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La pandemia: strage di uomini e strage della memoria. La scomparsa di Renato Novelli

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umane dimenticate istorie

di Adriano Senatore

La pandemia legata al Covid-19, che da ormai un anno è diventata triste e mesta compagna delle nostre esistenze, travolgendole e modificandole in profondità (con una serie di cambiamenti in ambito sociale, relazionale, psichico), può essere letta da molti punti di vista: in primo luogo è un’emergenza sanitaria, non ancora conclusa, le cui proporzioni stanno assumendo dimensioni ‘storiche’ [1]; in secondo luogo ci obbliga a riflettere sulle nostre esistenze, sui valori alla base della nostra comunità, forse a riprogrammare da altre prospettive la vita in comune.

L’Italia, anche a causa di una popolazione costituita in larga parte da anziani [2], ha pagato e sta pagando in questa pandemia un tributo altissimo in termine di vite: alla data del 7 febbraio (fonte Jonhs Hopkins University) [3] l’Italia è il sesto Paese del mondo per numero di decessi (91.273); il tasso di letalità (ultimi dati disponibili Istituto Superiore di Sanità) [4] è dello 0, 6 % nella fascia 50-59, arriva al 2,9% nella fascia 60-69, raggiunge il 10% in quella 70-79, esplode nei segmenti superiori (80-89 e oltre 90 anni), raggiungendo il 19,7 5 (80-89) e il 25,2 % (oltre i 90 anni). Oltre l’80 % di decessi si concentra tra gli over 70.

Si deve partire dai ‘freddi’ numeri della statistica per una corretta analisi del fenomeno della pandemia. Un ulteriore dato statistico permette ancor più di comprendere l’eccezionalità storica del momento: quello relativo alla mortalità complessiva relativa all’anno 2020, che registra il valore più alto dal 1944 [5]. L’eccezionalità del momento ha indotto i mass media e i governi a riferirsi agli eventi del 2020 attraverso la metafora della guerra, che risulta diffusa in molti Paesi europei (sulla “guerra al Covid” si veda il contributo di Salvati, Verdigi: 2020).   Ma proporre un paragone tra la pandemia e la condizione di guerra non è appropriato per diversi motivi: nella Seconda guerra mondiale, ad esempio, non è mai venuta meno la dimensione sociale, fortemente condizionata invece dalla pandemia.

Dietro i numeri ci sono però le persone, con la loro storia: e la storia delle persone scomparse per il Covid-19 diventa la storia del nostro Paese, perché nella maggior parte dei casi si tratta di anziani che hanno vissuto nel Novecento, e di questo periodo sono stati attori e testimoni.  Possiamo dunque parlare di strage di uomini, poiché la pandemia ha quasi cancellato una generazione, ma anche di strage della memoria, perché c’è il rischio che con la scomparsa degli anziani scompaia anche il ricordo del loro vissuto e la testimonianza di una parte della nostra storia.

Ad aprile 2020 comparve sui social, presto ripresa anche dai quotidiani online (mai come in questo periodo la nostra esistenza ‘scorre’ sul web e la condivisione di aspetti  reali, come i sentimenti, avviene attraverso il ‘virtuale’), una riflessione-poesia di un ispettore di polizia, Fulvio Marcelliti, nata dalla commozione generata dalla vista dei camion dell’esercito che trasportavano le salme dal cimitero di Bergamo, che non era più capace di accoglierle (dato il numero impressionante di morti). È un lamento funebre, ma anche un ringraziamento ad una generazione che ha costruito l’Italia, che non deve essere dimenticata:

«Se ne vanno. Mesti silenziosi come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro e sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni, tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli, visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente, o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e capello di carta di giornale.
Se ne vanno quelli della Lambretta, della Fiat Cinquecento o Seicento, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in bianco e nero. Ci lasciano, avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la comprensione, la pazienza, la resilienza, il rispetto, pregi oramai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza che nessuno gli stringesse la mano, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro Paese, patrimonio dell’intera umanità. l’Italia intera deve dirvi GRAZIE e accompagnarvi in quest’ultimo viaggio con 60 milioni di carezze» [6].

È doveroso, in chiave storica e civile, in un’epoca che dimentica e ignora il passato (con enormi rischi per la tenuta democratica e la coscienza collettiva di una nazione), raccogliere, conservare e tramandare la loro esperienza, facendo conoscere le loro storie. Che sono la nostra.

Questo contributo nasce dunque dal desiderio di ricordare e tramandare la testimonianza di un uomo del Novecento, scomparso nel marzo 2020 a Pistoia, nella ‘prima ondata’ della pandemia.  Si trattava di uno dei più giovani partigiani, sopravvissuto alla strage di Marzabotto, successivamente carabiniere impegnato nella lotta al banditismo nella Sicilia del Dopoguerra: si chiamava Renato Novelli [7].

Un testimone del Novecento: Renato Novelli, partigiano e carabiniere

attestato-distintivo-donore-per-patriottiNel Dizionario Biografico sui partigiani e gli antifascisti del bolognese [8], a proposito di Renato Novelli, possiamo leggere:

Novelli Renato, da Federico e Giuseppina Azoti; n. il 16/8/1928 a Camugnano; ivi residente nel 1943. Licenza elementare. Militò nella brg Stella rossa Lupo. Riconosciuto partigiano dall’l/7/44 alla Liberazione.

Renato apparteneva dunque all’Appennino Bolognese e divenne partigiano all’età di sedici anni; il ricordo delle origini contadine, della vita dura, ma serena, che trascorse fino all’estate del ‘44, traspariva anche dall’intervista che ci concesse alcuni anni fa [9]. La sua adolescenza venne stravolta dalla morte di un amico, ucciso dai fascisti: così la storia, con i suoi drammi, da qualcosa di lontano, diviene dolorosa esperienza vissuta sulla propria pelle. Come per tanti giovani della sua generazione, l’adesione alla lotta partigiana nacque da una ribellione interiore alla prepotenza e alla barbarie nazifascista:

«Un giorno ero a mietere il grano a casa mia, a Camugnano e si sentì una sparatoria in una fungaia… la sera seppi che avevano fucilato due ragazzi: uno era un ragazzo fuggito dalla Francia dopo l’occupazione nazista (oggi è seppellito a Camugnano) era un amico intimo e questo fatto mi sballò il cervello. Stetti due giorni alla finestra a pensare… poi contattai una staffetta dei partigiani, tale Poli Nildo, e gli chiesi di portarmi in brigata e così due giorni dopo partii per la montagna per raggiungere la Brigata».

libretto-partigiano-brigata-lupo_2La testimonianza di Novelli è ricca di particolari sull’esperienza partigiana, quali i compiti assegnati al giovane Renato: approvvigionamento, compiti di sorveglianza nella zona del Monte Salvaro, a protezione del secondo battaglione della Brigata Stella Rossa, posizionata più a valle. Ascoltando la sua testimonianza orale (su cui si basa l’articolo La voce di Renato Novelli citato in nota n.8) scopriamo anche quanto fosse forte il legame tra la popolazione locale e le bande partigiane. Uno degli obiettivi della repressione dell’autunno del 1944, culminata nella strage di Marzabotto, era interrompere questi collegamenti, annientando la Brigata Stella Rossa e la popolazione civile che a questa dava supporto.

Nel corso del 1944, quando le sorti della guerra erano ormai compromesse per la Germania nazista, si consumarono alcune delle stragi più efferate compiute dai tedeschi, spesso a danno di civili inermi, colpevoli di essere in contatto con le bande partigiane che combattevano in quel momento per la liberazione dal Nazifascismo.

Alcune di queste stragi, frutto di una strategia del terrore fine a stesso (Peli: 2006: 85-86) [10], videro impegnate l’élite del terrore nazista, le famigerate SS: tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, la sedicesima divisione delle SS, agli ordini di Walter Reder (Giorgio Bocca: 2012 ne fornisce un ritratto impietoso) [11], uccide circa 770 persone (di cui 216 bambini, 142 ultrasessantenni, 316 donne).

L’azione non si configurò come una rappresaglia, rispose piuttosto ad una ‘logica’ di rastrellamento, di annientamento delle forze partigiane e dei civili che le supportavano. Logica fuorviante, in quanto il destino dei Tedeschi era ormai scritto e le stragi non avevano nessuna giustificazione bellica. Non si deve dunque parlare di un’azione bellica, ma piuttosto di un eccidio, che nasce dalla rabbia per un conflitto ormai perso e dall’abitudine delle SS a versare il sangue nemico, come se lo sterminio costituisse il fine ultimo e più nobile per gli appartenenti a questa élite militare.

La Brigata Stella Rossa fu di fatto annientata dalle SS e la testimonianza di Novelli permette di comprendere il dramma della disfatta, che assunse i toni della lotta per la sopravvivenza:

«Dopo giorni e giorni passati a fuggire ed evitare i rastrellamenti tedeschi, quando già sembrava di essere al sicuro, andammo a finire proprio in bocca ad un manipolo tedesco e fummo fatti prigionieri. Davanti a me c’era un soldato che roteava in aria, per spaventarmi, un mitra… è stato un incubo ricorrente per anni. Iniziai a calcolare il tempo che avrebbe impiegato ad impugnare l’arma e sparare… calcolai quattro secondi e mezzo. Avevamo poco più di quattro secondi per scappare…mi resi conto che la salvezza era possibile a patto di trovare condizioni di scarsa visibilità e una casa dietro la quale nascondersi nella fuga. Dopo due ore, in marcia con questo gerarca, trovai il luogo per realizzare il piano di fuga; feci un cenno al mio compagno e riuscimmo in ciò che avevo accuratamente preparato. Un piano da stratega militare: ma invece di vincere una battaglia, salvai la pelle».

ritaglio-di-giornaleTrascorsero i durissimi mesi dell’inverno tra il 1944 e il 1945: poi ci fu il ritorno a casa e la Liberazione. La storia di Renato Novelli visse allora una nuova stagione: carabiniere nella Sicilia del Dopoguerra, travagliata da tensioni politiche (in primis il Movimento separatista), sociali (le lotte agrarie) e dal fenomeno del banditismo, di cui la figura più nota è quella di Salvatore Giuliano.

L’affaire Giuliano è una delle pagine più contorte della storia repubblicana: si tratta di raccontare e analizzare una vicenda su cui la storiografia ha comunque già ampiamente discusso fin da subito e sulla quale non si contano[12] le testimonianze, le dichiarazioni, le opere storiche e giornalistiche, non sempre condotte in modo rigoroso.

Novelli partecipò anche a questi eventi convulsi, dopo aver essersi arruolato nell’arma dei carabinieri alla fine della guerra e raggiunto il grado di allievo alla scuola militare di Moncalieri: il 30 novembre del 1946 fu “spedito in Sicilia”, dove il banditismo era diventato un fenomeno ormai endemico[13].

Le parole dell’ex partigiano sono importanti perché permettono di comprendere alcune dinamiche della lotta al banditismo, come i contrasti tra l’arma dei carabinieri e la polizia, l’inadeguatezza complessiva della strategia di repressione al fenomeno.

Sui contrasti tra i due corpi militari, nel periodo in cui la repressione al banditismo era affidata all’Ispettorato di Pubblica Sicurezza [14], le parole di Novelli sono quasi sferzanti:

«Un giorno due squadre, una dei carabinieri e una di poliziotti, arrivarono quasi a scontrarsi. Ognuno pensava che l’altro gruppo fosse il gruppo dei banditi…poi ci fermammo in tempo, capendo che non potevano essere banditi, dato che un bandito scappa se attaccato».

diploma-donore-del-combattente-per-la-libertc3a0A distanza di anni Novelli sostenne con forza che, nella lotta al banditismo, furono solo i carabinieri a pagare un tributo di vite e che quindi la polizia non si impegnò veramente nella lotta contro i banditi.

L’Ispettorato fu sostituito nel 1949 dal Comando Forze Repressione Banditismo (CFRB), guidato dal carabiniere Ugo Luca: il carabiniere Novelli, dopo l’esperienza nelle forze mobili coordinate dall’Ispettorato, fu arruolato nel corpo speciale istituito dal futuro generale Luca.

 Novelli fornisce, nella sua testimonianza, precise indicazioni su come operavano i nuclei operativi da cui era formato il corpo:

«Eravamo organizzati in squadriglie di 20 uomini e alloggiavamo presso le caserme dei carabinieri in un territorio di circa 40 chilometri quadrati. 10 uomini uscivano in missione e spesso rimanevano fuori per tre giorni per perlustrare, perquisire e compiere anche degli arresti, se necessario. Al ritorno in caserma gli altri 10 uscivano e ci davano il cambio. Le istruzioni relative alla missione da compiere erano segrete, erano contenute in una busta che veniva aperta poco prima di partire. La prudenza non era mai troppa, ci potevano essere degli infiltrati…dormivamo in casolari, ma anche all’aperto. Eravamo equipaggiati di mitra e bombe a mano. Io sfruttavo la mia esperienza di partigiano: chi ha fatto la guerriglia – il partigiano usa questa strategia militare – può fare anche la contro-guerriglia…ho avuto anche dei conflitti a fuoco: a Guarnero e Alcamo…c’è anche un episodio che nessuno conosce: uccisero dei carabinieri e li gettarono in un pozzo. Il giorno dopo, durante una retata, fermammo, tra la popolazione in rivolta, circa 300 sospetti…».

Il 5 luglio 1950 Salvatore Giuliano fu ucciso a Castelvetrano (TP), ufficialmente in un conflitto a fuoco con i carabinieri: ma sulla morte del bandito sono nati dubbi fin dal primo momento. Anche su questo punto la testimonianza del carabiniere ed ex partigiano è attendibile, in quanto si tratta di un testimone oculare: «Il giorno dopo ho visto di persona il corpo di Giuliano crivellato di colpi. Senza dubbio era Salvatore Giuliano. Chi dice il contrario, mente». Il Carabiniere era anche convinto che si era trattato di una messinscena: «Lo sapevamo tutti che era stato Pisciotta ad ammazzarlo e non il capitano Perenze».

Novelli rimase in Sicilia fino al 1952: successivamente si trasferì in Toscana, dove raggiunse il grado di Maresciallo nell’arma dei carabinieri fino al 1977.

Attraverso le parole di uomini come l’ex partigiano e carabiniere Renato Novelli, testimone oculare e partecipe di eventi cruciali nella storia del nostro Paese, la storia assume quella dimensione narrativa che, integrando il dibattito storiografico, restituisce ai contemporanei uno spaccato vivo e reale del lungo e complesso percorso compiuto dall’Italia nel corso del Novecento.

La sua scomparsa ci priva del piacere e della possibilità di ascoltare, nuovamente e diffusamente, la sua testimonianza sul servizio, negli anni Settanta, nelle sezioni speciali antiterrorismo dei Carabinieri: anche da questo possiamo comprendere quanto la malattia sia stata crudele [15] con chi non era stato sconfitto nemmeno dalle pallottole dei criminali nazisti o di un bandito efferato come Salvatore Giuliano. Una malattia che però è stata altrettanto crudele anche con noi contemporanei, privandoci di una parte della nostra memoria collettiva.

 Dialoghi Mediterranei, n. 48, marzo 2021
Note
[1] Secondo la World Health Organization, alla data del 7.2.2021 (momento in cui viene redatto il presente contributo) la Covid-19 ha infettato nel mondo quasi 106 milioni di individui, causando oltre 2300000 decessi (fonte: https://covid19.who.int/.  La malattia ha sempre accompagnato la storia dell’uomo e questa crisi sanitaria non è certamente la più grave in assoluto (non paragonabile- ad esempio- alla Peste nera del 1347-1350), ma è tuttavia la più mortale a partire dalla Spagnola del 1918-1920. Guiomar Huguet Pané, in un articolo di “Storica” del National Geografic (“Le grandi pandemie della storia: https://www.storicang.it/a/le-grandi-pandemie-della-storia_14759/1) ricorda come nella Spagnola «in tutto il mondo morirono fra le 20 e le 50 milioni di persone. C’è chi addirittura ipotizza che si raggiunsero le 100 milioni di vittime»; l’influenza asiatica del 1957 provocò un milione di morti, seguita dalla cosiddetta ‘influenza di Hong Kong che, nel 1968, fu causa di un altro milione di morti. Entrambi erano causate da un virus di origine aviaria.
[2] https://www.tuttitalia.it/statistiche/popolazione-eta-sesso-stato-civile-2020/: si osservi la piramide dell’età che esemplifica come la popolazione italiana si concentra soprattutto nella fascia d’età oltre 50 anni, con percentuali significative di over 65.
[3] https://coronavirus.jhu.edu/map.html
[4] Ricavo questi dati da un’aggiornata infografica del sito web del Sole 24 ore: https://lab24.ilsole24ore.com/coronavirus/
[5] https://www.huffingtonpost.it/entry/tanti-morti-come-nel-44-culle-vuote_it_5fd8e27cc5b663c3759a329e
[6] https://www.oltreirestinews.it/i-nonni-se-ne-vanno-nella-poesia-di-fulvio-marcellitti/
[7] Mi sono già occupato dell’esperienza partigiana di Novelli (in Senatore 2014).  L’articolo (presente anche on line all’indirizzo: https://associazione9cento.wordpress.com/produzioni/attivita-di-pace-e-di-guerra/la-voce-del-partigiano-renato-novelli/) è una riflessione storica nata da un’intervista che Novelli concesse all’Associazione ‘9cento nel settembre 2012.  Nel luglio 2015 incontrai di nuovo Novelli, nella sua casa sull’Appennino bolognese, a Camugnano (vicino ai luoghi della sua storia partigiana), e raccolsi la sua testimonianza relativa alla sua esperienza da carabiniere impegnato nella lotta al banditismo, nella Sicilia del Dopoguerra. L’intervista e la riflessione storiografica sono ancora inedite.
[8] Dizionario Biografico Online, gli antifascisti, i partigiani e le vittime del fascismo nel bolognese: 1919-1945, a cura di Alessandro Albertazzi, Luigi Arbizzani, Nazario Sauro Onofri. Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea nella provincia di Bologna “Luciano Bergonzini”, Istituto per la Storia di Bologna, Comune di Bologna, regione Emilia Romagna,1985-2003.
(http://www.iperbole.bologna.it/iperbole/isrebo/strumenti/strumenti.php)
[9] Cfr. nota 7.
[10] «Nel giugno-luglio, sull’asse della ritirata Roma-Firenze, che attraversa il Valdarno, e poi nelle immediate retrovie della Linea Gotica, da Sant’Anna di Stazzema (12 agosto) a Marzabotto (29 settembre), l’estate del ’44 è quella del martirio delle popolazioni civili, vittime dell’imbarbarimento di una guerra dall’esito già scontato”.
[11] Si veda la nota 5 del mio articolo “La voce del partigiano Renato Novelli” cit., dove riporto alcune delle osservazioni fatte da Giorgio Bocca sul comandante Reder e le SS.
[12] Una panoramica della letteratura sulla figura di Giuliano è offerta in Umberto Santino, Il banditismo in Sicilia nel Secondo Dopoguerra, (2012)
http://www.memoria.san.beniculturali.it/c/document_library/get_file?uuid=89ef1c09-3790-45bf-a960-6ad9bf17935c&groupId=11601.  D’altra parte lo storico Francesco Renda, nella puntata del 29 dicembre 2002 della trasmissione Blu Notte, Misteri Italiani, di Carlo Lucarelli, dedicata a Salvatore Giuliano, ricorda come sono state scritte (all’anno della trasmissione) ben 36 biografie e più che la storia del bandito è stata costruita la sua leggenda.
[13] «Già alla fine del ’43 risultavano costituite trenta bande e negli anni successivi il numero delle bande cresce notevolmente e si può dire che ogni paese avesse la sua banda…». Umberto Santino, Il banditismo in Sicilia nel Secondo Dopoguerra, (2012)
http://www.memoria.san.beniculturali.it/c/document_library/get_file?uuid=89ef1c09-3790-45bf-a960-6ad9bf17935c&groupId=11601
[14] Istituito con decreto luogotenenziale del principe Umberto, il 29 settembre 1945, l’Ispettorato era un comando interforze, formato da 1123 uomini, di cui 760 dell’Arma dei carabinieri e il resto del Corpo delle guardie di pubblica sicurezza, coordinato e diretto da un dirigente generale di P.S., alle dirette dipendenze del ministero dell’interno. Con sede a Palermo, aveva il compito di affiancare e integrare con nuclei mobili le locali forze di polizia nell’isola. Si avvicendarono quattro ispettori: Ettore Messana, Domenico Coglitore, Francesco Spanò e Ciro Verdiani.
[15] Un altro aspetto rende ancor più drammatica la pandemia: la Covid-19 non solo ha mietuto migliaia di vittime, ma ha lasciato queste ultime sole nel momento estremo della sofferenza. Un destino di solitudine terribile che ha accomunato vittime e familiari, privati della consolazione del commiato.
Riferimenti bibliografici
Bocca G. (2012), Storia dell’Italia Partigiana: settembre 1943- maggio 1945, Feltrinelli, Milano
Peli S., (2006), Storia della Resistenza in Italia, Einaudi, Torino
Salvati L., Verdigi M. (2020), La ‘guerra al covid-19’ in Occidente: il dilagare di una metafora, in Malagnini F. (a cura di), L’Epidemia: le parole e l’interpretazione delle parole, Franco Cesati editore, Firenze
Senatore A., (2014), La voce del partigiano Renato Novelli, in “Quaderni di Far e Storia” (anno XVI, numero 3), Istituto Storico della Resistenza e dell’età Contemporanea di Pistoia.

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Adriano Senatore, si è laureato in Lettere moderne, presso l’Università degli Studi di Firenze, con una tesi in Storia medievale. Nel 2005 si è abilitato all’insegnamento nella scuola secondaria. Si interessa di storia romana, altomedievale e contemporanea. Per l’Associazione culturale ‘9cento di Pistoia ha redatto alcuni contributi su argomenti di storia contemporanea. È docente di lettere in un liceo di Pistoia.

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