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La crisi dell’arte sacra nella cultura visuale contemporanea

9788849240979_0_536_0_75di Mariza D’Anna

Liborio Palmeri è parroco, scrittore di fiabe e storico dell’arte. Così l’autore si identifica nella brevissima biografia nella quarta di copertina del suo ultimo ponderoso lavoro dal titolo Se Dio non vale un quadro, per la sezione Arte di Gangemi editore. L’opera, 319 pagine corredate di 117 disegni, concepita dieci anni fa e andata avanti tra accelerazioni e rallentamenti, propone un tema che a prima vista potrebbe apparire d’interesse solo per gli storici della materia, quindi poco fruibile al grande pubblico, e che invece si rivela di grande interesse grazie alla chiarezza con la quale il “don”, come affettuosamente ci è consentito appellare il parroco vicino all’uomo, cristiano o laico che sia, si pone nei confronti dei lettori.

Il tema sonda e scava nei meandri «della crisi dell’arte sacra, eclisse dell’immagine di Dio e persistenza del Sacro nello sviluppo della cultura visiva occidentale»; argomento che pone una serie di interrogativi e, come dice il don, «una lettura trasversale di tanti fenomeni della nostra cultura». Certo l’osservatorio è privilegiato dalla formazione teologica dell’autore, dai suoi approfonditi studi di storia dell’arte e, ultimo ma non ultimo, dal ruolo di direzione che da qualche anno ha assunto del Museo di arte contemporanea che la città di Trapani annovera tra i suoi tesori nascosti dentro il Palazzo San Rocco, nel triangolo tra il Palazzo Lucatelli e il liberty della Casina delle Palme, crocevia di un centro storico che a ragione pretende di rivivere.

Museo d'arte contemporanea a Trapani

Museo d’arte contemporanea a Trapani

Il Palazzo, sul quale vale la pena soffermarsi brevemente, è di proprietà della Diocesi, gestito tramite la Fondazione Pasqua 2000, e ospita i resti della chiesa omonima che oggi si trova pienamente inglobata al Polo museale interdisciplinare nato proprio per la volontà e l’impegno di don Liborio, all’interno del quale è presente una pregevole collezione e di arte contemporanea e sacra con circa duecento opere di 130 artisti di diverse nazionalità. Carla Accardi, Turi Simeti, Adrian Paci, Alberto Gianquinto tra questi.

Su più livelli, le porte a piano terra del Palazzo aprono verso un oratorio che accoglie una piccola abside che custodisce un moderno crocifisso, opera di Marco Papa, l’artista e amico dell’autore che ha curato l’apparato iconografico del libro che si compone del rilevante numero di disegni realizzati a matita liberamente ispirati alle opere citate nel testo. Il percorso museale è composito e vi è una perfetta relazione tra opere esposte e gli spazi, arricchiti da mostre contemporanee senza tralasciare un’ampia e luminosa terrazza che fa da cornice alla grande sala degli Abbracci utilizzata per conferenze, incontri e dibattiti. Il don è un fervente organizzatore di attività museali e culturali e dentro il San Rocco, area religiosa in perfetta correlazione con lo spirito dell’arte, si muove come ottimo padrone di casa.

Crocifisso danzante, disegno di Pace

Crocifisso danzante (disegno di Marco Papa)

Per tornare al testo, il ragionamento sull’arte sacra ruota intorno alla sua non recentissima crisi nella quale la Chiesa, scrive Liborio Palmeri, «pur depositaria per secoli dei simboli religiosi dell’Occidente e pur essendo stata una potente fabbrica d’immagini, ha finito con il perdere il contatto vivo con gli artisti più innovativi, adagiandosi alla replica stanca e rassicurante dei moduli del passato». Tra l’Arte e la Chiesa quindi si gioca il complesso lavoro dell’autore che caparbiamente cerca quel filo d’oro che per secoli li ha uniti e che adesso, se non si è definitivamente spezzato, si è fortemente indebolito. Ma questo lavoro per compiersi deve uscire fuori da ogni pregiudizio e fuori anche dall’arte, sporcarsi le mani ponendo domande scomode.

Se Dio non vale un quadro è un titolo tranchant e accattivante che bene sintetizza il significato dell’approfondimento che attraversa i secoli partendo dal IV d. C e arrivando alle “dolenti note” del Novecento, in un excursus che non ha nulla di storicamente definito ma che trova appigli e spunti nell’estetica, nella storiografia, nei soggetti rappresentati, così da portare alla luce autori che hanno affollato autorevolmente l’arte sacra nei secoli.

Per la prima volta nel Novecento, si afferma «il diritto di tutti di essere religiosi senza essere credenti e di avere una spiritualità senza professare una religione (…).  «Gli artisti rivendicano il carattere sacro della loro arte senza alcun necessario aggancio alla fede nell’esistenza di Dio o nell’espressione cultuale o dottrinale di una religione».

Max Wallinger, Ecce Homo (disegno di Marco Papa)

Max Wallinger, Ecce Homo (disegno di Marco Papa)

Nel percorso a tappe don Liborio, nell’introduzione, dà criteri di lettura dei fenomeni artistici «attraverso le categorie antropologiche che caratterizzano l’homus religiosus» per arrivare a comprendere «la relazione tra la dimensione religiosa dell’uomo e le sue espressioni artistiche». L’arte sacra quindi funzionerà bene fino a quando alla fine dell’Ottocento verrà messa in discussione e contestata la religione (“Dio è morto”, dice Friedrich Nietzsche), da lì si produrrà «un collasso nel rapporto tra fede cristiana e mondo dell’arte».

Non tutta l’arte religiosa può dirsi sacra, ci dice ancora Liborio Palmeri. «Molte opere di Georges Rouault, pur esprimendo il sentimento religioso dell’artista cristiano verso i deboli e gli esclusi, non sono adatte ad entrare nel culto sacro» per arrivare all’assunto che «un’opera d’arte può dunque esprimere il fortissimo senso religioso dell’artista, la sua domanda radicale, ma non essere adatta alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti. Tuttavia non dovrebbe succedere il contrario: che cioè un’opera destinata al culto sacro manchi di una sua carica profondamente religiosa, legata ai contenuti del mistero di fede che è chiamata ad esprimere; quindi non basta che un soggetto sia sacro per rendere sacra un’opera d’arte».

Sacra famiglia di Vanessa Beecroft (disegno di Marco Papa)

Sacra famiglia di Vanessa Beecroft (disegno di Marco Papa)

L’opera Sacra famiglia di Vanessa Beecroft dà l’esemplificazione di quanto detto: dall’esperienza in Africa l’artista italo-americana a contatto con la povertà e con suore e preti missionari rappresenta il soggetto in chiave «universalistica e antirazziale», con Giuseppe che tiene il bambino tra le braccia e Maria non più vergine. Un’eresia cristiana potrebbe definirsi che, se affrontata nella visione appunto universale, diventa una testimonianza di «ricontestualizzazione delle immagini sacre cattoliche», sottolinea Palmeri. «E se la Chiesa ha protestato lo ha fatto sporadicamente e per lo più quando il cattivo gusto degli artisti lo ha richiesto».  

Spiega chiaramente Eva Di Stefano, docente emerito di Arte contemporanea dell’Università di Palermo, nella prefazione: «L’autore affronta l’argomento a tutto tondo e si ripropone di risalire alle origini della frattura e parte dal rapporto con le immagini delle tre religioni monoteiste, la questione divisiva della iconoclastia che segna a lungo i primi secoli del cristianesimo e l’alto Medioevo (…) «alla ricerca di ragioni teologiche, filosofiche, e storiche e sociali della moderna incomunicabilità tra arte e religione, nonostante la pregressa centralità del cattolicesimo nella storia dell’arte occidentale». «Cosa, se non l’ansia d’infinito, sprofonda lo sguardo nelle sospensioni di colore di Rothko?»

Maurizio Cattelan, Im, 2001 (disegno di Marco Papa)

Maurizio Cattelan, Im, 2001 (disegno di Marco Papa)

Il lavoro interdisciplinare di Palmeri è facilmente accessibile grazie all’uso di un linguaggio ironico, divertente e quasi “dissacrante” che dà al contenuto un’aria lieve, dando prova di sapersi esprimere con un approccio da vero scrittore. Inoltre la relazione che, nella seconda parte del lavoro, il testo pone tra l’uomo e il suo tempo da una parte e l’arte sacra dall’altra, sollecita le domande più interessanti tra le quali quelle del perché la Chiesa non si rappresenti più attraverso la bellezza delle immagini, come è accaduto per quasi duemila anni.

La fatica a riconoscere il valore e lo spazio da dare all’arte sacra contemporanea è l’assunto e il principio di indagine che senza condanna, “suggerisce” alla Chiesa, se ben abbiamo compreso, di guardare l’uomo contemporaneo con maggiore profondità e attenzione proponendogli, nell’arte, percorsi e segni comprensibili e di comunione. 

Dialoghi Mediterranei, n. 54, marzo 2022

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Mariza D’Anna, giornalista professionista, lavora al giornale “La Sicilia”. Per anni responsabile della redazione di Trapani, coordina le pagine di cronaca e si occupa di cultura e spettacoli. Ha collaborato con la Rai e altre testate nazionali. Ha vissuto a Tripoli fino al 1970, poi a Roma e Genova dove si è laureata in Giurisprudenza e ha esercitato la professione di avvocato e di insegnante. Ha scritto i romanzi Specchi (Nulla Die), Il ricordo che se ne ha (Margana) e La casa di Shara Band Ong. Tripoli (Margana 2021), memorie familiari ambientate in Libia.

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