Di fronte all’ipertrofia informativa che invade gli spazi relazionali e sociali del nostro quotidiano; alla bulimica irruzione di immagini che sovrappone il reale e il virtuale; alla sovrapposizione distopica fra cronaca e immaginario, da cui siamo soggiogati, subendo uno stordimento mediatico, dal quale facciamo fatica a riprenderci, perché sempre più sfuggenti ed incerte sono le “vie di fuga”, io credo si imponga un radicale, ma certamente problematico, ripensamento dello stare al mondo. Gli scenari di vita dalle tinte fosche che il terzo millennio consegna all’umanità intera, entro i quali ci muoviamo disorientati, richiamano profeticamente le drammatiche stagioni dei decenni bui dei primi del Novecento. E allora sentiamo l’urgente bisogno di ricercare le ragioni profonde del malessere contagioso del vivere dei nostri giorni volgendoci indietro, per riscoprire le narrazioni di luminosi pensatori, quelli che hanno spinto lo sguardo lontano nel tempo, rileggendo il passato remoto. Un ascolto necessario, questo, per capirci e capire tutto quello che si muove freneticamente lungo le coordinate spazio-tempo del nostro vissuto individuale e collettivo.
Su questo versante, sullo sfondo dell’apocalisse dentro la quale siamo immersi, secondo il visionario scrittore ungherese Laszlo Krasznahorka, cui è stato assegnato il Nobel per la letteratura 2025, ad offrirci, a mio parere, preziose istruzioni sul tema della “forza” e del “limite”, energie variamente plasmate, entro le quali da sempre si è giocato il destino dell’umanità, è certamente Simone Weil. Una pensatrice originale, quest’ultima, fuori dal coro, in grado esemplarmente di declinare la sua acuta analisi sull’umanità dolente dei suoi anni in scelte di vita coraggiose, per sperimentare la validità sul campo del pensiero che si fa comportamento, militanza civile, materia viva che scalfisce e trasfigura corpo e anima.
Ad accoglierci amabilmente nel laboratorio filosofico di Simone Weil, che profuma di essenze di vita ed azioni di forte impatto sociale, davvero coinvolgenti, è Bruna Colombo, «che ha studiato a lungo il pensiero di Simone Weil a cui ha dedicato corsi, seminari, conferenze». È lei che ci invita, grazie ad un suo saggio fresco di stampa edito da Mesogea per la collana “La piccola”, ovvero La forza e il limite – Leggere l’Iliade con Simone Weil, a posare lo sguardo e l’ascolto sulla narrazione palpitante della pensatrice francese sul poema omerico, unendo connessioni inaspettate e rivelatrici. E così, nel palinsesto dell’opera, «All’ansia conoscitiva e alla tensione etica di Weil che legge Omero traducendolo, emergono prepotenti temi di cocente attualità, a partire da quello della guerra». L’acuto pensiero dell’inquieta filosofa va oltre il già detto e i canoni classici su l’Iliade, mettendo a nudo la forza che pervade ed invade il racconto omerico incarnandosi nella guerra di Troia, archetipo di tutte le guerre, sorgente inestinguibile di sciagure e dolore, ma anche di compassione, che a Simone Weil appare come tema dominante dell’epica storia, «protagonista di tutte le vicende umane, ma che non può essere spinta oltre il limite inscritto nella legge di necessità su cui si regge il mondo», da sempre, aggiungiamo noi, perché costitutivo e distintivo del genere umano, sospinto, alla fine di ogni tragedia epocale, da una forza invisibile a spiccare il volo, richiamato dal respiro della vita che rinasce.
Ma accanto all’energia distruttrice che muove il racconto omerico, letto e tradotto da Weil alla ricerca dello “spirito guida”, mirabilmente e specularmente, emerge, come bisogno e bene insopprimibile per ogni uomo, l’amore, l’aspirazione alla giustizia, la compassione, la nostalgia per un’armonia perduta e «i momenti di grazia che mostrano la possibilità di un altro modo di stare al mondo».
Bruna Colombo con una scrittura luminosa, esito di uno studio rigoroso sulle fonti, unito ad un ricco apparato bibliografico, ci restituisce dunque il singolare ed esemplare percorso di vita e di pensiero, unico ed irripetibile di una Simone Weil ben disposta a dialogare con noi, suggerendoci densi ed intensi nuclei di riflessione, da cui trarre magari insegnamenti per il domani che verrà.
Dopo la premessa di rito, il saggio s’incammina lungo i sentieri di ricerca e studio di Simone Weil, secondo un avvincente dialogo fra la Colombo e la filosofa francese. All’ampio Capitolo I, che attraversa il territorio di “Una lunga consuetudine di lettura e traduzione”, tratto distintivo dell’avventura intellettuale della Weil, segue il corposo Capitolo 2, il nucleo centrale del volume, ovvero “L’Iliade, poema della forza”. L’approccio di analisi del testo e di interpretazione plurima dei nuclei narrativi chiave, in queste pagine, va davvero in profondità, rivelando la visione multipla ed interconnessa della Weil sull’opera omerica. Da “La forza trasforma gli esseri umani in cose”, la Colombo ci accompagna ad osservare “Il supplice, la schiava, lo schiavo” e poi “La schiavitù in Omero e la schiavitù nella fabbrica fordista”, unendo passato e presente. Quanto mai interessante poi “L’amore dello schiavo per il padrone”, che richiama quello che noi contemporanei abbiamo definito la “sindrome di Stoccolma”. Di forte impatto, con la narrazione dialogante e incalzante delle voci di Colombo e Weil, la drammatica condizione, sempre attuale, de “La schiavitù dei vincitori e il limite della forza”.
Un nuovo orizzonte di analisi si dischiude infine con il Capitolo 3 che sviluppa il tema antagonista alla forza, ovvero “Il limite legge del mondo manifestato”. Il lungo e coinvolgente viaggio lungo i territori di pensiero della Weil, sempre sorprendente ed originale nei suoi sguardi sull’umanità, approda al Capitolo 4 con “L’equità di Omero”, dove tra le altre gemme della Weil, riportiamo quello sul sentimento che unisce da sempre il genere umano «L’Amore e assolutamente puro da ogni giustizia, perché non fa né subisce violenza. Non conquista con la forza, e neppure lo si conquista con la forza. Questo è vero solo per il consenso segreto e senza parole dell’anima».
Ed ora riavvolgiamo il nastro narrativo del saggio dando la parola a Bruna Colombo.
«Con gli occhi bene aperti sul suo tempo – scrive in premessa Bruna Colombo – che, in preda alla dismisura, sembra aver abolito l’attitudine a pensare per consegnarsi a meccanismi automatici distruttivi di realtà, Simone Weil si rivolge alle grande grandi civiltà del passato mettendo in luce la presenza in esse di un pensiero rivelativo di realtà e sottolineando che l’Europa, devastata dal delirio di onnipotenza di Hitler e poi dalla guerra, ne tragga ispirazione e nutrimento».
L’innata vocazione di conoscere il mondo e l’umanità che l’abita, con i diversi saperi e la pluralità del pensiero, guiderà la Weil, sul finire della sua breve ed intensa vita (1900-1943), anche alla lettura dei testi dell’induismo, del taoismo, del buddismo zen, del buddismo tibetano e, insieme, delle fiabe e dei racconti folklorici, che hanno segnato la storia dei popoli del mondo. E sul tema, ecco quanto annota la Weil in un ampio testo scritto a Londra nel 1943, nei mesi che precedono la morte:
«È cosa vana distogliersi dal passato per pensare soltanto all’avvenire. È un’illusione pericolosa per credere che sia possibile. L’opposizione fra avvenire e passato è assurda. Il futuro non ci porta nulla, non ci dà nulla; siamo noi che per costruirlo, dobbiamo dargli tutto, dargli persino la nostra vita. Ma, per dare, bisogna possedere, e non possediamo altra vita, altra linfa che i tesori ereditati dal passato e digeriti, assimilati, ricreati da noi».
Non si tratta allora, come scrive acutamente Bruna Colombo,
«di liquidare il passato affidandosi ad un futuro in sé vuoto, indicibile, non prefigurabile, ma di rivolgersi ai tesori che esso ci ha lasciato in eredità, un’eredità non tutta data né univocamente ricostruibile (…). Questi tesori ci possono nutrire spiritualmente se non li immobilizziamo facendone monumenti, ma se siamo in grado di riaprirli, di cogliere le relazioni che li connettono, di elaborare la verità che ci trasmettono, di farli agire. Simone Weil ha in mente i lasciti di civiltà diverse, comprese quelle marginalizzate o sommerse quando non parzialmente o totalmente cancellate nel percorso spesso violento di ‘reductio ad unum’ delle differenze.
Anche alla luce di queste indicazioni – prosegue la Colombo – si spiega la tenacia con cui nel corso della sua breve vita Simone Weil ha letto, riletto, copiato, tradotto i testi antichi attingendo ad una tradizione in cui, mano a mano che il suo pensiero si chiarifica, si incontrano e si intrecciano la Grecia di Omero, dei poeti tragici, della filosofia pitagorica, di Platone, l’Egitto del Libro dei morti, il cristianesimo delle origini e le religioni dell’Oriente (…). Tra le cose del passato che Simone Weil considera eterne e su cui più a lungo ha meditato, che ha digerito, assimilato e provato a ricreare esponendosi alla loro luce diretta c’è certamente l’Iliade».
L’Iliade o il poema della forza prende forma tra il cuore e la mente della Weil in età giovanile, crescendo e affinando sempre più l’analisi del testo fino a giungere alla piena consapevolezza che il plot narrativo omerico ruota interamente attorno al concetto di forza e i personaggi sono evocati in funzione del loro rapporto con la forza stessa, in quanto la maneggiano e la subiscono, essendone tutti, in realtà, vittime. Questo è per Simone Weil il leitmotiv dell’Iliade, che dischiude un insieme di verità metastorica, che vanno quindi ben oltre, trascendendole, le cronache drammatiche ben note dell’esito della guerra di Troia.
Ancora di più, secondo il penetrante pensiero di Weil
«gli eroi del poema omerico non sono Agamennone o Achille o Ettore, non sono, cioè, coloro che combattendo sotto le mura di Troia, si sono resi visibili coprendosi di gloria e alimentando i racconti relativi alle loro gesta al contrario – scrive la Weil – il vero eroe, il vero soggetto, il centro dell’Iliade è la forza. La forza adoperata dagli uomini, la forza che sottomette gli uomini, la forza davanti alla quale la carne degli uomini si ritrae».
Il poema omerico è dunque associabile ad uno specchio, anzi «il più bello, il più puro degli specchi» in cui anche il presente si può riflettere. La rilettura omerica della Weil – scrive Bruna Colombo – si articola sostanzialmente in due ampie sezioni: «La prima, assai più ampia, analizza il meccanismo della forza e i suoi effetti a partire da passi più o meno brevi del testo omerico tradotti o ritradotti con estrema attenzione. La seconda parte mette a fuoco la lucidità di sguardo del poeta dell’Iliade di fronte alla forza stessa, la sua equità e la pietas che ne deriva rispetto agli uomini tutti».
Omero, dunque, secondo l’originale chiave interpretativa della Weil «non ha esaltato gli uni contro gli altri, non ha patteggiato per Achille o Agamennone, pur essendo greco, ma ha messo sapientemente ed equamente in luce le modalità attraverso le quali agisce la forza, compreso il modo in cui essa genera illusioni in coloro che credono di detenerla per sempre e così ne abusano. Omero – prosegue acutamente la Colombo interpretando la sua compagna di viaggio Weil – ha letto la realtà uscendo dalla parzialità del punto di vista e ha potuto avvolgere con il suo sguardo pietoso i vinti come i vincitori, accomunati dalla stessa miseria, la miseria che connota la condizione umana».
Ed ora, prima di lasciare a voi la bella lettura di questo saggio, ricolmo di profonde riflessioni e dalle tante e sorprendenti connessioni con la nostra contemporaneità, affidiamoci ancora all’epifanica Simona Weil, entrata nelle nostre vite regalandoci bagliori rivelatori di nuovi possibili orizzonti esperienziali: «Ogni forza visibile e palpabile è sottoposta a un invisibile limite che non supererà mai. Nel mare, un’onda sale, sale e sale ancora; ma un punto, dove c’è solo il vuoto, la ferma e la fa ridiscendere».
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
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Mario Sarica, formatosi alla scuola etnomusicologica di Roberto Leydi all’Università di Bologna, dove ha conseguito la laurea in discipline delle Arti, Musica e Spettacolo, è fondatore e curatore scientifico del Museo di Cultura e Musica Popolare dei Peloritani di villaggio Gesso-Messina. È attivo dagli anni ’80 nell’ambito della ricerca etnomusicologica soprattutto nella Sicilia nord-orientale, con un interesse specifico agli strumenti musicali popolari, e agli aerofoni pastorali in particolare; al canto di tradizione, monodico e polivocale, in ambito di lavoro e di festa. Numerosi e originali i suoi contributi di studio, fra i quali segnaliamo Il principe e l’Orso. Il Carnevale di Saponara (1993), Strumenti musicali popolari in Sicilia (1994), Canti e devozione in tonnara (1997); Orizzonti siciliani (2018).
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