e le scienze “dure” andavano dimostrandone la falsità».

Il riferimento alle “scienze dure” è quello della «prova definitiva» del 1988, mostrando, per gli avveduti ed i bene informati di ermeneutica storica, tutta la capziosità del suo discorso che pure raggiungerà una platea popolare, prevenuta e nesciente; quei tanti che come referenti culturali hanno solo i quotidiani che quanto a veridicità di  informazione sono dei veri e propri modelli da non imitare, e usano, per attirare l’attenzione, titoli eclatanti e perentori come il su citato «Perché si venera un falso?». Per l’ultimo scoop della “scoperta” di Cicero Moraes si è fatto sentire il cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e custode della Sindone, ribadendo, con fermezza, il dovere di una «attenzione critica» nei confronti dei messaggi che riceviamo in continuazione, da ogni parte. Nella sua dichiarazione (www.sindone.org) ha sottolineato la preoccupazione «per la superficialità di certe conclusioni, che spesso non reggono a un esame più attento del lavoro presentato». «Il Custode della Sindone non ha motivo di entrare nel merito delle ipotesi formulate liberamente da scienziati più o meno accreditati». Ma ha il dovere, nei confronti della Sindone e prima ancora della verità, di chiedere attenzione e non superficialità. Così come papa Leone ha chiesto (12 maggio) di non cedere alla mediocrità, nel campo delicatissimo dell’informazione [22].

Ostensione della Sindone, 2020

Ostensione della Sindone, 2020

Come se dal 1988 ad oggi non fosse più passata acqua sotto i ponti della sindonologia e come se quel risultato subito contestato da scienziati della “domenica”, titolari di “scienze morbide”, per Luzzatto, non avessero continuato a portare avanti tutta una serie di indagini che dopo il rilevamento delle iscrizioni convincono sempre di più gli studiosi, incuranti delle qualifiche del cattedratico torinese, circa la coerenza cronologica del lenzuolo con l’epoca gesuana e con la passione e morte di Gesù di Nazareth tramandataci dai Vangeli. Ma questo non si può dichiarare sui giornali; sarebbe concedere troppo al cristianesimo e mettere in serio dubbio l’assolutismo di certo metodo scientifico e la capziosa connivenza di certa stampa.

In questi ultimi quarant’anni altri scienziati hanno lavorato coscienziosamente, senza toccare questioni di fede; solo traendo dal lenzuolo tutte le informazioni che contiene nonostante quell’esame frettoloso e scorretto metodologicamente dei 1988. O forse, per l’epistemologia di Luzzatto, sarebbe meglio adeguare tutte le informazioni a quel metodo e a quel verdetto? Legge questo in Bloch? che se i risultati non si adeguano al modello peggio per loro? Da questo punto di vista si può del tutto ignorare, come ha fatto Luzzatto, il rapporto dell’ENEA, l’agenzia nazionale per le nuove tecnologie del 15 febbraio 2013 [23] che bastonava severamente metodo e risultati dell’esame al C14, smentendo con molta chiarezza l’ipotesi che la Sindone possa essere opera di un falsario medievale. Si ribadiva l’impossibilità, a tutt’oggi, di replicare, e quindi falsificare l’immagine sindonica, fatto che impedisce di formulare un’ipotesi attendibile sul meccanismo di formazione dell’impronta. Di fatto non si è in grado di spiegare come si sia formata l’immagine corporea della Sindone.

Ma anche questo è troppo per il vezzo culturale tendente a contrastare per partito preso tutto ciò che è cristiano o che al cristianesimo si riferisce. E fin quando si tratta di idee e di dottrina i detrattori possono anche avere buon gioco, essendo in prevalenza epigoni di quell’ illuminismo volterriano che ha in orrore ogni tendenza metafisica e religiosa e fa leva sui sentimenti materialistici delle masse, in nome di un progressismo senz’anima. Solo che qui si tratta di fisica, della datità di un oggetto che sfugge alle maglie strette di griglie di misurazione preordinate che possono funzionare per altri oggetti ma non per la Sindone, com’è dimostrato. Una cosa è certa, almeno come risultato di indagine: «che quell’immagine in negativo non è né un dipinto, né una stampa, né una strinatura. È una proiezione del corpo che ha codificato in sé l’informazione tridimensionale ed è come se vi fosse stata impressa da un fenomeno foto-radiante. Quel lenzuolo non ha tracce di spostamenti: si è afflosciato giù, svuotato» [24]. E questo è il dato più inquietante della Sindone, ma anche il trait d’union tra la scienza e la fede cristiana nella Resurrezione. Ne fornisce una spiegazione tecnicamente dettagliata il professor Giulio Fanti che riferisce i risultati dei suoi studi presentati alla Conferenza Internazionale di Saint-Louis:

«La sacra Sindone è selettivamente radioattiva, cioè la sua radioattività non è uniformemente distribuita sul Lenzuolo. Questo importantissimo risultato può essere spiegato scientificamente solo attraverso l’ipotesi dell’esposizione del Lino ad un’intensa radiazione neutronica – a mio avviso perfettamente correlabile alla Resurrezione – la quale trasformò gli atomi di azoto contenuti nel lino in nuovi atomi di carbonio 14. Ci tengo ad osservare che è questa la spiegazione scientifica del fatto che la radiodatazione del 1988 al carbonio 14 attribuì alla Sindone un’erronea data medievale, peraltro poi contraddetta da diversi test alternativi. Nel risultato pubblicato nel 1988, infatti, non fu tenuto in conto l’effetto ambientale prodotto dalla radiazione neutronica sopra menzionata che aggiunse atomi di carbonio 14, alterando quindi il rapporto isotopico col carbonio 12 alla base della definizione dell’età del campione di lino analizzato. Come ho annunciato ai colleghi presenti al Congresso, sono convinto che il risultato del 1988 sarà paradossalmente la prima prova scientifica della Resurrezione di Cristo» [25].

Un tessuto irradiato, dunque, e poi inspiegabilmente afflosciatosi, imploso! Anche a questo fenomeno Fanti dà una spiegazione:

«Riguarda la cosiddetta “trasparenza della materia” rispetto a quel lenzuolo: Gesù divenne “materialmente trasparente”. Siccome i coaguli del sangue non presentano alcuna sbavatura, come invece anche il più piccolo movimento del corpo avrebbe prodotto, in quella quarantina di ore in cui vi rimase avvolto, non può esserci stato nessuno che rimosse il suo corpo da quel telo. Come “uscì” quel corpo dalla Sindone? È una risposta a cui la scienza non è in grado di rispondere. Io sostengo che il corpo di Gesù passò letteralmente attraverso quel lino, con una proprietà che in natura non è stata rilevata, ma che invece è ampiamente attestata nei Vangeli, precisamente nelle apparizioni di Gesù successive alla sua Resurrezione» [26].
La Sindone, IENEA e la fisica della Resurrezione

La Sindone, ENEA e la fisica della Resurrezione

Si trattò, in breve, di una esplosione di luce/energia all’interno della camera oscura del sepolcro dove sulla «sindone monda» (Mt 27,59: σινδόνι καθαρᾷ) si sviluppò l’immagine dell’uomo. Due fenomeni sincronici si produssero per la catalizzazione della luce/energia: la foto-grafia e la meta-morfosis. La nascita della fotografia sul supporto sindonico registra il compimento della pre-visione trasfigurativa narrata in termini di luce/energia con attestazione unanime nei vangeli sinottici, nelle pericopi della Trasfigurazione. In questi racconti la luce increata si sprigiona dal Cristo trasfigurato e lo foto-grafa per la visione dei tre apostoli che ebbero la possibilità “istantanea” (termine fotografico) di vedere l’umanità di Cristo come corpo di luce, di contemplare la sua gloria nascosta sotto la sua kenosis e istantaneamente svelata ai loro occhi disincantati. Questo, credo, sia il significato e il valore culturale della Sindone nell’ordine antropologico, scientifico e teologico ecclesiale. Ma si tratta di significato e valore che l’Oriente ha considerato e metabolizzato nel culto in maniera theoretica, con profondità di sguardo spirituale e di programma rituale. Il “mistero” della Trasfigurazione che de-scrive il passaggio “dalla carne allo spirito” è stato invece deculturato in Occidente, dalla sua teologia razionale, banalizzato e ferializzato nell’azione cultuale, trasformato in corollario insignificante dell’azione salvifica di Cristo che proprio in questo consiste: la metamorfosi dell’antropo dalla carne allo spirito in un continuum energetico, in virtù dell’irradiazione della luce/energia di Dio.

San Gregorio Palamas la descrive con una formula fondamentale e incisiva per l’Oriente ed essenziale per la teologia e l’iconologia della Trasfigurazione: «Dio è chiamato luce non secondo la sua Essenza, bensì secondo la sua Energia» [27]. Nell’icona della Trasfigurazione lame di luce scaturenti dal Cristo luminoso trafiggono i tre discepoli atterrati. Sono loro i referenti della Trasfigurazione, è l’antropo che è trasfigurato. Ci porterebbe lontano lo sviluppo della teologia della Trasfigurazione, oltre i limiti imposti a questo saggio. Il cenno è solo per dire che la relazione luce/energia che determina la metamorfosi della carne in sublimazione spirituale antropica senza alcun dualismo, nell’emblematica della metamorfosi simbolica verme/farfalla (ciò che prima striscia poi vola), non può essere compresa e incarnata dalla nostra cultura materialista e dualista, perché da secoli, ormai, il culto dell’Occidente, e forse pure dell’Oriente dove è stata primariamente individuata, l’ha cancellata. Per cui vince la doxa: la carne è destinata alla putrefazione, l’essere «è per la morte» per dirla con Heidegger e «di doman non v’è certezza». Per cui non c’è salvezza, e l’essere umano è condannato a permanere nella sua condizione di verme strisciante; gli è precluso il processo di metamorfosi che può trasformarlo in un prodigio di bellezza e di libertà: una variopinta farfalla!

Icona della Trasfigurazione

Icona della Trasfigurazione

Giunti a questo punto è lontano dalla mia prospettiva il discorso apologetico per mostrare a tutti i costi ai negazionisti l’origine più antica della Sindone rispetto alla loro datazione C14, ed inoltre ciò che non possono vedere, ossia la sua consistenza di reperto evangelico emblematico per la fede cristiana e per una teleologia salvifica. Ci sono punti di vista diversi da cui guardare la Sindone, diversi modi di vedere a seconda delle visioni del mondo e delle cultualità da cui scaturiscono, anche le idolatriche. E siccome le ermeneutiche scientifiche ai nostri giorni si sono piuttosto smaliziate, bisogna considerare anche le consistenze diacroniche e sincroniche del mito nel nostro discorso, nella corrispondenza osmotica Parola e Immagine che è consistenza ontologica stessa del Cristo Verbo e Icona del Dio invisibile e dunque imprescindibile per approntare iconologia cristiana che legga la sindone-reperto nell’ottica di fede che è descritta, ad esempio, nell’esperienza fenomenologica giovannea nel suo entrare nel sepolcro al mattino di Pasqua: «e vide e credette» (Gv 20,8: καὶ εἶδεν καὶ ἐπίστευσεν). Il verbo “vedere” ha grande importanza nel vangelo di Giovanni; solo in questo capitolo 20 lo si trova 13 volte, con l’utilizzo delle tre diverse sfumature dei verbi greci blepo, theoreo e horao (βλέπω, θεωρέω, ὁράω); quest’ultimo, nella forma del perfetto, oida (οἶδα), assume il significato di sapere o conoscere, perché “aver visto” implica la conoscenza nel disvelamento (aletheia – ἀλήθεια) dell’ente. C’è una pedagogia dello sguardo in Giovanni che parte da un’occhiata superficiale (blepo) per una osservazione più attenta (theoreo), per giungere ad una forma più perfetta di guardare che conduce all’idea (εἶδεν) della conoscenza. Giovanni così “cominciò a credere” (questo sembra il modo migliore per tradurre ἐπίστευσεν) a partire da quella forma perfetta di guardare, ancor prima dell’incontro personale col Risorto. L’oggetto della visione erano «le bende che giacevano distese e il sudario che era sopra il capo non insieme alle bende, ma a parte, piegato in un altro luogo» (Gv 20, 6-7). Per “bende” si può intendere la sindone di lino e la lunga striscia dello stesso tessuto che da essa fu ritagliata e poi ricucita in epoca successiva. La Frale ipotizza, in maniera plausibile, che fu tagliata dal telo per farne una lunga benda utile a legare la sindone intorno al cadavere, presso i piedi, le ginocchia e il collo in modo che restasse aderente. Operazione fatta in fretta e furia per via del sabato pasquale incombente.

Angelo della Resurrezione

Angelo della Resurrezione

In ogni caso sono lenzuolo e sudario ad essere “visti” per iniziare alla fede, per produrre l’idea di ciò che è realmente accaduto, facendo acquisire al telo il ruolo testimoniale simbolico. Il lenzuolo sindonico assume così rilevanza simbolica non secondaria nella narrazione evangelica, specie nel vangelo di Marco, il più antico dei quattro che essendo caratterizzato da concisione inclina naturalmente al linguaggio simbolico. C’è un episodio strano nel vangelo di Marco che esula da una logica narrativa, cronachistica, e si giustifica soltanto in quanto connotazione simbolica del senso eccedente del testo che focalizza lo sguardo su un lenzuolo. Nel giardino del Getsémani dove Gesù fu catturato c’era un ragazzo che lo seguiva, «avvolto da un lenzuolo (σινδόνα) sul corpo nudo. Tentarono di afferrarlo, ma egli lasciato cadere il lenzuolo fuggì nudo» (Mc 14, 51-52). Due versetti che costituiscono una crux interpretum. Esegeti e omileti glissano volentieri su questo breve flash del racconto, altra “istantanea”, un dettaglio ridondante per lo stile asciutto di Marco. Perché tanta attenzione per questo lenzuolo-veste poi lasciato cadere a terra provocando la nuda libertà del giovane? La tradizione vi ha letto un ricordo autobiografico dell’evangelista, comprensibile se si pensa che la “camera alta” dell’ultima cena era «la casa di Maria, madre di Giovanni chiamato Marco» (At 12, 12). Ma sembra più significativo il rapporto con quel «giovane» del mattino di Pasqua che le donne incontrano nel sepolcro «avvolto in una veste bianca» (Mc 16, 5). Il giovane del giardino è avvolto in un lenzuolo, come lo sarà Gesù, nudo (Mc 15, 46) e nella forza dell’età rappresenta lo stesso Gesù sfuggito alla morte lasciando nelle mani dei suoi assassini il simbolo della sua nuova vita, della libertà dalla morte. La Sindone diviene così il medium simbolico della sua morte e della sua resurrezione. È anche possibile che Marco abbia voluto inserire nel racconto della passione, alla luce della fede post-pasquale, la sua esperienza esistenziale di neofita, uscito nudo dall’acqua del battesimo e rivestito di veste candida come il giovane del sepolcro che diventa testimone della Resurrezione al mattino di Pasqua. L’età giovanile, in ambo le immagini, rappresenta l’uomo nuovo nella sua veste adamitica, trasfigurato e rivestito dello stesso abito di luce del Cristo taborico, abito «così candido che nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderlo così candido» (Mc 9, 3).

La domanda che adesso preme è: che ne fu di quella sindone distesa sul letto sepolcrale, afflosciata su se stessa e segnata dai tratti di colui che aveva rivestito e contenuto? I vangeli non dicono nulla. Si può tentare un midrash a partire dai pochi indizi accennati: la quadruplice attestazione evangelica, il collegamento al sudario e alle bende, il rinvenimento nel sepolcro vuoto e la sua provenienza templare, perché è nei magazzini del tempio che Giuseppe d’Arimatea deve essersela procurata data la sua alta posizione, non sicuramente nei negozi già chiusi a qualche ora da quell’imminente grande sabato pasquale. Tessuti di lino pregiato di quel tipo venivano usati dal sommo sacerdote nel giorno dello Yom Kippur per asciugarsi dopo aver compiuto per cinque volte il bagno rituale di purificazione. Sadîn shel buz era il nome dato a questo telo di puro lino ritorto in maniera speciale [28]. Era l’unico oggetto che potesse ricordare il Nazareno. Le sue vesti erano state spartite tra i soldati romani, e quel telo, anche se divenuto impuro per il contatto col cadavere, conteneva tracce iconiche e profumo della sua carne non corrotta, unta dagli aromi.

Mirofore

Mirofore

Era tutto ciò che era rimasto di lui, reliquia. Qualcuno deve averlo conservato, dopo averlo ripiegato accuratamente, e riposto insieme al sudario che era già piegato, stando alla narrazione evangelica (Gv 20,8). Nel vangelo degli Ebrei, scritto non canonico della fine del primo secolo, si legge che il Signore risorto consegnò il suo lenzuolo al servo del sommo sacerdote (cf. Gv 18, 10.22-26) prima di apparire a Giacomo (cf. 1Cor 15,7) [29]. In quel periodo si sapeva dunque che il lenzuolo non era stato abbandonato o disperso, ma che era conservato da un personaggio noto, mentre non si provava più per esso nessun senso di repulsione, dato che Gesù stesso aveva ridefinito i concetti di puro e impuro. Dove e come, però, la Sindone sia stata conservata non è dato sapere, salvo accogliere l’ipotesi formulata nel 2008 da Aldo Guerreschi e Michele Salcito che, dopo aver esaminato tutte la tracce delle diverse forme di piegatura del lenzuolo lungo i secoli, giunsero alla conclusione che nell’età più antica della sua conservazione la Sindone fosse stata riposta in un recipiente di forma cilindrica simile alle giare di terracotta ritrovate a Qumran contenenti gli oltre 800 manoscritti della biblioteca degli esseni [30]. Se si avvalora tale studio si può giustificare il fatto che la Sindone abbia viaggiato nascosta nel suo contenitore dopo la diaspora ebraica e dei cristiani giudaizzanti a seguito della prima guerra giudaica (70 d. C.) e che se ne siano perse le tracce, ma non la memoria di stampo iconografico come ci accingiamo a dire.

Intanto si può citare una traccia scritta, epistolare, che ne fa sospettare la sopravvivenza intorno all’anno 390, e denota le implicazioni della sua portata iconica in relazione al culto cristiano all’interno del quale le opinioni circa l’opportunità di venerare una immagine di Cristo non erano del tutto unanimi. Ciò testimonia il fatto che tale tipo di immagine, che riproduceva le sue sembianze, era in circolazione, e rappresentava il desiderio dei cristiani di conoscere le fattezze del suo volto. Ma la lettera del vescovo Epifanio di Salamina al vescovo Giovanni di Gerusalemme racconta l’episodio occorsogli nel villaggio di Anablatha in Palestina, dove in un edificio/chiesa dove era entrato per pregare vide:

«che lì dentro avevano appeso lungo la porta un lungo telo tinto che portava l’immagine di un uomo a somiglianza di Cristo oppure di un qualche santo, però non ricordo con precisione. Non appena lo vidi mi arrabbiai molto, constatando che dentro una chiesa era stata appesa l’immagine di un uomo contro l’autorità delle scritture; così tirai giù quel telo e consigliai ai custodi di darlo in beneficienza per avvolgere e seppellire qualche defunto povero» [31].
Il corpo nella Sindane

Il corpo nella Sindone

La lettera testimonia l’esistenza se non della Sindone autentica (poteva anche darsi), almeno di una moda iconografica che avvertiva il bisogno di riperpetuarne visivamente la memoria, e che l’immagine di Cristo cominciasse a rappresentare il fulcro della questione delle immagini fino allo scoppio della crisi iconoclasta prima e dopo il secondo concilio di Nicea del 787. Secoli di discussioni e dispute sulla opportunità di rappresentare le sembianze di Cristo che, nonostante il clima infuocato alternato a periodi di calma, alle diverse posizioni e forme artistiche tra Oriente e Occidente, continuavano ad essere effigiate seguendo un modello che nonostante tutto si era mantenuto uniforme nella sua tipicità: l’immagine del volto sindonico. Un percorso parallelo alle grandi dispute cristologiche per combattere le eresie, specie quelle che sminuivano l’umanità di Cristo e dunque ritenevano irrappresentabile l’immagine della divinità.

La Chiesa però non smise di confessare il mistero di Cristo che è al tempo stesso rivelato e rinchiuso nel volto di Gesù di Nazareth per cui chi vede lui vede il Padre (cf. Gv 14,9). A Nicea (325) si era confessato Cristo come immagine consustanziale del Padre; a Efeso (431) fu confessato come la Parola fattasi carne senza mutamento; a Calcedonia (451) fu proclamato vero Dio e vero uomo; a Costantinopoli (553) come «uno della Trinità che ha patito per noi»; e di nuovo a Costantinopoli (681) come la Parola di Dio il cui agire e il volere umano furono fino alla morte in completo accordo col disegno divino. Dopo questi lunghi secoli di lotte teologiche intorno alla vera confessione di fede in Cristo, lo sguardo si posò su un’immagine silenziosa: l’icona di Cristo. Si poteva finalmente guardare «lui solo» (Mc 9,8) come i discepoli alla Trasfigurazione.

Non è che nell’ecuméne cristiana dei primi secoli si aspettassero le definizioni dei concili per rappresentare l’effige di Cristo. André Grabar afferma che «adattando gli schemi iconografici che trovavano attorno a sé o componendone di nuovi per analogia, o con l’aiuto di piccoli cambiamenti, i pittori cristiani lasciarono ai loro successori un numero limitato di figurazioni che corrispondevano ai concetti fondamentali della religione» [32]. Si trattava di ciò che Grabar chiama «dogmi espressi da un’immagine», come le figurazioni che si trovano nelle catacombe romane in cui Cristo è rappresentato con gli stilemi dell’arte pagana, con le sembianze di Apollo o di Orfeo o del giovane e imberbe buon Pastore. Furono molti gli elementi cultuali e iconici del paganesimo che entrarono nel culto cristiano, subendo un processo di transignificazine, anche se molti ritenevano che l’influsso delle divinità pagane sulla figura di Cristo potesse costituire un pericolo di regressione nell’idolatria. Ma alla fine del IV secolo Costantinopoli diventa il vero centro di irradiazione dell’arte cristiana e da lì si diffonderà il modello tipico dell’immagine di Cristo che in quell’area culturale era rimasto fedele al prototipo sindonico. Ci sono le testimonianze di Cirillo d’Alessandria, morto nel 444, e di Massimo il Confessore (580-662) che forniscono un fondamento teologico all’arte che vuole ricomporre il modello del ritratto di Cristo.

Cristo icona del Sinai VI secolo

Cristo icona del Sinai VI secolo

Esempio emblematico di questo paradigma iconico è l’icona ad encausto (cera e colori) del VI secolo del Cristo Pantocratore del Monastero di santa Caterina sul Sinai. Una tra le pochissime icone scampata alla furia iconoclasta data l’imprendibilità del monastero-fortezza. Questo modello “classico”, ispirato sicuramente all’immagine sindonica era giunto per tempo anche a Roma, dove ancora se ne può ammirare un esemplare in un affresco del IV secolo nelle catacombe di Commodilla e un altro della stessa epoca nel mosaico dell’abside di santa Pudenziana. Non più il Cristo giovane, efebico, apollineo dell’arte romana ma l’uomo barbuto, con caratteri somatici marcati e ben definiti che non possono non richiamarsi al prototipo sindonico.

Quello che sarà poi chiamato Pantokrator (reggitore di tutto) sarà la ripetizione di questo cliché iconografico che non indulge ai canoni di un’estetica formale. Come nell’icona del Sinai i tratti somatici saranno irregolari, con marcate linee di asimmetria che restituiscono un volto deformato, angoloso, asimmetrico. C’è chi ha letto queste caratteristiche come l’introduzione nel ritratto di Cristo di «un’espressione viva, come a unire l’immobilità dell’eterno alla vita transeunte dell’umano, le due nature rappresentate in un ritratto» [33]. Pur non ritenendo peregrina questa iconologia, ritengo ce ne sia un’altra più pregnante perché più coerente con l’ispirazione sindonica delle icone del Cristo. Mi sembra veritiero il fatto che queste irregolarità e asimmetrie estetiche siano difficilmente imputabili alla fantasia di singoli artisti e che «le antiche raffigurazioni del volto di Cristo dipendano dalla venerata reliquia» [34].

Affresco catacombe di Commodillla, Roma, IV secolo

Affresco catacombe di Commodillla, Roma, IV secolo

Nell’elaborazione del ritratto si tenne conto delle deformazioni del volto sindonico che oggi le fotografie e i rilievi computerizzati hanno messo in piena luce: l’occhio tumefatto che ha sollevato l’arcata sopracciliare, il naso storto e contuso, una guancia gonfia a causa di un forte trauma, i rivoli di sangue sulla fronte che la riproduzione artistica ha poi trasformato in due o tre ciocche di capelli, zigomi sporgenti di un volto tumefatto, grandi occhiaie e altri particolari che col passare del tempo sono stati stilizzati nella “scrittura” delle icone, non sono che  trascrizione visiva e artistica del volto del Gesù della Sindone. È l’immagine artistica del volto di Cristo che ha attraversato l’Oriente e l’Occidente, dal Sinai passando per Costantinopoli con il Pantocratore nella chiesa di San Salvatore in Chora (Kariye Camii), di Daphni in Grecia, di sant’Apollinare in Classe a Ravenna, delle basiliche romane del primo millennio (Pudenziana, Prassede, Cosma e Damiano…), e poi di Cefalù, Monreale, Palermo, Mazara del Vallo [35], per non dire degli affreschi romani del IV secolo nelle catacombe di santa Commodilla e dei santi Marcellino e Pietro, fra tutti i più antichi. Non si può non condividere l’affermazione di Emanuela Marinelli:

«La somiglianza tra l’Uomo della Sindone e la maggior parte delle raffigurazioni di Cristo conosciute nell’arte, sia orientale che occidentale, è evidente e non può essere attribuita a un puro caso; dev’essere il risultato di una dipendenza, mediata o immediata, di un’immagine dall’altra e di tutte da una fonte comune» [36].
Volto del Crocifisso, XII-XIII secolo, Cattedrale di Mazara del Vallo

Volto del Crocifisso, XII-XIII secolo, Cattedrale di Mazara del Vallo

Qui si deve porre la domanda ulteriore, conclusiva, la cui risposta deve giustificare l’irradiazione del paradigma sindonico nella poiesi artistico-ecclesiale dell’ecuméne cristiana nella forma di una koiné iconica, e conseguenzialmente dimostrare l’esistenza non solo repartale della Sindone, ma simbolica della professione di fede dei cristiani prima della datazione medioevale attribuitale dai negazionisti. Il punto fisso per il nostro orientamento è l’antica città di Edessa (oggi Urfa, in Turchia) che secondo la tradizione islamica è il luogo di nascita di Abramo. Al nome di Edessa si legano una serie di narrazioni leggendarie che parlano del “santo mandylion”, il telo, sindòn, sul quale Gesù “impresse” l’immagine del suo volto per inviarla al re Abgar, sovrano della città che desiderava vederlo di persona per essere guarito da una malattia. Gesù inviò invece al re la sua immagine impressa su un panno tramite il suo apostolo Taddeo, e l’immagine, detta poi acheiropoieta (non fatta da mani), provocò la guarigione.

Di questa leggenda ci sono diverse versioni e varianti elaborate nel corso degli anni per giustificare la presenza in città della reliquia prodigiosa dell’immagine di Gesù impressa su un telo, e intorno ad essa è stata scritta una quantità enorme di tesi. Il telo prodigioso nella tradizione storiografica assume nomi diversi, in sostanza sinonimi, che però hanno provocato la curiosità di alcuni studiosi che si sono interrogati sulla coincidenza dell’identità di quel telo con la nostra Sindone. La parola mandylion è molto tarda e non è neanche un nome greco ma persiano, col significato di veste. L’altro termine, ràkos, è una parola del greco antico ed ellenistico, ed indica un panno vecchio, mentre il termine cheiròmaktron significa asciugamano e descrive bene la funzione del telo con cui Gesù si asciugò il volto ed anche le sue dimensioni che erano visibili nei momenti di ostensione dell’àghion cheiromaktron. La parola sindòn aveva un significato generico compatibile con la merceologia della reliquia; ma ciò che destò sospetti e dubbi sulla sua vera identità fu l’aggettivo tetràdiplon che significa “piegato in otto”; in una forma più complessa si trova ràkos tetràdiplon, dunque un vecchio panno piegato in otto [37].

Tetradiplon

Tetradiplon

I fedeli che contemplavano la tovaglia, asciugamano, pezza di lino, tessuto antico di forma rettangolare al centro del quale spiccava l’impronta del volto di Cristo, non sapevano, né nessuno lo diceva, che si trattava di un lungo telo piegato in otto. Da parte di quelli che lo sapevano partì però l’altra leggenda che Gesù avesse impresso su un mandylion/mantello (stesso etimo) l’impronta di tutto il suo corpo, e l’altra parallela che si trattasse del telo con cui si asciugò dopo il battesimo… Tutto ciò, davvero, non è dissimile, secondo lo spirito caustico di Luciano Canfora, alla storia della piuma dell’arcangelo “Gabriello” narrata da frate Cipolla nella novella del Boccaccio, a conforto dei negazionisti. Non si può fondare su racconti fantasiosi una tesi che pretende di dimostrare una verità storica. Ma il lungo telo era realmente piegato in otto, come si appurò in seguito, e forse solo poche volte era stato spiegato completamente, per timore di sciuparlo o di profanarlo. Collocato in una teca preziosa si preferiva non toccarlo, fino a quando venne il giorno della sua “rivelazione”, giorno coincidente con una celebrazione che aveva per oggetto il valore cultuale e culturale dell’icona nel mondo bizantino. Le fonti storiche attestano la presenza del telo di lino ad Edessa sin dal 525, mentre Andrea arcivescovo di Creta (660-740 circa) lo descrive come un’impronta del corpo impressa su un panno consunto (toù somatikoù autòu charachtéros) non fatta con colori [38]. Fino alla scoperta del documento che fa luce sulla vera consistenza del sacro mandylion, le ipotesi degli studiosi che volevano farlo coincidere con la Sindone si fondavano su quel tetràdiplon che insospettiva, ed erano avversati da altri che ritenevano che la vera Sindone fosse stata invece custodita nella cappella del palazzo imperiale di Costantinopoli, e che fosse un oggetto diverso e indipendente dal mandylion di Edessa. Due tesi diverse suffragate da ipotesi plausibili ma niente di più. Fino alla scoperta, casuale, del documento dirimente.

El Greco, rappresentazione del Mandylion

El Greco, rappresentazione del Mandylion

Il manoscritto greco della Biblioteca Apostolica Vaticana del X secolo [39] è stato consultato dallo storico romano Gino Zaninotto nel 1997. Lo studioso si accorse contenesse un discorso solenne scritto da Gregorio il Referendario, arcidiacono della Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, il quale fornisce un resoconto del suo viaggio ad Edessa nel 993, su ordine dell’imperatore Romano I Lecapeno, per prelevare la preziosa icona akeiropoieta e portarla a Costantinopoli, dove si doveva celebrare solennemente il primo centenario della Festa dell’Ortodossia istituita nell’843 dall’imperatrice Teodora per sancire la definitiva condanna dell’iconoclastia e il ristabilimento della venerazione delle icone. Non erano bastati i canoni del niceno secondo del 787 a sedare gli animi degli iconoclasti monofisiti che continuarono la loro battaglia per quasi cinquant’anni. Sempre nella Chiesa, fino al presente, ci sono quelli che pretendono di saperne più dello Spirito Santo. L’imperatrice confermò con autorità i canoni del concilio e pose fine alla disputa. Dovendo celebrare il centenario di quell’evento, Romano I pensò che portare a Costantinopoli la famosa icona di Edessa avrebbe arrecato considerevole lustro all’evento. Ci si aspettava di vedere un volto dalla bellezza divina, ma l’arcidiacono Gregorio si trovò sotto gli occhi una realtà completamente diversa. La città di Edessa era allora sotto il dominio degli arabi, e per essere sicuro che non gli rifilassero un falso fece della reliquia una ricognizione minuziosa, fin quando si rese conto, dai tanti segni che notò, di trovarsi davanti all’impronta del cadavere di Gesù, impronta di cui fino a quel momento era stato reso visibile soltanto il volto.

Nel 1978 il fisico John P. Jackson ha risolto l’enigma del tetràdiplon, individuando i segni di piegatura della Sindone di Edessa, a conferma dell’ipotesi che il lenzuolo una volta era conservato ripiegato in modo da formare otto strati [40], con la riduzione della Sindone a mandylion, fazzoletto che ne ispirerà tanti altri nell’iconografia d’Oriente e d’Occidente, dando luogo ad altre leggende come quella della Veronica. Ciò che era stato mostrato fino ad allora, quel volto sfumato ed evanescente uscito dalla leggenda, non era ciò che i bizantini si aspettavano; né gli abitanti di Edessa avevano mai pensato che l’impronta di quel volto avesse nulla a che fare con la morte di Cristo; era un suo ritratto dal vivo, da guardare a distanza, perché è ormai noto che i tratti della Sindone si possono osservare bene solo se ci si pone ad almeno due metri di distanza. L’ampolloso imperatore bizantino si aspettava l’immagine gloriosa del Re dei Re, di cui si riteneva vicario e quasi ipostasi in terra e invece gli giunse quella larva di immagine che parlava di morte e sconfitta anziché di gloria terrena.

Sindone e Epitaphioi

Sindone e Epitaphioi

Dal racconto del Referendario si comprende che l’imperatore fu costretto a metabolizzare la situazione e come tutti gli astuti uomini di governo a piegarla a strumento della sua azione politica. Nonostante la sconfitta apparente dell’iconoclastia, era rimasta in vita una sua latenza nella setta dei “pauliciani” che professavano una sorta di gnosticismo, eresia sempre serpeggiante nella cultura cristiana. Per loro Gesù non era stato veramente uomo ma un puro spirito, un messaggero celeste venuto ad insegnare agli uomini la conoscenza di Dio. Per gli gnostici Cristo non si era mai incarnato, non aveva sofferto, non era morto né risuscitato. Per l’imperatore quel telo che gli era giunto provvidenzialmente era la confutazione delle loro eresie. La Sindone sintetizzava la fede confermata dai concili ecumenici fino ad allora celebrati e per la mentalità bizantina era come simbolo del Corpo di Cristo, tanto che fu equiparata all’Eucaristia e riprodotta con diverse varianti in un numero smisurato di copie.

Il mondo bizantino cominciò a sviluppare da allora la passione per le caratteristiche fisiche di Gesù. Costantino VII Porfirogenito, successore di Romano I introdusse nella liturgia la figura del Cristo sofferente che da allora cominciò ad assumere tratti realistici, sia rappresentato in croce sia disteso come nell’immagine sindonica. Ancora oggi sulla mensa eucaristica i bizantini collocano un telo di stoffa preziosa chiamato epitàphios su cui è ricamata l’immagine del Cristo sindonico. Questo telo accoglie il corpo di Cristo eucaristico. Bisanzio così riculturava il tema della passione e della morte del Signore, l’uomo dei dolori della Scrittura, mentre prima, anche in croce, lo aveva raffigurato in vesti regali e corona aurea in capo. Era il recupero del tema teologico dell’umanità di Cristo, accolto con profonda commozione dopo secoli di oblio. L’influsso del monofisismo aveva insinuato subdolamente che il Figlio di Dio non poteva subire una sorte così infamante. La Sindone aveva messo in luce una passione cruenta, crudele, disumana e una morte straziante che la luce della Resurrezione ha fotografato in maniera indelebile. Il Risorto, stando ai vangeli, ha conservato i segni delle sue ferite, ma pochi li videro. Sulla Sindone però ne era rimasta impressa fedelmente la consistenza. È davvero incredibile che il Risorto abbia voluto lasciarci traccia della sua vittoria sulla morte? Una traccia discreta che non si impone allo sguardo ma richiede una visione profonda, come quello che può avere un discepolo che lo ama.  L’elaborazione artistica di questo modo di vedere se ne ricorderà a tratti, sia in Oriente che in Occidente, calcando la mano ora sulla passione ora sulla gloria non sempre in equilibrio tra loro, che è l’equilibrio della fede pasquale. In definitiva, nella Chiesa, arianesimo, nestorianesimo e monofisismo sono eresie sempre dietro l’angolo.

Beato Angelico, Cristo coronato di spine

Beato Angelico, Cristo coronato di spine

Qui si arresta la nostra breve ricapitolazione, non certo esaustiva ma essenziale in ordine alla finalità dichiarata. La Sindone rimase a Costantinopoli fino al 12 aprile 1204, quando la città cadde in mano ai “latini” della IV crociata. Il resto è storia acclarata anche dai negazionisti ai quali si vuol far notare che la verità sulla Sindone non può essere contenuta, come vuole Canfora, in un solo libro e che neanche quanto qui ricapitolato pretende di avere valore apodittico. Sarebbe una presunzione irragionevole voler rendere ragione del mistero che travalica di molto le presunzioni della scienza. Tutto ciò che sino ad oggi si è studiato e si è scritto sulla Sindone ha mostrato che non tutti gli sforzi scientifici l’hanno strappata dall’ambito del mistero, per cui tale resterà in quanto simbolo della fede cristiana che ha ragioni eccedenti la razionalità umana e si celebra nel culto in quanto mysterion, termine rimasto intradotto in liturgia. A prescindere dalla sua autenticità alla quale si è liberi di credere o no, è la sua configurazione iconica che reperta la situazione antropica degradata assunta da Gesù di Nazareth per metamorfosarla dal suo interno, dall’interno del composto umano. A meno che non si voglia ancora negare che sia mai esistito e che in duemila anni di storia il cristianesimo abbia raccontato solo frottole.

Si è liberi di affermare anche questo e di negare l’esistenza di un uomo che ha proposto al mondo cose impensabili, oltre i limiti dell’umano e del religioso. Se poi c’è stato un geniale artista che ha prodotto un tale impossibile reperto artistico, bisognerebbe ringraziarlo, perché ci apre ancora gli occhi sulla nostra misera condizione umana che né la filosofia, né la scienza, né la tecnica né la teologia sono riuscite a mutare. Quelle piaghe che furbescamente certa arte cristiana ha tentato di nascondere ritraendo crocifissi apollinei, dalle forme nitide ed esangui, per velare lo scandalo troppo cruento e inaccettabile della croce, la Sindone le rimette in auge sullo scenario culturale. Che si ostenda! Non a scopo di lucro come meschinamente qualcuno dei negazionisti ha affermato, ma perché quelle piaghe sono l’espressione della vicenda umana di Gesù, ancora sanguinanti dopo duemila anni dalla sua venuta. Lui che è nato come un escluso, costretto a migrare per sfuggire al tiranno di turno, senza una dimora fissa e un luogo in cui riposare, non compreso neanche dai suoi, vivendo una solitudine umana colmata soltanto da Dio, morto tra i delinquenti e disceso agli inferi, l’abisso che si apre per ciascuno di noi dopo la morte.

In quelle piaghe si condensa lo spessore negativo della storia umana fino al nostro terribile e inumano presente. Vanno mostrate! Solo lui le può sanare: questa è la fede dei cristiani! I cristiani credono nella possibilità di una vita nuova, di una umanità nuova inaugurata da Cristo, non nel fatto che “Adamo ed Eva passeggiavano con i dinosauri”, come qualcuno stupidamente ha affermato. Gesù Cristo è l’uomo nuovo che ci restituisce la somiglianza all’immagine distrutta dalla nostra autodivinizzazione. Lui in quanto Icona perfetta del Padre, come la Chiesa professa con la confessione paolina: icona del Dio invisibile (ὅς ἐστιν εἰκὼν τοῦ θεοῦ τοῦ ἀοράτου: Col 1, 15). È preoccupante che un biblista accreditato accademicamente se ne sia dimenticato, affermando che il cristianesimo è «religione della parola e dello spirito», quasi una gnosi disincarnata [41]. La Sindone non è icona da adorare, rimanda ad altro in quanto icona: nella sua fatticità è l’involucro simbolico che ha contenuto colui che si è potuto definire col salmista «verme, non uomo» (Sl 22, 6), e che ha lasciato quell’involucro Trasfigurato, come la farfalla lascia il suo bozzolo. Per cui la Sindone è il drappo del Risorto, reliquia Resurrectionis.

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note
[1] P. A. Florenskij, Avtoreferat (Nota autobiografica), in Id., Il simbolo e la forma. Studi di filosofia della scienza, Bollati-Boringhieri, Torino 2007: 7.
[2] Pavel Aleksandrovič Florenskij nasce il 9 gennaio 1882 a Evlach, in Azerbaidžan. Dopo la laurea in matematica e fisica all’università di Mosca intraprende gli studi di teologia. Dopo essersi sposato con Anna Giacintova viene ordinato prete. Padre di cinque figli, concilia la ricerca e l’insegnamento con le attività pastorali. La sua attività teologica e scientifica continua dopo la rivoluzione del 1917, fino a quando viene avversato dal regime bolscevico, arrestato e condannato a dieci anni di lavori forzati. Intanto il regime comunista nascente sfrutta le sue competenze scientifiche durante altri cinque anni di gulag, poi lo condanna a morte e viene fucilato l’8 dicembre 1937. Oggi è considerato uno dei pensatori più geniali ed originali del XX secolo.
[3] P. A. Florenskij, La filosofia del culto, San Paolo, Cinisello Balsamo 2016.
[4] Cf. Id., La prospettiva rovesciata, Casa del libro, Roma 1983: 92.
[5]. P. Sequeri, Contro gli idoli postmoderni, Lindau, Torino 2011: 7.
[6] ANSA del 4 agosto 2025.
[7] Tempi, 7 agosto 2025.
[8] E. Marinelli, La Sindone testimone di una presenza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010: 141-142.
[9] B. Frale, La Sindone di Gesù Nazareno, Il Mulino, Bologna 2009: 115.
[10] U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli, Milano 2010: 313.
[11] G. Fanti, La Sindone: primo secolo dopo Cristo!, Edizioni Segno, Feletto Umberto UD 2014.
[12] Per le sue indagini, il team di ricercatori italiani, guidato da Liberato De Caro dell’Istituto di Cristallografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ha utilizzato una più moderna tecnica chiamata Wide Angle X-ray Scattering (WAXS). Questo metodo misura l’invecchiamento naturale della cellulosa di lino, in base alle condizioni ambientali come temperatura e umidità. I risultati, pubblicati sulla rivista Heritage, rivelano che il tessuto potrebbe avere circa 2000 anni.
[13] B. Frale, cit.: 296-297.
[14] E. Marinelli, cit.: 213.
[15] B. Frale, cit.: 205.
[16] Ivi: 7-8; 285.
[17] J.C Petitfils, Jésus, trad. it. Gesù, San Paolo, Cinisello Balsamo 2013: 380.
[18] Ivi: 378-379.
[19] B. Frale, cit.: 11.
[20] Quelle scritte sulla Sindone, intervista a Luciano Canfora, La Stampa, 22 luglio 2009.
[21] A. Nicolotti, Sindone. Storia e leggende di una reliquia controversa, Einaudi, Torino 2015.
[22] Marco Bonatti, La Sindone è un falso? Ma quale novità, non c’è niente di scientifico, in Avvenire, 5 agosto 2025.
[23] M. Tosatti, Una nuova ricerca dell’ENEA, vaticaninsider.lastampa.it.
[24] E. Marinelli, cit.: 214.
[25] V. Pece, Sindone falsa? Notizia vecchia e antiscientifica, in TEMPI, 7 Agosto 2025.
[26] Ibid.
[27] G. Palamas, Antirrheticus contra Akindynos, PG 150, 893.
[28] P. Reymond, Dizionario di ebraico e aramaico biblici, ed. italiana, Società biblica e britannica ed, Roma 1995: 288.
[29] Cf. D. Rousseau, L’icona splendore del tuo volto, Paoline, Cinisello Balsamo 1990: 214.
[30] Cf. B. Frale, cit.: 83.
[31] Epifanio di Salamina, PG 4, 390-391.
[32] A. Grabar, Le vie della creazione nell’iconografia cristiana. Antichità e Medioevo, Jaca Book, Milano 1983: 157.
[33] M. Bettettini, Contro le immagini. Le radici dell’iconoclastia, Laterza, Bari 2006: 86.
[34] E. Marinelli, cit.: 40.
[35] Mi riferisco all’affresco bizantino del Pantocratore rinvenuto nel transetto della Cattedrale normanna di Mazara del Vallo (1093) e poi, specialmente, al volto del Crocifisso bizantino (sec. XII/XIII), con gli occhi chiusi, che segue in maniera evidente il modello sindonico. Cf. L. Di Simone, Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo Icona pasquale della liturgia, Feeria, Panzano in Chianti 2004. Ed anche, L. Di Simone (a cura di), Trasfigurazione. La basilica cattedrale di Mazara del vallo. Culto, arte, storia, Il Colombre, Mazara del Vallo 2006.
[36] E. Marinelli, cit.: 37.
[37] Cf. B. Frale, cit.: 30-32.
[38] Andrea di Creta, PG, 97, 1301-1304.
[39] Vat. Gr. 511. cc. 143r-150v.
[40] Cf. E. Marinelli, cit.: 53.
[41] M. Pesce, I Vangeli e la Sindone, in MicroMega, 21 aprile 2015.
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Leo Di Simone, teologo, scrittore, liturgista, esperto di musica liturgica e di arte sacra, è Interlocutore Referente presso la Pontificia Accademia di Teologia (PATH). Ha insegnato Antropologia culturale e Liturgia presso la Facoltà Teologica di Sicilia (Palermo), l’Istituto di Scienze Religiose di Mazara del Vallo e l’Istituto Teologico di Scutari (Albania). È presbitero della Diocesi di Mazara del Vallo, docente e Direttore della Scuola Diocesana di Teologia e della Biblioteca diocesana. Nella stessa Diocesi coordina il progetto “Operatori di pace” e dirige l’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso. Attualmente è anche Referente diocesano per il Sinodo. Tra le sue pubblicazioni, si segnalano i seguenti volumi, editi da Feeria (Panzano in Chianti – Firenze): Liturgia secondo Gesù. Originalità e specificità del culto cristiano. Per il ritorno a una liturgia più evangelica (2003); Vexilla Regis. La croce dipinta di Mazara del Vallo. Icona pasquale della liturgia (2004); Beato Angelico. L’estetica del Verbo incarnato (2004); Le rotte dei Misteri. La cultura mediterranea da Dioniso al Crocifisso (2008); Liturgia medievale per la Chiesa postmoderna? La questione del “rito antico” nel racconto del “rito romano” (2013). Ha curato, per i tipi de Il Colombre, il volume Trasfigurazione. La Basilica Cattedrale di Mazara del Vallo. Culto Arte e Storia (2006). L’ultimo suo volume è un saggio biografico su Thomas Merton: Il romanzo di Thomas Merton. Un umanista cristiano nell’era postcristiana, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani (2018). Nel campo dell’innografia liturgica ha pubblicato con le Edizioni Paoline due volumi di inni: O fonte della luce; O Cristo splendore del Padre.

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