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La Diaspora italiana e la rete mondiale urbana dell’italianità tra dati dì archivio e stime
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 01:53 In Migrazioni,Società | No Comments
di Mauro Albani, Franco Pittau e Antonio Ricci
Introduzione
Le città di diversi Paesi del mondo sono i luoghi in cui la Diaspora italiana è maggiormente concentrata. L’ambiente urbano attiva gli effetti economici, culturali, professionali, linguistici e politici che le migrazioni possono determinare. Considerate nel loro insieme, le città della diaspora costituiscono la rete mondiale dell’italianità, nella quale si intrecciano le diverse relazioni capaci di mantenere vivo il legame con il Paese d’origine e, nello stesso tempo, di favorire l’integrazione nei Paesi di destinazione.
Questa visione d’insieme viene periodicamente riproposta anche nel corso della “Settimana della lingua italiana nel mondo”, promossa congiuntamente dal Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e dall’Accademia della Crusca con l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica. L’iniziativa si svolge in tutto il mondo ogni anno, dal 2001, nella terza settimana d’ottobre e impegna le strutture diplomatiche all’estero e gli Istituti italiani di cultura, gli italiani del posto e il loro associazionismo, nonché la società locale, nell’organizzazione di eventi raffiguranti i vari ambiti legati all’espressione dell’italianità. Pur non essendo nata con finalità migratorie, essa mostra efficacemente come l’italianità si esprima soprattutto attraverso una rete di città nelle quali la presenza italiana assume forme molteplici e dinamiche.
Muovendo da ina tale prospettiva, questo saggio si concentra sul concetto, la consistenza, l’operatività e le prospettive della Diaspora italiana e propone di assumere le città come un’ulteriore categoria interpretativa del fenomeno migratorio, in aggiunta ai consueti termini, ai quali solitamente si fa riferimento: il migrante stesso, l’Italia come Paese di partenza e il Paese estero come luogo di arrivo. Tuttavia, è la dimensione urbana che consente di osservare concretamente come la Diaspora si organizzi, costruisca reti, produca capitale sociale e culturale e sviluppi forme di collaborazione economica, scientifica e istituzionale.
Gli immigrati nel corso del tempo sono andati ad inserirsi nei Paesi di accoglienza e di essi la vasta letteratura specifica ha approfondito molti aspetti, tra cui l’integrazione nel mercato del lavoro, nei sistemi educativi, nella vita associativa e, più in generale, negli ambiti della vita sociale. Meno attenzione è stata invece dedicata al ruolo delle città come luoghi in cui tali processi si concentrano e si rafforzano. Eppure, nel corso degli ultimi decenni, la crescita urbana ha profondamente modificato il contesto entro cui si sviluppano le migrazioni internazionali. Le città contemporanee non rappresentano soltanto il luogo di insediamento delle comunità migranti, ma sono diventate laboratori di innovazione economica, culturale e sociale, nei quali si producono nuove forme di partecipazione, cooperazione e scambio. Mercanti, banchieri, cambiavalute, artisti, artigiani, religiosi, letterati e militari si dirigevano prevalentemente verso i principali centri urbani europei, contribuendo alla formazione di nuclei di italianità destinati a durare nel tempo. Quando questo processo è iniziato, le città erano di modeste dimensioni rispetto al prodigioso sviluppo raggiunto nel XXI secolo, risultato poi per alcuni aspetti problematico anche se per altri positivo e foriero anche di promettenti attese. Su queste possibili aperture ci vogliamo soffermare, spinti da un lungo lavoro di ricerca sempre interessato a calare nella concreta operatività le acquisizioni conoscitive, cercando anche di essere di sostegno agli operatori del settore.
Essendo stata l’Italia coinvolta nei flussi verso l’estero da circa un millennio, abbiamo ritenuto opportuno fare riferimento anche ai flussi del passato. I primi flussi possono essere ascritti già al periodo del basso medioevo e si caratterizzarono per l’assenza di una rilevante dimensione quantitativa alla quale si accompagnava un’elevata qualificazione dei protagonisti, come ha posto in evidenza Donna R. Gabaccia nei suoi approfondimenti sulle diaspore italiane e le relative reti. Le diaspore si diffusero, sempre sotto il segno della qualificazione, in epoca moderna fino ad arrivare agli esuli risorgimentali della prima metà dell’Ottocento. Dopo l’Unità d’Italia, per la prima volta, ebbe inizio l’emigrazione di massa, che interessò milioni di persone e che riprese, con caratteristiche differenti, anche dopo la Seconda guerra mondiale. Dagli anni Duemila si è, infine, affermata una nuova fase migratoria, anch’essa quantitativamente significativa, ma caratterizzata da un livello medio di formazione molto più elevato rispetto ai flussi del passato. Pur nelle profonde differenze che distinguono queste stagioni migratorie, un elemento appare costante: le città hanno rappresentato il principale punto di approdo e di organizzazione delle reti italiane all’estero.
Le migrazioni di massa, pur cariche di sofferenze, hanno consentito il riscatto degli emigrati poveri e poco istruiti attraverso le seconde e le terze generazioni, apportando notevoli vantaggi all’Italia e ai Paesi d’accoglienza. In questa fase, che può essere considerata quella della maturità migratoria (quanto meno sul piano ideale dopo il succedersi dei cicli prima ricordati), e ora che l’Italia sta tornando ad essere un Paese di esodo, conviene per l’appunto interrogarsi sui semi di italianità sparsi nel mondo e concentrati nelle aree urbane: questo aspetto nella sua consistenza, nel suo dinamismo e nelle sue potenzialità va studiato accanto agli altri aspetti riguardanti ad esempio l’occupazione, la produzione di beni e servizi, la promozione di settori deficitari, il rinnovamento artistico, la partecipazione sindacale e politica e così via.
Gli italiani costituiscono una rete a livello mondiale per la diffusione dell’italianità, con i suoi capisaldi proprio nelle città. Questa non è un’astrazione, ma l’espressione concreta delle caratteristiche della comunità italiana nel mondo, connessa con l’apprendimento della lingua di Dante, l’incremento del commercio, i flussi turistici, gli accordi di cooperazione e via dicendo. Parlare di rete mondiale dell’italianità significa quindi fare riferimento a una realtà concreta, costituita da relazioni stabili che trovano proprio nelle città il loro principale punto di aggregazione, seguendo il generale processo di urbanizzazione che ha interessato il pianeta.
Se subito dopo l’Unità d’Italia è comprensibile che i contadini in partenza non esitassero a inserirsi nel mondo rurale, col tempo è infatti nettamente prevalsa la tendenza a concentrarsi negli agglomerati urbani. Non bisogna poi dimenticare che anche le migrazioni qualificate del passato si dirigevano verso le città estere, aperte al contributo delle élites economiche, culturali e professionali italiane. In moltissime città del mondo sono stati sparsi semi di italianità ormai da secoli, in parte sopiti, in parte non insensibili, in parte attivi, che nel loro insieme costituiscono la grande diaspora degli italiani. È evidente che l’italianità si compone di aspetti giuridici e di aspetti culturali e, benché quelli giuridici siano sul piano formale quelli più determinanti, può darsi che quelli culturali siano talvolta prevalenti, e magari anche maggiormente presenti negli oriundi. Appare quindi fondamentale tenere presente che il concetto di cittadinanza giuridica ha sempre bisogno di un’attualizzazione culturale, che si esprime anche negli oriundi che si considerano una componente della Diaspora italiana.
L’elevato numero dei cittadini italiani e degli oriundi all’estero è un dato apprezzabile, ma diventa un incubatore di italianità solo quando viene attivato culturalmente: le città sono i perni di tale attuazione. Sussiste, quindi, una radicale differenza tra Diaspora di fatto (per quanto consistente) e Diaspora attiva. Le città sono la base più concreta dell’operatività, i centri di maggiore creatività, gli ambiti di socializzazione tra le diverse culture e anche i contesti in cui si esprime il dinamismo delle nostre comunità e il raccordo tra la nuova società con quella italiana.
Definito l’oggetto della nostra ricerca, ne prospettiamo ora sinteticamente la sua trattazione in questo lavoro. Nel primo paragrafo, con numerose specificazioni spieghiamo perché la presenza italiana all’estero è costituita non solo da coloro che hanno la cittadinanza, ma anche dalla platea molto più ampia rappresentata dagli oriundi: i termini Comunità italiana o Diaspora italiana assumono qui un’estensione molto ampia. La comune appartenenza non è ostacolata dalla diversa posizione giuridica, ma eventualmente dal venire meno di tutti i legami culturali con la propria patria,
Nel secondo paragrafo ci occupiamo della notevole crescita dei cittadini italiani residenti all’estero registrati nell’archivio AIRE. Esaminiamo questa crescita, con la diversa dislocazione degli italiani nel mondo, soffermandoci anche sul successo delle loro rivendicazioni storiche presentate alla Conferenza Nazionale dell’Emigrazione del 1975. Come è noto, ad essa è seguita la progressiva crisi del modello associativo e operativo in emigrazione, crisi che tuttora perdura e costituisce uno stimolo alla ricerca di nuove strategie.
Agli italiani all’estero privi di cittadinanza è dedicato il terzo paragrafo che, ricorrendo anche a richiami storici, mostra come i diversi sottogruppi di questa categoria riflettano l’evoluzione dei flussi e l’andamento degli insediamenti nel tempo. Per quantificare questa vera e propria massa non si può ricorrere a un archivio strutturato come quello dell’AIRE, ma bisogna utilizzare una molteplicità di documenti e pervenire a una stima ragionata che, pur soggetta a margini di approssimazione, è comunque in grado di dare un’idea della realtà.
Il quarto paragrafo è dedicato alle prime trenta città del mondo per numero di cittadini italiani o discendenti da italiani. In esso si evidenziano le caratteristiche di questo insieme con le differenze che intercorrono al suo interno, specialmente tra le città europee e quelle situate negli altri continenti, essendo tutte le città comunque accomunate da un forte potenziale operativo, a volte espresso e altre volte allo stato virtuale. Questo saggio, in prevalenza esplicativo e metodologico, andrebbe completato con un studio45 complementare dedicato all’analisi dettagliata della realtà di alcune di queste città, soffermandosi maggiormente sulla storia, i progetti realizzati, la configurazione attuale e le prospettive.
Infine le conclusioni di questo lavoro si soffermano sulla dimensione operativa e invitano a riflettere sul dato di fatto che, nell’attuale mondo globalizzato, l’Italia con la sua vasta Diaspora risulta potenzialmente molto ben attrezzata per svolgere il proprio ruolo culturale nel mondo. Il suo è un soft power meno appariscente della ricchezza economica e della potenza bellica, ma assolutamente indispensabile e tonificante nel rapporto tra i Paesi e le loro culture, che poi è l’obiettivo più intrinseco alle stesse migrazioni internazionali.
Resta da fare un’ultima importante precisazione sulla bibliografia, ripartita in blocchi. Sui dati relativi ai cittadini italiani all’estero riportiamo alcuni riferimenti riguardanti il prezioso lavoro svolto dall’Istat e alcuni spunti tratti dall’impegno interpretativo del Centro studi e ricerche IDOS, curatore del Dossier statistico immigrazione (il più antico rapporto statistico sulla materia i a. avendo iniziato la pubblicazione nel1991). A questo Centro abbiamo fatto riferimento anche per le monografie e i saggi riguardanti i cittadini italiani e oriundi.
Sulla presenza italiana complessiva nei primi trenta Paesi del mondo siamo ricorsi a stime delle quali nel testo spieghiamo la metodologia. Sulle città a forte presenza italiana non abbiamo voluto condurre approfondimenti storici o teorici bensì perfezionare la nostra stima, nel nostro lavoro di ricercatori impegnati anche in campagne informative destinate agli operatori del settore, aggiungendo la categoria interpretativa “rete urbana” per spiegare in maniera più soddisfacente il dinamismo delle diaspore. Proprio perché il nostro è stato un approccio induttivo, in bibliografia abbiamo indicato anche alcuni grandi nomi che si sono spesi per illustrare a livello teorico il significato delle diaspore e delle reti urbane dei migranti, tutti di grande spessore intellettuale ma frutto di un percorso diverso da quello da noi seguito.
Inclusione dei cittadini e degli oriundi senza cittadinanza nelle diaspore italiane
Chi ha avuto modo d’incontrare rappresentanti dell’associazionismo degli emigrati italiani in Europa, non dimentica l’estrema determinazione con cui si batterono per la convocazione della Prima Conferenza nazionale dell’emigrazione italiana, poi effettivamente svoltasi a Roma dal 24 febbraio al 1° marzo 1975, richiamandosi alla tutela costituzionale dei lavoratori italiani all’estero. Tutela che per loro includeva gli organi rappresentativi nelle circoscrizioni consolari, un consiglio rappresentativo a livello mondiale, la riforma della legge sull’insegnamento dell’italiano, il voto all’estero per corrispondenza e l’elezione all’estero di deputati e senatori in rappresentanza degli emigrati. Tutti questi obiettivi furono raggiunti nel corso del tempo fino all’inizio degli anni Duemila, ma subito dopo questo consistente successo è iniziato il declino progressivo dell’associazionismo d’emigrazione, l’oblio dell’emigrazione come questione nazionale e l’emersione di una maniera più distaccata di pensare alla presenza degli italiani all’estero e all’italianità nel mondo.
Questa non è una lettura contraddittoria di quanto avvenuto, perché il successo va riferito a rivendicazioni sollevate già dall’immediato dopoguerra, mentre sul declino ha influito la mancata presa in considerazione del nuovo concetto di italianità, nella maggior parte dei casi non più legata al possesso della cittadinanza italiana.
La rivista d’informazione Migranti-press, fondata nel 1979 da quel grande personaggio del mondo cattolico che è stato Mons. Silvano Ridolfi, era al tempo molto attenta a segnalare anche piccoli eventi, che di per sé potevano essere anticipatori del futuro. Uno di questi segnali emergeva dalla crescente preoccupazione in Canada, nell’ambito diplomatico, di fronte al rischio di una riduzione – o addirittura della soppressione – dei corsi di lingua italiana nelle scuole locali. Un timore che si è poi concretizzato e che, con ogni probabilità, continuerà ad accentuarsi se non si prenderà atto di un cambiamento strutturale: gli italiani senza cittadinanza sono destinati a diventare la componente prevalente della collettività di origine italiana all’estero. Di fronte a questa trasformazione, appare indispensabile un profondo rinnovamento delle strategie di intervento, che però stentano a manifestarsi e affermarsi.
Le prime generazioni, partite più per necessità che per scelta, in Italia hanno lasciato i genitori, hanno frequentato la scuola, conosciuto gli amici e i primi amori, si sono affezionati al Paese ove hanno lasciato la propria famiglia e anche il proprio cuore. Questo richiamo delle origini è continuato anche quando si sono fatti raggiungere dai familiari. Hanno investito nell’acquisto di terreni, nel riammodernamento della casa in vista di un ipotetico ritorno. A loro volta le feste paesane, organizzate all’estero, la frequentazione della rete associativa italiana e la pratica cristiana assolta nella frequentazione della messa, negli italiani hanno rinforzato il ricordo della patria, anche attraverso l’uso in famiglia del proprio dialetto italianizzato. Grosso modo solo un terzo dei pionieri dell’emigrazione di massa rimpatriò, mentre per gli altri il rimpatrio rimase un miraggio consolatorio.
Con le seconde generazioni non è venuto meno l’attaccamento all’Italia, a fronte anche dell’affermazione dell’Italia come Paese industrializzato, pur lasciando uno spazio crescente alle esperienze vissute sul posto: la scuola e un sempre maggior numero di esperienze esistenziali: dagli amici, ai primi amori, all’inserimento nel lavoro. L’esclusività dell’Italia è venuta meno e a casa i figli sempre più hanno alternato l’italiano con la lingua del posto. Le somme inviate in Italia come rimesse sono diminuite e i soldi sono stati spesi e investiti in loco. La frequentazione del mondo associativo italiano ha riguardato più i pionieri che gli altri membri.
Con le terze generazioni il processo si è pressoché completato. L’inserimento nella società locale è diventato sempre più profondo, nelle famiglie ormai è parlata solo la lingua del posto, i nipoti hanno ascoltato, comprendendo a malapena, i racconti dei nonni in dialetto o in italiano e in parte nella lingua locale. Solo una parte dei membri ha conservato la cittadinanza italiana, mentre gli altri hanno ritenuto sufficiente quella del posto. È venuto meno l’interesse a partecipare all’associazionismo italiano, ma è continuata la frequentazione di qualche struttura locale italiana e la presenza in qualche chiesa riservata agli italiani. Tra gli oriundi avviati alla frequenza universitaria alcuni hanno iniziato a studiare l’italiano come seconda lingua estera, recuperando così la scarsa pratica linguistica in ambito familiare. Nell’occorrenza di un viaggio in Italia non è mancata magari una visita al paese originario della loro famiglia.
Si è così formata una comunità italiana costituita in maggioranza da oriundi, di cui in Italia si è fatto fatica a prendere consapevolezza specialmente nell’attribuire ai discendenti un legame con l’italianità. Questo legame si sostanzia in diversi aspetti, niente affatto di scarso valore. A partire da quelli personali, come la storia migratoria della famiglia tramandata da una generazione all’altra o il ricordo del paese degli antenati. Non mancano aspetti più generali, come la storia dell’Italia con le sue radici nella cultura greco-romana, l’orgoglio generato dal ricordo di un Paese di migranti ora tra i più sviluppati al mondo, il turismo internazionale che si riversa in posti mitici della penisola, favorito da un clima temperato, la cucina dall’eccezionale raffinatezza nella sua semplicità e non a ultimo un Paese che quanto a tesori d’arte non ha pari, l’associazione del carattere italiano al gusto della forma e del bello e, per chi è religioso, la sede del sommo pontefice della Chiesa cattolica. Insomma, l’Italia è ancora intrinseca alla vita di queste persone e questo sentimento può essere rinforzato.
Quanto al processo di progressiva attenuazione, ma non di scomparsa, dell’italianità, esso riguarda l’emigrazione di massa e forzata svoltasi dall’Unità d’Italia fino 1975. Quando si parla di presenza italiana nel mondo, si parla di un concetto che include gruppi ben distinti sia tra quelli che sono titolari della cittadinanza italiana, che tra quelli che non la possiedono ma hanno un’ascendenza o comunque un legame con l’Italia.
Prendendo come criterio il possesso o meno della cittadinanza italiana, i diversi gruppi portatori di italianità, prima presentati con riferimento alle diverse generazioni, possono essere così ripartiti:
Si rende a questo punto necessaria una specifica importante, che suscita una forte curiosità. Vi sono dei casi, numericamente non trascurabili come accertato dall’Istat, di immigrati stranieri che in Italia hanno acquisito la cittadinanza italiana, trasmettendola anche ai loro figli. Secondo gli approfondimenti dell’Istat un numero non trascurabile di essi (circa un terzo dei giovani che lasciano annualmente l’Italia per l’estero), usualmente di origine asiatica, si sono trasferiti a Londra in cerca di un’occupazione migliore. Avendo diversa origine nazionale, non sempre è stato possibile ricorrere all’inglese come lingua utilizzata nei circoli associativi da loro organizzati, per cui è stato spesso adottato l’italiano come lingua franca. All’origine della loro cittadinanza non vi è un legame di sangue con cittadini italiani, ma “solo” un certo numero di anni di residenza in Italia. Ciò nonostante, in qualche modo anch’essi risultano inconsapevolmente diffusori di italianità, veicolando la lingua italiana. Il discorso sarebbe lungo ed esula dallo schema di questo articolo, ma quanto meno si può affermare che gli stranieri, che hanno vissuto per diversi anni in Italia e rimpatriano mantenendo un legame con la penisola, costituiscono dei naturali diffusori dell’italianità linguistica.
Numero e ripartizione dei cittadini italiani residenti all’estero
L’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero) è l’archivio del Ministero dell’interno nel quale sono registrati gli italiani che stabiliscono la loro residenza fuori d’Italia. L’archivio, istituito con la Legge 470/1988 è andato nel tempo acquisendo una sempre maggiore consistenza, anche se i dati relativi al 1990 (anno di prima utilizzazione operativa dell’archivio) devono essere considerati incompleti a causa del tempo resosi necessario per la perfetta messa a punto delle registrazioni.
N.B. Sui dati AIRE per il periodo 1990-2020 non ci sono state comunicazioni ufficiali da parte del Ministero dell’Interno o del MAECI. Tuttavia il Ministero ha fornito i dati a singoli centri di ricerca, su loro espressa richiesta. Qui sono stati presi come base i dati forniti al Centro studi e ricerche IDOS. Essendo stato successivamente affidato all’Istat il perfezionamento dei dati dell’AIRE, la cifra riportata per il 2024 è invece ufficiale.
Gli iscritti sono aumentati sia per fattori esterni (arrivi dall’Italia), sia per fattori interni (figli nati sul posto da cittadini italiani e riacquisto della cittadinanza da parte degli oriundi). La Legge 213/2023 ha rinforzato l’obbligo della comunicazione obbligatoria all’AIRE prevedendo delle sanzioni in caso di tardiva comunicazione, con importi da duecento a mille euro a seconda della consistenza dei ritardi. I dati AIRE consentono di effettuare disaggregazioni molto interessanti quali il genere degli iscritti, la presenza all’estero per emigrazione diretta dall’Italia o per nascita sul posto o per acquisizione della cittadinanza. Queste disaggregazioni sono fondamentali per presentare l’evoluzione della presenza italiana nel mondo, come ogni anno fa il Centro studi e ricerche IDOS in uno specifico capitolo collocato nella parte internazionale del suo pluridecennale Dossier Statistico Immigrazione (tra l’altro, è stato IDOS a ideare il Rapporto Italiani nel Mondo nel 2006 e a curarlo direttamente fino al 2012 per poi cederlo alla Fondazione Migrantes). Noi ci limiteremo qui solo ad alcuni aspetti in grado di suscitare maggiore interesse.
I 6,4 milioni di italiani residenti all’estero nel 2024 ai quali anche l’Istat ha dedicato alcuni approfondimenti (da ultimo nel Comunicato del Censimento del 18 dicembre 2025) risiedono:
Degli iscritti poco meno di un terzo risulta nato in Italia, con variazioni molto rilevanti a seconda che si tratti di Paesi di vecchia emigrazione, in particolare quelli dell’America latina nei quali questa voce è meno rilevante, o invece che si tratti di Paesi che hanno accolto il maggior numero di italiani dal secondo dopoguerra in poi, come i Paesi Europei.
Solitamente si dice che gli italiani sono emigrati in tutto il mondo, ma questo è vero solo per sparuti gruppi: in Asia l’emigrazione d’insediamento è stata quasi del tutto assente, in Africa si è verificata solo nell’estremo Nord – nel periodo in cui quei Paesi erano sotto il protettorato francese o inglese – e nel Sud Africa – per via di una consistente quota di popolazione europea ivi insediata. In Europa, invece, l’emigrazione italiana si dirigeva già dal secondo millennio con soggetti qualificati (nelle arti, nella tecnica, nel commercio, nel campo letterario e teologico), pur senza dare luogo a consistenti comunità stanziali, neppure nella prima metà dell’Ottocento, in cui i flussi più significativi furono quelli degli esuli risorgimentali. Le comunità italiane in quei Paesi sono nate dopo la grande emigrazione iniziata con l’Unità d’Italia. Ma l’insediamento definitivo è stato meno consistente rispetto a quello verificatosi in America e in Australia.
Nel secondo dopoguerra gli emigrati, con l’Italia nel cuore, in una certa misura sono rimpatriati, mentre altri considerate le buone condizioni di vita all’estero hanno deciso, con i figli e i nipoti, di continuare a rimanervi.
Stima della presenza italiana complessiva (cittadini e oriundi) nei primi 30 Paesi del mondo
Spunti storici sull’elevato numero di oriundi
Dopo questa sintetica presentazione degli italiani che vivono all’estero e che possiedono la cittadinanza italiana passiamo alla stima complessiva di tutti gli italiani all’estero. Includendo anche gli individui senza cittadinanza italiana, si arriva nell’insieme a 80 milioni di persone, valutazione attribuita allo stesso MAECI. L’operazione è indubbiamente difficile perché ogni Paese ricorre per la stima a criteri differenti (origine dichiarata, ascendenza, gruppo etnico, lingua, ecc.). Sono pochi i censimenti nazionali che registrano la diversa origine nazionale dei propri residenti. È opportuno in via preliminare spiegare perché gli italiani nel Continente latinoamericano abbiano dato vita a una discendenza di origine italiana così straordinariamente numerosa.
La cosiddetta grande emigrazione convogliava i flussi non solo verso le città per i loro servizi e le attività industriali ma anche verso la colonizzazione agricola, dove le famiglie erano solitamente molto numerose. A dire il vero anche negli altri settori d’impiego il numero dei figli era alto. Una volta costituiti i nuovi nuclei familiari, protagonisti nell’incremento demografico erano i loro figli, poi i nipoti e così via con generazioni sempre numerose, il che aiuta anche a comprendere meglio le stime degli oriundi. Per avere un’idea di quanto, nel perfezionare le stime, si possa andare a ritroso nel tempo basti pensare che, a esempio, nel Sud America sono diffusi cognomi italiani, in particolare genovesi (avendo i liguri più facile accesso in quelle aree perché gli spagnoli, fin dai tempi della conquista di quelle terre, ne apprezzavano la perizia sia come navigatori che come abili manutentori dei velieri): tale presenza indica chiaramente anche la diffusione dell’ascendenza italiana. Le diaspore, iniziate nel Medioevo, sono continuate nell’età moderna, si sono accentuate con la grande emigrazione e continuano tuttora, confermandosi come un fenomeno permanente e creando delle reti che intersecano il mondo intero.
Fatte le dovute precisazioni sulla diffusione degli italiani in molti Paesi, rimane il compito di quantificare la discendenza, per aggiungere ai cittadini registrati nell’archivio dei cittadini italiani nell’AIRE coloro che non hanno la cittadinanza italiana. La stima non può avere la pretesa di avere la stessa precisione di un archivio in cui i soggetti sono registrati individualmente, ma può gettare un fascio di luce sulla consistenza degli oriundi italiani, sulla base dell’insieme di tutti i documenti disponibili a livello italiano, delle singole nazioni e internazionale, compresi gli approfondimenti degli studiosi del settore. La stima può essere considerata un superamento effettivo (anche se non totale) del pericolo di progressivo appannamento conoscitivo sul tema, determinato dal tempo.
La Metodologia seguita per la stima
La metodologia seguita per la stima della presenza italiana (di cittadini e oriundi) nei primi 30 Paesi del mondo viene qui presentata in maniera esplicita per meglio chiarire il percorso seguito.
Primo livello: ricorrendo ai dati certi dell’AIRE, archivio ufficiale di accertata affidabilità.
Secondo livello: utilizzando il dato stimato degli oriundi senza cittadinanza italiana, con l’aiuto anche dell’intelligenza artificiale per rintracciare tutta la documentazione utile: i censimenti nazionali; gli studi demografici; le ricerche storiche; le statistiche sulle ascendenze etniche; gli approfondimenti di università e di diversi centri studio; gli studi statistici e demografici nazionali e internazionali; nonché i lavori degli organismi italiani all’estero (come i consolati o organismi ad essi collegati).
Terzo livello: sommando i risultati ottenuti nei due precedenti livelli si giunge alla stima della presenza italiana complessiva in un determinato Paese. Il grado di attendibilità dei risultati così ottenuti è variabile a seconda della qualità della documentazione rinvenuta sugli oriundi e della concordanza tra le fonti. L’attendibilità può essere alta, prudenziale, insufficiente. Non tutti i residenti all’estero con “origini familiari plurime” si identificano con la componente italiana. La prudenza impone in questi casi di attenersi alle stime supportate da ricerche demografiche e storiche. Tra l’altro, non si tratta di valori assoluti e certi, bensì di valori espressi con un intervallo di stima, proprio perché spesso i documenti a disposizione non chiariscono tutti i margini d’incertezza. Pervenuti a una stima ragionata della presenza italiana complessiva, è opportuno inserire una variabile riguardante il livello di concentrazione urbana della presenza italiana, tema da affrontare con apposite stime per le grandi città, nel paragrafo seguente. La concentrazione urbana può essere, a seconda dei Paesi: molto elevata, elevata, media, diffusa e bassa.
Tabella riassuntiva della stima per i primi 30 paesi (2024)
|
Paese |
Iscritti AIRE (2024, circa) |
Presenza italiana complessiva stimata |
Attendibilità |
Fonti principali |
| Argentina | 950.000 | 19–22 milioni | Alta | AIRE, censimenti, studi demografici |
| Germania | 860.000 | 1,8–2,2 milioni | Media-alta | AIRE, Destatis, studi migratori |
| Svizzera | 650.000 | 0,9–1,1 milioni | Alta | AIRE, UST |
| Brasile | 590.000 | 25–32 milioni | Media | AIRE, IBGE, letteratura scientifica |
| Francia | 470.000 | 1,2–1,6 milioni | Media | INSEE, AIRE |
| Regno Unito | 430.000 | 0,8–1,0 milioni | Media | ONS, AIRE |
| Belgio | 300.000 | 450–550 mila | Alta | Statbel, AIRE |
| Stati Uniti | 290.000 | 16–18 milioni | Alta | U.S. Census, American Community Survey |
| Australia | 180.000 | 1,0–1,2 milioni | Alta | Australian Bureau of Statistics |
| Canada | 170.000 | 1,6–1,8 milioni | Alta | Statistics Canada |
| Spagna | 160.000 | 350–450 mila | Media | INE, AIRE |
| Venezuela | 140.000 | 700–900 mila | Prudenziale | AIRE, studi storici |
| Uruguay | 135.000 | 1,2–1,5 milioni | Alta | Censimento, studi genealogici |
| Paesi Bassi | 80.000 | 150–200 mila | Media | CBS, AIRE |
| Lussemburgo | 35.000 | 90–120 mila | Alta | STATEC |
| Austria | 40.000 | 90–120 mila | Media | Statistik Austria |
| Sudafrica | 38.000 | 250–350 mila | Prudenziale | Studi storici |
| Cile | 70.000 | 600–700 mila | Media | Studi demografici |
| Messico | 30.000 | 120–180 mila | Prudenziale | Studi migratori |
| Perù | 35.000 | 90–140 mila | Prudenziale | AIRE, studi locali |
| Colombia | 23.000 | 80–120 mila | Prudenziale | AIRE, letteratura |
| Ecuador | 18.000 | 60–90 mila | Prudenziale | Studi storici |
| Repubblica Dominicana | 20.000 | 50–70 mila | Prudenziale | AIRE |
| Irlanda | 18.000 | 35–50 mila | Media | CSO Irlanda |
| Portogallo | 16.000 | 30–45 mila | Media | INE Portogallo |
| Giappone | 17.000 | 35–50 mila | Prudenziale | AIRE, studi accademici |
| Corea del Sud | 8.000 | 15–25 mila | Prudenziale | AIRE |
| Israele | 18.000 | 80–100 mila | Prudenziale | Studi demografici |
| Paraguay | 12.000 | 40–60 mila | Prudenziale | Studi storici |
| Nuova Zelanda | 9.000 | 25–35 mila | Media | Statistics New Zealand |
Analizzando le nostre stime, a seconda della variazione del rapporto tra cittadini italiani iscritti all’AIRE e popolazione di origine italiana, si possono inoltre distinguere storie migratorie, tempi di insediamento e modalità di trasmissione dell’ascendenza molto differenti, tanto da poter individuare almeno quattro gruppi di Paesi che si riportano di seguito.
Primo gruppo: Paesi di antica immigrazione di massa (Argentina, Brasile, Stati Uniti, Canada, Uruguay), dove gli iscritti AIRE rappresentano solo una piccola parte della popolazione di origine italiana.
Secondo gruppo: Paesi europei di immigrazione recente (Germania, Svizzera, Francia, Belgio, Regno Unito), nei quali la componente AIRE costituisce una quota molto più elevata della presenza complessiva.
Terzo gruppo: Paesi con comunità numericamente limitate ma ben documentate (Australia, Lussemburgo, Austria), dove la stima può essere considerata relativamente solida.
Quarto gruppo: Paesi nei quali le informazioni sugli oriundi sono incomplete (ad esempio Perù, Colombia, Ecuador, Giappone e Corea del Sud e alcuni altri: in questi casi la valutazione resta necessariamente prudenziale).
Per individuare ulteriori caratteristiche differenziali delle diverse Comunità italiane traiamo ancora spunto dalle elaborazioni condotte dal Centro studi e ricerche IDOS sui dati dell’AIRE 2024, dopo averli prima opportunamente disaggregati.
Circa un terzo dei cittadini italiani all’estero è stato registrato nell’AIRE a seguito di espatrio dall’Italia. Osserviamo che questo valore congiunge armoniosamente il passato (gli oriundi che hanno riacquisito la cittadinanza o i figli nati sul posto da cittadini italiani) con gli italiani arrivati più di recente dalla penisola (i nati in Italia) o, in altre parole, ricongiunge l’eredità impiantata sul posto e la sorgente primaria. Rispetto a questa media intergenerazionale le situazioni concrete possono essere molto differenziate. Nell’Unione Europea la percentuale degli italiani trasferitisi dall’Italia è molto più alta. Nell’America latina è molto più bassa con qualche eccezione, come avviene nel piccolo Uruguay. Alti valori si riscontrano anche nell’America del Nord e in Australia per via dell’intensità dei flussi avvenuti nei primi due decenni dopo la Seconda guerra mondiale, in particolare per la forte attrattiva esercitata dagli USA sui migranti qualificati. Non entriamo nel merito delle riflessioni sociologiche che questi dati indurrebbero a formulare, preferendo concentrarci maggiormente sugli aspetti quantitativi.
Le città della Diaspora italiana nei primi 30 Paesi a maggiore presenza italiana
Le iniziative a supporto dell’italianità trovano luogo specialmente nelle città, che ospitano università, corsi d’italiano, scuole italiane e corsi d’italiano, iniziative promozionali degli Istituti italiani di cultura e dei Consolati, associazioni italiane e associazioni bilaterali, club per il turismo di ritorno, associazioni sportive, iniziative svolte nell’ambito di gemellaggi, concorsi ecc.
Nei primi 30 Paesi del mondo, nei quali gli emigrati e i loro discendenti si sono maggiormente inseriti, abbiamo individuato le città più “tricolori”, tenendo conto sia delle persone che hanno conservato la cittadinanza italiana sia degli oriundi che non la possiedono ma possono considerarsi una componente della Diaspora italiana. I criteri seguiti nella quantificazione della presenza sono gli stessi esposti nel paragrafo precedente. Queste prime 30 città sono così ripartite per continente:
Le prime quindici città indicate nella tabella riflettono per la maggior parte l’aumento della presenza italiana determinatasi tra l’ultimo quarto del secolo XIX e la prima metà del secolo XX e cioè dall’Unità d’Italia fino alla Costituzione repubblicana. A infoltire maggiormente la presenza italiana sono i discendenti di seconda, terza e ulteriore generazione. Colpisce la maggiore concentrazione urbana che si riscontra in America rispetto all’Europa: basti pensare all’elevata urbanizzazione (della popolazione locale e degli stessi italiani) in città come San Paolo, Buenos Aires e Montevideo, ma anche negli Stati Uniti, in Canada e in Australia.
Nella seconda parte della tabella ricorrono maggiormente le città dei Paesi europei, dove gli italiani si sono recati specialmente nel periodo successivo al Secondo conflitto mondiale, continuando a privilegiare quelle mete fino ai nostri giorni, prima come emigrazione di massa determinata dal bisogno e ora per una scelta più libera e alla ricerca di opportunità professionali più confacenti. Continuano a essere i giovani diplomati e laureati a trasferirsi nei Paesi europei: la Germania, il Regno Unito, la Francia, il Belgio e anche altri Paesi hanno attirato i soggetti professionalmente qualificati più di quanto lo abbiano fatto gli USA. Rispetto agli altri continenti, l’Europa annovera due grandi centri come Londra e Parigi, naturalmente sedi di importanti Comunità, in particolare la capitale britannica. Negli altri Paesi si constata una sorta di multipolarismo urbano: tipico è il caso della Germania che fa contare ben quattro città nella classifica delle prime 30 a maggiore presenza italiana, Questo insediamento decentrato si constata anche in Francia, Svizzera e un po’ di meno in Belgio.
In considerazione delle caratteristiche dei protagonisti e delle condizioni di questi più recenti movimenti, del contesto politico progressivamente più omogeneo riscontrabile nell’Unione Europea (frutto di un processo di integrazione non del tutto perfezionato), della vicinanza geografica rassicurante dell’Italia e quindi dei propri cari, si può ritenere che la Diaspora italiana nei Paesi europei possa diventare un punto di riferimento sul tema dell’italianità, benché l’Europa sia attualmente alle prese con un forte rigurgito di nazionalismo che, da una parte blocca il perfezionamento dei meccanismi d’integrazione europea, e dall’altra mal si concilia con le teorizzazioni aperte al dialogo del fenomeno migratorio internazionale.
Nel Paese di accoglienza, in una certa fase, una città a grande presenza italiana smette di essere una città di immigrati e diventa una città nella quale gli italiani sono parte integrante della società. Sotto tale ottica, tralasciando l’interesse alla dimensione quantitativa, bisogna adoperarsi per individuare l’eredità lasciata dagli emigrati italiani. Gli italiani sono stati, in determinati periodi, la prima o tra le prime comunità di immigrati in Argentina, Brasile, Uruguay, Belgio, Francia, Svizzera, Germania, Canada, Australia e Stati Uniti. Senz’altro questa posizione ha consentito di esercitare un notevole influsso, garantendo il contributo alla crescita economica e culturale dei Paesi di destinazione.
Le elaborazioni condotte dal Centro studi e ricerche IDOS su dati forniti direttamente dall’AIRE consentono di valutare la capacità attrattiva esercitata nel periodo 2000-2019 dai Paesi a maggiore presenza d’italiani. Riportiamo sinteticamente i risultati di questa analisi.
Nei primi due decenni degli anni 2000 il maggior numero di iscrizioni all’AIRE per espatrio è stato effettato in Europa. I dati che seguono rappresentano la media annuale dei due decenni:
Per i Paesi europei si può parlare di un’attrazione congiunta dovuta alle qualità dei sistemi economici e sociali, alla vicinanza geografica, al vantaggio della libera circolazione, al richiamo di comunità italiane molto bene integrate. Per i Paesi d’oltreoceano il fattore comunitario e lo stile di vita sembrano avere inciso maggiormente di altri aspetti come plasticamente evidenziato dal fatto che i flussi verso l’Argentina sono il doppio di quelli verso gli Stati Uniti, Paese questo superato anche dal Brasile.
Le prime 30 città del mondo a maggiore presenza italiana (2024)
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N. |
Città |
Presenza italiana stimata |
Attendibilità della stima |
Nota metodologica |
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1 |
Buenos Aires |
3.000.000 |
Alta |
Ampia documentazione storica, dati AIRE e forte presenza di discendenti italiani. |
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2 |
São Paulo |
2.500.000 |
Alta |
Convergenza di censimenti, studi accademici e fonti consolari. |
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3 |
New York |
2.000.000 |
Alta |
Dati censuari statunitensi e numerose ricerche sull’ascendenza italiana. |
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4 |
Toronto |
700.000 |
Alta |
Dati canadesi sull’origine etnica e statistiche ufficiali. |
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5 |
Melbourne |
650.000 |
Alta |
Censimenti australiani e studi sull’immigrazione italiana. |
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6 |
Sydney |
600.000 |
Alta |
Fonti censuarie e ampia letteratura scientifica. |
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7 |
Montréal |
550.000 |
Alta |
Censimenti e studi demografici consolidati. |
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8 |
Rosario |
500.000 |
Media-alta |
Stime basate sulla forte componente di origine italiana. |
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9 |
Córdoba (Argentina) |
450.000 |
Media |
Ricostruzione mediante dati provinciali e studi storici. |
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10 |
Chicago |
450.000 |
Alta |
Censimento USA e ricerche sulle comunità italo-americane. |
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11 |
Philadelphia |
350.000 |
Alta |
Fonti censuarie e studi locali. |
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12 |
Boston |
330.000 |
Alta |
Censimenti e tradizione migratoria ben documentata. |
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13 |
Caracas |
300.000 |
Media |
Dati storici e stime aggiornate per effetto dei recenti flussi migratori. |
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14 |
Johannesburg |
300.000 |
Media |
Stime da associazioni italiane e studi specialistici. |
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15 |
Rio de Janeiro |
300.000 |
Media |
Ricostruzione basata su studi brasiliani e dati consolari. |
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16 |
Montevideo |
300.000 |
Alta |
Tradizione migratoria molto documentata e fonti ufficiali. |
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17 |
Los Angeles |
250.000 |
Media-alta |
Censimento USA e stime sull’ascendenza italiana. |
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18 |
San Francisco Bay Area |
220.000 |
Media |
Aggregazione metropolitana di più contee. |
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19 |
Lima |
200.000 |
Media |
Ricostruzione da studi storici e presenza associativa. |
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20 |
Bruxelles |
200.000 |
Alta |
Dati demografici e forte immigrazione italiana del dopoguerra. |
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21 |
Zurigo |
180.000 |
Alta |
Fonti svizzere e registrazioni consolari. |
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22 |
Lione |
170.000 |
Media |
Stime basate su dati francesi e studi locali. |
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23 |
Parigi |
160.000 |
Media |
Incrocio di dati INSEE, AIRE e studi migratori. |
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24 |
Londra |
150.000 |
Media-alta |
Dati britannici, AIRE e ricerche universitarie. |
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25 |
Basilea |
120.000 |
Alta |
Fonti statistiche svizzere e presenza storica. |
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26 |
Francoforte sul Meno |
120.000 |
Media |
Dati comunali e consolari. |
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27 |
Lussemburgo |
100.000 |
Alta |
Popolazione italiana molto ben censita. |
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28 |
Stoccarda |
100.000 |
Media |
Fonti comunali e studi sull’immigrazione italiana. |
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29 |
Colonia |
90.000 |
Media |
Ricostruzione mediante statistiche tedesche. |
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30 |
Monaco di Baviera |
90.000 |
Media |
Dati amministrativi e studi sulla presenza italiana. |
Per quanto riguarda i livelli di attendibilità possono tornare utili le seguenti spiegazioni alla qualità delle fonti:
Attendibilità alta
Attendibilità medio-alta
Attendibilità media
Attendibilità bassa
Fatte queste precisazioni è doveroso raccomandare un’estrema prudenza nella lettura dei risultati di questo nostro impegno conoscitivo. Pur ispirandosi a un approccio metodologico il più possibile razionale e sistematico, la ricerca non ha potuto avvalersi di una consultazione delle fonti tanto completa e diretta quanto avremmo auspicato. Per questo motivo, il presente contributo non pretende di offrire un quadro definitivo, ma si propone piuttosto come un primo passo volto a stimolare ulteriori approfondimenti e a incoraggiare altri studiosi a intraprendere un percorso di ricerca analogo.
Ricorrendo congiuntamente ad aspetti di natura storica, statistica, sociologica, ma anche esperienziale, abbiamo presentato gli italiani nel mondo come una presenza transnazionale, costituitasi in diverse fasi storiche con l’epicentro nelle grandi città, le cui presenze o reti hanno dato luogo a una italianità trasversale. Le città non sono importanti solo perché abitate da tanta gente ma anche perché racchiudono un grande capitale sociale. Le trame che le reti urbane dell’italianità sono in grado di diffondere possono essere di tipo culinario, storico, amicale, religioso, linguistico, letterario, professionale e, naturalmente, anche economico. Di queste diaspore abbiamo analizzato la dispersione territoriale nei principali Paesi del mondo e la concentrazione nelle grandi città, che rappresentano la base più concreta per leggere in profondità l’insediamento dei nostri emigrati e dei loro discendenti. È stata studiata maggiormente l’emigrazione come rapporto dell’Italia con i Paesi esteri. Noi abbiamo proposto con insistenza di considerare le metropoli a grande presenza italiana un ulteriore perno interpretativo dell’inserimento degli italiani e della diffusione dell’italianità.
Le grandi aree urbane operano come formidabili incubatrici ed è questa la ragione per cui la storia dell’emigrazione italiana in un determinato Paese va completata con l’approfondimento del suo inserimento nelle città. Abbiamo anche seguito una metodologia, rigorosa per quanto possibile, per completare gli archivi ufficiali sui cittadini italiani residenti all’estero con la stima dei discendenti di una o più generazioni, in qualche modo legati all’italianità che sta alla loro origine. Di conseguenza la stima porta a un numero che supera di gran lunga quello degli italiani residenti in Italia. La portata di questa estensione al di fuori dei confini nazionali non è solo di natura linguistica e culturale, anche se ad essa noi ci siamo principalmente riferiti: sono notevoli anche gli aspetti economici, commerciali, religiosi e politici.
In conclusione resta da interrogarsi su come si possa tenere unita questa estesa molteplicità. In queste riflessioni conclusive richiamiamo l’attenzione su due aspetti: bisogna recuperare i soggetti segnati dall’italianità del passato e bisogna non perdere il legame con i protagonisti della nuova emigrazione, che ha caratteristiche diverse da quella di una volta. Donna R. Gabaccia, che ha condotto uno studio sulle diaspore italiane dal medioevo in poi, ha sottolineato che gli emigrati italiani nel tempo hanno costruito una rete transnazionale, lasciando un’eredità nei diversi Paesi. Tuttavia, nel lontano passato si è trattato di ridotti insediamenti di italiani, spesso di singole famiglie o famiglie associate, o anche di singole persone (dai commercianti ai banchieri, agli artisti, agli artigiani, ai militari e ai religiosi). L’insediamento sul posto è stato una concezione del tutto nuova affermatasi nel periodo dell’industrializzazione, specialmente dalla fine dell’Ottocento in poi. Le precedenti emigrazioni, svoltesi nel segno della qualificazione in diversi ambiti, diedero grande lustro all’Italia, ma vere Comunità italiane si impiantarono solo dopo. Un aspetto degno di nota è la qualificazione, in ombra durante l’esodo di massa, sta di nuovo caratterizzando gli attuali flussi, che in un certo senso possono essere definiti come un esodo qualificato di massa, ricongiungendo così passato e presente, non senza problemi da risolvere.
Bisogna, quindi, cercare di capire come la presenza italiana, diventata mano a mano di straordinaria consistenza fino ad arrivare alle dimensioni attuali, possa costituire una risorsa per i diversi Paesi di accoglienza e favorire anche fruttuosi contatti con l’Italia. A livello generale molte cose sono state già ampiamente esaminate, unendo la riflessione sulla presenza italiana all’estero con le prospettive geopolitiche dell’Italia. Inutile nascondere che spesso si è di fronte più a forbite riflessioni verbali che a vere e proprie strategie di intervento. Questa è anche l’impressione che si ricava dalla ponderosa ricerca dell’Istituto di studi politici S. Pio V dedicata a L’Italia nel mondo attraverso la sua lingua, 2025, dove però non mancano le indicazioni suggestive su un coinvolgimento più concreto sia istituzionale che sociale a sostegno delle Comunità italiane all’estero, delle quali la lingua è un prezioso segno distintivo.
I possibili percorsi operativi si individuano analizzando con attenzione l’inserimento e lo sviluppo degli Italiani nelle grandi città, compito da svolgere in maniera specifica per ogni singolo contesto. Qui invece, basandoci sulla storia della nostra emigrazione e sui relativi dati, abbiamo ricavato solo alcune linee interpretative che possono essere di grande aiuto. Il senso di italianità, che nelle migrazioni transoceaniche è maturato reagendo a condizioni difficili attraverso reti associative, sportive, solidaristiche, ecclesiali, politiche e di altro tipo, negli anni più recenti si configura in ben altra maniera in ragione delle caratteristiche diverse della nuova emigrazione, sulla quale ci vogliamo soffermare. Perché se l’emigrazione del passato deve essere recuperata, quella attuale non deve essere perduta.
I giovani degli anni Duemila non espatriano “per fame”, ma perché pensano di trovare all’estero una collocazione più confacente alla loro preparazione. Fin dall’inizio non si affidano alle reti associative italiane, in piena crisi, ma ad Internet o a circuiti professionali. Ricorrono all’inglese come lingua franca, vivono una vita parallela a quella degli italiani già insediati sul posto. I loro ritorni in patria possono essere frequenti con le facilitazioni offerte dal trasporto aereo, ma il ritorno definitivo non è carico di sentimento nostalgico come nel passato, bensì è basato sulla convenienza o meno del posto di lavoro loro offerto. Si sposano con le cittadine del paese o con straniere conosciute nell’ambito internazionale da loro frequentato. In famiglia parlano inglese o la lingua del posto. Se sono famosi e vengono invitati a convegni o a trasmissioni televisive in Italia, accolgono volentieri l’invito. Anche nel loro caso, alla domanda se nella loro personalità ci sia ancora uno spazio di italianità (oltre alla cittadinanza), si può rispondere di sì, perché il passato non si può dimenticare ed essi e anche le loro famiglie sono un’espansione della penisola. L’Italia è pur sempre una parte (inizialmente non fortunata) della loro vita, che conserva una certa attrattiva ma senza il sentimento struggente dei pionieri di una volta. Anch’essi sono una potenzialità che abbisogna di essere attualizzata.
Solitamente nelle conclusioni si offrono soluzioni, mentre noi abbiamo enunciato degli obiettivi da raggiungere. Fornendo molte informazioni, l’Italia, con una guerra nel continente europeo iniziata da oltre quattro anni e con gravi sconvolgimenti ideali, è diventata meno idealista rispetto alla gestione della grande risorsa umana rappresentata dagli italiani all’estero. Eppure questa dispersione di italianità, anziché essere considerata una secca perdita, può essere valorizzata come un’opportunità. Ci siamo sforzati di far riflettere su questa diversa prospettiva, con la speranza che non venga considerata meramente teorica l’idea di avere cura di una realtà così diffusa, così variegata e così in movimento.
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[1] Per questo caso e in generale per tutti i casi di trasmissione della cittadinanza bisogna tenere conto delle modifiche normative intervenute nel tempo, in particolare l’ultima varata nel 2025.

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