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La Lingua madre

Posted By Comitato di Redazione On 1 marzo 2021 @ 00:19 In Cultura,Società | No Comments

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New York, Italo americani, anni 30

per l’italiano

di Flavia Schiavo

Tra contaminazione e identità, la lingua parlata (forse la più viva tra le lingue vive) espressione del quotidiano, ci mostra come termini e frasi combattano una lotta corpo a corpo ed esprimano una travagliata porosità. Quella propria dei linguaggi che, soprattutto in ambito urbano, si scontrano, si integrano e si compongono formulando concetti e idee, mostrando radicamenti simbolici e flussi culturali.

Quando Albert Camus afferma «Ma patrie, c’est la langue française» (testimoniando una concordanza tra lingua e luogo) e un autore dal pensiero complesso e stratificato, Ludwig Wittgenstein, attesta che «i limiti del mio linguaggio sono i limiti del nostro mondo», entrambi sostengono quanto il linguaggio parlato, pur perimetrando i limiti di un mondo, lo rappresenti aperto ad incroci e a intersezioni tra differenze. Quale strumento culturale in grado di contenere una corrente ibrida, fatta di tradizione e innovazione, radicamento e confronto con il nuovo.  

Il nodo contemporaneo, del rapporto di supremazia dell’inglese sull’italiano (anche nella ricerca, nei settori scientifici e nella lingua parlata) può essere ribaltato, esplorando esiti opposti, quando la memoria dell’italiano dei migranti in America, in ambito urbano, fecondava e modificava la purezza dell’inglese con le tracce della Lingua madre.   

Le città, soprattutto dai primi del Novecento, infatti, furono teatro dello scontro e della intersezione tra linguaggi diversi. Una tra tutte: New York City. New York, con i suoi i Five Bouroghs, negli anni ’30 era la seconda città più popolosa del pianeta, e contava quasi 7 milioni di abitanti. Registrando una collisione tra differenze e un incremento del 24% rispetto al decennio precedente, le strade di New York narravano, con un vocio multilingue, l’imponente movimento migratorio giunto dall’Europa e dalla Cina. Strade dove straripavano culture, dove si ascoltavano molti linguaggi, oltre all’inglese accreditato.

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New York, Italiani in America, anni 20

Tra il 1850 e il 1930 arrivarono dall’Europa del Nord, oltre ai 4.5 milioni di irlandesi, circa 5 mln di tedeschi e 3.5 mln di inglesi. Nel complesso 25 mln di europei intrapresero quel lungo viaggio, tra essi molti italiani (provenienti sia dal Nord, sia dal Sud, soprattutto dopo l’Unità, con un apice intorno al 1910– 11). In numerosi quartieri, a Brooklyn, ai Queens, a Manhattan (a Lower East Side) alcune enclave, come Little Italy, ospitavano gruppi compatti, di uomini e donne che, nella vicinanza con i propri connazionali, cercavano rassicurazione e il reciproco aiuto, dopo l’abbandono dei paesi dove erano nati.

I modelli culturali e i comportamenti originari, in quella fase erano ancora pregnanti e stabili, anche se posti in discussione e superati da una sorta di ‘hybris’ locale. I medesimi modelli, infatti, non venivano né riproposti né adottati passivamente, in quanto a NYC si declinava in modo esplicito la relazione tensiva tra tradizione e innovazione, sia nella upper class sia tra i workers. Mentre le categorie più abbienti superavano la “tradizione” attraverso il “danaro”, i lavoratori, pur restando legati alle comunità di appartenenza e vivendo in nuclei aggregati, acquisivano e producevano uno specifico “modus operandi” connesso alle azioni del quotidiano e ai comportamenti sociali, mantenendo più tenacemente i propri costumi e il proprio linguaggio.

La città era un acceleratore di esperienze, soprattutto a partire dalla Gilded Age (tra il 1870 e il 1900), quando accolse un’enorme quantità di persone. Nel ritmo battente e rapidissimo dello sviluppo le lingue madri si mischiavano e si misuravano con la necessità di comunicare attraverso l’inglese che molti non impararono mai del tutto. La propria lingua a volte funzionava come un confine sociale e culturale, ma era pure la lingua del cuore, quella parlata nei luoghi di nascita, nelle patrie lontane, e per questo persisteva tenace, e per questo contaminava persino l’inglese, l’idioma istituzionale.

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Manhattan, 1935

La storia delle migrazioni, fenomeno su cui si fonda l’esistenza stessa degli Stati Uniti, una storia densa anche di imponenti contraddizioni, è anche una storia di contaminazioni linguistiche, di memorie, di echi persistenti, di resistenze alla massificazione.

Durante il XIX secolo e per parte del XX secolo era molto difficile per i migranti, soprattutto se appartenevano alla working class, tornare a casa. Quelli che partivano non avrebbero rivisto più la loro terra. Da un lato, in tale ineluttabile condizione, il legame identitario si manteneva, dall’altro il differente clima sociale composito della città che li accoglieva e soprattutto il bisogno d’integrazione spingevano all’adattamento, alla contaminazione, al meticciato: trattenendo usi e costumi della propria cultura d’origine e intersecando gli stessi si concepiva un magma nuovo che generò il nucleo della cultura americana. Un processo che si riflette persino nella struttura fisica di New York organizzata anche attraverso quartieri etnici, che non ebbero però l’impenetrabilità del Ghetto.

È interessante notare come tali contaminazioni e contraddizioni si esprimessero, per esempio, non solo nel linguaggio ma pure nel cibo. Due elementi fondativi dell’identità e in stretto legame. I dialetti, per esempio, persistevano alterando l’inglese, così come i gusti, i sapori e i piatti della tradizione venivano messi a tavola, ogni giorno come se il rito del pasto rievocasse i luoghi lontani materializzando oltre oceano i deschi familiari.

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New York (ph. Berenice Abbott)

Il passo che segue in Appendice, tratto da Lettere dall’America 1930 – 1932[1], scritto da Ferdinando Sesti Lojacono, un palermitano immigrato a New York, colto e discendente da una famiglia importante, racconta in modo ironico l’incontro con un siciliano da anni cittadino americano.

I termini riportati “bummi”, mendicanti, da bums; “trucchi”, autotreno, da truck; “contratti di smuffari”, traslochi, da to move; “gassolina”, benzina, da gasoline; “falò”, giovanotto, fidanzato, da fellow; “allivito”, metropolitana elevata, da elevated; “stritti”, strade, da streets; “ghelle”, ragazze, da girls; “lista”, contratto di affitto, da lease, ci raccontano proprio questo: il persistere della lingua dei sentimenti nel caos cosmopolita della più grande metropoli del mondo occidentale. Una “lingua salvata”, potremmo dire, rievocando il bellissimo libro di Elias Canetti, che narra di una esperienza di ascolto, quando da ragazzino udiva dialogare i genitori in una lingua a lui ignota, ma a loro cara.

Oltre al linguaggio, il cibo rappresentava un altro importante radicamento: gli italiani che abitavano nei tenements (abitazioni popolari) e non avevano soldi, spendevano cifre esorbitanti per comprare olio d’oliva o pecorino romano. Tradizione e volontà di mantenere il sapore della “lingua madre” e del cibo “materno” sulle proprie tavole, oltre alla ritualità antropologica della vita quotidiana, incidevano sul mondo del lavoro: nel 1906 (da una indagine della Factory Investigation Commission) solo a NYC vi erano 1.500 panettieri italiani, altrettanti addetti alla preparazione dei dolci e gelati e moltissimi ambulanti (che vendevano oltre alla frutta e alla verdura, formaggi che provenivano dall’Italia). Dalla fine dell’Ottocento si moltiplicarono le industrie che producevano pasta: nel 1929 vi erano 353 stabilimenti con circa 5.000 addetti.

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Little Italy, anni 30

Tra contraddizioni e opportunità offerte, il viaggio in nave lungo dai 12 ai 17 giorni, a seconda del luogo da cui si partiva – una circoscritta eternità – decretava un passaggio definitivo, lungo, impegnativo, per alcuni esiziale – tanti infatti morivano – ma per moltissimi il transito rappresentava una nuova nascita, che manteneva un lungo cordone ombelicale con la patria persa.

Se le parole di Georges Perec, «mais ce n’était pas encore l’Amérique: seulement un prolongement du bateau, un débris de la vieille Europe où rien encore n’était acquis»[2], affermano poeticamente che quel passaggio in nave non fosse ancora l’America, ma solo detriti della vecchia Europa, la realtà concreta forse ci racconta che chi metteva se stesso oltre il proprio mondo originario e la propria stessa immaginazione, cercando un “altrove”, senza che esso garantisse nulla, lasciava alle spalle ogni peso e ogni rimpianto, proiettava se stesso in un presente in cui la memoria era spenta e, mentre si recideva il legame con il proprio territorio materiale, forse mai più rivisto, portava con sé parole e odori, indimenticati simulacri, residuo di un senso, di un assetto che rievocava la Patria.

Dialoghi Mediterranei, n. 48, marzo 2021
 APPENDICE
L’amico dell’amico [*]
di Ferdinando Sesti Lojacono
Il bagaglio dell’emigrato contiene immancabilmente un certo numero di lettere d’introduzione, numero che varia con l’importanza del di lui stato sociale. Lettere accettate con scetticismo, riguardo alla loro utilità intrinseca, ma che furono serbate lo stesso in bell’ordine, in fondo alla valigia, per non offendere la suscettibilità dell’offerente.
Cosi, un bel giorno, ce ne troviamo dinanzi all’improvviso una del Commendatore Tizio fiorita di svolazzi e di punti esclamativi e indirizzata ad un cugino del cognato di suo suocero il quale, ci fu asserito, occupa posizione eminente fra la colonia Italiana di New– York e ci potrebbe essere d’alta convenienza. Una seconda, nei minuti ed illeggibili caratteri dell’ingegnere Filano, mostra il recapito d’un suo vecchio compagno di scuola e, naturalmente, il Filano gradirebbe moltissimo se l’andassimo a trovare. Ed una terza, ed un’altra ancora.       
Ce le cacciamo in tasca, dove rimangono lungo tempo dimenticate, sino a quando nel leggere per caso il nome d’una strada ci accorgiamo ch’esso non ci è nuovo e rammentiamo d’averlo addosso sulla busta d’una lettera. Iniziamo, cosi, la serie delle visite ufficiali dalle quali c’eravamo per indolenza astenuti.
Il parente del Comm.re Tizio, un omaccione panciuto sulla cinquantina riceve in maniche di camicia con aria fra il sospettoso e l’allarmato. Gli annunciamo d’esser giunti da poco dall’Italia – e di avere una lettera per lui.
– Allora voi siete Taliano? –
– Per l’appunto –
– Scusate se non vi ho riconosciuto subito; ma con questi bummi che camminano sfritti sfritti non si sa mai cosa pensare – Simile linguaggio ci lascia alquanto sconcertati. Bummi e sfritti non sembrano esser forniti d’alcun nesso logico con le altre parole del discorso e non sappiamo cosa rispondere.
Mentre egli, inforcati gli occhiali, legge con leggero movimento delle labbra, ci guardiamo attorno. La stanza, piccolissima, dal soffitto a portata di mano s’apre da un lato sulla strada. Dall’altro, attraverso una larga apertura senza battenti, si scorge la minuscola sala da pranzo. L’ambiente è fornito d’un vecchio pianoforte meccanico, d’un divano e poltrone, una delle quali a dondolo, di velluto marrone a fiorami, e d’un apparecchio della Radio. Il tutto logoro dall’uso ma ripulito con accurata nettezza.
A lettura finita, il nostro interlocutore, ci assale di domande. Chiede notizie di persone a noi del tutto sconosciute, accenna ad episodi dei quali udimmo narrare, ci costringe, per non tradire la superficialità dell’amicizia di chi ci manda, a rispondere con Sì e No categorici. Indi comincia a scusarsi dell’aspetto della casa e del vestito, della vita che mena e d’ogni oggetto che l’attornia cercando alla meglio di farci comprendere come in merito a certe bazzecole, ci si badi poco.
– Sapete com’è Qui si viene per lavorare e si dimentica ogni fumo –
– E lei di che si occupa? –  
Chiediamo per dir qualcosa–
Oh…io ? Io lavoro coi Trucchi –.
Nuova sorpresa il significato di tale parola, nello sfuggirci interamente, ci appare sì ambiguo da farci esitare a chiedere spiegazioni.
– E come se la cava? –
– No. Non ho detto Cava–
Egli ride – Ho detto Trucchi. Prendo contratti di smuffari –.
A questa uscita ci accorgiamo d’essere alle prese con un linguaggio del quale sconoscevamo l’esistenza. Forse un miscuglio d’inglese e di Siciliano, o meglio, di Siciliano e d’inglese sicilianizzato. Cosicché per evitare equivochi, badiamo ad esser cauti.
– Volevo dire– Spieghiamo– Come vanno gli affari? –
– Oh… Non c’è male. I trucchi costano cari ma si comprano a lista e la spesa non si sente; la gassolina è a buon mercato ed in un paese come questo c’è sempre molta gente che smuffa –.
Assentiamo con gravità procurando d’apparire perfettamente al corrente di quanto egli dice, sforzandoci invano d’afferrare il filo del discorso e desiderando, con perfetta sincerità, d’essere mille miglia lontani. La figurina squisita d’una fanciulla, elegantemente vestita, varca la soglia dell’ingresso e ci toglie per un momento alla tortura.
– Mia figlia– Annuncia con sussiego l’appaltatore di Trucchi. La fanciulla borbotta qualche parola in inglese, squadrandoci con occhio critico da capo a piedi e fa per allontanarsi.
Il padre la richiama, con voce autoritaria, per darle una notizia che ci colma di costernazione.
– Non dimenticare che il Falò ti aspetta alle sei e mezza dinanzi all’allivito.
Pur sapendo come il significato della notizia sia ben diverso dall’apparenza fonetica, non possiamo fare a meno di pensare con raccapriccio al rogo di Giovanna d’Arco.
– È un guaio – Commenta il genitore dimenando il capo, in questo paese le ghelle sono sempre appresso ai Falò–
– Come le farfalle? –   Domandiamo con un sorriso.
– No… no. Voi non mi capite. Intendo dire hanno troppa libertà – .
A questo punto, sicuri d’averne avuto abbastanza, ci alziamo per accomiatarci.
– Mi dispiace ma non posso portarvi a casa – Si scusa il parente del Tizio – . La mascina l’ha mio figlio. Ma vi accompagno all’allivito –
– Come ha detto? –
Egli scoppia a ridere di gusto.
– Si vede che non capite ancora l’Inglese– Esclama con aria dottorale –  
Ho detto vi accompagno all’allivito –.
Per istrada, l’assenza completa d’alberi e la direzione del cammino, c’informa altro non esser l’allivito che la ferrovia elevata, torreggiante nella distanza, chiamata dai New-Yorkesi “Elevated” per brevità. Curiosità ci punge, frattanto, di conoscere il significato delle altre parole sibilline. Cosicché preso il coraggio a due mani, intraprendiamo un sapiente interrogatoria dal quale rileviamo quanto segue:
Bummi significa mendicanti, dall’inglese bums.
Stritti sono le streets, le strade.
Trucco, da Truck, vuol dire Autocarro.
Muffare sta per verbo: To move, traslocare.
Lista è Lease, contratto di affitto.
Gassolina si traduce in benzina.
Mascina significa macchina. Da machine.
Ghelle sono le girls, ragazze.
Ed il raccapricciante Falò si riduce all’inoffensivo vocabolo Fellow, giovanotto, sinonimo qui di fidanzato.
Ciò è soltanto limitatissimo esempio del vasto numero di parole, diciamo cosi, Anglo-Italiane o Italo- Americane dalle quali, chi se ne proponesse lo studio, potrebbe facilmente creare un dizionario singolare d’irresistibile umorismo. Molti individui delle classi meno elevate, scambiano tale miscuglio di termini ibridi con la conoscenza dell’inglese vero e proprio. L’usano liberamente nella conversazione familiare, nei rapporti di commercio, nei discorsi ufficiali di talune società popolari con pomposa ostentazione facendo sì che il nuovo arrivato si trovi nell’impossibilità di comprendere del tutto anche i propri connazionali.
Troviamo l’abitazione del vecchio compagno di scuola del Filano in un rione caratteristico della Piccola Italia. La via è ingombra di carrettelle cariche di frutta su cui turbinano nembi di mosche fameliche. Voci di venditori cantano le lodi d’ogni mercanzia in coro discorde di motivi appena accennati, ora quasi imploranti, ora stentorei. Donne scarmigliate indugiano agli usi e parlottano fra loro argutamente, o litigano, nel pittoresco idioma Siciliano.
Le case, generalmente a due piani, aprono le loro porte corno pozzi d’ombra fra l’insegna gaia d’un ciabattino e quella fumosa del friggitore. L’aria, satura di odori noti, ci trasporta in piena Albergheria se ci avviene d’annusarla ad occhi chiusi. Il caldo profumo del pane appena sfornato, quello fresco della frutta, l’acre odore dell’olio da frittura, si fondono al puzzo ch’esala dai recipienti d’immondizie e dalle ceste dei pescivendoli.
Ascoltiamo, passando, dialoghi e diverbi uditi le mille volte tra le antiche mura di piazza Ballarò e fra i vicoli della Cala. Dalle recondite profondità d’una finestra giunge il trillo d’un mandolino solitario, simile al lontano ronzio di piccole ali d’argento, o una voce femminile che stempera nella malinconia del canto l’ingrata malinconia dell’anima.
Vediamo passar sui marciapiedi la folla caratteristica dei nostri quartieri popolari, fra cui ci par di scorgere talvolta visi noti di gente che avevamo perduto di vista da anni e che credevamo scomparsa dalla vita per sempre. Facce torve di giovinastri coi quali facemmo la sassaiola sugli spalti del Papireto nei nostri anni del Ginnasio, visi rattrappiti di vecchiette che vedemmo sull’uscio di casa con un paniere d’uova fresche ed un fazzoletto a colori sulla nuca.
Di tanto in tanto qualcuno, nel dubbio d’averci incontrato altre volte, ci guarda con insistenza. Ci fermiamo per un attimo indecisi, sorpresi anche noi da qualche imprecisabile ricordo. Ma tiriamo innanzi, per volgerci indietro dopo pochi passi, costrettivi dalla vaga presenza d’uno sguardo che ci segue tra la folla.
E tutto ciò ad alcune centinaia di metri dalla Quinta Avenue. Sul limitare del vortice fragoroso della più grande città del mondo, la cui eco arriva distintamente al nostro orecchio come un lontano clamore di battaglia. Picchiamo alla porta cercata aspettandoci quasi di vedere le sembianze note d’un amico. Ma egli non è in casa. Ne siamo informati da una bimbetta, di forse cinque anni, fattasi innanzi fra le gonnelle della mamma e lo stipite dell’uscio. La donna, una Tedesca bionda e corpulenta, sbarra la soglia asciugandosi le mani nel grembiule. I suoi occhi freddi, che s’erano per un attimo illuminati quasi a darci il benvenuto, s’atteggiano, al suono della nostra voce, nell’espressione diffidente di chi non comprende.
Senza l’intervento della bimba, fattasi avanti e che mi parla con dolce grazia latina, mai avremmo potuto spiegare lo scopo della visita. Siamo introdotti in una cameretta dal tetto basso, dalla sala da pranzo visibile attraverso un’apertura sprovvista di battenti, fornita d’un divano di vecchio velluto, marrone a fiorami, d’un antico pianoforte meccanico e dell’apparecchio della radio.
La sorpresa è indicibile. Mai c’eravamo imbattuti in abitazioni sì radialmente gemelle per aspetto di mobilio ed ubicazione di vani. Sospettiamo quasi l’esistenza d’identiche persone, ignari del fatto che non due ma cento e mille ne esistano di simili a questa, sul continente Nord– Americano, create dall’uniforme prodigio della produzione in massa.
La donna s’è ritirata in cucina dove l’udiamo borbottare fra un rimestio di tegami, e la piccolina, sedutasi dinanzi a noi precocemente composta, ci guarda in silenzio dai suoi grandi occhi neri pieni d’innocenza. L’attesa non è lunga. Udiamo ad un tratto, nella strada, il caratteristico rumoreggiare d’una vecchia Ford, simile al rugginoso dimenio di ferraglie scosse con rabbia, ed un uomo varca la soglia a passo lento. Giovane ancora, quantunque le rughe della fronte e la cupa tristezza dello sguardo tradiscano la maturità che s’appressa, mostra fattezze di viso e di persona spiccatamente gentilizie.
Si arresta sorpreso nel vederci ed arrossisce, vergognato forse dell’abito che indossa coperto, come il suo viso e le sue mani, delle tracce polverose del lavoro. Sentiamo verso di lui una spontanea simpatia fraterna che ci fa trattenere la sua mano fra le nostre, mentre gli andiamo dicendo, a bassa voce, la ragione della nostra venuta.
Vediamo i suoi occhi fissarsi nel vuoto, attraversati certo da qualche dolce rimembranza, poiché li volge d’un tratto verso terra lucidi di pianto.
Diciannove anni – Mormora, quasi parlasse a se stesso –  
Diciannove anni di assenza, ed egli ancora mi rammenta –.
Nel dir ciò accarezza con dolcezza la testina bruna dalla figlia in gesto d’automa, l’attira a sé stringendola con forza nella tenacia d’un abbraccio dedicato, forse in cuor suo, all’amico lontano. Gli porgiamo la lettera commossi. Egli legge rapidamente rimanendo, poi, per alcuni minuti nell’immoto silenzio di chi ascolta le voci del passato.
– Cosi, lei viene ora dall’Italia? Mi parli dell’Italia, la prego, mi dica tutto. È vero quel che leggiamo sui giornali? –   È vero che s’è destata ad una nuova rinascenza di gloria e di lavoro? –  
Parli, l’ascolterò senza fiatare –.
L’informiamo così dei miracoli compiuti dalla Patria durante i brevi anni del dopoguerra, dell’opera ricostruttiva che ferve sulla nostra terra, sentendo le nostre parole venir sul labbro col religioso fervore di chi narra un prodigio, vedendo dinanzi a noi la visione chiara del nostro domani, in cui anche noi chiederemo notizie dell’Italia ai nuovi arrivati, pervasi da una indefinibile e recondita pena fatta di nostalgia e di pentimento.
– E lei perché è venuto? –
– Per lavorare, naturalmente –  
Rispondiamo sorridendo – Vuole un consiglio? –
– Volentieri –
– Se ne torni –
La sua voce è stranamente calma.
– L’America non è per noi–   Continua, mi creda. Faccia macchina indietro prima che sia troppo tardi. Mi arrischio a parlare con franchezza perché il mio amico Filano mi prega, in questa lettera, di darle qualunque consiglio mi venga suggerito dai lunghi anni di permanenza in questo Paese. E ciò, egregio signore, l’unico avviso ch’io possa darle. Torni a casa col primo piroscafo in partenza –.
– Scusi 1’impertinenza– Interrompiamo, ma lei però è rimasto? –
– Un errore giovanile, il medesimo commesso oggi da lei. Per contraddire la voce ammonitrice di chi ci parlò a suo tempo, con la sincerità dell’esperienza –.
– Non crede lei che in un Paese sì grande e sì civile vi sia anche posto per me? –
– Dipende da quel che lei si propone di fare. Non nego la possibilità di una sua prossima occupazione e d’un avvenire finanziariamente prospero. È nei riguardi della felicità spirituale che nutro fortissimi dubbi. Noi siamo nati e cresciuti in seno ad una razza sentimentale che conosce ed apprezza, non soltanto i fattori materiali della vita, ma tutte le sfumature delicate del pensiero e dell’anima. Ciò è dovuto allunità della stirpe che ha una sola storia da venerare ed un solo avvenire da sognare. Qui, invece, si giudica l’individuo da ciò ch’egli produce in dollari e cents, senza il minimo riguardo al suo passato, alla sua educazione, alle sue ambizioni. Ciò è dovuto al miscuglio di razze che popolano questa terra e che vivono, chiuse come in una cerchia impenetrabile, in stati mentali, tradizioni, origini e destini estranei l’uno all’altro. Pregiudizi di stirpe, intolleranza religiosa, diversità, bisogni e d’ideali fanno sì che ognuno s’astenga dal far causa comune con individui d’altre nazionalità eccetto nella sfera convenzionale degli affari.
Non mi dilungo in ulteriori spiegazioni le quali verranno alla sua mente, senza difficoltà, dai contatti quotidiani dell’esistenza. Non voglio, del resto, iniziare la sua vita d’America con un pessimismo di cattivo augurio. Dopo tutto posso anche sbagliarmi, attribuendo a condizioni generali ciò che potrebbe essere il prodotto di una erronea filosofia personale. Di una cosa soltanto, son sicuro.
La civiltà Americana s’impernia sui benefici collettivi della produzione in massa, togliendo al lavoratore ogni possibilità di gaudio spirituale nato dalla propria fatica. Qualsiasi occupazione offertagli rappresenta la parte infinitesimale d’un tutto organico del quale egli mai conoscerà la forma intrinseca. Non v’è responsabilità nel suo lavoro, non v’è creazione. Riceve una mercede correlata al numero d’oggetti passati fra le sue mani e si adopera quindi a produrne più che ne può.
Ecco perché le anime semplici e le menti incolte trovano qui una soluzione ideale alla loro filosofia negativa. Più la vita rimane priva d’avventura, più facile riesce il dimenticare. Chi trascorre giorni tutti uguali, nella monotonia d’un ingrato lavoro, non ha che una sola funzione da compiere e quindi una sola sorgente di ricordo. L’avvenire, nulla gli serberà da rimpiangere, avendo nulla goduto.
Immagini, invece, la tortura d’un ingegno creativo dannato all’impersonalità di simili occupazioni.
Egli maledirà ogni giorno il momento in cui abbandonò il suolo della Patria, passerà da impiego ad impiego cercando invano l’opportunità d’offrire il suo contributo d’originalità al consorzio umano. Finirà col darsi alla vita avventurosa del nomade, anche piena di nostalgia e di dolori, acciocché nell’esperienza d’ogni giorno dissimile, nella bontà e perfidia degli uomini incontrati, nell’aspetto d’ogni cosa posseduta e smarrita, possa riconoscer domani il non aver vanamente vissuto – .
 [*] Pubblicato il 30 Ottobre 1930, «Giornale di Sicilia», Palermo, Anno LXX, no. 258: 3
Note
[1] Vd. F. Sesti Lojacono, Lettere dall’America 1930 – 1932. Il volume, curato da F. Schiavo e M. Schiavo, contiene numerosi report scritti da Sesti Lojacono e pubblicati dal «Giornale di Sicilia», tra il 1930 e il 1932, in una rubrica intitolata ‘Lettere dall’America PICNIC’.  Per gentile concessione dell’Editore. 
[2] «Ma non era ancora l’America: solo un prolungamento della nave, un residuo della vecchia Europa dove non si era ancora acquisito nulla».

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Flavia Schiavo, architetto, paesaggista, urbanista, insegna Fondamenti di urbanistica e della pianificazione territoriale presso l’Università degli Studi di Palermo. Ha pubblicato monografie (Parigi, Barcellona, Firenze: forma e racconto, 2004; Tutti i nomi di Barcellona, 2005), numerosi articoli su riviste nazionali e internazionali e contributi in atti di congressi e convegni. Docente e Visiting professor presso altre sedi universitarie, ha condotto periodi di ricerca, oltre che in Italia (come allo Iuav di Venezia), alla Sorbona di Parigi, alla Universitat Autònoma de Barcelona (UAB) e alla Columbia University di New York. Tra le sue ultime pubblicazioni, Piccoli giardini. Percorsi civici a New York City (Castelvecchi, 2017), è dedicata all’analisi dei parchi e dei giardini storici e contemporanei della Mega City.

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