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La scuola nella pandemia, la cittadinanza nell’immigrazione

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2021 @ 02:39 In Letture,Migrazioni | No Comments

altri-cittadini-370372di Antonino Cusumano

Da dove ricominciare? Si chiede il latinista Ivano Dionigi in un suo recente libro Segui il tuo demone (Laterza 2020) che è un intenso breviario destinato a intercettare le domande di senso più radicali dei giovani contemporanei, frustrati e smarriti nell’afasia del presente e nella deprivazione del futuro. Da dove ricominciare se non dalla scuola, dall’ultimo avamposto civile del Paese: «è di lì – scrive Dionigi – dopo l’apocalisse, che passerà la genesi».

Si guarda al tempo postpandemico come al secondo dopoguerra, all’esperienza di ricostruzione e rinascita, fervida di investimenti delle energie più vitali e più creative ovvero di quel patrimonio di idee progettuali, di immaginazione e di volontà contenuto nella formula inappropriata e un po’ gretta di “capitale umano”. Ai giovani è intitolato il Recovery Fund, alle Next generation. Almeno nelle intenzioni nominali delle istituzioni europee alle prossime generazioni è affidata la speranza di un rovesciamento più che di un ricominciamento, di un’utopica palingenesi più che di una mera e meccanica ripresa. Non dentro una angusta prospettiva economicistica può infatti risolversi la crisi strutturale che ha investito in profondità l’ecosistema delle relazioni nodali, le basi della convivenza tra gli uomini e tra tutti gli esseri viventi abitanti nella dimensione globale delle interconnessioni ambientali. Chi se non i giovani possono interpretare e incarnare questa sfida titanica, questo coraggioso ripensamento culturale di abitudini, norme, gesti e stili di vita? Chi se non i figli che tradiscono i padri per riconnettere i trapassati ai nascituri e riconciliare il tempo dell’uomo con quello della natura?

I giovani di cui si discorre non sono in tutta evidenza astratta categoria anagrafica né sono senza appartenenza di ceto e di cultura. Sono tuttavia partecipi nelle differenze etniche e nelle peculiarità sociali di quella preziosa esperienza collettiva ed educativa che si dispiega all’interno della scuola, quell’arte difficile della convivenza che si apprende e si esercita tra i banchi e nelle aule, nella relazione con i compagni, nella dialettica con gli insegnanti. Luogo delle opportunità e di potenziale aspirazione all’equità, la scuola è – per usare le parole di Piero Calamandrei – «organo costituzionale della democrazia», spazio elettivo impegnato nella rimozione degli «ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana», istituzione pubblica a cui è affidata la costruzione di una società aperta.  

Non si è forse mai compreso fino in fondo il valore e la funzione di questa estrema trincea della coesione sociale e dell’unità nazionale, quanto oggi che la pandemia ne ha drammaticamente rivelato la mancanza e nello stesso tempo la necessità. Da decenni emarginata, delegittimata e saccheggiata delle sue risorse umane e strumentali, costretta a continue tensioni e destrutturazioni prodotte da reiterate riforme volte essenzialmente a ridurne i costi non meno che nel settore della sanità pubblica, la scuola si è scoperta nuda e indifesa nella battaglia contro il virus, non una priorità da preservare né un bene comune da proteggere. Surrogate dalla tecnologia a distanza, vincolate alla funzionalità di mercato delle piattaforme digitali, smaterializzate nella dimensione liquida e algida del web, lezioni e relazioni senza corpi e senza respiri, disincarnate dalle aule e dai luoghi deputati, hanno perduto i contatti con la fisica della vita e la realtà empirica del mondo.

È noto che l’educazione è performance che coinvolge e mobilita tutto il corpo, tutti i sensi, l’insieme delle percezioni cognitive, emotive e motorie. La comunicazione passa pregiudizialmente attraverso mutui e impercettibili processi di seduzioni e complicità di intese e alleanze sottintese, un sottotesto fatto di partecipazione intellettiva, sentimentale e sensoriale a quanto si vive, si ascolta e si dice. Quale didattica è possibile senza “l’erotica dell’apprendimento”, come direbbe Massimo Recalcati? Quale insegnamento può essere efficace se privato della vicinanza dello sguardo, dei suoi ammiccamenti, della tattilità dei gesti, dell’intrusione dei sensi? Quale apprendimento è possibile se il docente è un totem parlante via etere e la classe un puzzle di figurine distratte, di confusi ologrammi? Nulla può sostituire l’esperienza della relazione personale, l’empatia che sostiene la motivazione. La Dad è per definizione niente di più di una tecnica, un medium utile se complementare non sostitutivo, provvisorio non duraturo, sussidiario non indispensabile. La Scuola “in assenza” è per definizione la negazione dei princìpi costitutivi della dimensione empatica e socializzante che solo la “presenza” può assicurare, quella cellula di comunità plasmata sul patto generazionale, sul senso di appartenenza ad una comune e collettiva esperienza cognitiva e intimamente umana, sul sapere che passa se incarnato nella pratica quotidiana delle relazioni fattuali e non virtuali.

shutterstock_1169012542Se anche la Scuola è online, se anche insegnare e imparare diventano stimolazioni visive e sonore del ciberspazio, indistinguibili dagli altri messaggi dei social media, all’interazione faccia a faccia si sostituiscono la liquidità e la precarietà delle connessioni digitali, alla funzione referenziale ed emozionale della comunicazione quella fàtica e iconica, assorbita e affaticata nella conferma dei contatti e del segnale della potenziale “presenza” al di là dello schermo. Se la Scuola estende e incrementa la dipendenza dalla rete, dai codici di simulazione e saturazione elettronica, se è il digitale a colonizzare la didattica, e non viceversa, la didattica a utilizzare il digitale in base alle proprie esigenze, i giovani studenti restano sospesi e avvolti, “come dentro un nastro di Moebius”, in una sorta di autismo cibernetico, di cortocircuito tecnologico.

L’impatto disfunzionale provocato dalla decisione di chiudere le scuole per contenere i contagi si è tradotto in un costo sociale e culturale ancora poco visibile ma sicuramente devastante nell’acuirsi delle diseguaglianze, delle solitudini adolescenziali, delle patologie psichiche ed esistenziali. Di questi disagi sono segnali evidenti le occupazioni e le proteste da parte dei ragazzi che, forse per la prima volta nella storia, hanno manifestato per tornare a scuola, per fare lezioni non per contestarle o per saltarle. A pagare il prezzo più alto nel silenzio dell’opinione pubblica sono gli alunni portatori di disabilità, i figli degli immigrati stranieri e delle famiglie in crisi di unità e di affetti, nonché quelle più disagiate dal punto di vista economico. Da qui l’aggravarsi del fenomeno di dispersione, la scomparsa dalla vita scolastica dei soggetti più deboli e più vulnerabili. Da qui il rischio che l’istruzione ridiventi un privilegio, la più iniqua delle disparità, la limitazione dell’accesso allo studio, di uno dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione. Viene meno uno dei compiti primari affidati alla Scuola, quello di costruire il sentimento di appartenenza civile, le radici dell’inclusione, quel percorso di cittadinanza che è presupposto fondante di ogni democrazia. Tanto più che l’aver delegato alle singole regioni le determinazioni e le valutazioni finali in ordine all’organizzazione delle attività scolastiche ha contribuito a disgregare l’impianto statale del sistema nazionale d’istruzione, violando i princìpi di uguaglianza sostanziale e di unità istituzionale.  

Tra tutte le contraddizioni che la pandemia ha epifanicamente portato alla luce quella della cittadinanza è questione non di poco conto, se si riflette sulle aporie nella sua interpretazione formale e nella sua gestione materiale. A fronte delle minacce del contagio il “prima gli italiani” è stato non solo pensiero prevalente tra la popolazione ma anche strategia securitaria che ha ispirato la politica e le amministrazioni pubbliche. La paura, ragionevolmente diffusa e artificiosamente alimentata, ha giustificato chiusure e diffidenze, verso il vicino diventato nemico, l’ospite trasformato in untore, favorendo abbandoni scolastici e umilianti ghettizzazioni nei confronti di stranieri, immigrati, minoranze e rom. La cronaca ci restituisce frammenti di informazioni su questo mondo sommerso, su questa realtà umana e sociale emarginata nella clandestinità, dimenticata nella rimozione collettiva.

Mentre scriviamo si celebra la Giornata della memoria e, nello stesso tempo, nella rotta balcanica si consuma un’altra catastrofe umanitaria: l’Italia è impegnata a respingere alla frontiera con la Slovenia migliaia di disperati (tra di essi molti minori) provenienti da Siria, Pakistan, Iraq e Afghanistan che tentano di entrare in Europa e si ritrovano picchiati, derubati dalle polizie di confine e costretti nei campi profughi in Bosnia, sotto la neve e al gelo. Nel Mediterraneo continuano i naufragi di quanti in fuga dai lager della Libia sognano il Vecchio continente. I diritti sono conculcati anche nelle città dove sindaci intolleranti firmano ordinanze anti-immigrati seppure residenti che vi abitano stabilmente e vi lavorano. La cittadinanza formale è procedura difficile e lunga, ma sovente ancor più complicata e ostracizzata dalle determinazioni di alcune amministrazioni locali, da burocrazie non amiche, da certe pratiche di discriminazione razziale.

È vero, nulla è più lontano dall’attuale agenda politica del dibattito sulla riforma della legge, su quel ius culturae il cui iter di approvazione parlamentare avviato nella scorsa legislatura è sciaguratamente naufragato. Eppure sulla cittadinanza che la congiuntura pandemica ha riaffermato nelle sue applicazioni più regressive come istituto di protezione da un lato e di separazione dall’altro, è utile e urgente una generale riflessione che riconsideri princìpi e confini, forme e significati. È l’obiettivo che si è posto Maurizio Ambrosini, autore di Altri cittadini. Gli immigrati nei percorsi della cittadinanza (Vita e Pensiero ed., 2020), un’agile rassegna delle questioni che ha il pregio della sintesi e della chiarezza. «Un sistema sperequato di cittadinanza dal valore diverso» ha trovato drammatica conferma nel difficile contrasto alla diffusione della pandemia, ribadendo sovranità statali e sovranismi politici nonché torsioni e manomissioni nell’uso e nell’attuazione pratica dei diritti.

Ma la evidente dimensione transnazionale dell’epidemia, la dura lezione del Covid 19, hanno disarticolato e reso più complesso lo statuto della cittadinanza, incrinando l’ordine ancora coloniale delle prerogative giuridiche alla luce dell’inestricabile intreccio dei destini di quanti abitano lo stesso pianeta. Gesti di solidarietà e generose opere di volontariato hanno attraversato le frontiere etniche delle appartenenze e gli stessi immigrati si sono resi anonimi protagonisti di servizi di pubblica utilità a favore della Protezione civile. Accade così nella vita quanto nelle rappresentazioni ideologiche è rigorosamente negato. Cittadinanza e immigrazione, tenute separate e ritenute alternative, sono nelle dinamiche della convivenza compatibili e commutabili.

4133469_2013_islamBuona parte del libro di Ambrosini spiega come le migrazioni trasformino la cittadinanza, dal momento che mettono in gioco «processi soggettivi di identificazione e pratiche politiche di partecipazione», fattori ed esperienze che producono tensioni e violazioni nelle concezioni convenzionalmente codificate e vincolate alla stretta connessione tra Stato, territorio e popolazione, tra demos ed ethnos, tra identità nazionale e diritti sociali e politici. Norme sostenute da ideologie che sottintendono ed enfaticamente rivendicano presunte quanto improbabili autoctonie, astratte purezze genealogiche, retoriche intorno ai legami di sangue e alle radici identitarie. In questo orizzonte l’italianità sembrerebbe essere un dato ascritto, un assioma, un’eredità genetica e generazionale, non un costrutto, un processo, ma una dote innata, un geloso privilegio, un incorruttibile e inalienabile patrimonio. Qualcosa che ha a che fare con le fascinazioni del mito, con le ambiguità del tribalismo, con l’appartenenza civile scambiata per etnicizzazione sociale. Un diritto naturale fondato sull’origine geografica e non sulle ragioni della storia. Una concezione reificata ed essenzialistica della cultura che si pensa omogenea e compatta come un monolite.

A decostruire l’equivalenza nel linguaggio comune tra cittadinanza e nazionalità concorrono in primo luogo l’istituzione della doppia cittadinanza, il riconoscimento dei fenomeni di nomadismo e di dislocazione collettiva, la formazione delle comunità diasporiche transnazionali diffuse per effetto dei processi di globalizzazione. «Quello delle diaspore di successo – scrive Ambrosini – è un caso emblematico di istituzionalizzazione di regimi di cittadinanza flessibile, capaci di adattarsi per fare posto a minoranze che non si riconoscono del tutto entro il contenitore dello Stato nazionale». Da qui anche la facoltà concessa agli emigranti italiani di esercitare il diritto di voto dall’estero in occasione di elezioni per il rinnovo dei rappresentanti del Parlamento, un atto politico praticato al di fuori dei confini territoriali dello Stato e spesso a molti anni di distanza dalla partenza. A questo proposito, Ambrosini si chiede «quanto gli emigranti che hanno lasciato il Paese di origine da anni o addirittura da decenni siano informati sul dibattito politico nazionale, quanto ne siano toccati e che interesse abbiano a pronunciarsi su programmi che poco incidono sulla loro vita all’estero». Tanto più che il più delle volte i discendenti non hanno mai messo piede in Italia e non ne conoscono neppure la lingua, avendo ereditato la cittadinanza per diritto di sangue dagli avi.

Non si può non cogliere la stridente contraddizione nella gestione selettiva e sperequata del diritto di cittadinanza, generosamente concesso per via di trasmissione “naturale” a quanti vivono e lavorano lontani dall’Italia e negato agli immigrati insediati da anni con le famiglie, ai loro figli nati, istruiti e socializzati nel nostro Paese. Spinte securitarie e regressive hanno orientato a comprimere non solo la libera circolazione ma anche le tendenze all’inclusione civile, così che, nell’ambito della stessa Unione Europea, in assenza di una armonizzazione delle regole, permangono squilibri e incoerenze tra gli Stati nazionali che restano di fatto i garanti e i sovrani di questi diritti. Il risultato è la loro frammentazione e segmentazione, se non il loro disconoscimento. Ne consegue – annota Ambrosini – che «dieci milioni di apolidi nel mondo testimoniano la distanza tra la condizione di persona umana e quella di cittadino riconosciuto». Le stesse norme – restrittive e sovente vessatorie – che regolamentano la concessione della cittadinanza sono ovunque connotate in senso neo-liberale, essendo vincolate all’autosufficienza economica dei soggetti richiedenti, alla loro capacità pregiudiziale di «provvedere a sé stessi e alla propria famiglia senza dipendere da aiuti pubblici».

La verità è che nelle politiche dell’immigrazione la cittadinanza era e rimane una concessione, un conferimento octroyée, qualcosa che lo Stato con paternalistica e inoppugnabile postura offre a quanti hanno lungamente dimostrato volontà e capacità di integrarsi, lealtà democratica e rispetto delle leggi; legittime e ragionevoli istanze, ancor più sensate se fossero accompagnate da un sistema di reciprocità e di equilibrio di diritti e doveri, all’interno di un patto fondato non su gerarchie e primati ma sul solidarismo civico e sull’inclusione sociale. «Nessuno ha originariamente il diritto di abitare in un luogo della terra piuttosto che in un altro». Così Immanuel Kant nel suo appello del 1795, Per la pace perpetua, una mozione universalistica del diritto di migrare e di essere cives tra i cives, senza privilegi di status e senza discriminazioni di censo. Non dal sangue e nemmeno dal suolo – circostanze casuali e contingenti – dovrebbe dunque derivare il diritto di cittadinanza, quanto dalla libera scelta ed adesione ad una comunità, dalla concreta partecipazione alla vita pubblica della città, dalla condivisione di spazi sociali e culturali nel riconoscimento a pieno titolo delle differenze e delle singolarità della persona.

Maurizio Ambrosini ragiona sulla complessità e poliedricità di questo istituto oggi fortemente sollecitato dalle istanze delle seconde generazioni scaturite dall’immigrazione. Nati o arrivati in Italia da piccoli, parlano e pensano italiano, condividono non solo i banchi di scuola ma anche valori e modelli di consumo dei loro coetanei autoctoni, gli stessi gusti per la musica e per gli sport, gli stessi social media. Si muovono in fondo nelle stesse incertezze e insicurezze che appartengono all’età e al difficile rapporto con il mondo degli adulti e le possibili future prospettive. A guardar bene, però, simili non significa eguali e la disparità non è soltanto riconducibile a fattori economici ma anche e soprattutto allo status giuridico. Sono cittadini dimezzati, mutilati, sospesi, privi di quel riconoscimento formale che conferisce loro piena legittimità di presenza, per quanto si sentano coinvolti in forme di partecipazione alla vita pubblica e alla società in cui progettano il loro futuro. Oltre un milione di giovani italiani ghettizzati e stigmatizzati ancora come stranieri, condannati nell’attesa di un documento che certifichi la possibilità di essere italiani anche con un cognome difficile da pronunciare, la carnagione più scura, il velo o il turbante sul capo.

L’attuale ordinamento italiano prevede che i figli degli immigrati nati sul territorio nazionale e residenti nel nostro Paese in modo continuativo possano richiedere la cittadinanza solamente al compimento del 18° anno d’età e sperare di ottenerla nei tempi notoriamente lenti della burocrazia. Secondo fonti del MIUR del 2020, a scuola, dall’infanzia alle secondarie, il 64% degli alunni con cittadinanza non italiana è in realtà nato in Italia. «Che vantaggio trae la società italiana – si chiede Ambrosini – dal tenere così a lungo fuori dalla porta della cittadinanza legale i figli degli immigrati che pure studiano nelle scuole della Repubblica, ne abitano le città, ne parlano correntemente la lingua? Che messaggio si dà, insegnando loro storia, letteratura e persino educazione civica, ma specificando che di questo patrimonio condiviso non fanno parte? Non è paradossale far loro imparare la Costituzione di un Paese che li respinge come cittadini?». I paradossi sono ancora più evidenti se si riflette sulla crescente denatalità e sulla parabola demografica dell’Italia, anche per effetto dell’incremento della mortalità a causa della pandemia. Secondo i dati aggiornati dell’Istat si registra un pauroso dislivello tra nascite e morti: 151 morti ogni 100 nati, con un deficit di popolazione sempre più drammatico nonostante i flussi migratori in entrata. In questo nostro Paese esangue, con gli abitanti in rovinoso e rapido invecchiamento, invece di arginare l’inarrestabile declino con un processo di valorizzazione e di compiuto e definitivo riconoscimento giuridico del prezioso contributo economico e demografico degli stranieri e dei loro figli, il dibattito politico e culturale è ancora incredibilmente irretito da pregiudiziali ideologiche, tra miserabili sovranismi e croniche pavidità.

sovracoperRinviare la riforma della legge sulla cittadinanza, ritenere che non sia una priorità rispetto perfino alle urgenze imposte dalla pandemia significa ancora una volta approfondire il solco che separa il governo e i tempi della politica da un lato, dalla realtà – economica, sociale, culturale, umana – in tumultuoso e profondo mutamento dall’altro, i fenomeni di frammentazione e di rimescolamento etnico della contemporaneità dalla capacità critica e progettuale di una loro piena comprensione e interpretazione. Come si può pensare di tenersi gelosamente stretti ai confini nazionali quando i confini del mondo si spostano continuamente, le connessioni e le interdipendenze si moltiplicano, le appartenenze si ibridano in inimmaginabili contaminazioni? «I diritti umani – ha scritto in un saggio del 1999 Matilde Callari Galli – rappresentano una delle poche possibilità che abbiamo per tessere un dialogo comune alla maggioranza dei popoli, per organizzare strutture trasversali alle singole nazioni in grado di elaborare mediazioni tra culture profondamente diverse, quando non ostili». Il diritto alla cittadinanza – per quel che significa in ordine alle garanzie giuridiche e alla cura della dignità della persona – va ripensato in questo scenario che non prospetta nuove ingenue utopie cosmopolite ma politiche democratiche non più inclini alle aberrazioni del sangue e al ripiegamento etnocentrico e decisamente più lungimiranti ed aperte alle pratiche di promozione e di inclusione.

Se un popolo è fatto più di cittadini che di consanguinei, se più forti e cogenti delle relazioni di sangue sono le ragioni del vivere insieme, del dividere bisogni, aspettative e prospettive all’interno di un orizzonte comune di valori politici e civili, saggio ed equilibrato è il progetto di legge che sul cosiddetto ius culturae definirebbe i presupposti della nuova cittadinanza, superando gli automatismi dello ius soli e dello ius sanguinis. Chiarito che l’italianità non può passare dal colore della pelle o dall’ascendenza genetica, Ambrosini sostiene la necessità di approvare al più presto la riforma e ribadisce in questa prospettiva il valore dell’istruzione, il ruolo della scuola nell’educazione all’appartenenza civica, nella formazione dei cittadini. Una scuola attenta alle dinamiche interculturali e alle ragioni del pluralismo, non assimilazionista né relativista. «L’Italia – scrive – è di quanti la vivono, la conoscono e la costruiscono ogni giorno, indipendentemente dalle loro origini». Quale migliore passaporto per sentirsi italiani ed essere percepiti come italiani degli studi frequentati? Quale attestato più autorevole della lingua appresa? Quale esercizio pratico della cittadinanza come servizio alla collettività è più convincente delle attività di volontariato di cui molti dei figli degli immigrati si rendono protagonisti?

Forme di cittadinanza mediata, autoprodotta o semplicemente “vissuta” sono concretamente attuate nella quotidianità e a livello locale, «come un insieme di piccole e meno piccole conquiste – scrive Ambrosini – acquisizioni, espressioni di sé e delle proprie idee», affermate e riconosciute nella sfera pubblica come processi di cittadinizzazione, «un neologismo non bello ma efficace», per sottolineare la progressiva acquisizione di diritti istituzionalmente garantiti, di partecipazione alle reti di prossimità e agli impegni collettivi di quel volontariato che è «luogo di alimentazione del capitale sociale di una cui una società ha bisogno, di reti di fiducia, di responsabilità e di produzione di beni comuni». I giovani di seconda generazione producono atti di cittadinanza quando, per esempio, si attivano sui social in pratiche associative di esternazione di bisogni e rivendicazione di diritti. Supplisce, dunque, alla mancanza della cittadinanza formale questa dimensione relazionale, che muove dal basso, si esercita senza clamori, tra resistenze e difficoltà, fuori dai ghetti e dagli scontri etnici, estranea alle ricorrenti contrapposizioni tra “italiani veri” e “italiani di carta”.  In questa sfida la scuola è snodo fondamentale, insiste nelle conclusioni Maurizio Ambrosini, e «la cittadinanza per sua natura è progetto sempre aperto a nuovi sviluppi e mai definitivamente compiuto».

Resta il nostro imperdonabile debito nei confronti di questi nuovi italiani ai quali insegniamo ad amare la lingua, l’arte, la letteratura e la storia nazionale e poi li lasciamo nel limbo di un’attesa indeterminata, di una tensione irrisolta, di un frustrante e inquietante interrogativo: chi sono io, al di là di quello che mi sento di essere? C’è da chiedersi quanto sia spesso sottile e ambiguo il confine tra l’essere percepito come diverso e l’essere per questo discriminato, e quale costo sociale e culturale siamo disposti a pagare continuando a deludere le speranze che abbiamo generato in questi giovani, a spegnere le loro aspettative, i loro sogni, destinati a svanire quando scoprono di essere stranieri senza diritti nella loro patria. La dissonanza politico-civile di questa condizione socialmente e culturalmente schizofrenica non può non determinare solitudini, insicurezze, ambivalenze nel bricolage delle identità, cicatrici invisibili.  

La pandemia ha dimostrato che la Storia è sempre più forte della nostra capacità di condizionarla, della nostra presunzione di governarla. E la realtà vissuta si incarica sistematicamente di smentire la retorica di certa realtà rappresentata. La purezza invocata nel privilegio della cittadinanza di sangue è destinata ad essere contaminata dalla forza delle relazioni umane, dalla volontà dei contatti e degli scambi che conferiscono senso al nostro stare nel mondo. Ora che finalmente le scuole si sono riaperte (seppure a singhiozzo) con la presenza degli studenti, forse non sarebbe male che qualcuno introducesse tra i programmi la conoscenza degli antenati e lo studio delle genealogie familiari per imparare ad assumere consapevolezza di quanto falsa e illusoria sia la teoria del primato dell’autoctonia e di quale formidabile intreccio di appartenenze etniche, geografiche e generazionali siamo figli. Nell’ultimo volume Treccani del Dizionario Biografico degli Italiani, il numero 100 appena edito, è entrato per la prima volta il nome di un non italiano, il biochimico svizzero Daniel Boyet. Un segnale che apre la nozione di italianità a personalità nate altrove e tuttavia influenti nel nostro Paese. Piccoli segni che valgono a costruire legami di comunità transculturali su destini comuni, nuove e più ampie visioni di futuro, ‘brevi cenni’ sul mondo che verrà.

Dialoghi Mediterranei, n. 48, marzo 2021

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia. È autore di diversi studi. Nel 2015 ha curato un libro-intervista ad Antonino Buttitta, Orizzonti della memoria (De Lorenzo editore). La sua ultima pubblicazione, Per fili e per segni. Un percorso di ricerca, è stata edita dal Museo Pasqualino di Palermo (2020).

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