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La Sardegna che brucia, tra realtà e rappresentazione

Incendio nell'Oristanese, luglio 25

Incendio nell’Oristanese, luglio 2025

di Aldo Aledda 

Lo scenario delle foreste annerite dal fuoco che anno dopo anno si presenta in Italia e nel resto del mondo in forma sempre più drammatica incomincia a preoccupare anche chi un tempo riteneva questo fenomeno di importanza poco più che locale, pedaggio da pagare al progresso in quanto conseguenza inevitabile di un mondo che aveva appena scelto di sacrificare la campagna all’avanzata dell’urbanesimo. Viceversa per gli amanti della natura poteva apparire consolatorio che gli incendi giovino, come talvolta accade, alla rigenerazione della vegetazione, in testa il caso della foresta amazzonica.

imagesIl fenomeno è divenuto particolarmente allarmante in Italia dove, secondo Legambiente, sarebbero circa 40.000 gli ettari di bosco andati in fumo nel 2024 e, nel 2025, siamo già a quota 30.988, dati che mostrano una distanza siderale con quelli del 2022 quando furono sacrificati al fuoco 27.911 ettari. Qualcuno ha calcolato che è come se ogni anno dal nostro Paese sparisse una superficie estesa quanto il lago di Garda. La cosa appare ancora più inquietante se la mettiamo in relazione ai cambiamenti climatici in cui spariscono i cosiddetti polmoni della terra che ci assicurano ancora un poco di ossigeno, cioè quelli aggrediti dal fuoco nell’Amazzonia e, più di recente, nelle foreste californiane e canadesi ai new entry boschi europei a più riprese devastati dal fuoco in Grecia, in Catalogna e nel Sud della Francia. A ben vedere (dall’alto dell’aereo che la attraversa, per esempio) anche la Sardegna altro non è che un’immensa foresta lambita dal mare con un paio di pianure all’interno e tanti piccoli punti grigi costituiti dai piccoli borghi rimasti e che, grazie a un ecosistema abbastanza resistente, assicura ai suoi pochi abitanti una migliore vivibilità.

Che il fenomeno sia strettamente collegato alla siccità derivante dal riscaldamento terrestre appare tanto ovvio da alimentare oltre che la rassegnazione anche il disinteresse, che indirettamente fa passare sotto traccia la sconsiderata azione delle ecomafie, oggi le prime a essere imputate di questo scempio, accanto all’azione irresponsabile di singoli individui che probabilmente provano un disagio esistenziale a vivere in contatto con la natura e, in genere, nella società che li circonda. Ma vediamo da dove tutto è incominciato.

A ben vedere la Sardegna suo malgrado ha esportato nel mondo l’incendio boschivo accanto ad altri due fenomeni tipici della sua cultura agropastorale, l’abigeato (furto di bestiame poi riconosciuto in Italia come reato penale) e il sequestro di persona, tutte pratiche che ormai si sono globalizzate, creano profitti anche se ancora… non sono state colpite dai dazi trumpiani. E, come tutti i prodotti di esportazione, l’attitudine a provocare incendi si è diffusa dapprima nel meridione d’Italia, poi nel bacino mediterraneo e, infine, come abbiamo visto da alcuni anni, ha toccato pure vaste aree delle Americhe.

Per quanto mi riguarda tengo a precisare che non sono un esperto della materia (incendi, prevenzione, contrasto con tutto ciò che implica) ma solo uno che ama il verde e la natura e segue con molta preoccupazione questo fenomeno anche da piccolo (anzi piccolissimo) proprietario di una porzione di terreno che si trova in una zona della Sardegna che spesso è attraversata dagli incendi per cui talvolta ha assistito al generarsi di questo fenomeno e ne ha vissuto le conseguenze.

Incominciamo da chi brucia. In Sardegna originariamente i pastori trovavano che appiccare il fuoco alle campagne fosse utile a far crescere quel po’ di erbetta verde che si forma nei terreni dopo che il fuoco si incontra con l’acqua, avendo così a disposizione per il proprio gregge un po’ di pastura nei periodi estivi quando la terra diviene più avara di nutrimento. Difficilmente i pastori, anche se in linea teorica preferiscono le spianate per pascolare più agevolmente il gregge, bruciavano di proposito i boschi, se accadeva era solo perché o il fuoco sfuggiva di mano oppure perché con questo espediente sistemavano qualche conto con un poco amato vicino. Quindi, dopo che i primi fruitori del paesaggio rurale si diedero una calmata rendendosi conto che rischiavano solo di danneggiare sé stessi, entrarono in scena gli speculatori edilizi che avevano interesse a trasformare la terra bruciata in area fabbricabile. Ma l’espediente durò poco perché furono promulgate le leggi che vietano la costruzione di abitazioni per alcuni lustri nelle zone attraversate dal fuoco annullando così gli eventuali vantaggi speculativi; oggi in particolare vige la legge quadro n. 353 del 2000 in materia di incendi boschivi che, all’art. 10, vieta per 15 anni nelle aree devastate da incendi a destinazioni diverse da quella originaria e, in modo specifico, per 10 anni inibisce la trasformazione delle medesime per “insediamenti civili o attività produttive” …

Incendio nelle aree interne della Sardegna

Incendio nelle aree interne della Sardegna

Ma su tutti gli obiettivi e le intenzioni originariamente prevaleva il dispetto, nello specifico l’“invidia sarda”, che stava all’origine anche del sequestro di persona, in modo che bruciando si potesse punire o colpire il vicino prepotente o che aveva fatto un torto o negato semplicemente un passaggio (magari del bestiame) o qualsiasi altro vantaggio e per raggiungere questo obiettivo, nella logica “muoia Sansone con tutti i filistei”, era disposto anche a sacrificare qualche porzione di territorio proprio. Un’attività di distruzione che, come ha ricordato di recente l’antropologo e  giornalista sardo Bachisio Bandinu in un appello televisivo in cui invitava gli incendiari a desistere, fa del male non solo alla comunità ma anche agli stessi autori che non ne traggono alcun vantaggio diretto (in questo senso il fenomeno rientra nella più classica definizione di stupidità che si ha quando qualcuno fa del male a un altro senza alcun vantaggio per sé stesso).

Come si sviluppa l’incendio e qual è il ruolo degli incendiari? Nulla di più facile è appiccare il fuoco e…farla franca. I media in genere quando ne rendono conto ipotizzano che l’incendio sia doloso. Ed è vero. Una volta dimostrato che il fenomeno dell’autocombustione non esiste rimane la spiegazione che queste attività sono principalmente di quella natura, al massimo gli incendi possono essere colposi o accidentali come capita nei boschi in cui esistono cavi o cabine elettriche che vanno in corto circuito o sono invase accidentalmente dal fuoco (i grandi incendi che gli anni scorsi, per esempio, investirono Valparaiso in Cile, dove casualmente mi trovavo, era spiegato che partivano dai boschi circostanti la città per propagarsi poi nei centri abitati camminando sui cavi elettrici sospesi per aria e le bombole a gas delle abitazioni che al contatto esplodevano, e qualcosa di analogo pare sia accaduto anche nelle ultime devastazioni californiane).

Il caso di scuola dell’incendio colposo un tempo era quello del turista distratto che buttava la sigaretta sul bordo della strada dove si trovava l’erba secca (ma ora vediamo che la relativa pulizia rientra nell’ordinaria manutenzione stradale). In realtà l’incendio colposo scaturisce proprio da negligenza nella gestione dei campi, come fu quello che mi permetto di presentare al lettore come mia esperienza personale una ventina di anni fa, quando, seguendo la tradizione contadina che bruciare l’erba secca crea una sostanza minerale utile al terreno, ebbi la malaugurata idea di dare fuoco alle stoppie pur con tutte le cautele necessarie (pompa dell’acqua accanto, terreno circostante accuratamente pulito), ecc.. Il problema (che non conoscevo) è che il fuoco rivela una dinamicità e una vivacità quasi analoga a quella di un essere umano fonte di grande panico (soprattutto in chi non è abituato): nel mio caso in un attimo il fuocherello incominciò ad allungare e ad allargare le lingue espandendosi a destra e sinistra, su e giù e, come un forsennato, saltò la striscia di sicurezza aggredendo la vegetazione, assunse proporzioni preoccupanti quasi circondandomi finché, in preda al panico e incapace di utilizzare le precauzioni che avevo predisposto, riuscii a sottrarmi solo attraverso l’unica via di uscita che per un istante mi si era presentata.

Da lì comprendo cosa succede ai pastori e ai contadini che, ci raccontano le cronache, rimangono vittime degli incendi che letteralmente li intrappolano e qualcuno si chiede “ma perché non sono scappati?”. Sicuramente se mi fossi trattenuto ad armeggiare o con la zappa o usando dell’acqua che sarebbe solo evaporata, forse non starei qui a raccontare. Comunque, uscito dal cerchio di fuoco corsi a chiedere soccorso a dei contadini vicini che, senza scomporsi, domarono le fiamme dopo aver bagnato la vegetazione verso cui avrebbero potuto procedere affrontandolo e domandolo nell’unico varco in cui erano riusciti a incanalarlo.

Era una giornata di maggio, mese in cui in Sardegna era ancora consentito bruciare le stoppie, per cui tutto era legale, ma il danno sarebbe stato incalcolabile se non ci fosse stato l’intervento tempestivo e professionale dei miei vicini (non dimentichiamo che nella cultura sarda, e meridionale in genere, prima che esistesse la guardia forestale e i pompieri difficilmente uscivano dai centri urbani, il problema era efficacemente gestito dagli stessi proprietari dei terreni). Molti incendi, per dichiarazione degli stessi interessati nascono da imperizia e diventano perseguibili anche in termini di legge se avvengono in periodi dell’anno in cui sono vietate queste attività (in genere da giugno a settembre).

Scoprire chi provoca un incendio non è facile, ma neanche difficilissimo. soprattutto se ci riferiamo ai comportamenti dolosi. Il reo in genere è un abitante della zona, pratico di campagne, di boschi e, soprattutto, a conoscenza dei sentieri meno frequentati per accedervi e poi fuggire. La tecnica è sempre quella dell’innesco che lascia qualche ora di tempo all’incendiario che lo ha piazzato di andarsene indisturbato prima che si elevino al cielo le lingue di fuoco (oggi si usano strumenti più tecnologici mentre ieri si poneva la miccia sotto lo sterco animale perché si potesse alimentare molto lentamente). Da qui la principale difficoltà a individuare il colpevole. Ciò non toglie che in genere nel paese o nei paraggi qualcuno non sappia chi sia. I miei terreni negli ultimi decenni sono stati attraversati da due pericolosi incendi, ma ricordo che prima che i contadini andassero in pensione questa eventualità non si era mai presentata, nonostante che nelle vicinanze si scorgessero colonne di fumo. I contadini/proprietari, fucile in spalla, mi spiegarono una volta: “Abbiamo avvertito certa gente che se viene a incendiare questa parte di foresta avranno a che fare con noi”: Questo vuol dire almeno due cose: uno, che la presenza sul terreno di persone che lo lavorano e lo sorvegliano costituisce il primo deterrente, confermando la teoria che gli incendi sono anche una conseguenza dell’abbandono delle campagne; due, che l’incendiario, “certa gente”, non è del tutto sconosciuto e, anche in questo caso, pur non avendomi fatto i nomi compresi che si trattava di pastori, allevatori, cacciatori di frodo o uccellatori (in qualche caso funziona anche la leggenda metropolitana dell’aspirante operaio dell’antincendio che non è stato assunto stagionalmente e che ritiene di avere il diritto di darsi da fare per dimostrare che il fenomeno è comunque grave da richiedere l’aumento del personale… e qualche politico locale ci casca).

Non a caso ricordo che spesso la guardia forestale, mi chiedeva se vedessi circolare dalle mie parti personaggi la cui descrizione corrispondeva a questi profili. Che poi in genere sono confermati dalle persone sospettate, fermate, ed eventualmente condannate per incendio doloso. Come pure ricordo che dalle mie parti si suggeriva di stare attenti a certi personaggi ritenuti propensi ad appiccicare il fuoco a ogni occasione e per qualsiasi ragione, come se fosse uno sport.

Questi sono gli incendiari tradizionali, quelli che provenivano dalle campagne, dal territorio, ma oggi in cui si parla anche di ecomafie, magari pensando a devastazioni gigantesche come le foreste amazzoniche e a bacini forestali più ampi, nel qual caso non è escluso che i relativi progetti siano elaborati da più sofisticate organizzazioni criminali interessate a cambiare paesaggi per insediare altre attività (piantagioni di droga o insediamenti industriali di dubbia legalità). Ma non escludo anche alcune spinte soggettive. Posto che è facile appiccare incendi e che è difficile scoprire gli autori e poi perseguirli; posto che alla prevenzione si preferisce l’intervento spettacolare e magari farci un po’ di business (e consenso elettorale), cosa mi impedisce di pensare che a questa attività di distruzione sistematica della società in cui viviamo non si dedichi quella massa di persone che, anche in ambito locale, si sente disillusa, amareggiata, emarginata, scarsamente realizzata e che non si contenta di riempire i social delle proprie frustrazioni, si dedica a realizzare il proprio cupio dissolvi nella distruzione di quell’ambiente che così poco accogliente si è rivelato per loro? È più facile che rubare al supermercato, assaltare la banca, uccidere la moglie o il capoufficio dove prima o poi si viene acchiappati.

barracelliQuale insegnamento trarre da tutto ciò? Che il territorio vada sorvegliato con cura è il primo rimedio: un tempo in Sardegna questo compito era affidato al corpo dei Barracelli, un’organizzazione di polizia privata pagata dai proprietari terrieri, fondata nell’Ottocento e che oggi sopravvive in alcuni centri soprattutto dell’interno (i cui compiti le leggi regionali hanno esteso nel tempo all’antincendio, alla sicurezza stradale e a tanti altri di supporto alle forze dell’ordine). Ricordo che, quando ero bambino, mio nonno, capitano della compagnia baraccellare del paese, mi portava con sé in campagna e lo vedevo appostarsi nelle colline col fucile spianato pronto a sorvegliare o a cacciare via chiunque si accingesse per qualsiasi ragione a entrare nelle proprietà altrui.

Oggi compiti analoghi ma più blandi e burocratici sono svolti prevalentemente dai corpi di polizia dislocando pattuglie di agenti della Forestale e dei Carabinieri forestali nei punti di accesso e di uscita delle zone a rischio di incendio (purtroppo e troppo spesso quando il danno è già avvenuto per tranquillizzare l’opinione pubblica e far dire tardivamente alle autorità che le istituzioni sono sempre presenti). Tuttavia, queste attività oltre che essere esercitate in chiave preventiva dovrebbero consentire agli agenti, meglio se sono del territorio e lo conoscono, di non limitarsi all’abituale controllo delle patenti delle persone sospette, ma a perquisire le auto e i passeggeri per accertarsi che non portino materiale incendiario. Non mi sembra che ciò costituisca la regola, ma piuttosto che, la consueta prassi italiana di accorrere quando il fattaccio è già avvenuto e il danno consumato.

Per queste ragioni in Sardegna molti rimpiangono l’antico istituto del maresciallo dei carabinieri, un autentico sceriffo che viveva in mezzo alla gente, sostando abitualmente nelle piazze e nelle strade, parlava e ascoltava tutti, prevenendo eventuali comportamenti illeciti quando qualcuno lo metteva in guardia. Oggi i carabinieri come i poliziotti vivono rintanati nelle caserme dietro le carte e le scrivanie e si vedono in giro solo in macchina rendendo più difficile avvicinarli per fare magari qualche utile confidenza, anche nella materia che stiamo trattando.

Che fare, quindi? Anche in quest’ambito, come nella difesa del territorio, nella sanità, nella delinquenza giovanile, ecc. occorre privilegiare il momento della prevenzione rispetto a quello della repressione, nello specifico l’intervento riparatore. Al primo posto ci sarebbe la necessità di arginare la fuga dalle campagne e limitare il fenomeno del proprietario assenteista perché solo chi lo usa, produce, ha del bestiame, come i contadini del mio racconto, è in grado di proteggere il territorio. Il primo espediente sarebbe costringerlo, oltre che a pagare tasse più consistenti, a tenere puliti i terreni. Il discorso in questo caso, poiché abbraccia lo spopolamento del territorio, va rimesso più direttamente ai policy maker, limitandoci sommessamente a osservare che anche nelle campagne sarde si vedono sempre più giovani di colore lavorare e condurre aziende agricole. Nondimeno oggi esiste un maggiore interesse da parte dei giovani (anche in rientro dall’estero) per l’agricoltura “verde” alla quale le istituzioni pubbliche sembrano essere più attente.

Mi rendo conto che il discorso della prevenzione è divenuto un luogo comune in Italia dove viene costantemente invocato per tutto ma guardandosi bene dall’applicarlo quando occorre, dacché qualunque problema è preso in considerazione e affrontato solo quando diviene emergenza – cosa che vale a maggior ragione quando si parla di difesa del territorio. Eppure, anche nel nostro caso le leggi non mancano, oltre a quella nazionale che ho citato prima, esistono prescrizioni regionali seguite da altre più specifiche comunali che impongono al proprietario, pubblico e privato, di tenere pulite le aie e bruciare le stoppie solo in determinati periodi dell’anno. Eppure sembra che quasi nessuno se ne preoccupi o vi adempia: per primo il pubblico, con il solito pretesto che non ci sono soldi.

Perciò siamo arrivati alla situazione in sé paradossale che nelle periferie dei piccoli centri ma anche sempre di più nelle cittadine e in prossimità delle spiagge i fuochi divorino prime e seconde abitazioni, costringendo i proprietari a trovare rifugio presso qualche conoscente o in altre strutture ricettive. Il clima in Sardegna, come in tutta Italia (ormai si brucia anche al Nord), caratterizzato com’è da abbondanti piogge fino ad aprile favorisce lo sviluppo di un’alta vegetazione che poi, per effetto del surriscaldamento dei mesi successivi, rapidamente si secca con l’effetto di stendere sul terreno una sorta di strato di benzina che agevola il propagarsi del fuoco. Invito il lettore a osservare in quei mesi lo spettacolo, anche scarsamente estetico, dell’erbaccia addossata ai muri di recinzione delle abitazioni periferiche, e chiedersi quanto costerebbe a un proprietario diligente ingaggiare un operaio che, armato di zappa e falcetto, provi a creare una zona di rispetto di una decina di metri dalla sua abitazione, entrando anche nel terreno di un altro, in modo da non dover scappare se un “buontempone” per caso getta una sigaretta accesa a ridosso del suo muro di cinta.

Incendio nel Sassarese

Incendio nel Sassarese

Dal modesto punto di vista di chi scrive che non esitava a creare personalmente nei suoi terreni di campagna ampie zone di rispetto, all’occorrenza anche entrando a tagliare gratuitamente l’erbaccia lasciata crescere e seccare dal vicino disinteressato lungo la strada (i fuochi in genere partono dal basso in alto e per conseguenza era importante tenere pulita la relativa fascia che può ispirare l’opera dell’incendiario frettoloso o colposo). Proprio in una logica di prevenzione l’intervento pubblico dev’essere più deciso e decisivo. Di recente è capitato a chi scrive di assistere in tivù all’intervento dei vigili del fuoco in una località del Mezzogiorno della Penisola notando come alle loro spalle vi fosse una larga porzione di terreno con l’erbaccia alta e secca, che sicuramente costituiva la causa dell’incendio. La riflessione è che lo stesso spettacolo prima che parta un incendio dovrebbe presentarsi, oltre che agli incendiari, anche agli occhi di guardie forestali, carabinieri e polizia locale che, invece, di girare la testa dall’altra parte, dovrebbero prendere nota e trasmettere i rapporti alle autorità perché prendano nei confronti dei violatori della legge i provvedimenti necessari. Pulire un terreno costa veramente poco, se non è in grado di farlo direttamente il proprietario che provveda a incaricare qualche operaio e il Comune non tiri fuori il pretesto della mancanza di fondi per ripulire i suoi territori giacché è più importante destinare in bilancio qualche piccola cifra per la sicurezza del territorio piuttosto che assegnarla ai festeggiamenti paesani.

Come si vede si torna sempre alla parola d’ordine della prevenzione, che anche in questo caso significa corretta gestione del territorio. Ricordo il secondo e ultimo incendio che, una ventina di anni fa, si era sviluppato come ultimo tratto di uno più vasto del complesso montuoso nella zona, per fortuna arrestandosi sui miei terreni grazie all’intervento dell’elicottero. Dopo alcune settimane, a terreno bonificato, andai a controllare i danni, constatando che una parte degli alberi aveva le cortecce e i rami bruciati dal fuoco mentre un’altra mostrava rami e boccioli verdi appena in fiore. La parte bruciata formava un paesaggio lunare con la macchia mediterranea ridotta in cenere e gli alberi in piedi con i rami anneriti che sembravano fantasmi affumicati. Mi colpì tuttavia che, mentre i castagni erano andati del tutto perduti e non si poteva fare altro che tagliarli e così pure qualche rado pino o fico esistente, i lecci e i corbezzoli stavano miracolosamente in piedi. Nel primo controllo mi erano sembrati anch’essi compromessi, corteccia bruciata, foglie a terra e rami spogli protesi in avanti come a chiedere aiuto, ma già dopo un mese trovai che i lecci si erano quasi del tutto ripresi, davano anzi la sensazione che avessero tratto giovamento dal fuoco e altrettanto i corbezzoli che, sviluppandosi a cespuglio mostravano solo qualche ramo annerito mentre i rimanenti si presentavano vivi e vegeti. Un tecnico forestale mi spiegò che probabilmente il fuoco senza un sottobosco secco non aveva potuto intaccare le radici, per cui la pianta non solo era sopravvissuta, ma si era ripulita e rigenerata.

Questa è la sorte delle piante autoctone e a questo pensavo quando vedevo andare a fuoco i cantieri comunali piantati di eucalipti (che per competenza regionale io stesso in un’altra vita finanziavo), quindi quasi carta, belli da vedere al controllo per l’erogazione del saldo del contributo perché dopo qualche anno si presentavano alti e lussureggianti, ma che volavano via al primo fuoco – esperienza che mi riportava alle foreste australiane che, fatte quasi esclusivamente di quegli alberi, intorno a Melbourne erano destinate a incenerirsi inesorabilmente. Quindi, più che pini, pioppi e eucalipti cerchiamo di piantare gli alberi autoctoni della Sardegna (o quelli del posto ovunque ci si trovi) che hanno bisogno di meno acqua, le radici se la sanno cercare nel sottosuolo e resistono meglio al fuoco.

Tuttavia, qui vi è, secondo chi scrive, un punto dolente confermato all’opposto da situazioni gestionali abbastanza esemplari. Al netto che la Sardegna ha il più grande apparato antincendi italiano dopo quello dello Stato, conseguenza del fatto che è stata la prima regione a “inventare” o subire gli incendi boschivi, non mancano le cosiddette best practice. Io stesso mi avvantaggio di appartenere a uno dei più grandi parchi della provincia di Cagliari sul quale gli episodi che qui lamento si verificano raramente. Qual è il segreto? Intanto far attraversare il territorio da grandi fasce tagliafuoco efficaci non solo per lunghezza, ma soprattutto per la larghezza, anche perché ogni tanto si allargano e creano grandi spazi liberi da qualsiasi tipo di vegetazione in cui si può creare uno spazio di gestione del fuoco. Mi spiegava un esperto di antincendio che queste fasce non solo devono ramificarsi per lunghezza in tutto il territorio da proteggere fino a toccare i punti più elevati (che è solo un problema tecnico, se è vero che si arriva in una località elevata come il passo dello Stelvio con un sentiero tortuoso molto ben tenuto) ed essere abbastanza larghe da consentire il passaggio e la sosta dei mezzi a terra. L’importanza della larghezza del tracciato è in ragione del fatto che quando si sviluppa un incendio, la temperatura di oltre i cento e più gradi che in genere lo caratterizza non può essere fermata dall’acqua (che evapora già al semplice contatto) giacché è l’effetto del calore agli alberi che stanno dalla parte opposta della strada a trasmettersi se il tagliafuoco è largo pochi metri. In buona sostanza il fuoco si combatte non con l’acqua (gli stessi aerei ed elicotteri che, se possono, più che acqua spargono liquidi ritardanti di colore rosso) ma con il fuoco, come si vede dalla gestione che ne fanno le squadra antincendio che, vento permettendo, lo attendono al varco dove probabilmente arriverà bagnando o addirittura bruciando il terreno oppure ricoprendo di terra la zona dove è atteso (da qui la convinzione che più delle autobotti a controllare gli incendi siano più indicate le ruspe).

Completa l’organizzazione del Parco che, nel mio caso, si chiama dei “Sette Fratelli”, dal nome di una piccola catena di montuosa di 1200 metri, la creazione di vasche d’acqua a disposizione degli elicotteri e delle autobotti. Ma più di tutto funziona la sorveglianza attenta del Corpo forestale regionale che disloca i mezzi in posizioni strategiche, si avvale di torrette di avvistamento (per alcuni anni si era utilizzato un sistema di telerilevamento dei fuochi su tutto il territorio che consentiva di intervenire ancora più celermente).

Tutto si gioca quindi sulla prevenzione che, come per i terremoti o le alluvioni, deve costituire una priorità politica anche rispetto ad altri temi sia pure costitutivi come la sanità e la scuola, per il semplice fatto che se cede il territorio sprofonda anche tutto ciò che esso contiene e su cui si ´investito e realizzato (abitazioni, scuole, ospedali, mezzi di trasporto, viabilità, aziende, ecc.). Con queste osservazioni intendo che il problema è divenuto oggi essenzialmente politico, nel senso che tutto va ricondotto a scelte a monte e a decisioni opportune da effettuare al riguardo.

incendio a Desulo

incendio a Desulo

Nella gestione degli incendi in cui oggi passa palesemente in secondo piano la fase della prevenzione si lega la questione dei costi. Costa più un’attività di prevenzione che, a livello basico, consiste nell’obbligare i proprietari anche con sanzioni al rispetto delle leggi di tenere puliti i propri terreni oppure mettere in piedi un poderoso apparato antincendi? Nel caso della prevenzione il proprietario, privato o pubblico chiunque esso sia, anche se fa l’assenteista, con una spesa ridotta può benissimo ottemperare all’obbligo di tenere puliti i terreni, come si comporta da buon cittadino quando ne paga diligentemente le tasse, oppure, come nel caso citato del Parco quando tutti fanno semplicemente il loro dovere (i forestali presenti, le opere di pulizia e manutenzione del territorio fatte a tempo debito, ecc.). In buona sostanza apparato antincendi significa dispiegamento di mezzi, gare di appalto e assunzioni che fanno dell’antincendio un grande business che, nella prospettiva del politico che guarda più all’affare che al bene pubblico, appare più allettante.

Oltre a questo fenomeno c’è anche quello che in sociologia viene definito il narcisismo della pubblica amministrazione che si manifesta non solo negli edifici, negli apparati e nei mezzi sontuosi e potenti predisposti, ma anche nella spettacolarizzazione delle sue attività. È più efficace mostrare dei ragazzi locali o immigrati che banalmente con falcetti manuali o meccanici liberano i terreni dall’erbaccia secca e alta oppure presentarsi all’opinione pubblica (elettorato) con lo spettacolo dello spegnimento degli incendi fatto di polizia stradale che blocca o devia il traffico, mezzi dei pompieri e dell’antincendio che vanno su e giù seguiti da ambulanze e mezzi aerei che intervengono con la manna dal cielo? Poco prima che scrivessi questo articolo dall’alto della collina in cui abito ho potuto assistere allo spegnimento di un vasto incendio che si era propagato nell’hinterland cagliaritano. Essendosi protratto fino a notte era possibile assistere da lontano allo spettacolo natalizio delle luci blu e gialle dei mezzi della polizia, dei vigili del fuoco e dei soccorsi e dall’alto al via vai di canadair ed elicotteri impegnati a caricare e scaricare liquidi che gli elicotteri per metà perdevano dal cestello nel tragitto. Tutto fa business.

In conclusione l’idea che mi sono fatto di questo fenomeno è che, nel rapporto costi benefici, la cosa più conveniente è puntare sulla prevenzione più che sulla repressione. Meglio ancora se la prima si basa sulla costante presenza e cura del territorio di chi ci lavora pensando non solo agli incendi o alla protezione civile, ma anche ai dissesti ambientali. Probabilmente è più utile investire su un corpo di ingegneri e tecnici del territorio e relative maestranze con il compito istituzionale di mettere in atto progetti di trasformazione, adeguamento e difesa, interventi che alleggerirebbero alla lunga anche quelli per la protezione civile e dell’antincendio. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
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Aldo Aledda, è esperto e consulente di relazioni internazionali, oltre che di fenomenologia politico-amministrativa e di flussi migratori. Suoi sono Interna Corporis. Anatomia di una pubblica amministrazione (Roma, Europa Edizioni 2013, pp. 546); Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche (Milano, Franco Angeli 2018, pp. 238), Sardi in fuga in Italia e dall’Italia. Politica e società in Sardegna nell’era delle moderne emigrazioni (Milano, Franco Angeli, 2022: 264).

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