di Ninni Ravazza
La mia casa era sul porto/ I miei sogni in riva al mare
Diventavo marinaio/ Ero pronto per partire …
(De Angelis – Dalla, “Sulla rotta di Cristoforo Colombo”).
Il suo nome non è Brunilde e non accompagna nel Walhalla le anime dei guerrieri morti in battaglia, e probabilmente preferisce il rassicurante ronfare del motore diesel alla Cavalcata di Wagner [1]. È bionda e dotata di enorme determinazione proprio come le divinità germaniche “di splendente bellezza” [2] che cavalcano nell’aria e sull’acqua. Viene dalla nebbiosa Germania e oggi è l’unica donna ufficialmente capobarca e motorista nella solare marineria della Sicilia occidentale. Jeannette ha scelto l’acqua per le sue missioni: il mare di San Vito lo Capo azzurro come i suoi occhi. È arrivata qui nell’agosto 1999 e non se n’è più andata. Tre mesi dopo era già imbarcata clandestinamente su un peschereccio e se arrivava la Capitaneria si nascondeva in cabina per poi riemergere quando la pilotina si allontanava … “In Germania non avevo mai visto il mare, è bellissimo”.
Solo dall’altra parte dell’isola, sulle sponde dello Stretto, due sorelle comandano una feluca alla caccia di pescispada ma è diverso, Giusy e Antonella Donato (entrambe laureate) sono figlie di questa isola, siciliane da sempre, Jeannette invece è nata a Colonia sulle sponde del Reno ma il suo oro l’ha trovato a San Vito, ha il rassicurante tepore della sabbia che scorre tra le dita e le fattezze di Franco che le ha prima rapito il cuore e dopo insegnato i trucchi della pesca. Dopo quindici anni di convivenza nel 2014 si sono sposati e oggi costituiscono l’equipaggio del motopesca ‘Nfirricchio che prende il nome dalla ‘ngiuria (il soprannome) dell’uomo, un patronimico che discende dal bisnonno anch’esso pescatore; Jeannette non ha un suo soprannome ma nella marineria tutti la chiamano Giannuzza, un modo affettuoso per sentirla parte integrante della società locale.
È, questa, una ulteriore riprova della straordinaria sensibilità di un paese, San Vito lo Capo, dove la “alterità” non è mai stata vissuta come tale, che fosse di origine, di credo religioso, di orientamento sessuale, di ceto sociale, qui la integrazione è stata sempre una regola non scritta ma universalmente applicata: “Tutti mi hanno subito accettato anche se non parlavo italiano, conoscevo venti parole e non di più, eppure mi hanno fatto sentire una di loro, i pescatori, la gente, i genitori di Franco, proprio tutti”.
Il femminile a bordo
Dama del mare, questo è Giannuzza, perché nemmeno con gli stivaloni e la cerata mentre sbarca le cassette di palamiti e caponi perde la sua femminilità; ho preso a prestito l’appellativo dalla prima donna oceanografa che nel 1952 si imbarcò sul motopeschereccio atlantico Bois Rosé per una ricerca sulla pesca dei merluzzi, Anita Conti che dalle sue esperienze sulle grandi navi pescherecce, unica donna tra i tanti equipaggi interamente al maschile, scrisse libri memorabili dove la scienza si intreccia con l’antropologia. Le due donne pur nella differenza di ruoli, vivono il mare con il medesimo coinvolgimento emotivo: “Non penso a niente, vivo come tutti quanti, con le narici aperte, il corpo leggero, riempito dalla brezza, alleggerito dalla brezza, portato dalla brezza” (Anita) [3]; “In Germania lavoravo con i grandi camion, ero molto stressata, qui ho trovato la mia tranquillità, mi sedevo al porto e guardavo i pescatori che cucivano le reti, bastava questo per farmi sentire felice, mi piaceva tanto” (Jeannette).
La “Valchiria” di San Vito rappresenta l’archetipo della donna di mare, più ancora di Giusy e Antonella Donato a capo della cooperativa “I Mancuso” dal cognome della famiglia, che hanno fatto il salto da artigiane della pesca a piccoli imprenditori con l’ampliamento della flotta e il potenziamento della Pescaturismo pur mantenendo viva la tradizionale pesca col ferru, l’arpione per i pescispada; Jeannette conduce la barca, cuce le reti, smaglia il pesce appena pescato e lo sistema nelle cassette, proprio come un uomo-pescatore in un mondo che le donne le ha tenute sempre ai margini relegandole a ruoli secondari come l’intreccio delle reti e del giunco per le nasse [4].
Nessuna donna da queste parti era stata prima davvero immessa nei ruoli della pesca diventando membro effettivo dell’equipaggio [5]. Diversa la condizione “femminile” sui charter da turismo dove la presenza di donne è molto frequente, anche se quasi mai con la qualifica di capitano. Pure Jeannette e Franco praticano la Pescaturismo e la loro barca ‘Nfirricchio è molto apprezzata anche per il “femminile” a bordo ma lei, la “dama del mare”, predilige la pesca, la sorpresa, anche a rischio di una giornata povera senza prede.
Per anni ho desiderato intervistare questa donna-capitano ma lei si è sempre schernita; pensavo fosse estrema timidezza, poi ho capito che alla base della sua ritrosia c’era soprattutto la scarsa dimestichezza con la nostra lingua che non le permetteva di comprendere bene le domande ed esplicitare compiutamente le risposte. Oggi Jeannette ha imparato ad esprimersi abbastanza bene in italiano, capisce anche il dialetto siciliano ma non ama parlarlo. È arrivato finalmente il momento dell’intervista, liberatoria per me che ho atteso tanto e forse anche per lei che ha saputo rievocare con femminile dolcezza il suo “sbarco” in Sicilia e la predilezione del mare quale scelta di vita. La incontro nella sua casa affacciata sul golfo di Macari, una perla sul mare tra le due Riserve naturali di Cofano e dello Zingaro.
Da clandestina a capobarca
- Sei l’unica donna pescatrice nella marineria di questa parte di Sicilia …
“Sì, della Sicilia non lo so, ma qui a San Vito sì. Quando ho conosciuto il mare mi è piaciuto molto, appena è stato possibile ho preso la qualifica di marinaio, era il 2002, poi sono diventata capobarca nel 2015, e ora motorista navale, ho fatto tutta la carriera professionale!”
- Ma come sei arrivata in Sicilia, a San Vito lo Capo?
“Io vivevo in Germania, ero sposata, col mio ex marito avevamo una officina meccanica e lavoravamo anche nel mondo delle corse automobilistiche, conoscevamo Michael Schumacher, poi aprimmo una ditta di trasporti, avevamo cinque Tir e quindici operai, e anche io guidavo i camion, viaggiavamo sempre, pure all’estero, Spagna, Portogallo, Italia, facevamo traslochi con i camion-ascensore, ma era una vita troppo stressante per me, non ce la facevo più. Nel 1999 sono venuta in vacanza a San Vito dove i miei genitori vivevano dal 1972, avevano costruito delle villette qui a Macari, già con mio marito ci eravamo separati anche se siamo restati in buoni rapporti finché non è morto. Doveva essere solo una vacanza con la mia famiglia per riposare e invece …”
- Invece?
“Al bar sulla spiaggia ho conosciuto Franco, non capivo che lavoro faceva perché parlavo poche parole d’italiano, credevo che era un meccanico. Ci siamo piaciuti, abbiamo cominciato a frequentarci, ci siamo innamorati”
- E sei andata subito a mare con lui?
“No, non subito, dopo tre o quattro mesi. Lui aveva una bella barca grande con i suoi fratelli Paolo e Peppe, e io ho cominciato ad andare a mare con loro, però non ero imbarcata e se arrivava la Capitaneria mi nascondevo nella cabina fino a quando non se ne andava”
- Ma il mare già lo conoscevi?
“No, non avevo mai navigato, non conoscevo i pesci, in Germania avevo un acquario, solo quei pesci conoscevo”
- E come mai hai scelto di andare anche tu a mare, a pescare?
“Perché non volevo stare sola a terra, volevo stare insieme al mio uomo, cosa dovevo fare, aspettare tutto il giorno che tornava dal mare? No …”
- Sei andata a mare per amore …
“Sì, certamente, ma anche perché quel lavoro mi interessava, non so perché ma mi è piaciuto subito”
- Ma il mal di mare tu che in barca non c’eri mai stata non lo hai sofferto?
“No, mai, sono sempre stata bene”
- I fratelli di Franco come ti hanno accolto quando sei salita in barca la prima volta?
“Bene, sempre bene, sono andata a mare tanto tempo con loro e mi sono sempre trovata bene. Poi loro hanno venduto la barca grande e Franco ha fatto questa che abbiamo ora, Paolo ha la sua barca ma ogni tanto i due fratelli pescano insieme, Peppe ha preso un bar e ora non fa più il pescatore”
- E gli altri marinai di San Vito come hanno reagito?
“Anche loro bene, sono stati sempre affettuosi, educati e gentili”.
- Cosa facevi i primi tempi in barca?
“Niente, guardavo soltanto, volevo capire, imparare, ogni tanto pulivo un po’ la barca”.
- E ora?
“Ora faccio tanti piccoli lavori, mi metto al timone quando Franco sistema gli attrezzi, pulisco le reti, sistemo i pesci, a volte nelle reti trovo un pezzetto di corallo e questo è un bel regalo per me”.
- Quale tipo di pesca ti piace di più?
“La pesca dei caponi, questa è bellissima, purtroppo però da qualche anno di caponi ce ne sono sempre di meno, è una pesca che sta finendo. Ricordo che una volta, anni fa, eravamo tante barche alla pesca dei caponi, tutte insieme, lontane da terra, e al ritorno i marinai si sono riuniti e mi hanno regalato un braccialetto”.
- Che altri tipi di pesca fai?
“Delle aragoste, tonni, alalunghe, anche dei pescispada e per questi usciamo in mare la notte, al buio”.
- Ma non hai paura? Andate anche molto lontano dalla costa …
“Sì lontano, anche 30 miglia … non ho mai avuto paura con Franco, lui è molto bravo, sa cosa fare, non rischia mai, e anche i fratelli sono così, nessuno vuole morire, con loro sono stata sempre tranquilla, anche quando è capitato di stare in mezzo a una tempesta di mare arrivata all’improvviso. A mare ho visto cose meravigliose, che non avevo mai visto in vita mia, oggi non saprei vivere senza il mare”.
- Ti senti più felice in barca o a casa? Vedere l’alba e il tramonto sul mare …
“Per me è la stessa cosa, guarda fuori, lo vedi il mare? Da qui si vede benissimo, sembra quasi di starci, ti affacci sulla veranda e sei a mare … è la stessa cosa, lavorare a casa o in barca non mi pesa, per me è lo stesso”.
- Com’è la giornata quando si va a pescare?
“Ci si sveglia presto, alle 4 o 5 dipende da dove devi andare, se poi si fa la pesca dei caponi la sveglia è alle 3 perché si deve andare più lontano dalla costa. Se andavamo a pescare tonni o pescispada si stava fuori tutta la notte, vedevamo le luci delle stelle e delle navi che ci passavano vicine, io ero incantata da questo spettacolo, tornavamo a terra verso le 11 del mattino, allora io mi mettevo a dormire in cabina e qui alle volte c’erano pure gli scarafaggi! Si vendeva il pesce, un riposino a casa e poi si usciva nuovamente”.
(Ci raggiunge Franco che è andato in mare col fratello Paolo, e partecipa volentieri alla discussione).
- Jeannette ma come fai a conciliare la vita di mare e la gestione della casa?
“Non lo so … intanto se è possibile non voglio stare da sola, mi piace andare con Franco, poi ogni giorno faccio qualcosa per la casa però il grosso del lavoro me lo conservo per i giorni del cattivo tempo quando non si esce in mare, Franco pensa all’attrezzatura di pesca e io metto a posto la casa”.
- E chi comanda, a casa e in barca?
Risponde Franco: “Tutti e due insieme, se a mare c’è qualcosa di particolare io ho più esperienza e le dico come fare, ma non c’è un solo comandante”.
Jeannette conferma. “Noi non comandiamo, noi lavoriamo insieme, a casa come in barca, la stessa cosa, si dovrebbe fare sempre così. Per me non è pesante lavorare a casa e neppure in barca”.
- E a casa chi cucina?
“Franco cucina il pesce e io i piatti tipici della Germania, ma mi piace tutto, ho imparato a gustare i sapori siciliani e mi piacciono, e ora ho anche imparato la cucina siciliana”.
- Come sono i rapporti con le mogli degli altri pescatori?
“Ci conosciamo ma loro pensano solo alla casa, esiste solo quello, non è la mia vita, no …”.
- La vostra vita fuori dalla barca com’è?
“Stiamo tanto a casa ma poi abbiamo anche gli amici, alcuni sono tedeschi, ci vediamo ogni tanto magari per una birra al bar”.
- Quando è arrivata la Pescaturismo la vostra barca ‘Nfirricchio è diventata un punto di riferimento per tanti clienti, soprattutto stranieri; la presenza di una donna-marinaio forse ha influito positivamente…
“Sì, abbiamo iniziato subito a portare le persone con noi a tirare le reti, ora facciamo anche escursioni ma la cosa più bella è fare vedere il nostro lavoro. Abbiamo tanti clienti, molti sono tedeschi e questo forse perché sanno che in barca ci sono io. Mi piace incontrare tanta gente e spiegare come si pesca”.
Interviene Franco: “La cosa più bella è che conosci tanta gente di tutto il mondo e puoi trasmettere a loro tutto quello che sai del mare, della pesca, fargli vedere come si calano e salpano le reti, i palangari”.
Anche in questa attività Franco e Jeannette si integrano perfettamente …
“Franco sa parlare tante lingue, il tedesco, l’inglese, racconta la vita dei pescatori e spiega il lavoro, e la gente ascolta, vuole sapere, vuole imparare”.
- Sei l’unica donna che qui fa la Pescaturismo, i clienti come commentano la tua presenza?
Ancora Franco: “La gente ha più fiducia vedendo una donna in barca, e poi lei riesce nello stesso tempo a spiegare il lavoro, preparare il cibo, raccontare la sua vita. Molti quando sanno che c’è un capobarca femmina mi dicono che è una cosa strana e chiedono come mai, allora rispondo che quando l’ho conosciuta ho capito subito che era una donna speciale che amava lavorare a mare, e poi magari sembra strano ma qui in Sicilia, dalle nostre parti, c’è la massima apertura mentale, siamo gentili con i turisti, con tutti, se vai in Germania nessuno si cura di te e invece qui siamo disponibili, generosi soprattutto con gli stranieri. Per una donna che fa un lavoro da uomo come il pescatore questo è l’ambiente perfetto”.
- Ora Jeannette è anche motorista abilitato, su ‘Nfirricchio il maschio fa il semplice marinaio …
Franco sorride: “Con il capobarca e motorista a bordo io posso accompagnare i turisti a fare snorkeling, fargli conoscere le grotte e le calette che mio padre mi ha insegnato quando ero piccolo, prima non potevo perché a bordo ci volevano le due qualifiche”.
Già, sulla loro barca nessuno comanda, i due si completano. Ma in realtà a Jeannette cosa piace di più, la pesca o il turismo nautico?
“La pesca, certamente la pesca, si provano sensazioni diverse, con le persone è bello parlare, spiegare, ma questo è più facile, invece cercare il pesce, calare le reti per catturarlo, aspettare di sapere se ci sei riuscito e poi vedere che sei stato bravo e la rete è piena di aragoste, polpi, dentici o palamiti, questo è più emozionante, è una vera soddisfazione”.
Un’altra grande passione della Dama del mare di San Vito sono i cani …
“Non vedrete mai Jeannette senza un cane accanto, adesso ne ho due ma prima ne avevo sei, sempre ne ho avuti, anche in Germania, nessuno mi conosce senza cani, adesso ho due Cirnechi dell’Etna, qui a casa abbiamo anche avuto delle cucciolate”.
- E in barca hai mai portato i cani?
“Una volta ci ho provato ma hanno vomitato per il mal di mare, ora li lascio qui, per loro è un paradiso il nostro giardino da tremila metri quadrati”.
- Anche Franco ama molto i cani …
“Sì, sono come figli per noi, siamo tutti una famiglia. L’ultimo Cirneco lo abbiamo comprato, era ridotto a uno scheletro perché il padrone non gli dava da mangiare, pieno di pulci, povera bestiola, noi l’abbiamo curato e ripulito, ora è il principino di casa”.
Franco conserva in frigorifero i pesci appena pescati, il nostro incontro termina qui. L’ultima domanda è scontata: Jeannette cosa vedi nel tuo futuro?
“Fino a che possiamo, fino a che c’è salute, lavoreremo a mare, sempre, quando poi non avremo più le forze staremo a casa, ma finché è possibile, a mare …”.
Le vesti del marinaio
Il colloquio con Jeannette, estremamente interessante sotto diversi aspetti, offre molteplici spunti di riflessione ed eventualmente di approfondimento. La prima cosa che mi ha colpito è la prorompente femminilità della protagonista che pur rivestendo un ruolo tipicamente maschile – il pescatore, capobarca e motorista per giunta – non ha abdicato a nessuna delle sue prerogative di donna: anche quando è impegnata in attività di pesca, vestendo i panni del pescatore, è sempre ben curata e attenta alla sua figura, quando invece il pescatore-uomo spesso privilegia la comodità del vestiario che appare trasandato e non presta particolare attenzione all’aspetto fisico rimandandone la cura alle ore dedicate alla casa e alla famiglia.
Jeannette si riconosce nella società al “maschile” dei pescatori e con le loro mogli ha pochi rapporti perché diverso è l’approccio con la realtà lavorativa e familiare: da una parte l’immersione totale nell’universo-mare, dall’altra il rispetto del ruolo di madre-casalinga assegnato dalla famiglia; lei inoltre è l’unica femmina di mia conoscenza che sia davvero e interamente “donna di mare”; le altre che ho incontrato sulle barche dei pescatori (personalmente o attraverso i loro scritti) sono tutte antropologhe impegnate nello studio delle tecniche alieutiche, dei riti a esse collegati, più raramente proprio del rapporto tra donna e mare: Elsa Guggino, Macrina Marilena Maffei, Gabriella Mondardini Morelli, Gabriella D’Agostino, Fatima Giallombardo, Giusi Colicci, Ambra Zambernardi.
Di tutte solo le ultime due hanno realmente condiviso con i pescatori intere stagioni di pesca accompagnandoli, al pari di Anita Conti, quotidianamente nel loro lavoro, Colicci nella tonnara siciliana di Bonagia (stagioni di pesca 2002 e 2003) [6], Zambernardi nelle tonnare sarde di Carloforte, Portoscuso e Portopaglia (stagioni 2016, 2017, 2019) e spagnole Barbate, Conil de la Frontera, Zahara de los Atunes, Tarifa (stagioni 2017, 2019) [7]. In entrambi i casi le due giovani antropologhe hanno partecipato alla pesca ma non sono mai state parte attiva nelle operazioni rimaste appannaggio dei tonnaroti uomini: registravano, fotografavano, trascrivevano, ascoltavano, loro c’erano e non c’erano perché erano entrate sì a far parte della comunità dei pescatori (Zambernardi considera “compagni” i tonnaroti di cui sta attenta a non “disturbare fisicamente il lavoro”), ma non ne condividevano l’attività materiale. Le emozioni sì ma lo sforzo no.
Le altre studiose Guggino, Maffei, D’Agostino, Giallombardo, Mondardini Morelli, hanno realizzato straordinarie ricerche sul mondo della pesca, sintetizzate in lezioni, saggi, pubblicazioni di altissimo valore scientifico, ma non hanno partecipato attivamente in maniera continuativa alle campagne di pesca, raccogliendo piuttosto il materiale oggetto dei loro studi in occasionali presenze sulle barche del lavoro o in momenti decontestualizzati incontrando pescatori e tonnaroti al di fuori dell’ambiente e del ciclo della produzione. I pescatori hanno accettato le attività dell’antropologa sul campo (“osservare, intervistare, partecipare alle occupazioni della gente” [8]) ma in nessun caso la ha assunta quale membro della propria società.
Della sostanziale differenza fra maschile e femminile nella propria esperienza etnografica in paesi di mare parla espressamente Gabriella Mondardini Morelli: «… gli spazi maschili e femminili erano differenti: potevo conversare abbastanza agevolmente coi pescatori nei luoghi del porto, quando erano impegnati a riassettare la barca e gli attrezzi da pesca … le donne, al contrario, stavano nelle loro case […] Ma la sostanza della differenza erano i contenuti dei discorsi: i maschi mi parlavano del loro lavoro, dei saperi, delle ‘astuzie’ e delle tecniche di pesca; le donne, al contrario, anche quando erano interpellate su tecniche di lavoro specifiche, come fare la rete o lavorare nell’industria conserviera, finivano per inserire sequenze di vita, episodi biografici, storie familiari e di vicinato». L’antropologa prende atto di questa dicotomia: «Io ho via via assecondato queste due differenti disponibilità dialogiche, concentrandomi su tutto quanto concerne il lavoro per i maschi e invece sulle storie di vita per le donne» [9].
Di femmine che vanno a pescare abbiamo pochi riscontri storici, letterari e scientifici, essendo questa attività da sempre appannaggio dei maschi: a fine Ottocento Luigi Salvatore d’Austria, famoso geografo, scrive che in particolare nelle isole di Salina e Stromboli si usa persino armare equipaggi esclusivamente di sesso femminile «che conducono le barche con la poppa in avanti, tanto che non è difficile, anche da lontano, poter riconoscere una barca di donne» [10]: circa ottanta anni dopo l’antropologa Macrina Marilena Maffei conduce diverse ricerche sul campo proprio nelle isole Eolie/Lipari ma non trova donne che pescano («qualcuna rara andava [a pescare] col marito» [11]), piuttosto raccoglie diverse testimonianze sulla precedente presenza in barca di donne che aiutavano il marito nella pesca, a volte insieme ai figli ancora piccoli: «nostro padre portava pure mia madre a bordo, sul battello … poi però l’abbiamo lasciata [a casa] perché noi eravamo giovanotti e lei doveva pensare a quegli altri [fratelli]» [12]; «[sulla barca] C’era tutta la famiglia, quattro fratelli, padre e madre [mia madre] ci allattava e poi lavorava come noi che eravamo figli» [13].
a partecipazione delle donne all’attività di pesca nell’arcipelago eoliano viene confermata da Battaglini e Saccà nell’Atlante dei beni antropologici dell’arcipelago: «In alcune isole erano le donne ad andare a pescare, e a volte si scorgevano intere famiglie per mare. In questo caso la barca rappresentava la loro abitazione» [14]. In queste isole nell’immaginario folclorico esistevano equipaggi interamente femminili, ma qui si tratta però di streghe che di notte sottraggono le barche ai pescatori e vanno a rubare frutta e altro sulle coste tirreniche, come si legge nei racconti tramandati oralmente raccolti dalla stessa Maffei [15].
La “marginalità” della donna nel mondo della pesca trova riscontro nel silenzio assoluto del noto saggista Predrag Matvejevic, il quale nel suo straordinario Breviario mediterraneo che esplora i meandri culturali e storici del “Mare nostro” tace sul rapporto che le donne hanno con l’acqua marina. In questo contesto appare chiaro come l’esperienza di Jeannette sia una rottura culturale e antropologica col mondo della pesca tradizionalmente inteso.

Paolo, fratello di Franco, con la moglie Maria specializzata nella cucina di mare (ph. Ninni Ravazza)
La domenica del pescatore
Jeannette nel suo raccontare le attività casalinghe sottolinea più o meno consapevolmente un importante aspetto sociologico che riguarda le attività umane in un contesto naturale: l’intervistata riserva alla pulizia accurata della casa i giorni di maltempo quando non è possibile uscire in mare: gli uomini pescatori in questa evenienza non hanno necessità di svegliarsi presto, raggiungono il porto con calma e si dedicano a cucire le reti, rassettare la barca, poi tornano a casa e si re-inseriscono completamente nella vita familiare, pranzano con i cari, vedono la televisione, riposano, vanno al bar.
Diversa è la situazione di chi lavora sì a contatto con la natura ma a terra: contadini e pastori diversamente dai pescatori non hanno pause di riposo, le piante hanno bisogno di cura quotidiana, le bestie devono mangiare, pascolare e si devono mungere ogni santo giorno, che piova, nevichi o il caldo sia insopportabile, per loro “non c’è domenica, è sempre lunedì” [16].
Una realtà ovvia, scontata, sotto gli occhi di tutti, ma ci voleva la testimonianza di Jeannette per ribadire quanto siano enormi le distanze tra attività che hanno in comune solo il rapporto tra l’Uomo e la Natura, dove il diverso ambiente in cui si opera fa la differenza creando anche profondi divari nei rispettivi comportamenti sociali.
In questo contesto appare decisivo il ruolo del Mare: ancora una volta con l’ingenua spontaneità del suo narrare è la capobarca che viene dalla Germania a fornire la chiave di lettura giusta quando afferma di essere felice a casa come in barca perché comunque “si vede il mare”, per lei “è la stessa cosa”. Il mare comune denominatore capace di regalare tranquillità, antidoto allo stress della metropoli nebbiosa e confusionaria, scenografia capace di rasserenare al solo seguire con lo sguardo i pescatori che cuciono le reti in banchina.
La nostra Dama del mare ha seguito il percorso inverso della Ellida di Ibsen [17] che, anch’essa affascinata dal mare, aspetta il ritorno del misterioso marinaio che un giorno le promise di portarla con sé e per questo è disposta anche a lasciare il marito, finché non capisce che quel marinaio tornato da lei dopo tanti anni è solo la distorta illusione di un ricordo … Jeannette invece ha cercato la serenità e l’ha trovata nel Mare e in Franco il pescatore, suo marito, l’uomo col quale andrà in barca “finché ci saranno le forze” [18].
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] La Valchiria è un dramma musicale di Richard Wagner e fa parte della sua “Tetralogia” L’anello del Nibelungo (1848-1874); Brunilde è la più famosa delle Valchirie, personaggi della mitologia germanica che accompagnano i guerrieri caduti in battaglia nel Walhalla, il loro Olimpo. La cavalcata delle Valchirie è uno dei brani più famosi di Wagner, impiegato anche da F.F. Coppola nel suo celebre film “Apocalypse now”
[2] da Enciclopedia Treccani
[3] Conti Anita, La dama del mare, Magenes, 2004: 21
[4] Alle donne dei pescatori è stato quasi sempre riservato il compito di realizzare gli attrezzi da pesca. Vedi per esempio Peppa Badalucco bagliera della Tonnara del Secco che con la ddisa faceva le reti della tonnara (in N. Ravazza, San Vito lo Capo e la sua tonnara, Magenes, 2017: 296) o Rosa Barraco che con il giunco intrecciava le nasse per i fratelli (in N. Ravazza, Il sale e il sangue, Magenes, 2007: 121 e segg.). Numerose testimonianze di donne impegnate nella costruzione di reti e altri attrezzi di pesca nell’arcipelago delle Eolie si trovano in M.M. Maffei, La fantasia, le opere e i giorni (vedi sotto)
[5] Quando la Regione Siciliana decretò il primo Fermo Biologico per la flotta da pesca (fine anni ‘80), erogando un contributo economico per ogni singolo componente l’equipaggio, fiorirono le donne imbarcate, ma nessuna di loro in realtà salì mai a bordo di un peschereccio
[6] Colicci Giuseppina, etnomusicologa, ha seguito personalmente le stagioni di pesca in tonnara, ricavando interessanti contributi (v. Lina, i fiori e la rete. Il femminile in tonnara, in “Le Tonnare - Storia e Architettura” a cura di C. Sposito, Flaccovio, 2007)
[7] Zambernardi Ambra, antropologa, per diversi anni ha partecipato alle stagioni di pesca in Sardegna e Andalusia: v. Calar tonnara. Etnografia di una maricultura mediterranea (con nove tavole d’autore di Alberto Valente), tesi di Dottorato di Ricerca in Scienze Psicologiche, Antropologiche e dell’Educazione Ciclo XXXI, Università degli Studi di Torino in co-tutela internazionale con Uiversitad de Sevilla Departamento de Antropología Social Doctorado en Ciencias Económicas, Empresariales y Sociales, 2020
[8] Mondardini Morelli Gabriella, Compagne di viaggio. Le donne del mare si raccontano, edes, 2013: 10
[9] ibidem: 14
[10] Sisci Rocco, La marineria da pesca e da traffico nella tradizione eoliana, in “Atlante dei Beni etno-antropologici eoliani” a cura di S. Todesco, Regione Siciliana Assessorato BB.CC.AA. E P.I., 1995: 458. L’Autore tra l’altro riporta un brano da Luigi Salvatore d’Austria, Le Isole Lipari, 1894
[11] Maffei Macrina Marilena, La fantasia, le opere e i giorni, Comune di Lipari, 2000: 130
[12] Ibidem: 41
[13] Ibidem: 138
[14] Maffei Macrina Marilena, Capelli di serpe, Meltemi, 1995: numerose sono le narrazioni relative a donne/streghe che rubano le barche dei pescatori, spogliandosi delle vesti prima dell’azione
[15] Battaglini A. – Saccà N., I sistemi di pesca, in “Atlante …” cit.: 569
[16] Ravazza Ninni, Il mare e lo specchio. San Vito lo Capo, memorie dal Mediterraneo, Magenes, 2009: 81 (testimonianza del pastore Mariano Poma)
[17] Ibsen Henrik, La donna del mare, 1888 (ne esistono diverse edizioni)
[18] Un ultimo accenno desidero farlo alla disponibilità al colloquio, non solo di Jeannette ma anche del marito Franco. Superate le difficoltà di interloquire per la scarsa padronanza della lingua, la Dama di San Vito si è mostrata ben felice di raccontare le sue esperienze a mare e in famiglia, generosa nei dettagli e positiva nel rapporto con l’ambiente e la società locale; Franco al pari di tanti bravi pescatori è stato ospitale e collaborativo aiutando la moglie a esprimere i concetti più complessi che hanno posto qualche difficoltà lessicale. Confermando esperienze già provate con altri pescatori, alle persone di mare piace narrare, se si riesce a superare il primo imbarazzo spesso si trasformano in un fiume di parole che porta con sé saperi atavici, ricordi nascosti, emozioni sottaciute, intime aspettative.
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Ninni Ravazza. Giornalista e scrittore, è stato subacqueo delle tonnare siciliane e sommozzatore corallaro. Ha organizzato convegni e mostre fotografiche sulla cultura del mare e i suoi protagonisti. Autore di saggi e romanzi, per l’Editore Magenes (Milano) ha scritto: Corallari (2004); Diario di tonnara (2005 e 2018); Il sale e il sangue. Storie di uomini e tonni (2007); Il mare e lo specchio. San Vito lo Capo, memorie dal Mediterraneo (2009); Sirene di Sicilia (2010; finalista al “Premio Sanremo Mare” 2011); Il mare era bellissimo. Di uomini, barche, pesci e altre cose (2013); Il Signore delle tonnare. Nino Castiglione (2014); San Vito lo Capo e la sua Tonnara. I Diari del Secco, una lunga storia d’amore (2017); Storie di Corallari (2019); L’occhio in cima all’albero (2022; finalista al Premio letterario “Carlo Marincovich” 2023); Il Mozzo e l’Ammiraglio (2024, in finale al Premio letterario “Carlo Marincovich” 2025) . Dal libro Diario di tonnara è stato tratto l’omonimo film diretto da Giovanni Zoppeddu, prodotto dall’Istituto Luce Cinecittà, in selezione ufficiale alla Festa del Cinema di Roma 2018, di cui l’Autore è protagonista e voce narrante. Tra gli altri suoi libri dedicati al mare: L’ultima muciara. Storia della tonnara di Bonagia (Trapani, 1999-2000-2004); La terra delle tonnare (Trapani, 2000); Il tonno fatato (Sassari, 2003); Un fiore dagli abissi. Il corallo: pesca, storia, economia, arte, leggenda (San Vito lo Capo, 2006); Pesca, stabilimenti e trasformazione del pescato in provincia di Trapani (Università di Bari, 2006); Epos, eros e thanatos. Il mondo immutabile della tonnara (Venezia, 2010); L’ultimo rais della tonnara Saline. Storia di Agostino Diana (Sassari, 2011); I Suoni del Lavoro. Canti e preghiere dei pescatori siciliani (San Vito lo Capo, 2012); Nicolino il pescatore (Palermo, 2018); I tonni, i cavalier, le feste, gli amori. Storia della tonnara di San Giuliano (Trapani, 2019); Rais. Una storia di mare (Trapani, 2020); Cianchino. L’isola delle illusioni (Roma, 2023, finalista al Premio letterario “Carlo Marincovich” 2024). Ha vinto il Premio Nazionale di Giornalismo “Pippo Fava” (1987); il Premio Nazionale “Un video per un Museo” dell’HDS Italia (2001), sezione Mediterraneo, con il video “La tonnara nascosta”; il Premio Internazionale “Orizzonti Mediterranei” 2002 per il sito internet www.cosedimare.com; nel 2018 per il suo impegno in favore del mare gli è stato conferito il Premio Unesco.
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