Nelle pagine di questo articolo, si illustrerà la storia della presenza di italiani nei territori della Somalia inerente all’epoca liberale (1869-1922), all’epoca fascista (1922-1943) e a quella antecedente al decennio dell’Amministrazione fiduciaria italiana della Somalia. La permanenza di italiani sul suolo somalo tra il 1888 e il 1908 aumentò con un processo progressivo. Inizialmente si ricorse alla formazione di protettorati. Con il Sultano di Obbia, Jusuf Alì, non fu difficile al commerciante romano Vincenzo Filonardi, nominato console generale d’Italia a Zanzibar, la conclusione di un trattato in data 8 febbraio 1889, previa il pagamento di un annuo canone di milleduecento talleri per conseguire il protettorato. Non fu invece ugualmente agevole mettersi d’accordo con Osman Mahmud [1], il sultano migiurtino e il genero di Yusuf Ali [2] il quale assunse il protettorato in cambio del compenso di 1800 talleri annuali di Maria Teresa [3]. A questo proposito, «venerdì 8 febbraio 1889 […] ad Obbia dove dopo lunghe trattative alle quali partecipò attivamente il Tenente di Vascello Edoardo Ferrara, verrà concluso un accordo secondo cui tutti i territori del Sultanato di Obbia furono posti sotto la protezione italiana (con un canone annuo di 1.200 talleri, poi portati a 1.800)» [4].
L’Italia faceva ricorso alle Compagnie appaltatrici in quanto furono considerate come un mezzo più rassicurante per l’opinione pubblica locale avversa alle opere coloniali e, apparentemente, più idoneo a una compenetrazione pacifica. D’altro canto, le spese inerenti ad una gestione diretta, sarebbero state nettamente maggiori [5]. La gestione della «terra degli aromi com’era stato descritto il Benadir» [6] fu attribuita dunque a privati. La Filonardi che fu la prima compagnia vincitrice dell’appalto e che operò fino al 1896 subì uno smacco e ad essa succedette la Compagnia di Benadir che conobbe anch’essa la medesima sorte entro pochi anni [7]. Successivamente, venne presa la decisione di attribuire la gestione del Benadir ad un commissario pubblico [8].
Il protettorato sul Benadir diventò un’occupazione di tipo coloniale nel 1908 con il passaggio da tipi di controllo concessorio con un dominio coloniale indiretto, indirect rule [9] ad una sua gestione più diretta [10] con un dominio di tipo coloniale diretto, direct rule [11]. Pochissimi italiani scelsero di emigrare in colonia alla ricerca di fortuna. Gli emigrati italiani privilegiarono l’emigrazione nell’America nordica e sudista [12], verso il Paese transalpino e le colonie africane relative alle altre potenze dell’Europa [13], spiegò l’autore di In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’Impero, lo storico Emanuele Ertola. La colonia del Benadir era un luogo inospitale in cui si offrivano scarsissime opportunità lavorative, spiega Ertola [14]. La Somalia aveva mediocri possibilità agricole in quanto le sue risorse idrauliche che condizionano ovviamente l’attività agricola sono carenti [15].
La Somalia aveva un’area straordinariamente povera di risorse naturali pregiate per un Paese colonialista. I depositi minerali, tranne il sale, sono stati ritenuti molto irrilevanti al fine di meritare di essere sfruttati [16] Nello stesso contesto, la Somalia si rivelò uno scatolone di sabbia, un territorio prevalentemente arido e spoglio, quasi inabitabile per i cittadini europei [17]. Nello stesso contesto, le «condizioni ambientali apparivano talmente avverse che pochi italiani si stabilirono in Somalia, tanto che nel 1931 si contavano 1.668 coloni residenti e solo l’imposizione della permanenza presso le aziende agricole innalzò il numero» [18]. Col passare degli anni la collettività coloniale in Somalia non si ampliò e rappresentò il dominio coloniale con il minimo tasso di popolo italiano residente.
Sul piano agricolo, i primi insediamenti furono situati sulla riva sinistra del Giuba, la sola a quell’epoca italiana [19]. La prima concessione di carattere agrario fu quella istituita dal sig. Carpanetti nel 1906 a Torda in Goscia: i suoi esperimenti cotonieri iniziali ebbero soddisfacenti risultati, nonostante le lavorazioni venissero effettuate in maniera piuttosto primitiva e ci fossero aree non irrigue. Successivamente però l’azienda non riuscì ad avere buon esito [20]. In Somalia ai tempi del governatore Carletti nel 1908, nonostante un bilancio scarso, si concesse l’omonimo contratto alla Carpanetti con le agevolazioni previste, tra le quali l’esenzione dei canoni per quindici anni, la defiscalizzazione e l’azzeramento dei tributi doganali per i macchinari usati nell’attività agricola [21].
La Società Italiana per imprese coloniali venne poi costituita da parte di un gruppo di capitalisti milanesi e napoletani. Quest’azienda creata sulle spoglie della concessione Carpanetti e diretta successivamente dal signor Lanzoni prendeva al suo attivo dall’estinzione della preesistente società Carpanetti un eccellente macchinario per sopraelevare l’acqua e metteva a coltura presso Giumbo l’ampio piano di Bieja. La Società Romana di colonizzazione in Somalia diretta dal barone Enrico di Frankenstein cominciò i propri lavori a Margherita in Goscia nel 1911. Si propose come bersaglio fondamentale la coltura cotoniera e operò con abbondanza di mezzi. L’acqua irrigua era sopraelevata con pompe azionate a vapore [22]. Il cotone raccolto si rivelò di ottima qualità e non si lamentò la comparsa di nessun germe improduttivo. L’azienda acquistò successivamente uno sgranatoio in grado di ripulire cinquecentomila chili di cotone [23].
La prima società sperimentale fu istituita da Romolo Onor nel 1912, durante il Governatorato di De Martino con la conduzione degli studi economici e tecnici iniziali sull’agricoltura nella Somalia. Con la scomparsa del suo creatore a Genale nel 1918, ci fu la caduta in disgrazia dell’Azienda. Il Governatore Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon ne intuì la rilevanza e la fece uscire dalla fase di crisi in cui era entrata, facendo di essa un importante centro colonizzatore. Venne dapprima fondato l’Ufficio Agrario e di Colonizzazione per disciplinare e ordinare l’insieme delle concessioni, per distribuire e curare l’acqua destinata all’irrigazione, sottoporre alla sorveglianza i centri di divulgazione agricola, sviluppare e custodire il patrimonio zootecnico e forestale. Fu pure istituito un servizio idrometrico e meteorologico.
Tra il ‘24 e il ̕ 28 si eseguirono lavori grandiosi nel comprensorio agricolo di Genale. A tal proposito, «il più grande progetto civile del governatore De Vecchi fu la bonifica e costituzione del comprensorio di Genale, imponente progetto a cui il De Vecchi volle legare il suo nome. Le terre del comprensorio furono affidate a quelli che lo stesso Duce del fascismo definì i fascistissimi, cioè i camerati piemontesi delle squadracce di De Vecchi» [24]. Con grande approssimazione a Genale venne speso un milione di lire per le diverse opere di presa e per la diga, a cui andarono aggiunti duecentomila lire per le prese che si edificarono da parte dei concessionari e si rimborsarono dal governo [25]. Per iniziativa di De Vecchi, a Genale, furono edificati da parte del governo una diga di sbarramento insieme a un importante sistema di canali [26].
Su progetto dell’Ingegnere italiano De Angelis, la grandiosa diga di sbarramento venne cominciata nell’ottobre dell’anno 1924 e portata a termine il 27 ottobre dell’anno 1926: «nell’ottobre del 1924 in Somalia, nei pressi di Genale, sul fiume Uebi Scebeli iniziavano i lavori di quella che sarebbe stata la prima grande diga di tutta la Somalia. Il grande e moderno sbarramento progettato dall’ingegnere Gaetano De Angelis, era lungo 90 metri e servì ad alimentare una rete di 55 km di canali per irrigare la nuova zona di bonifica del comprensorio agricolo governativo di Genale» [27]. Nel 1932, venne assegnato ai Bimal il processo di apertura di un canale irriguo nella città di Giohar. Gli autoctoni colonizzati riuscirono a portare, per la prima volta, l’acqua a quasi dodici chilometri di distanza. Nel 1934, un altro canale fu aperto sulla frontiera delle Residenze di Audegle e Afgoi per mettere in risalto Abagalò [28]. Si sborsarono con la venuta del governatore Rava seicento mila lire per prolungare un canale marginale, quattrocento mila lire per prolungare un altro canale e settecentocinquanta mila per edificare il canale di Sigale. Un troncone della strada di collegamento di Vittorio d’Africa a Merca fu completato e comportò il versamento di 600.000 lire» [29].
Sempre nel campo agricolo, il duca studiò e applicò un altro contratto lavorativo imperniato sulla compartecipazione che garantì ragguardevoli vantaggi per l’insieme dei lavoratori: ogni famiglia colonica della Somalia ricevette in consegna un podere non solo bonificato ma anche irrigato da parte della Società al fine di coltivarlo a metà con colture di tipo alimentare come il granoturco, il sesamo e i fagioli riservate al coltivatore, e metà con colture di tipo industriale come il cotone e il sesamo spettanti all’azienda. Per quanto riguarda le colture non prestatesi all’avvicendamento regolare come la canna da zucchero, c’era manodopera pagata giornalmente. I contratti agrari, detti di colonia, rispettarono il principio relativo alla libertà del lavoro a cui l’Italia aderì per l’area metropolitana e per il complesso delle sue colonie convalidando nel giugno dell’anno 1934 la convenzione del 1930 per la soppressione del lavoro coatto [30].
Il grosso degli investimenti della Società Agricola Italo-Somala e delle sue opere fu fatto in maniera diretta con fondi privati, ma ci furono anche i prestiti statali e gli aiuti [31]. L’azienda agricola fu associata a un oleificio, in cui si lavorarono i semi di cotone, sesamo e ricino, ad un’azienda zootecnica sussidiaria e a uno zuccherificio [32]. Il direttore tecnico dell’azienda G. Scassellati-Sforzolini, dal 1924, intraprese gli impianti iniziali di canna da zucchero al fine di rispondere alla richiesta di saccarosio inerente il mercato locale; per merito della protezione statale la coltura si sviluppò e pose la Sais al riparo dalle crisi cotoniere [33].
Nell’anno 1925 entrava in produzione l’oleificio in grado di pressare le numerose varietà di semi che si produssero in azienda. Dal 1926, partirono i lavori per il grandioso zuccherificio ultimato solamente nel 1928 [34]. Alla Sais, la fortuna della canna da zucchero si legò all’annata agricola 1926-27, quando una prima crisi cotoniera catastrofica, si abbatté sul comprensorio: inizialmente un terribile attacco di Syagrus rugicep fu subito dalle piantine della malvacea, poi si verificò nella stagione umida la particolare piena dello Uebi la quale devastò molti campi aziendali. Nel 1926, lo zuccherificio iniziò a sorgere accanto allo sgranatoio cotoniero. La coltivazione della canna da zucchero «dopo la crisi del̕ 29 […] aumentò costantemente» [35]. Nel 1927, si piantarono a canna da zucchero centocinquantacinque ettari [36]. Le piante da legno come eucalipti e casuarine si svilupparono bene sotto forma di filari frangivento [37].
Nei mesi iniziali dell’anno 1928, la parte maggiore dei lavori per la derivazione idrica e le canalizzazioni si completarono assieme a duecento chilometri di strade camionali [38]. Per volere di De Vecchi e Corni, venne inaugurato lo sgranatoio nell’anno 1928. Balle cotoniere dal peso di duecentoventi-duecentotrenta chili furono prodotti da una pressa del tipo Macarty della Platt. Genale fu la sede dell’Azienda Agricola Sperimentale del Governo, fu il centro di un’ampia zona relativa a concessioni estese su 30.000 ettari per la coltura cotoniera, che si rese possibile dalle numerose canalizzazioni e dalla grande diga di sbarramento dell’Uebi Scebeli. L’agricoltura indigena subì una regressione con la fondazione del Comprensorio di Genale, ma si riprese presto per merito della tecnica e laboriosità di codeste popolazioni e ai sussidi molto efficaci accordati da parte del Governo della Colonia [39].
La crisi cotoniera del 1929 dette le ali alla coltura bananiera di tipo industriale. A Genale, nel 1929, c’erano circa 193 ceppaie delle quali 90 mila in produzione [40]. In seguito ai tentativi iniziali di esportazione collocabili alla fine del 1928, e grazie all’intenso intervento dello Stato, la banana diventò una fonte certa di profitti [41]. Fondata nel 1928 da parte di concessionari di Genale su richiesta del governatore G. Corni, la Società Anonima Banane Africa Italiana non ebbe inizialmente una specifica fortuna. Si provò di portare le banane di Genale in Italia mediante navi delle compagnie Libera triestina e Citra. Ricarichi improponibili sull’importo finale del frutto fecero sì che la banana somala in Italia arrivò a costare ai grossisti sette-sedici lire al chilo, davvero troppo [42]. Susseguentemente, «trasportate in gabbie, le banane della Sabai arrivarono a costare nella metropoli 4,60 Lit. il chilo; nel 1930 il governo sperimentò il trasporto dei caschi sfusi abbattendo in parte i costi sino a portare la banana a 3, 25 Lit. il chilo» [43]. Nel 1932, venne aggiunto un impianto per raffinare l’olio e il saponificio nel 1933 [44].
Nel 1933, l’esportazione bananiera affidata a «un complesso trust» [45] e tolta ai privati non dette gli esiti sperati, dato che i soci si divisero tra interessi contrapposti e tensioni [46]. Nel 1935, la “Regia Azienda Monopolio Banane” ossia la RAMB [47], per la commercializzazione e il trasporto nella nazione italiana delle banane della Somalia italiana da parte delle concessioni agrarie del Villaggio Duca degli Abruzzi e di Genale venne istituita dal Ministero delle Colonie [48]. La RAMB raddoppiò l’esportazione bananiera. La banana benadiriana era scarsamente capace di penetrare i mercati esteri. Infatti, il 95% delle banane somale era avviato all’Italia [49]. La coltura bananiera fu quasi abbandonata nel biennio 1942-43 con solamente ventuno ettari piantati a banane. La bananicoltura si riprese unicamente nel biennio 1949-50 con centosei ettari piantati [50].
Strettamente collegato al campo agricolo fu il flagello degli schiavi sfruttati spietatamente nei lavori agricoli. «Nel corso dell’Ottocento», si assistette ad un «massiccio arrivo di schiavi» [51]. Allora, in Somalia, il vocabolo generico addòn presso i gruppi di pastori indicava persone dalla pelle scura con un alone dispregiativo. Gli schiavi furono affrancati in modo progressivo da parte dei colonizzatori italiani, nonostante la resistenza manifestata dalle cabile pastorali maggiormente collegate al fenomeno della schiavitù. I Bimal e gli Uadan promossero una strenua resistenza armata contro gli italiani: i primi vennero sconfitti nel 1893 a Merca e i secondi nel 1897 a Nimow. Gli italiani non solo impedirono di effettuare nuove catture ma anche imposero l’affrancamento dei giovanissimi. I liberti e l’insieme degli ex confederati affrancati dai legami di dipendenza, diventarono dei piccoli agricoltori e opposero una tenace resistenza a chiunque cercasse di riportare loro in uno stato di sudditanza [52].
Un problema serio contro cui si scontrò la politica dei coloni italiani in merito alla manodopera fu proprio la resistenza degli ex assoggettati nei confronti del lavoro subalterno. Malgrado «gli impegni sottoscritti dal Regno d’Italia alla conferenza contro lo schiavismo di Bruxelles del 1890, l’agenzia Filonardi si mostrò particolarmente renitente nella lotta contro la schiavitù e lo stesso vale per la Società del Benadir e per la prima gestione diretta del Paese» [53]. Nello stesso contesto, «per quanto il Sultano [di Zanzibar] avesse aderito, senza convinzione, e forse senza comprenderne il valore, alla Convenzione di Bruxelles (2 luglio 1890), la tratta degli schiavi continuava» [54].
In seguito alla disfatta dei Bimal e degli Uadan in rivolta per la lotta alla tremenda schiavitù, che a Merca era stata portata avanti con una certa costanza a opera del residente Monti, la direzione della Compagnia Commerciale arrivò ad un accordo con i Bimal: con un escamotage giuridico la società legalizzò la servitù domestica [55] e ne estese a dismisura i limiti, accontentandosi di reprimere solo gli abusi, comunque abbassando la cifra da pagare per ottenere la manomissione degli schiavi» [56]. La finzione giuridica fu smascherata da parte dell’ingegnere pavese Luigi Robecchi Brichetti [57] il quale prima del fascismo compì una serie di viaggi in Somalia tra il 1888 e il 1903: «nel 1890, Luigi Robecchi Brichetti, ingegnere di Pavia, esplorò, dopo essere stato nell’Harar nel 1888, la Somalia settentrionale-orientale, partendo da Obbia il 28 maggio» [58]. Nel 1903 fu «incaricato […] dalla Società Antischiavista d’Italia di partecipare ad un’inchiesta su fatti di schiavismo denunciati dalla stampa. […] Le lettere da lui scritte alla Società Antischiavista […] sono assai interessanti per quanto riguarda la complessa e dolorosa questione della schiavitù » [59]. Con un’importante inchiesta condotta tra l’aprile e il giugno del 1903, dimostrò che un considerevole numero di schiavi lavorava nelle campagne. Fu censito «il […] numero degli schiavi nei luoghi visitati: a Mogadiscio sono 2095 su 6695 abitanti; a Merca 771; a Brava 829. Quanto a quelli impiegati nei lavori dei campi, secondo le valutazioni di Robecchi Bricchetti sono decine di migliaia» [60]. Gli schiavi che si impiegarono nelle campagne furono trattati molto peggio, soggetti a controlli ferrei e malvagiamente sfruttati.
Solo nel 1903 le leggi italiane antischiavitù iniziali furono ammesse sulla scia dello scandalo palesato da Brichetti. Fu creato un capitale per la liberazione degli schiavi. Essa fu indubbiamente morbidissima. Infatti, porterà nel periodo compreso tra il 1900 e il 1914 solamente a 4.300 manomissioni eseguite su trentaseimila schiavi. Il governatore Sapelli continuò, similmente al predecessore privato, a motivare la schiavitù. Il governatore Mercatelli credeva in una pronta modernizzazione dell’economia della Somalia e per tale ragione era cauto nei confronti dei capi locali e della schiavitù [61]. Anche il reggente del governo di Somalia Ferroni dal febbraio del 1906 al maggio del 1907 tollerò la schiavitù e liberò con il contagocce. Il professor Baldacci dell’università bolognese, ai tempi del governatore De Martino, al fine di risolvere le carenze di manodopera, propose di conservare la schiavitù adattandola alle nuove necessità. La proposta venne posta in pratica [62] mediante «il lavoro coatto, figlio della servitù domestica dell’epoca precedente e poi pudicamente chiamato lavoro salariato durante il periodo fascista» [63].
Quando il de Vecchi sbarcò nella città di Mogadiscio, l’8 dicembre 1923, tante zone somale erano ancora sottoposte al flagello dello schiavismo [64]. Gli schiavi facevano «pascolare le mandre» [65] e a loro furono affidate le coltivazioni, le cui cure richiedevano l’ardente sforzo dei muscoli [66]. Fra le pratiche agrarie, espletate dagli schiavi [67], ci fu «una leggera zappatura preliminare del terreno […] preparato in aiuole a scacchiera per meglio usufruire della pioggia»[68]. Il primo governatore fascista de Vecchi che rimase a Mogadiscio sino al 1928 debellò lo schiavismo in Somalia, anche se il capo dei Galgial Bersane, Scek Agi Assan Bersane si oppose tenacemente all’eliminazione dello schiavismo per non perdere i suoi schiavi [69]. «Rivendicava il diritto di sfruttare e disumanizzare altri esseri umani nati liberi come lui» [70]. Lo sheik Hassan che volle vendicarsi della politica italiana contro lo schiavismo radunò la propria tribù per ribellarsi all’ordine degli italiani [71]. Il capo ribelle sconfitto venne condannato dal Tribunale Regionale dell’Uebi Scebeli a ben trent’anni di prigione dopo la sua cattura il 4 aprile, secondo le regolari leggi magistrali per gli ordinamenti coloniali. Morì colpito dalla malaria il 28 gennaio 1927 in una prigione di Mogadiscio. In seguito alla rottura delle catene agli schiavi, cessava lo strumento vigente di produzione indispensabile ai vecchi possessori del suolo, e mancava a quelli nuovi la mano d’opera autoctona [72].
La servitù domestica si sostituì a quella debellata e con essa «lo schiavo liberato continua a prestar servizio presso il padrone, ovvero se lavora e vive per conto proprio, paga al padrone un piccolo tributo» [73]. Consisteva in una prestazione d’opera «obbligatoria, o continuativa con la convivenza del servo nella famiglia del padrone ovvero intermittente di alcune giornate di lavoro nella settimana» [74]. I servi domestici, nel primo caso, furono sostenuti e nutriti dai padroni. Nel secondo caso, invece, disposero in maniera libera di sè stessi e del loro lavoro nel tempo restante. La servitù domestica si differenziò sostanzialmente dalla schiavitù, dato che si limitò al legame territoriale, escluse non solo la tratta ma anche la violenza fisica e ammise il riscatto [75].
Sul piano militare, «al momento della costituzione della Somalia Italiana, nel 1908, nacque il Regio corpo di truppe coloniali della Somalia italiana, con un reparto di zaptié, 5 compagnie indigene e una compagnia di cannonieri indigeni»[76]. Si tracciarono «allora le strade militari, che comunque ebbero anche un ruolo commerciale importante»[77]. L’opera di conquista combattuta e voluta dal governatore de Vecchi portò agli esiti auspicati da parte del nuovo regime: sotto il persistente fuoco di una turbolenta repressione, la Somalia italiana si poté infine mostrare come una colonia da un lato sottoposta al controllo delle forze militari italiane e dall’altro unita [78]. Obbiettivo delle operazioni militari nei sultanati di Obbia, Migiurtinia e Nogal fu il disarmo delle popolazioni nomadi, cioè la consegna dei diversi posti fortificati e delle loro varie armi da fuoco [79]. Le operazioni della pacificazione dei Sultanati si riferirono a tre diversi periodi. Nel periodo iniziale che durò cinque mesi, si realizzò la conquista e la pacificazione del territorio del sultanato di Obbia fra il mese di settembre dell’anno 1925 e quello di gennaio dell’anno 1926. Nell’autunno dell’anno 1925, il governatore della Somalia De Vecchi attaccò il Sultanato di Obbia, ove le truppe italiane vinsero nel 1926.
Nel secondo periodo dalla durata di quattro mesi si conquistò il Nogal fra il mese di aprile e quello di luglio dell’anno 1926. Nel terzo periodo, dalla durata sempre di quattro mesi, si verificarono le operazioni di definitiva e totale pacificazione del sultanato di Migiurtinia fra il novembre dell’anno 1926 e il febbraio dell’anno 1927.
Globalmente, nelle operazioni che ebbero una durata di tredici mesi, furono impegnati più di dodicimila uomini [80]. Tra i caduti, «il conto finale della campagna militare fu di 3 ufficiali, 4 soldati metropolitani, 97 ascari, 449 dubat più 341 feriti. Nel campo avversario, i morti furono 1.236 e i feriti 757 con un totale di 15.337 fucili e 2 cannoni sequestrati» [81]. Nel 28 febbraio dell’anno 1927, Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, il Governatore della Somalia, emanò un comunicato in cui dichiarò la fine delle operazioni di stampo militare e la completa occupazione dell’insieme dei sultanati, attuando la legge che affidò loro l’incarico. In questo modo, si chiuse il ciclo inerente alle operazioni miranti alla pacificazione della Somalia del Nord avviato nel settembre 1925 e portato a termine nel giorno 27 febbraio del 1927 [82].
In Somalia, i Dubat furono creati dal quadrumviro piemontese Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon che fu governatore della Somalia italiana tra il 1923 e il 1928, come bande armate di confine [83] con «il compito di pattugliare e difendere le ancora incerte frontiere della Somalia contro le razzie abissine» [84]. I Dubat erano guerrieri somali formanti bande «irregolari costituite da indigeni delle tribù di confine» [85] . Diventarono noti con il soprannome onorario di “arditi neri” [86]. Nel gennaio dell’anno 1925, il maggiore degli alpini Camillo Bechis comandò i dubat i quali furono impiegati nella Somalia italiana nel periodo compreso tra il 1924 e il 1941. Un celebre comandante relativo ai dubat che contribuì alla pacificazione dei Sultanati fu Botan Uarsama clan Averghidir. Il Regno d’Italia fu servito dall’Originario di Obbia a partire dal 1906 per un periodo di diciott’anni e si congedò nel mese di agosto dell’anno 1924. In data del 10 dicembre del 1925, venne arruolato e affidato con il grado di iusbasci che equivalse a quello di maresciallo ai Dubat consistenti in bande armate. Egli partecipò allo scontro di Scillave avvenuto il dodici gennaio dell’anno 1926 e a tutte le operazioni pacificanti i Sultanati [87]. Il Governatore della colonia Cesare Maria de Vecchi di Val Cismon, alla sua memoria, su proposta di Camillo Bechis, il comandante delle bande, decretò la medaglia argentea al valore militare [88].
A partire dal primo luglio dell’anno 1925, l’unica moneta che ebbe corso legale in Somalia fu la lira italiana tollerata al massimo per un biennio. Esistettero monete argentee da cinque e dieci lire [89]. Nel campo economico, nel settore finanziario e monetario, l’emissione di rupie conobbe un successo. Il tallero scomparve dalla circolazione legale quasi completamente tanto che nel 30 giugno dell’anno 1912 non fu necessario più prolungare la fase di temporanea validità assegnata semestralmente all’ accettazione della moneta consistente nel tallero. Il cambio aureo della rupia rese necessaria la creazione di una tesoreria coloniale dove fosse depositata la scorta d’oro necessaria per il sostegno del corso della valuta d’argento [90]. Allo scopo di agevolare il commercio e ogni tipo di attività coloniale, sorse nella città di Mogadiscio una filiale della Banca d’Italia, la quale ebbe nel 1921 «un movimento generale di 256 milioni di lire» [91].
In Somalia, si usò l’impianto del radiotelegrafo [92]. La sede governativa della città di Mogadiscio fu collegata dalla rete radiotelegrafica interna coloniale a residenze e stazioni esistenti a Merca, Itala, Afgoi, Balad, Giumbo, Brava e Lugh [93]. La Colonia si collegò allo Stato italiano con la stazione ultrapotente la quale mise la città di Mogadiscio in comunicazione con quella di Massaua, ove un’altra stazione ultrapotente si riallacciò con Coltano situata nel comune di Pisa [94]. Nello stesso contesto, risultò necessario il collegamento verso altri Stati e colonie, specialmente verso l’Italia [95]. Con la Regia Marina italiana, si applicò la radio nelle nuove zone coloniali dopo lo smacco dell’esperimento iniziale per creare una rete radiotelegrafica di tipo coloniale nel continente africano tentato dal governo belga nel 1905 in Congo per le condizioni atmosferiche specifiche della striscia equatoriale [96]. Lo Stato somalo era fornito di ventotto stazioni radiotelegrafiche, di cui quella, ad Afgoi, comunicò in maniera diretta con Asmara, Roma e San Paolo [97]. Il radiotelegrafo fu impiantato in Somalia, conformemente a una legge emanata il 14 luglio dell’anno 1907, la quale accordò alla Marina militare dei finanziamenti per delle stazioni radiotelegrafiche ubicate nel Benadir. I lavori in Somalia iniziarono nell’anno 1908 e l’anno seguente vennero attivate stazioni per il trasferimento e la ricezione di un insieme di messaggi nei centri basilari: Mogadiscio, Brava, Merca, Bradera, Giumbo, Itala e Lugh [98]. Un fatto importante fu collegare la Colonia all’Italia con la stazione ultrapotente la quale mise in comunicazione la città di Mogadiscio con quella di Massaua [99].
Per quanto concerne l’infrastruttura ferroviaria, i primi lavori ferroviari, nella Somalia italiana, cominciarono nel 1918. De Vecchi «completò la linea ferroviaria che univa Mogadiscio ad alcune località dell’entroterra» [100]. In conformità alla legge emanata il 20 marzo dell’anno 1910, si assegnò al governo coloniale un importo di lire 1, 246,000 per lavori di carattere pubblico. Si provvide a opere di diverso carattere come costruzioni edilizie, porti, fanali e fari [101]. Crispi fece edificare un faro nei pressi del Capo Guardafui «chiamato il più insigne cimitero di navi del mondo» [102] nel 1924, in seguito a tanti carteggi e difficoltà cominciati per la sua edificazione «sulla estrema punta orientale del territorio somalo» [103] sin dal 1889 [104]. Il progetto di questo faro costruito all’epoca del governatorato torinese de Vecchi di Val Cismon attraversò un quarto di secolo di vive discussioni nel periodo compreso tra il 1889 e il 1914, prima della sua definizione [105].
I migiurtuni erano tra i pirati più ardimentosi ed erano irriducibilmente ostili all’erezione del faro perché con esso videro la fine di una tradizione molto radicata [106]. Il 15 novembre dell’anno 1914, una convenzione con Osman Mahmoud, il Sultano dei migiurtini, venne stretta dal governatore del Benadir, Giacomo De Martino in Somalia al fine di garantire la sicurezza dei vari cantieri e l’invio di operai e soldati [107]. Nei primi anni Venti, si riprese in mano la ormai vecchia questione del faro dal Governo italiano con l’aggiunta all’annoso progetto dell’anno 1914 di un altro faro nei pressi di Ras Hafun e prevedeva non solo una stazione multipla radiogoniometrica e radiotelegrafica ma anche un radiofaro, su suggerimento del Generale Mercatelli, favorevole alla risoluzione del problema cagionato dalle nebbie [108].
In definitiva, in data 6 gennaio dell’anno 1921, il Ministro del Tesoro Media e il Ministro delle Colonie Rossi autorizzarono «la spesa straordinaria 1.000.000 occorrente per la costruzione nella Somalia italiana di un faro a Capo Guardafui e per l’impianto complementare di un fanale a Punta Alula» [109]. L’opera del faro reclamata da parte della navigazione vide in modo ufficiale la luce il 5 aprile dell’anno 1924 e si inaugurò con il nome di Faro Francesco Crispi [110]. Esso «assunse un’importanza tale, come icona e immagine dell’Impero, che venne anche commemorato con una serie pittorica di francobolli in corso tra il 1932 e i 1934» [111].
Nella fase più matura della colonizzazione, la capitale della Somalia italiana, Mogadiscio, sentì l’impellente bisogno di sviluppare un impianto urbanistico per adattarsi all’aumento della popolazione. Nel 1928, il vecchio piano regolatore [112] compilato durante il governatorato di de Vecchi di Val Cismon, necessitò l’aggiornamento non solo per l’aumento demografico ma anche per il sempre maggiore sviluppo industriale e commerciale che si stava delineando. Già anteriormente al 1936, si prospettò il bisogno di sistemare il quartiere denominato Scingani, tramite cui passò il traffico fra il porto e il centro urbano. Era «composto di vecchie case in stile arabo incastrate l’una nell’altra intorno a strette e tortuose viuzze che rendevano difficoltosa la viabilità» [113].
Un’opera italiana di spicco in Somalia alla fine degli anni Venti che pose in risalto non solo l’ingegno ma anche l’intraprendenza italiana fu quella realizzata da Guido Corni, governatore della Somalia italiana. Fu così realizzato nell’anno 1930 a Chisimaio per opera della ditta del dott. Scaini specializzata in accumulatori, insediatasi a Milano, l’impianto eolico iniziale delle colonie italiane: «Nel 1930 a Chisimaio, in Somalia, venne introdotto un sistema eolico sperimentale, per la produzione di energia elettrica, che coprì il 72% del fabbisogno della città» [114]..
Bisognava, tramite il nuovo piano regolatore dell’anno 1938, sistemare opportunamente la zona per la posizione situata sulla riva del mare procedendo a sventramenti arditi. Vennero edificate moderne e nuove abitazioni sia per gli italiani che per i somali nelle varie località non centrali. Questo era il grande lavoro iniziale cominciato per attuare il nuovo piano regolatore. Un’altra rilevante sistemazione era quella relativa al quartiere di Nord-Est, chiamato pure della Torre Mnara. L’arteria principale era l’allungamento del viale denominato “XXVIII Ottobre”. Il costo complessivo dell’opera primaria ammontava a 2.000.000 lire. Vennero realizzate, negli altri quartieri, molte nuove costruzioni pubbliche e varie nuove costruzioni [115].
Sul piano sanitario, a Mogadiscio vennero edificati un ambulatorio civile, un altro militare per somali e anche un dispensario medico-chirurgico per cittadini europei. A parte i vantaggi procurati alla poca popolazione bianca dalla presenza di sanitari, la loro azione medico-chirurgica si svolse in maggior parte a vantaggio delle popolazioni indigene. Il favore con il quale le popolazioni accettarono il soccorso sanitario si dimostrò dalla frequenza con la quale i malati somali si presentarono agli ambulatori. Ai bandi che si fecero per le vaccinazioni, i somali risposero con un’affluenza davvero straordinaria raggiungendo cifre quotidiane di vaccinati molto alte [116]. Si diffuse poi agevolmente fra gli autoctoni «l’uso dei rimedi forniti e consigliati per la profilassi antimalarica, dalle distribuzioni del chinino fatte dal Governo ai prosciugamenti delle acque stagnanti compiuti ad iniziativa delle popolazioni minacciate» [117]. Ci fu anche l’ospedale “Giacomo De Martino” di Mogadiscio il quale si intitolò al governatore della Somalia tra il 1910 e il 1916.
Sul piano amministrativo, il municipio della città di Mogadiscio cominciò a operare nell’anno 1936. Al 31 dicembre dell’anno 1939, gli italiani furono ventiquattromila unità, mentre gli aborigeni furono quasi sessantamila [118]. Al fine di gestire i flussi di operai il 15 settembre 1936 in Somalia fu istituito «l’Ufficio del Commissariato Migrazioni e Colonizzazione» [119] con il compito di fare l’impianto dello schedario anagrafico dei vari lavoratori dimoranti nella colonia e di sottoporre a controllo l’ammontare effettivo delle rimesse di denaro eseguite dagli operai alle loro famiglie, l’impianto dello schedario del complesso delle ditte operanti in questa zona, il servizio della mortalità della massa di operai e il censimento dell’insieme delle attività di tipo economico e professionale.
Nel primo biennio di lavori e sino al 31 luglio dell’anno 1938, i lavoratori immigrati avviati al lavoro e assistiti erano 19.761 [120]. Nel primo di ottobre dell’anno 1936, entrò in vigore un decreto per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. L’Istituto Nazionale Fascista venne chiamato ad assicurare in modo diretto e a favore dello Stato la quasi interezza delle maestranze impegnate nel valorizzare l’Impero fascista. Con l’applicazione di un decreto fascista, la maggioranza dei lavoratori impegnati nei lavori guidati indirettamente o direttamente dallo Stato, in aggiunta al fatto di poter essere assicurati di diritto, per merito dell’ INFAIL, contro gli incidenti sul lavoro, erano anche di diritto garantiti pure dai rischi bellici, dai pericoli di andata e ritorno dalla Somalia alla madrepatria e dai casi di decesso a causa della febbre perniciosa e per malattie tropicali. La sede della città di Mogadiscio provvide all’assistenza dell’insieme degli operai colpiti da malattia tropicale o infortunio, si occupò dell’istruzione totale delle pratiche inerenti a operai tornati in patria per malattie o infortunio, per le pratiche occorrenti per consentire alle famiglie dei morti sul lavoro di usufruire in modo immediato delle sovvenzioni di legge o delle indennità.
Il governatore della Somalia Rodolfo Graziani fondò l’Ufficio del Lavoro della Somalia in data del 13 luglio 1935. Esso raggruppò il complesso delle attività relative alle «organizzazioni sindacali preposte in Patria alla tutela del lavoro» [121], assicurò l’applicazione di ciascuna norma promulgata a disciplina dei rapporti lavorativi nell’Africa orientale italiana e dei diversi provvedimenti che riguardarono l’assistenza ai datori di lavoro e ai lavoratori attraverso l’intervento su vari problemi di tipo sociopolitico [122]. L’Ufficio del Lavoro funse da osservatorio corporativo di cui il Partito Fascista si avvalse per regolare e disciplinare l’organizzazione lavorativa, la produzione, lo sviluppo e la funzione di ogni territorio imperiale perché questi potessero meglio e sempre più soddisfare le esigenze produttive ed espansionistiche dell’epoca [123].
Sul piano artistico, in tre anni la produzione pittorica e scultoria era feconda. Nell’agosto dell’anno 1925, il pittore italo-albanese Lidio Marco Ajmone raggiunse a Mogadiscio il governatore della Somalia italiana, Cesare Maria de Vecchi. Il fraterno e coevo amico di de Vecchi si è insediato sino all’aprile dell’anno 1927, ricoprendo la funzione di pittore ufficiale. Assieme a lui, approdò nella colonia pure lo scultore di origine torinese Cesare Biscarra [124]. Novanta sue opere coloniali furono esposte. Marziano Bernardi, il 30 settembre 1928, così scriveva su La Stampa: «Tre anni di dimora in Somalia durante il governatorato di Cesare Maria de Vecchi che li volle laggiù, hanno giovato ad entrambi, tanto al pittore quanto allo scultore. […] Siamo nel campo della rappresentazione impressionistica e spesso della documentazione folkloristica; ma scene di paese e di costume sono state portate via dall’Africa italiana con una vivacità, un’immediatezza, un gusto della narrazione che ancora non conoscevamo in questi due artisti. Si espose ancora alla Promotrice di Torino nel 1929 con le opere “Mercato della Verdura presso il Ponte di Rialto” e “Le roselline dell’Eridano” e nel 1930 con “Spiaggetta a Baveno”, “Riflessi”, “La fontana” e “La chiesa d’Antognod” [125].
Nel febbraio dell’anno 1941, nel corso della Seconda Guerra mondiale, successivamente all’avanzata delle truppe britanniche sbarcate a Mogadiscio, la colonia della Somalia fu definitivamente persa dagli italiani [126]. La conclusione della guerra diede il via a una complessa e lunga vicenda diplomatica e politica la quale si protrasse sino al termine degli anni Quaranta [127]. Nel 21 novembre 1949, si avviò il processo di decolonizzazione quando l’Assemblea generale dell’ONU che si pronunciò a favore dell’indipendenza della Somalia aveva concesso il territorio somalo in amministrazione fiduciaria all’Italia (AFIS) cioè venne sottoposto a trusteeship italiano provvisoriamente per un decennio. Fu il solo caso di amministrazione temporanea conferita ad un Paese vinto nella Seconda Guerra mondiale [128]. La Somalia, nel 1950, venne spartita e divisa tra tre Stati europei che furono l’Italia, la Francia e l’Inghilterra.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
Note
[1] C. Cesari, Antonio Cecchi e la Somalia italiana, in AA.VV, Rivista coloniale. Organo dell’istituto coloniale italiano, (Anno XXI), N.4, luglio-agosto, 1926: 352.
[2] M. Gemignani, La fase iniziale dell’espansione italiana in Somalia, e gli eccidi di personale della regia marina, Bollettino d’Archivio dell’Ufficio Storico della Marina, 1999: 55.
[3] V. Beltrami, Italia d’oltremare. Storia dei territori italiani dalla conquista alla caduta, Roma: Nuova cultura, 2013:131.
[4] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini, Prefazione di Abdulkadir Yusuf Mohamed, Massa-Carrara: Eclettica, 2017: 31-32.
[5] G. C. Corada, Lafolè: un dramma dell’Italia coloniale, Roma: Ediesse, 1996: 52.
[6] D. Ferro, L’inizio del colonialismo. Tante ambizioni, pochi mezzi, Cernusco sul Naviglio: Sprea editori: 15.
[7] R. Monteleone, Le radici dell’odio: Nord e Sud a un bivio della storia, Bari: Dedalo, 2002: 82.
[8] D. Ferro, L’inizio del colonialismo. Tante ambizioni, pochi mezzi, Cernusco sul Naviglio: Sprea editori: 14.
[9] V. Beltrami, Italia d’oltremare. Storia dei territori italiani dalla conquista alla caduta, Roma: Nuova cultura, 2013:130.
[10] A. Ferraiuolo, Il razzismo coloniale italiano, Gaeta: Passerino, 2026: 1915.
[11] M. Pandolfo, L’identità rinnegata degli italo-somali dentro la memoria storica del razzismo coloniale, tesi di dottorato di ricerca, anno accademico 2015-2016:122.
[12] A. Fioravanti, 1885-1960 Cosa è stato davvero il colonialismo italiano e perché non si parla di quei 75 anni, (16 septembre 2020) in https://www.linkiesta.it/2020/09/colonialismo-italia-etiopia-libia-eritrea-somalia-razzismo/
[13] A. Fioravanti, 1885-1960 Cosa è stato davvero il colonialismo italiano e perché non si parla di quei 75 anni, (16 septembre 2020) in https://www.linkiesta.it/2020/09/colonialismo-italia-etiopia-libia-eritrea-somalia-razzismo/
A. Quattrocolo, La strage di Adis Abeba : una vergogna tutta italiana, (19 febbraio 2019) in https://www.me-dia-re.it/
[14] A. Alpozzi, La Somalia dopo essere stata dominata da omaniti, persiani, arabi, portoghesi, egiziani ed etiopi viene affittata, nel 1892, dal Sultano di Zanzibar all’Italia, (13 luglio 2018) in https://italiacoloniale.com
[15] G. Cenci, Ritratto e storia del Duca degli Abruzzi pioniere nella Somalia, (15 novembre 2019) in https://italiacoloniale.com/
[16] A. Alpozzi, Nei rapporti segreti della CIA la verità sulle colonie italiane, (13 marzo 2025) in https://italiacoloniale.com/
[17] A. Accorsi, Le truppe in Africa. L’esercito coloniale italiano in Italia coloniale. Grandi ambizioni, inesperienza, eroismo, conquiste, delusioni, Cernusco sul Naviglio: Sprea editori: 6.
[18] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 36.
[19] A. Alpozzi, 7 dicembre 1923 – Il Quadrumviro de Vecchi nuovo Governatore della Somalia italiana, (7 dicembre 2021) in https://italiacoloniale.com
[20] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929: 245-246.
[21] A. Naletto, Italiani in Somalia : storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona ; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 113.
[22] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929: 246.
[23] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo : Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912: 77-78.
[24] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona ; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 79.
[25] ivi :115-116.
[26] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929: 247.
[27] A. Alpozzi, Ottobre 1924. L’Italia costruisce la più grande diga della Somalia (5 Ottobre 2021) in https://italiacoloniale.com
[28] P. Barile, Colonizzazione fascista nella Somalia meridionale, Società italiana Arti grafiche: Roma, 1935: 142.
[29] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona; Centro studi Ettore Luccini, Padova 2011: 116.
[30] A. Alpozzi, Negli anni Venti in Somalia il primo contratto di lavoro per la tutela dei lavoratori contro il lavoro forzato, (17 Gennaio 2018) in https://italiacoloniale.com
[31] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 245.
[32] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929: 248.
[33] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 214.
[34] ivi: 87.
[35] Ivi:214.
[36] ivi:208.
[37] Ibidem.
[38] A. Alpozzi, Ottobre 1924. L’Italia costruisce la più grande diga della Somalia (5 Ottobre 2021) in https://italiacoloniale.com
[39] P. Barile, Colonizzazione fascista nella Somalia meridionale, Società italiana Arti grafiche : Roma, 1935: 142.
[40] E. F. Manni, La banana somala dagli esperimenti all’affermazione, Camera di commercio e industria italo – africana Genova: 1933: 5 e ss.
[41] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona ; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 220.
[42] ibidem.
[43] Ibidem.
[44] Ivi :87.
[45] ivi: 222
[46] Ivi: 222.
[47] E. Rossi, Settimo: non rubare, Laterza, Bari: 1954: 426.
[48] A. Alpozzi, RAMB. La “Regia Azienda Monopolio Banane” della Somalia italiana, (17 Aprile 2018) in https://italiacoloniale.com
[49] A. Naletto, Italiani in Somalia : storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona ; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 222.
[50] Ivi:241.
[51]Ivi:144.
[52] Ivi:145.
[53] Ivi:146.
[54] C. Cesari, Antonio Cecchi e la Somalia italiana, Castaldi, Roma: 1926: 353.
[55] I. Origo, Presentazione, in Davis D.B., Il problema della schiavitù nella cultura occidentale, Società editrice internazionale, stampa, Torino: 1971: 13.
[56] F. Grassi, Le origini dell’imperialismo italiano. Il caso somalo 1896-1915, Milella, stampa, Lecce: 1980: 98.
[57] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 146.
[58] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini: il colonialismo italiano in Somalia oltre il sogno imperiale, Prefazione di Abdulkadir Yusuf Mohamed, Eclettica, Massa: 2017: 77-78.
[59] C. Della Valle, I viaggi in Somalia dell’ing. Luigi Robecchi-Bricchetti (1888-1903), in «Rivista delle colonie italiane» (Giugno 1934), L. Cappelli, Bologna: 467.
[60] Touring club italiano, Le colonie e l’impero: dall’archivio fotografico TCI; prefazione di Arrigo Petacco ; testi di Mario Lombardo; progetto grafico Toshihiro Miki, TCI, Milano: 2014 : 182.
[61] A. Naletto, Italiani in Somalia: storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona ; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 147.
[62] Ivi: 148.
[63] Ibidem.
[64] P. Barile, Colonizzazione fascista nella Somalia meridionale, Società italiana Arti grafiche: Roma, 1935: 17.
[65] S. Gallucci, La Somalia italiana, Scuola tipografica Istituto pavoniano Artigianelli, Milano: 1936: 113.
[66] P. Barile, Colonizzazione fascista nella Somalia meridionale, Società italiana Arti grafiche: Roma, 1935: 18.
[67] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929 : 244.
[68] Ibidem.
[69] Trunji M.I., Somalia: The Untold History 1941-1969, Loohpress, Leicester: 2015 in A. Alpozzi, Lo schiavismo in Somalia fu debellato dal primo governatore fascista (12 Agosto 2018) in https://italiacoloniale.com/
[70] Ibidem
[71] Hess R.L., Italian colonialism in Somalia, The University of Chicago Press, Chicago: 1966 in A. Alpozzi, Lo schiavismo in Somalia fu debellato dal primo governatore fascista (12 Agosto 2018) in https://italiacoloniale.com/
[72] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo: Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912 : 52.
[73] S. Gallucci, La Somalia italiana, Scuola tipografica Istituto pavoniano Artigianelli, Milano: 1936: 114.
[74] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo: Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912: 53.
[75] Ibidem.
[76] O.Baldacci, Le truppe in Africa. L’esercito coloniale italiano in Italia coloniale. Grandi ambizioni, inesperienza, eroismo, conquiste, delusioni, Cernusco sul Naviglio: Sprea editori: 62.
[77] A. Naletto, Italiani in Somalia : storia di un colonialismo straccione, Cierre, Verona ; Centro studi Ettore Luccini, Padova: 2011: 113.
[78] M. Pandolfo, L’identità rinnegata degli italo-somali dentro la memoria storica del razzismo coloniale, tesi di dottorato di ricerca, anno accademico 2015-2016:124.
[79] A. Alpozzi, Settembre 1925 : iniziano le operazioni della Somalia del nord. In 13 mesi tutta la colonia sarà pacificata e portata sotto il Tricolore (17 Aprile 2018) in https://italiacoloniale.com
[80] A. Alpozzi, 27 febbraio 1927. In Somalia si concludono le operazioni per la pacificazione dei sultanati (27 Febbraio 2023) in https://italiacoloniale.com
[81] A. Alpozzi, 27 febbraio 1927. In Somalia si concludono le operazioni per la pacificazione dei sultanati (27 Febbraio 2023) in https://italiacoloniale.com
[82] Ibidem
[83] A. Alpozzi, Quanto era pagato un Dubat (28 Luglio 2017) in https://italiacoloniale.com
[84] Ibidem
[85] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929 : 260.
[86] O.Baldacci, Le truppe in Africa. L’esercito coloniale italiano in Italia coloniale. Grandi ambizioni, inesperienza, eroismo, conquiste, delusioni, Cernusco sul Naviglio : Sprea editori : 63.
[87] A. Alpozzi, L’eroismo di Uarsama Botan, comandante Dubat, medaglia di bronzo per la pacificazione della Somalia (7 Novembre 1925 – 24 Febbraio 1927) (7 Novembre 2022) in https://italiacoloniale.com
[88] La data corretta del Regio Decreto è il 16 Febbraio 1928, apparso sul Bollettino Ufficiale del Ministero della Guerra: 1999.
[89] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929: 254.
[90] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo: Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912 : 108-109.
[91] G. Stefanini, I possedimenti italiani in Africa (Libia, Eritrea, Somalia), R. BEMPORAD & FIGLIO, Firenze, 1929 : 253.
[92] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 55.
[93] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo : Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912: 8.
[94] G. Prinzivalli, L’Italia nella sua vita economica di fronte alla guerra: note statistiche, Fratelli Treves, Milano: 1915: 111-112.
[95] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 55.
[96] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini : l’opera coloniale più controversa e il sogno dell’Impero della Somalia Italiana, 1889-1941 ; introduzione di Giorgio Ballario ; prefazione di Giorgio de Vecchi di Val Cismon, 001 Edizioni, Torino: 2015: 165.
[97] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini: l’opera coloniale più controversa e il sogno dell’Impero della Somalia Italiana, 1889-1941; introduzione di Giorgio Ballario; prefazione di Giorgio de Vecchi di Val Cismon, 001 Edizioni, Torino: 2015: 165-166.
[98] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 56.
[99] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo : Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912:113-114.
[100] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 36.
[101] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo : Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912: 114.
[102] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini: il colonialismo italiano in Somalia oltre il sogno imperiale, Prefazione di Abdulkadir Yusuf Mohamed, Eclettica, Massa: 2017: 151.
[103] A. Caioli, Le origini dei protettorati italiani sulla Somalia settentrionale (1884-1891), Università degli studi: Trieste, 1987: 77.
[104] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini: il colonialismo italiano in Somalia oltre il sogno imperiale, Prefazione di Abdulkadir Yusuf Mohamed, Eclettica, Massa: 2017: 132.
[105] ivi: 122.
[106] ivi: 151.
[107] Ivi: 122.
[108] Ivi: 131.
[109] Ivi: 132.
[110] Ivi: 141.
[111] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini: l’opera coloniale più controversa e il sogno dell’Impero della Somalia Italiana, 1889-1941; introduzione di Giorgio Ballario ; prefazione di Giorgio de Vecchi di Val Cismon, 001 Edizioni, Torino: 2015: 163.
[112] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 36.
[113] A. Alpozzi, I grandi progetti italiani per la Mogadiscio Imperiale (1 Agosto 2017) in https://italiacoloniale.com
[114] A. Alpozzi, Fascismo ed ecologia : rimboschimenti, irrigazioni, pozzi e vivai nella Somalia italiana
(9 Giugno 2020) in https://italiacoloniale.com
[115] A. Alpozzi, I grandi progetti italiani per la Mogadiscio Imperiale (1 Agosto 2017) in https://italiacoloniale.com
[116] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo : Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912: 109-110.
[117] G. De Martino, La Somalia italiana nei tre anni del mio governo: Relazione del Senatore Nobile Giacomo De Martino presentata al Parlamento dal Ministro delle Colonie Pietro Bertolini, Carlo Colombo, Roma: 1912: 109-110.
[118] Franco Pittau, Emigrazione e colonizzazione italiana in Africa nel periodo fascista (1 maggio 2019) in Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
[119] A. Alpozzi, Commissariato Migrazioni, Ufficio del lavoro e INFAIL nella Somalia italiana (24 Marzo 2023) in https://italiacoloniale.com
[120]Ibidem
[121] Ibidem
[122] Ibidem
[123] Ibidem
[124] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini : il colonialismo italiano in Somalia oltre il sogno imperiale, Prefazione di Abdulkadir Yusuf Mohamed, Eclettica, Massa: 2017: 213.
[125] A. Alpozzi, Il faro di Mussolini : il colonialismo italiano in Somalia oltre il sogno imperiale, Prefazione di Abdulkadir Yusuf Mohamed, Eclettica, Massa: 2017: 213.
[126] S. Bortolotto, N. Cattaneo, R. Riboldazzi (a cura di), Infrastrutture e colonizzazione. Il caso africano tra heritage e sviluppo, Altralinea, Firenze, 2020: 36.
[127] A. Alpozzi, 12 ottobre 1954 nasce la bandiera della Somalia (12 Ottobre 2017) in https://italiacoloniale.com
[128] Ibidem.
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Nabil Zaher, nato a Cartagine nel 1982, docente universitario di lingua, civiltà e lettere italiane presso l’Università di Monastir (Istituto Superiore di Lingue applicate di Moknine) dal 2007. Ha insegnato anche all’università di Messina come professore ospite del dipartimento di civiltà antiche e moderne nel 2014 e nel 2015. Ha pubblicato articoli in riviste culturali come « Magia, religione e medicina nel mondo contadino lucano» pubblicato su “I tre anelli” » e « Strumenti di lotta antimafiosa in Italia e in Tunisia» pubblicato su “EtnoAntropologia”. Nel 2015, è stato insignito del premio letterario nazionale «Carlo Levi», ad Aliano per la sua tesi di Dottorato intitolata «Riflessi del Mezzogiorno nell’opera narrativa di Carlo Levi». Ha partecipato a convegni internazionali italiani come quello tenutosi presso l’università degli studi di Padova dal 3 al 5 novembre 2016 ed intitolato «Terza guerra mondiale? La gestione della morte tra nuove emergenze sociali e la loro soluzione». Dal 2021, i suoi articoli pubblicati in Italia su «Dialoghi Mediterranei» sono inerenti alla presenza di italiani in Paesi africani tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento. Nel 2025, ha svolto un’attività didattica come visiting professor presso l’università degli studi di Macerata relativa a un ciclo di seminari su italiani in terre africane organizzato nell’ambito del corso magistrale “Letteratura contemporanea, società, inclusione”. Inotre, nello stesso anno, ha tenuto un seminario su italiani in Egitto presso l’università per stranieri di Perugia.
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