«La tradizione degli oppressi ci insegna che lo “stato di emergenza” in cui viviamo è la regola». Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 1940.
Il sistema di confinamento per persone straniere più esteso al mondo
Negli ultimi vent’anni, in modo particolare sotto le due amministrazioni Trump, il sistema di detenzione amministrativa riservato alle persone straniere è cresciuto notevolmente negli Stati Uniti, fino a diventare l’infrastruttura di confinamento più estesa al mondo. Si tratta di una delle forme più violente di limitazione legalizzata della libertà personale che una democrazia costituzionale abbia mai conosciuto in tempo di pace.
Il sistema è gestito dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale ben nota per i rastrellamenti e gli arresti violenti di persone sospettate di trovarsi in posizione irregolare, nonché per l’uccisione a Minneapolis il 7 gennaio 2026 di Renée Good, un’osservatrice legale volontaria vicina alle comunità immigrate prese di mira dagli agenti.
Strutture detentive di vario tipo – Service processing centers di proprietà federale, centri di detenzione a gestione privata, carceri statali o locali utilizzate tramite accordi intergovernativi, nonché centri per la detenzione familiare – ospitano generalmente persone straniere in attesa di espulsione o di una decisione sul proprio status giuridico. La detenzione è diventata obbligatoria per alcune categorie, come coloro che hanno commesso o sono accusati di aver commesso determinati reati o sono ritenuti una minaccia per la sicurezza nazionale.
Come emerso da varie segnalazioni, l’ICE non si limita a sorvegliare, arrestare e detenere persone straniere in posizione irregolare, ma prende spesso di mira anche persone presenti regolarmente sul territorio nazionale per studio, lavoro o richiesta di protezione internazionale. Persino residenti permanenti in possesso di Green card, cittadini per nascita o cittadini naturalizzati sono stati in alcuni casi arrestati. Secondo un’inchiesta di ProPublica oltre 170 statunitensi sono stati detenuti illegalmente dall’ICE solo nel 2025, a causa di errori nei database, scambi di persona o “falsi positivi algoritmici” nei sistemi automatizzati di identificazione e tracciamento dei “sospettati”.
Negli ultimi mesi il numero di persone detenute su base giornaliera dall’ICE ha superato le 60.000 unità, con picchi tra le 68.000 e le 73.000 unità. Questo dato dipende anche dal fatto che la durata media della detenzione è aumentata, attestandosi intorno ai 40-50 giorni. Anche a causa del conseguente sovraffollamento, le condizioni di vita all’interno del sistema sono diventate sempre più critiche. Organizzazioni della società civile, media d’inchiesta e testimoni diretti hanno documentato trattamenti degradanti, carenze igienico-sanitarie, accesso inadeguato alle cure mediche e psicologiche, usi estensivi dell’isolamento e pratiche punitive informali. Inoltre, dal 2020 è aumentato in modo significativo il numero dei decessi, molti dei quali riconducibili a negligenza medica, cui si aggiungono anche numerosi suicidi.
In risposta a questa crisi umanitaria e di civiltà giuridica sono state organizzate numerose proteste, dentro e fuori i centri di detenzione, condannate o minimizzate dalle autorità e generalmente oscurate dai media. Gli scioperi della fame individuali e collettivi hanno rappresentato la forma più ricorrente di mobilitazione: dalla California alla Florida, dal Texas allo Stato di Washington, centinaia di detenuti hanno rifiutato il cibo per giorni o settimane per denunciare la propria detenzione arbitraria, nonché le condizioni disumane e le ritorsioni disciplinari abusive a cui erano sottoposti. In diversi casi, le persone hanno fatto ricorso all’autolesionismo quale estremo atto di protesta contro un sistema vissuto come impermeabile a qualsiasi altra forma di contestazione.
Le proteste interne hanno trovato eco e sostegno all’esterno, attraverso presidi di solidarietà e azioni di advocacy condotte da organizzazioni per i diritti fondamentali, che hanno avviato azioni legali strategiche per difendere le persone detenute da ICE dagli abusi più gravi. Al di là del loro successo e della loro portata, le iniziative assunte in questa direzione dall’American Civil Liberties Union (ACLU), dal Detention Watch Network (DWN), dal Refugee and Immigrant Center for Education and Legal Services (RAICES), dal National Immigrant Justice Center e dall’Immigrant Legal Resource Center offrono un esempio importante di uso conflittuale ed emancipativo del diritto, finalizzato non solo a liberare o risarcire dei danni subiti singole persone, ma orientato a mitigare gli effetti più disumani del sistema e, in prospettiva, a ottenere la sua completa abolizione.
La detenzione amministrativa negli Stati Uniti come caso studio
La detenzione amministrativa delle persone straniere negli Stati Uniti offre un osservatorio privilegiato per una critica radicale dei poteri di confinamento, utile anche per comprendere le trasformazioni in corso in Europa.
Dopo aver analizzato la recente crescita del sistema e la sua violenza istituzionale sempre più letale, intendo ricostruirne la graduale affermazione nell’ordinamento statunitense: introdotti per la prima volta negli anni ’20 del Novecento, i poteri di confinamento si sono affermati e consolidati notevolmente a partire dalla ristrutturazione neoliberale degli anni ’90 e dopo la securitizzazione delle politiche migratorie seguita all’11 settembre.
Nel quadro di questa genealogia, è essenziale spiegare come sia stata neutralizzata l’antinomia tra i principi garantisti del costituzionalismo democratico e le violente prassi detentive ai danni di persone straniere che, per la maggior parte, non hanno commesso alcun reato. Non basta evocare la forza della retorica anti-immigrazione e la debolezza delle garanzie per soggetti sociali più vulnerabili: occorre riconoscere nei poteri di confinamento l’espressione di un potere sovrano tendenzialmente assoluto nel controllo dei confini, giustificato per proteggere una comunità nazionale immaginata sotto la costante minaccia di pericoli esistenziali. La cosiddetta Plenary Power Doctrine, elaborata dalla Corte Suprema alla fine dell’Ottocento e successivamente confermata, consente di mettere a fuoco questo stato di eccezione permanente.
A fronte delle crescenti risorse pubbliche investite nella detenzione amministrativa e della sua dubbia efficacia nel ridurre la criminalità ed eseguire le espulsioni, è necessario interrogarsi sulle reali finalità dei poteri di confinamento. Non si tratta soltanto di un apparato repressivo, funzionale alla macchina delle deportazioni e al controllo poliziesco delle migrazioni, ma di un dispositivo per governare le società d’immigrazione nel loro insieme facendo leva sulla paura, sulla sorveglianza di massa e sulla razzializzazione delle classi subalterne.
I poteri di confine in generale, e quelli di confinamento in particolare, offrono alle classi dirigenti una strategia per governare in modo autoritario la crisi di coesione che attraversa società sempre più diseguali e frammentate. Questa strategia si fonda sulla costruzione giuridica dello straniero come nemico “utile”: una figura su cui convogliare ansie e risentimenti prodotti dalla centralizzazione del capitale e dal deterioramento delle condizioni di vita; una riserva di forza lavoro iper-vulnerabile e facilmente sfruttabile; e, infine, una risorsa economica per il complesso detentivo‑industriale, che trae profitto dall’espansione della detenzione amministrativa. In questa triplice utilità risiede la razionalità profonda dell’espansione dei poteri di confinamento.
Non intendo suggerire che i governi europei o le istituzioni dell’Unione Europea abbiano adottato o stiano adottando consapevolmente il modello statunitense. Ritengo piuttosto che, al netto delle differenze tra i rispettivi contesti costituzionali, economici e sociali, lo studio dei poteri di confine e di confinamento negli Stati Uniti consenta di individuare alcune grandi tendenze storiche in atto anche in Europa.
Un sistema detentivo in crescita alimentato dalla produzione giuridica di irregolarità
La mancata pubblicazione regolare di dati completi e accessibili consente all’ICE di gestire senza reale accountability una rete di centri di detenzione sempre più estesa sul territorio statunitense. In questo vuoto informativo, il lavoro di enti di ricerca indipendenti diventa essenziale per ricostruire l’andamento effettivo del sistema. La dashboard ICE Detention Trends, basata sui dati del Deportation Data Project, offre una delle poche ricostruzioni affidabili della popolazione detenuta quotidianamente in via amministrativa a livello nazionale dal 1° ottobre 2008, colmando l’opacità prodotta dall’agenzia federale.
All’inizio del 2026 l’ICE deteneva oltre 68.000 persone, con un aumento del 78% rispetto alle circa 38.000 persone di inizio 2025. La popolazione detenuta ha raggiunto il picco storico di circa 73.000 persone a metà gennaio 2026, prima di stabilizzarsi leggermente, superando di gran lunga la capacità finanziata del sistema pari a circa 41.500 posti letto. Il bilancio per il 2026 prevede l’espansione della capienza del sistema fino a 92.600 posti letto. In attesa di questo adeguamento, il divario tra posti disponibili e presenze effettive ha generato un sistematico stato di sovraffollamento, documentato in decine di strutture distribuite in oltre quaranta territori.
Nel 2025, per far fronte alla domanda di maggiore capienza detentiva, il Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) da cui dipende l’ICE ha aperto 59 nuovi centri, ha riattivato 77 strutture chiuse e ha fatto massiccio ricorso a carceri locali e di contea tramite l’estensione di una norma che delega alle forze dell’ordine territoriali i poteri di agente dell’immigrazione. Il 4 luglio 2025 il Congresso ha approvato il One Big Beautiful Bill Act, un pacchetto di riconciliazione di bilancio che ha stanziato complessivamente 191 miliardi di dollari per il DHS: il più grande singolo pacchetto di stanziamenti nella storia del Dipartimento. Di questi, circa 170 miliardi sono stati destinati all’enforcement migratorio e alla sicurezza delle frontiere. All’interno di questa cifra, 45 miliardi sono stati specificamente allocati per l’espansione della capacità detentiva, segnando un incremento del 308% rispetto al budget di detenzione amministrativa dell’anno fiscale 2024 e rendendo di fatto l’ICE la principale agenzia federale di law enforcement per dotazione finanziaria.
Il numero di persone straniere detenute in via amministrativa varia sensibilmente in base ai cambiamenti nelle politiche migratorie e nella loro applicazione. L’aumento registrato a gennaio 2026 è dovuto innanzitutto all’intensificarsi delle attività di controllo alla frontiera e, in misura ancora maggiore, all’interno del Paese. Gli arresti effettuati dalle forze dell’ordine e dalle operazioni di espulsione si sono intensificati nel corso del 2025, mentre il tasso di arresti ha superato quello delle espulsioni e dei rilasci, facendo così aumentare la popolazione reclusa.
La crescita della popolazione detenuta da ICE riflette anche precise scelte politiche della seconda amministrazione Trump. Come osservato già in passato da numerosi studiosi, tra cui Nicholas De Genova, l’irregolarità non è una condizione intrinseca delle persone in movimento né frutto di una decisione volontaria, ma è l’esito di un regime proibizionista che rende estremamente difficile fare ingresso o permanere nel Paese in modo regolare.
Fin dal 20 gennaio 2025, giorno del suo insediamento, Trump ha firmato numerosi ordini esecutivi che hanno ridefinito in senso ulteriormente restrittivo le politiche di confine. Tra le nuove disposizioni figurano la sospensione del programma di ammissione dei rifugiati, l’abolizione della cittadinanza per nascita per i figli di non cittadini e non residenti permanenti, l’espansione delle espulsioni accelerate e un ampliamento senza precedenti dei poteri di arresto e detenzione da parte dell’ICE. Queste misure sono state ben documentate da analisi giuridiche indipendenti, tra cui l’ultimo rapporto della New York City Bar Association.
Il 29 gennaio 2025, il Congresso ha ampliato con il Laken Riley Act le categorie soggette a detenzione obbligatoria da parte dell’ICE, includendo persone semplicemente accusate di una serie di reati anche minori, inclusi furti e altri reati patrimoniali. Il 15 marzo 2025 l’amministrazione ha invocato l’Alien Enemies Act del 1798, una legge di guerra mai utilizzata in tempo di pace, per procedere alla deportazione accelerata di cittadini venezuelani accusati di legami con la gang Tren de Aragua. La Corte Suprema è intervenuta sul tema il 18 aprile 2025, bloccando ulteriori deportazioni e stabilendo che chi viene designato come alien enemy deve ricevere notifica e possibilità effettiva di contestare l’espulsione. Tuttavia, nel frattempo, molte delle persone designate erano già state trasferite nel circuito detentivo federale, comprese le strutture gestite dall’ICE.
Anche per effetto di queste politiche restrittive, si stima che a settembre 2025 almeno il 72% delle persone in custodia ICE non avesse alcuna condanna penale. Ciò conferma che la detenzione amministrativa delle persone straniere non è una risposta a reati commessi, né l’attuazione di un regime cautelare motivato da effettiva pericolosità sociale.
Occorre sempre ricordare che l’ordinamento statunitense, come quello di numerosi altri Paesi d’immigrazione, produce irregolarità in modi molteplici. Da una parte, le quote per l’ingresso legale sono strutturalmente inadeguate rispetto alla domanda: per i lavoratori poco qualificati provenienti da Paesi con alta emigrazione i tempi d’attesa prolungati per un visto, o il probabile diniego, rendono l’ingresso irregolare l’unica opzione migratoria praticabile. Dall’altra parte, i visti temporanei di lavoro sono strettamente legati a singoli datori di lavoro, creando condizioni di dipendenza che rendono difficile cambiare impiego anche in caso di sfruttamento.
Il mancato rinnovo di status o lo scadere di permessi temporanei, a partire da quelli di protezione umanitaria come il Temporary Protected Status (TPS), trasforma da un giorno all’altro persone che vivevano e lavoravano legalmente in irregolari suscettibili di espulsione. Emblematica, da questo punto di vista, è la decisione con cui il 3 ottobre 2025 la Corte Suprema ha consentito l’entrata in vigore immediata della revoca governativa del TPS concesso nel 2023 ai cittadini venezuelani, sospendendo l’ordine del giudice distrettuale che ne impediva l’applicazione. La misura ha interessato circa 300.000 persone, configurandosi come una delle più ampie revoche di status mai applicate a un singolo gruppo di non cittadini negli Stati Uniti contemporanei.
Una violenza istituzionale sempre più letale
Il profilo tipico della persona detenuta dall’ICE è relativamente giovane – l’età media si aggira intorno ai trent’anni – e prevalentemente maschile. Per lungo tempo i cittadini messicani hanno costituito il gruppo più numeroso, seguiti da persone provenienti da Guatemala e Honduras. Negli ultimi anni, tuttavia, la composizione nazionale è cambiata in modo significativo: l’evoluzione dei flussi migratori ha portato a un aumento costante di detenuti originari di Venezuela, Cuba, Colombia, Haiti e, più recentemente, di diversi Paesi extra‑americani.
Sebbene il sistema di detenzione dell’ICE sia principalmente destinato agli adulti, i minori sono stati trattenuti sempre più spesso nelle strutture. Secondo i dati disponibili, nel 2025 l’ICE ha detenuto in media 170 minori al giorno, con picchi che a volte hanno superato i 400: migliaia di minori sono stati, dunque, presi in custodia nel corso dell’anno. I minori non accompagnati dovrebbero essere trasferiti all’Ufficio per il reinsediamento dei rifugiati entro 72 ore dall’arresto, ma i minori che arrivano con un genitore possono essere detenuti insieme in centri residenziali per famiglie. Un accordo raggiunto negli anni ’90 in sede giurisdizionale, noto come Flores Settlement, stabilisce dei limiti alle condizioni e alla durata della detenzione dei minori, fissandola a un massimo di 20 giorni. L’ICE ha anche detenuto donne incinte e nel periodo post-parto. L’ultimo rapporto del DHS mostra che, a metà febbraio 2026, 121 donne incinte, nel periodo post-parto o in allattamento erano sotto la custodia, di cui 9 al terzo trimestre di gravidanza.
Le condizioni di vita nelle strutture di confinamento statunitensi sono da anni oggetto di denunce da parte di organizzazioni della società civile, avvocati, ex detenuti e giornalisti investigativi. Amnesty International ha definito “disumane” tali condizioni in almeno due centri della Florida, tra cui il Krome North Service Processing Center di Miami e l’Everglades Detention Facility, soprannominata dai detenuti “Alligator Alcatraz”. Al Camp East Montana – il più grande centro di detenzione per persone straniere del Paese, aperto nell’agosto 2025 all’interno della base militare di Fort Bliss, in Texas – varie donne intervistate hanno riferito di aver perso fino a 15 chili a causa di cibo insufficiente o non commestibile e di non aver ricevuto cure mediche adeguate: a chi si ammalava venivano spesso somministrati soltanto acqua e paracetamolo.
Un’indagine dell’ACLU, basata su oltre 45 interviste a persone trattenute nel medesimo centro, ha documentato condizioni di detenzione degradanti, uso della forza fisica e pratiche coercitive in violazione delle politiche interne dell’ICE e delle garanzie inderogabili previste dall’ordinamento. Un giudice federale di New York ha ordinato ai gestori di un centro di detenzione di migliorarne le condizioni dopo che erano stati documentati casi di persone prive di docce, pasti e biancheria da letto. In varie strutture della Florida, del Texas e della Louisiana sono stati segnalati sovraffollamento, cibo insufficiente, malattie trasmesse per via alimentare e temperature estreme.
In questo quadro già molto allarmante, il 2025 è stato l’anno più letale per la detenzione amministrativa negli Stati Uniti dal 2004. 31 persone sono morte in custodia dell’ICE, eguagliando il record del 2004 e quasi triplicando i decessi registrati nel 2024. Dicembre 2025 è stato il mese più letale mai registrato. Nei primi mesi del 2026 la tendenza si è ulteriormente aggravata: al 4 aprile 2026 almeno 25 persone erano morte in custodia dell’ICE, tre delle quali nel solo Camp East Montana.
I profili delle vittime mostrano la violenza strutturale e la crudeltà del sistema. Francisco Gaspar-Andres, cittadino guatemalteco, è morto di insufficienza renale dopo due settimane di ricovero. Emmanuel Damas, cittadino haitiano detenuto in un centro dell’Arizona, è morto di shock settico dopo che i suoi ripetuti disturbi erano stati trattati solo con analgesici da banco. Geraldo Luna Campos, cittadino cubano, è morto a gennaio 2026 dopo essere stato posto in isolamento per un’infrazione minore: l’autopsia del medico legale ha classificato la morte come omicidio, smentendo la versione ufficiale del DHS che parlava genericamente di medical distress. Quest’ultima espressione, utilizzata nei comunicati governativi, non indica una causa clinica specifica: è una formula ampia e indeterminata che rimanda a un improvviso peggioramento delle condizioni di salute, senza chiarire se sia dovuto a malattia, omissioni di soccorso o uso della forza.
Un’analisi dell’ACLU ha mostrato che la grande maggioranza dei 52 decessi avvenuti tra il 2017 e il 2021 in custodia ICE sarebbe stata evitabile con cure mediche tempestive e adeguate. L’organizzazione ha documentato ritardi sistematici nelle diagnosi, trattamenti inappropriati e omissioni gravi nell’assistenza sanitaria, indicando che molte morti non sono state il risultato di condizioni inevitabili, ma di fallimenti strutturali del sistema detentivo. La riduzione delle ispezioni, la crescita tumultuosa della popolazione detenuta, il ricorso a strutture non progettate per la detenzione di lunga durata e la diminuzione del personale medico qualificato, unito a una retorica governativa sempre più violenta e disumanizzante contro gli “immigrati criminali”, hanno creato le condizioni per un grave deterioramento della situazione.
Genesi dei poteri di confinamento e Plenary Power Doctrine
Numerosi ordinamenti contemporanei conferiscono alle autorità il potere di confinare particolari categorie di persone straniere in base allo status giuridico, alla presunta pericolosità o ad altri criteri, generalmente al fine di eseguire procedure di ammissione o, più spesso, di espulsione.
I poteri di confinamento rientrano tra quelli che propongo di chiamare poteri di confine: una costellazione di potestà che gli Stati moderni si sono progressivamente attribuiti, in nome della sovranità, per affermarsi come comunità politiche territorialmente delimitate e dotate di una popolazione stabile. Quest’ultima, lungi dall’essere un dato naturale, è il prodotto artificiale del primo e fondamentale potere di confine: la definizione del “popolo” dello Stato attraverso le norme sull’acquisto della cittadinanza, che tracciano una partizione dell’umanità dall’alto valore simbolico tra chi appartiene (e merita di appartenere) al “noi” e chi ne viene escluso. Da questa prima partizione discendono tutti gli altri poteri di confine: il controllo delle frontiere, l’autorizzazione all’ingresso e al soggiorno, l’espulsione, la regolarizzazione e la naturalizzazione. Insieme a quelli di confinamento, tali poteri configurano un diritto speciale applicato esclusivamente a chi non fa parte della comunità politica.
Per comprendere come i poteri di confinamento abbiano potuto affermarsi e continuino a espandersi, nonostante siano in contraddizione coi principi del garantismo costituzionale che nella tutela della libertà personale trova da sempre uno dei suoi pilastri, è utile ricostruirne la genesi nell’ordinamento statunitense. Attraverso lo specchio fornito dagli Stati Uniti, è possibile mettere a fuoco la violenza strutturale, simbolica e diretta che plasma le politiche migratorie anche in Europa.
La creazione di un sistema federale di controllo dell’immigrazione negli Stati Uniti è stata un processo tutt’altro che lineare, avviato con la dichiarazione di incostituzionalità dei poteri statali in materia nei Passengers Cases del 1849. La prima norma federale organica sull’immigrazione, il Page Act del 1875, ha introdotto la nozione di stranieri “indesiderabili” affermando contestualmente il potere sovrano di respingerli alla frontiera, impedendone l’ingresso nel Paese. L’Immigration Act del 1882 ha esteso l’elenco degli stranieri inammissibili per ragioni economiche, a causa della loro “turpitudine morale”, del loro stato di salute fisica o mentale, perché analfabeti, anarchici o comunque suscettibili di diventare un “peso” per la società di arrivo.
I poteri di espulsione hanno preso forma, in principio, come poteri di respingimento differito esercitabili sugli stranieri classificati come “indesiderabili”, denunciati o intercettati durante il primo anno del loro soggiorno nel Paese: è la nascita della categoria giuridica di immigrazione irregolare. Il White Slave Traffic Act del 1910 ha cancellato per le prostitute e per i loro sfruttatori il limite di tempo prima previsto per l’esercizio dei poteri di espulsione. L’Immigration Act del 1917 ha incluso tra le persone straniere deportabili senza limiti di tempo tutti coloro che fossero stati condannati all’estero per un reato indicativo di “turpitudine morale”, gli anarchici e gli stranieri recidivi condannati negli Stati Uniti a una pena superiore a un anno di reclusione o per un reato implicante “turpitudine morale”: è la nascita della categoria giuridica di straniero irregolare criminale. Con le riforme degli anni ’20 e l’introduzione del sistema dei visti e delle quote, tutti coloro che avevano fatto ingresso nel Paese in assenza di autorizzazione hanno iniziato a essere deportabili senza limiti di tempo.
Le prime legislazioni federali non menzionavano esplicitamente la possibilità di trattenere gli immigrati. Spesso il trattenimento avveniva in via informale a bordo delle navi, in attesa delle pratiche burocratiche, e poi in strutture deputate allo scopo come Ellis Island nel porto di New York e Angel Island nel porto di San Francisco. Solo in seguito la detenzione all’ingresso è diventata una misura formalizzata e persino obbligatoria in tutti i casi in cui gli ispettori non fossero pienamente convinti dei requisiti di ammissibilità di uno straniero. Vista la natura amministrativa della procedura, non era previsto alcun potere di revisione giurisdizionale, né del provvedimento detentivo né dell’eventuale respingimento: gli stranieri esclusi avevano diritto soltanto a un appello gerarchico al ministero competente. È la formalizzazione della natura eccezionale dei poteri di confine in generale e dei poteri di confinamento in particolare, esentati dal rispetto delle garanzie procedurali tipiche del diritto penale.
È stata la legge del 1917 che, nel disciplinare i poteri di espulsione, ha previsto per la prima volta che gli stranieri colpiti da provvedimenti di deportazione dovessero essere presi in custodia a cura dei funzionari dell’immigrazione. Data la genericità di questa disposizione, che non specificava né i casi in cui fosse necessario ricorrere alla detenzione, né i luoghi in cui questa dovesse svolgersi, le autorità amministrative di frontiera hanno sviluppato autonomamente una prassi solo in seguito formalizzata da circolari ministeriali. Il principio che la reclusione degli stranieri in via di espulsione fosse indispensabile per dare effettività alle espulsioni è stato determinante nel legittimare i poteri di confinamento.
Le Immigration Rules del 1° marzo 1927 autorizzano gli ispettori dell’immigrazione, per la prima volta, a trattenere lo straniero come “persona sospetta” presso i locali della polizia territoriale, previo mandato d’arresto richiesto al ministro competente. La procedura era gestita in modo totalmente autocratico dai funzionari. Né la legge né le circolari ministeriali fissavano un termine entro il quale la procedura di espulsione dovesse concludersi, lasciando gli stranieri esposti al rischio di lunghi periodi di detenzione amministrativa. Sono state le corti a stabilire successivamente il principio di una ragionevole durata della detenzione, fissandola generalmente in quattro mesi, dopo i quali lo straniero doveva essere rilasciato.
Come è stato possibile che poteri tanto esorbitanti, che incidono sui diritti fondamentali delle persone straniere, non siano stati dichiarati incompatibili con i principi del garantismo costituzionale? La risposta non risiede in una deroga esplicita alla Costituzione statunitense, ma in una costruzione giuridica più sottile e duratura: l’idea che le decisioni in materia migratoria appartengano a un ambito speciale della sovranità, collocato fuori dal raggio ordinario delle garanzie costituzionali. La qualificazione “amministrativa” della detenzione per stranieri non ne descrive la vera natura ma la maschera, sottraendola ai vincoli garantisti del diritto penale: in questo senso, non si tratta di un esplicito “diritto penale del nemico”, ma di una sua variante dissimulata e per questo anche più insidiosa.
Fin dalla fine dell’Ottocento, la Corte Suprema ha infatti qualificato l’ingresso e l’espulsione degli stranieri non come atti che incidono su diritti individuali, ma come prerogative essenziali dello Stato nella definizione dei propri confini e nella protezione della comunità nazionale da elementi estranei perturbanti o pericolosi. Le sentenze Chae Chan Ping v. United States (1889) e Fong Yue Ting v. United States (1893), adottate negli anni della violenta chiusura delle frontiere statunitensi all’immigrazione cinese, costituiscono il nucleo originario della cosiddetta Plenary Power Doctrine: un consolidato orientamento giurisprudenziale che sottrae, di fatto, l’intero campo delle politiche dell’immigrazione a uno scrutinio giudiziario pieno. Le decisioni su chi può entrare, restare o essere detenuto per via amministrativa non vengono valutate alla luce del due process o dell’equal protection under the law garantiti dal XIV Emendamento, ma secondo un criterio di estrema deferenza verso il Congresso e il Presidente, considerati i custodi della sovranità nazionale.
Nel corso del Novecento, la Corte ha costantemente riaffermato questo principio, estendendolo anche ai casi di espulsione e detenzione amministrativa. Decisioni come Knauff (1950), Mezei (1953) e Fiallo (1977) hanno ribadito che le scelte politiche in materia migratoria sono sottratte al controllo giudiziario ordinario, anche quando incidono sulla libertà personale. Più recentemente, Trump v. Hawaii (2018) ha confermato la perdurante vitalità della dottrina, riconoscendo all’Esecutivo un’ampia discrezionalità nel limitare l’ingresso di intere categorie di stranieri.
Consolidamento ed espansione della detenzione amministrativa
Con l’espansione del sistema carcerario statunitense negli anni ’80 e ’90, anche la detenzione amministrativa delle persone straniere, ammessa dall’ordinamento ma marginale nella pratica, ha iniziato a consolidarsi ed estendersi.
Nei primi anni ’80, diverse migliaia di rifugiati cubani e haitiani che arrivavano ogni anno sulle coste della Florida venivano rinchiusi in centri di detenzione appena aperti. La politica migratoria ha emulato il sistema di giustizia penale quando, al culmine della cosiddetta war on drugs promossa dal Presidente Ronald Reagan, il Congresso ha modificato l’Immigration and Naturalization Act per imporre la detenzione obbligatoria degli immigrati con determinate condanne penali. Ciò significava che la loro detenzione era automatica e obbligatoria, senza udienza né alcuna valutazione delle circostanze.
Gli anni ’90 hanno segnato un vero cambiamento di paradigma nelle politiche migratorie, portando la detenzione a diventare uno dei principali strumenti di applicazione delle leggi sull’immigrazione. L’Antiterrorism and Effective Death Penalty Act (AEDPA) e l’Illegal Immigrant Reform and Immigrant Responsibility Act (IIRIRA) hanno esteso la platea di coloro che potevano essere soggetti a detenzione obbligatoria. Le leggi del 1996 hanno inoltre reso vulnerabile alla detenzione e all’espulsione qualsiasi cittadino non statunitense, compresi i residenti permanenti legali.
Fin dalla sua nascita, nei primi anni 2000, l’ICE ha trattato l’immigrazione come un problema di sicurezza nazionale e le persone straniere come criminali, se non come potenziali terroristi. Per comprendere questo approccio occorre ricordare che l’apparato statunitense per la sicurezza interna ha subìto una radicale trasformazione in risposta all’11 settembre, nel quadro di una global war on terror dichiarata non solo fuori ma anche dentro il Paese.
Il cambiamento è avvenuto innanzitutto sul piano normativo, con l’approvazione di due leggi decisive: l’US Patriot Act e l’Homeland Security Act. Con quest’ultimo, il Congresso ha smantellato l’Immigration and Naturalization Service (INS) radicato all’interno del Department of Justice e ne ha distribuito le competenze all’interno del nuovo Department of Homeland Security (DHS). Hanno così visto la luce l’Immigration and Customs Enforcement (ICE), la Customs and Border Protection (CBP) e i Citizenship and Immigration Services (CIS).
Che l’immigrazione fosse divenuta una questione di sicurezza nazionale era evidente nel primo piano strategico dell’ICE, valido per il periodo 2003-2012, chiamato Operazione Endgame, il cui scopo dichiarato era «promuovere la sicurezza pubblica e la sicurezza nazionale garantendo l’espulsione dagli Stati Uniti di tutti gli stranieri soggetti a espulsione attraverso l’applicazione equa ed efficace delle leggi sull’immigrazione del Paese». Mentre l’ICE svolgeva le proprie attività all’interno del Paese, la CBP era incaricata di controllare i porti di ingresso e le frontiere esterne, svolgendo una valutazione del rischio di terrorismo sui passeggeri in volo verso gli Stati Uniti.
Sotto l’amministrazione Obama (2009-2017) l’enforcement delle norme sull’immigrazione irregolare è stato selettivo: l’ICE era incaricata di concentrarsi su alcune categorie della popolazione (sospetti di terrorismo, autori di reati gravi, persone di recente ingresso rimaste nel Paese oltre la durata del visto), ma ne avrebbe risparmiato altre (persone lungo soggiornanti, famiglie radicate, studenti e studentesse, persone vulnerabili o senza precedenti penali).
Nel corso del suo primo mandato (2017-2021) Trump ha revocato questo approccio selettivo di tipo “umanitario”, ampliando il perimetro delle persone deportabili, rafforzando l’uso della detenzione amministrativa e il ricorso alle deportazioni accelerate. In questa fase sono aumentati gli arresti, ma le espulsioni gestite dall’ICE sono rimaste al di sotto dei picchi raggiunti nel primo mandato Obama, per effetto congiunto dei consistenti arretrati in tribunale, di una migliore tutela legale delle persone e di una minore cooperazione delle autorità locali.
L’amministrazione Biden (2021-2025) ha circoscritto le priorità d’intervento dell’ICE alle minacce per la sicurezza nazionale e per l’ordine pubblico e all’individuazione degli overstayers di più recente ingresso. Ha limitato la detenzione amministrativa delle persone vulnerabili e ha affermato che il soggiorno irregolare non fosse, di per sé, indice di pericolosità. Ha inoltre previsto un sistema di autorizzazioni caso per caso per operare in determinate “aree protette”, come le scuole, gli ospedali e i luoghi di culto.
Il panorama è mutato nuovamente col secondo mandato Trump. L’Executive Order del 20 gennaio 2025 ha revocato le precedenti priorità dell’ICE e abolito le aree protette, ha incluso tra le priorità d’arresto le persone straniere non registrate entro 30 giorni dall’ingresso, ha reintrodotto l’espulsione accelerata per chi non può dimostrare due anni di presenza nel Paese. Significativamente intitolato Protecting the American People Against Invasion, l’ordine esecutivo contiene fin dall’esordio una vera e propria dichiarazione di guerra travestita da autodifesa:
«Negli ultimi quattro anni, l’amministrazione precedente ha invitato, gestito e supervisionato un flusso senza precedenti di immigrazione clandestina negli Stati Uniti. Milioni di stranieri illegali hanno attraversato i nostri confini o sono stati autorizzati a volare direttamente negli Stati Uniti su voli commerciali e a stabilirsi nelle comunità americane, in violazione delle leggi federali in vigore da tempo. Molti di questi stranieri presenti illegalmente negli Stati Uniti rappresentano una minaccia significativa per la sicurezza nazionale e la sicurezza pubblica, commettendo atti vili e atroci contro americani innocenti. Altri sono coinvolti in attività ostili, tra cui spionaggio e preparativi per attività legate al terrorismo. Molti hanno abusato della generosità del popolo americano e la loro presenza negli Stati Uniti è costata ai contribuenti miliardi di dollari a livello federale, statale e locale».
Inefficacia e costi della detenzione amministrativa
L’analisi comparata dei dati di deportazione e detenzione nelle ultime quattro amministrazioni statunitensi consente di valutare l’efficacia delle politiche repressive sull’immigrazione. L’amministrazione Obama ha registrato il numero più alto di deportazioni dell’era contemporanea: oltre 3,1 milioni in otto anni. Il picco è stato raggiunto nel 2012 con più di 407.000 rimozioni. La definizione di Obama come Deporter-in-Chief da parte dei movimenti per i diritti degli immigrati è significativa ma va precisata: i conteggi includevano le voluntary returns alla frontiera, quasi assenti nelle amministrazioni precedenti, rendendo i dati non pienamente comparabili sul piano storico.
Il primo mandato Trump ha prodotto meno deportazioni in termini assoluti: circa 932.000 in quattro anni, con un massimo mensile di 91.120 nell’ottobre 2020. Nonostante la retorica dell’emergenza, le rimozioni sono rimaste inferiori ai livelli Obama, anche per l’accumulo di cause nei tribunali dell’immigrazione e per la resistenza di alcuni Paesi terzi a riaccogliere i propri cittadini.
L’amministrazione Biden ha registrato circa 4,6 milioni di rimozioni complessive, concentrate in larga parte alla frontiera meridionale. Pur avendo chiuso alcune strutture problematiche, l’amministrazione ha ampliato la capacità detentiva complessiva.
Il secondo mandato Trump ha puntato soprattutto sull’aumento degli arresti: nel solo maggio 2025 ICE ha effettuato circa 30.000 fermi, il dato mensile più alto da quando esistono statistiche pubbliche. Le deportazioni, però, non hanno seguito lo stesso ritmo: tra febbraio e giugno 2025 la media mensile è stata di circa 14.700 rimozioni, inferiore alla media Obama del 2013 (circa 36.000) e solo leggermente superiore alla media Biden del primo quadrimestre 2024 (circa 12.660). Nel 2025 l’ICE ha dichiarato 622.000 rimozioni, contro le 778.000 del 2024. L’amministrazione ha inoltre rivendicato 2,5 milioni di partenze “volontarie”, dato non verificabile a causa della sospensione della pubblicazione dei dataset analitici del DHS.
Una valutazione tecnica dell’efficacia della detenzione amministrativa nel ridurre la presenza di persone prive di status regolare negli Stati Uniti porta a due conclusioni. La prima è che esiste una disconnessione strutturale tra arresti e deportazioni. Nel secondo mandato Trump la media settimanale dei rimpatri è risultata inferiore del 10,9% rispetto alla media giornaliera dell’ultimo anno Biden. L’espansione della capacità detentiva non ha prodotto un incremento proporzionale delle rimozioni. La seconda è che non esistono evidenze che la detenzione abbia un effetto deterrente sull’immigrazione irregolare. Le dinamiche migratorie sono guidate da fattori strutturali – basso reddito, assenza di prospettive, violenza, persecuzione, ricongiungimento familiare, reti comunitarie – che superano ampiamente l’impatto delle misure punitive adottate a destinazione.
A fronte di questo bilancio, colpiscono i costi elevatissimi per il mantenimento del sistema. L’ICE spende in media tra 150 e 200 dollari al giorno per persona detenuta. Per il 2024 il Congresso aveva autorizzato una spesa di 3,4 miliardi di dollari: con l’espansione a oltre 68.000 detenuti, il costo annuale reale si è avvicinato ai 5 miliardi. La detenzione amministrativa di massa è uno strumento inefficace, costoso e sproporzionato per ridurre la presenza di immigrati irregolari o per gestire i flussi migratori, anche senza tenere conto delle violazioni sistematiche dei diritti fondamentali delle persone che vi si consumano nella sostanziale impunità. La sua persistenza non può essere spiegata dalla sua efficacia operativa, ma da logiche politiche, simboliche ed economiche esterne alla gestione dei flussi.
La costruzione dello straniero come “nemico utile” e le molteplici funzioni della detenzione amministrativa
A partire dagli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, come ha mostrato Loïc Wacquant, negli Stati Uniti si è affermato un modello di governo neoliberale che accompagna il ridimensionamento dello Stato sociale con l’espansione dello Stato penale, utilizzando gli apparati repressivi per gestire le conseguenze sociali della precarizzazione economica. In questo quadro, la figura dello straniero irregolare diventa un “nemico utile”: un bersaglio attraverso cui lo Stato esibisce forza, produce consenso e compensa simbolicamente il proprio ritiro dalle funzioni di protezione.
La detenzione amministrativa degli immigrati assolve così a tre funzioni convergenti: una funzione simbolica, che costruisce il migrante come minaccia; una funzione economica, che alimenta il complesso detentivo-industriale; e una funzione disciplinare, che produce forza lavoro vulnerabile e ricattabile. È in questa triplice utilità che risiede la razionalità profonda della sua persistenza.
Sul piano simbolico, la detenzione delle persone straniere contribuisce alla costruzione del “nemico” interno-esterno, elemento centrale nell’immaginario del nazionalismo suprematista oggi egemone negli Stati Uniti. I centri di detenzione non servono primariamente a deportare, ma a rendere visibile l’esercizio del potere sovrano sull’immigrato considerato quasi di per sé come una minaccia esistenziale.
La seconda amministrazione Trump ha espresso questa logica attraverso un linguaggio e una coreografia apertamente militarizzati: operazioni denominate con nomi evocativi (“Midway Blitz”, Chicago 2025; “Catahoula Crunch”, New Orleans 2025; “Angel’s Honor”; “Metro Surge”), la diffusione sui social media di video di arresti e rimpatri, l’impiego di aerei militari per i voli di deportazione e la scelta, poi contestata in sede giudiziaria, di trasferire detenuti nel carcere CECOT di El Salvador. Ogni operazione è concepita come performance mediatica rivolta a un elettorato che identifica nell’immigrazione irregolare la causa della propria insicurezza economica e culturale.
Il Laken Riley Act rappresenta un esempio paradigmatico di questa dinamica. La legge prende il nome da una studentessa uccisa nel 2024 da un cittadino venezuelano entrato irregolarmente nel Paese: un caso individuale viene trasformato in fondamento per l’estensione della detenzione obbligatoria a persone accusate anche di reati minori, senza condanna. La categoria del criminal alien diventa così un contenitore elastico, capace di includere figure diversissime, dal richiedente asilo al residente permanente, come nel caso di Owen Ramsingh, cittadino olandese con Green card rinnovata più volte, arrestato all’aeroporto di Chicago per una condanna risalente a quasi trent’anni prima.
La retorica dell’“invasione”, utilizzata sistematicamente per descrivere l’immigrazione irregolare, consente inoltre di ricorrere a strumenti giuridici eccezionali, come l’Alien Enemies Act. Equiparando i flussi migratori a un atto ostile si crea il presupposto per sospendere le garanzie procedurali ordinarie e trattare intere categorie di persone come “nemici dello Stato”, senza necessità di una valutazione individuale della pericolosità.
La seconda funzione del sistema, meno dichiarata ma strutturalmente decisiva, è quella economica. Come mostrato da Angela Davis nei suoi lavori sul complesso detentivo-industriale, il carcere statunitense non è solo un’istituzione di controllo sociale, ma anche un settore economico che genera profitti attraverso la privatizzazione di funzioni pubbliche. Lo stesso schema si riproduce, amplificato, nel sistema di detenzione per immigrati.
I due principali operatori privati a cui l’ICE appalta la gestione dei centri sono CoreCivic e GEO Group. Nel 2025, con l’espansione detentiva prodotta dalle politiche dell’amministrazione Trump, entrambe hanno registrato risultati finanziari record. GEO Group ha dichiarato un fatturato di 2,63 miliardi di dollari e un utile netto di 254 milioni, con un incremento di circa il 700% rispetto al 2024, attribuito soprattutto ai nuovi contratti con l’ICE. L’azienda ha definito il 2025 “l’anno di maggior successo per nuovi business” della sua storia, con circa 520 milioni di dollari in nuovi contratti. CoreCivic ha quasi raddoppiato i ricavi derivanti dai contratti con l’ICE nel solo quarto trimestre 2025, passando da 120 a 245 milioni di dollari, con un utile netto di 116,5 milioni e previsioni ancora più ottimistiche per il 2026.
Il modello economico è semplice ma fortemente distorsivo: le aziende vengono remunerate per ogni giorno di detenzione per persona, con minimi garantiti che incentivano il mantenimento della massima capienza. I contratti riguardano costruzione, gestione e servizi interni alle strutture. Entrambe le aziende investono significativamente nel lobbying: nel 2024 GEO Group e CoreCivic hanno speso rispettivamente 1,38 e 1,77 milioni di dollari, concentrandosi sulle leggi di bilancio del DHS. Il valore azionario di entrambe è aumentato subito dopo la rielezione di Trump.
Accanto a questi due grandi operatori, entrambi vicini all’amministrazione Trump, il complesso detentivo-industriale migratorio comprende un vasto ecosistema: fornitori di tecnologie di sorveglianza, compagnie aeree per i voli di rimpatrio, aziende di catering e servizi sanitari, imprese di costruzione, servizi di traduzione. Acquisition Logistics, priva di esperienza nel settore, ha ottenuto un contratto da 1,3 miliardi di dollari per gestire il Camp East Montana, già ricordata per essere la struttura con il più alto numero di morti e denunce di maltrattamenti, suscitando richieste di chiusura da parte di parlamentari e organizzazioni civili.
La terza funzione del sistema è quella che Nicholas De Genova ha definito a suo tempo “deportabilità”: non la deportazione effettiva, ma la condizione permanente di vulnerabilità che deriva dalla possibilità costante di essere deportati. La deportabilità, specie se integrata con un sistema violento e potenzialmente letale di detenzione amministrativa, è un dispositivo di governo della forza lavoro: serve a creare lavoratori e lavoratrici ricattabili. L’immigrato irregolare non può rivendicare diritti sul posto di lavoro, protestare contro salari inferiori agli standard, denunciare condizioni insicure o malsane, iscriversi a un sindacato senza rischiare la segnalazione alle autorità. La minaccia della deportazione e della reclusione amministrativa diventa, così, il più efficace strumento di disciplina, funzionale alla massimizzazione dello sfruttamento.
In breve, il sistema non mira affatto a deportare tutti gli irregolari (il numero dei deportabili supera sempre di gran lunga quello dei deportati), ma a produrre lavoratori “usa e getta”, considerati superflui come persone ma indispensabili come forza lavoro in settori cruciali quali l’agricoltura, la ristorazione, l’edilizia, la cura della persona. Da questo punto di vista, non sorprende che la retorica anti-immigrazione conviva con l’opposizione delle associazioni datoriali a una riduzione dell’offerta di lavoro irregolare.
Nel discorso pubblico europeo le violente pratiche statunitensi di arresto e detenzione amministrativa delle persone straniere sono spesso viste come l’espressione dell’amministrazione di turno, da cui prendere di volta in volta le distanze: una tendenza che si acuisce nei periodi di tensioni transatlantiche come quello attuale. Occorre, invece, riconoscere che Stati Uniti ed Europa condividono molti degli elementi costitutivi dei poteri di confinamento.
Gli effetti sono comuni: violazione sistematica dei diritti delle persone straniere, sottoposte a un regime carcerario privo di garanzie penali; criminalizzazione delle migrazioni che violano il regime proibizionistico, selettivo e razzializzante della mobilità globale. Le finalità profonde sono anch’esse comuni: governare società diseguali e frammentate attraverso la paura di nemici esterni-interni; produrre forza lavoro iper-precaria e razzializzata da sfruttare; alimentare il complesso industriale della militarizzazione delle frontiere e dei centri di detenzione. Il regime giuridico, infine, è sostanzialmente comune: in nome della “sicurezza”, si istituisce uno stato d’eccezione permanente che aggira o sospende principi costituzionali e garanzie operando per via “amministrativa”.
Alla luce di queste riflessioni critiche sui poteri di confinamento, delle loro basi giuridiche e delle loro funzioni economico-politiche, non si può che guardare con scetticismo a risposte meramente “umanitarie”: sia a quelle di orientamento riformista, tese a mitigare gli abusi più estremi del sistema detentivo per stranieri, sia a quelle di più coerente orientamento abolizionista, orientate a porvi fine.
Senza politiche che contrastino le grandi tendenze del nostro tempo – centralizzazione dei capitali, crescita delle disuguaglianze, precarietà e insicurezza sociale sistemiche – e che affrontino le connesse crisi di senso e di appartenenza su cui prospera un nuovo fascismo, qualsiasi intervento riformista o abolizionista è destinato a rivelarsi inefficace o a restare inattuato. Occorre agire sulle cause strutturali dell’insicurezza che le classi dirigenti trasformano, sfruttando lo statuto costituzionale sui generis del diritto dei confini, in una secca polarizzazione amico-nemico fatta coincidere con la “razza” e con lo status migratorio di una parte delle classi subalterne.
Razzismo, capitalismo e dominio di classe sono sempre intrecciati, in modo tale che è impossibile immaginare di superare l’uno senza l’altro: la lotta per i diritti, inclusa la libertà di movimento attraverso i confini, deve necessariamente convergere con altre lotte impegnate a costruire un’alternativa di sistema.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
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Federico Oliveri è ricercatore a tempo determinato in Filosofia del diritto presso la Scuola di Giurisprudenza dell’Università di Camerino, dove insegna Informatica giuridica e Antropologia giuridica. Svolge attività di formazione, ricerca e terza missione anche presso il Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace dell’Università di Pisa, di cui è Senior fellow. È segretario di redazione di “Jura Gentium. Rivista di filosofia del diritto internazionale e della politica globale” e fa parte dell’Officina informatica su “Diritto, Etica, Tecnologie” presso il Centro di Ricerca su Discriminazioni e vulnerabilità dell’Università di Modena e Reggio Emilia. Ha pubblicato due monografie: Conflitti di cittadinanza. Jürgen Habermas e il problema del “soggetto rivoluzionario” (Mimesis, 2020) e Machina mundi. Per una regolazione democratica dei poteri digitali (Mucchi, 2025). Ha pubblicato, inoltre, vari saggi in tema di cittadinanza, confini, migrazioni, sfruttamento lavorativo, razzismo e discorsi d’odio dentro e fuori la rete, applicando quadri concettuali e metodologici tratti dalle teorie critiche del diritto. I suoi attuali ambiti di ricerca includono le teorie della cittadinanza e dei diritti digitali, la regolazione delle piattaforme digitali e dei sistemi di intelligenza artificiale militare.
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