Che cos’è la Chéchia?
La “Chechia” è un copricapo tradizionale a forma di berretto, piccolo e rotondo, realizzato in lana infeltrita, spesso di colore rosso vivo. È molto più di un semplice capo d’abbigliamento, poiché incarna secoli di storia, tradizione, identità culturale e artigianato raffinato [1].
Questo cappello conico, rigido e liscio, da non confondersi con il fez, è alto circa 20-25 cm. È leggero in estate e offre un buon isolamento in inverno. La sua vestibilità è particolarmente diffusa in Nord Africa, soprattutto in Tunisia. Grazie alla sua versatilità, può essere indossato in modo formale o casual.
In realtà, nella geografia contemporanea non esiste un Paese ufficialmente riconosciuto come patria della “Chéchia”. Tuttavia, per gli amanti della storia e della cultura nordafricana, la parola evoca un oggetto emblematico. È diventata un’arte rigorosamente codificata, realizzata in lana pettinata in diverse fasi.
Indossata non solo da uomini di tutte le età, compresi i funzionari pubblici, ma anche da donne. È diventata un segno di rispetto, saggezza e osservanza delle tradizioni locali e dell’identità tunisina.
Una storia intessuta nel tempo
«Celui qui porte la Chéchia ne porte pas seulement un chapeau; il porte une histoire»
Proverbe tunisien
La “Chéchia” ha una storia ricca e complessa che attraversa molti secoli. Ha attraversato le barriere del tempo e della cultura per conquistare un posto emblematico nell’identità nordafricana, in particolare in Tunisia, Algeria e Libia. Per comprendere le radici della «Chechia», è fondamentale scavare nella storia ed esaminare gli impatti storici, culturali e geografici che hanno contribuito alla creazione di questo copricapo tradizionale. La sua comparsa in Tunisia e in Nord Africa è legata all’espulsione dei morischi andalusi dalla Spagna in seguito alla caduta di Granada nel 1492, che trovarono rifugio in Nord Africa [2].
Gli artigiani moreschi portarono con sé le loro usanze, compreso il metodo di fabbricazione della “Chéchia”. Fu quindi sotto l’influenza dei morischi andalusi che acquisì la forma che conosciamo oggi. Il copricapo si è poi diffuso rapidamente in tutto il Nord Africa, dove è stata adottata e modificata dalle comunità locali della Tunisia, diventando un emblema culturale e simbolo di un patrimonio vivente [3].
Nel corso dei secoli, la “Chéchia” è diventata un segno identitario caratteristico di tutti i Paesi del Maghreb, parte essenziale dell’identità nazionale e culturale principalmente tunisina. D’altronde, la città di Kairouan, in Tunisia, si è affermata come centro di produzione della “Chéchia”, grazie ad abili artigiani che hanno imparato l’arte di realizzare questo copricapo. Durante il XIX secolo, l’industria della “Chéchia” raggiunse il suo apice, con centinaia di laboratori a Tunisi e nei souk specializzati come il Souk des Chéchias.
Produzione e know-how artigianato
L’arte di realizzare a mano la “Chéchia” è un mestiere meticoloso, praticato soprattutto nel vecchio quartiere della Medina di Tunisi, in particolare nel «souk El Chaouachine», dove diversi laboratori impiegano numerosi artigiani. Tradizionalmente, la “Chéchia” è confezionata con lana di ottima qualità tinta di rosso e il suo rigoroso processo di produzione prevede l’infeltrimento, la modellatura, la tintura e l’asciugatura.
Si tratta di un processo complesso e tradizionale, le cui diverse fasi sono eseguite da esperti noti come «chaouachis». Questo processo, interamente manuale, così si articola: Il primo passo è la realizzazione di berretti di lana bianca a maglia larga, seguita dalla follatura, che consiste nella trasformazione in feltro in acqua calda e sapone per conferire maggiore densità. La cardatura viene poi effettuata con una spazzola metallica per garantire la morbidezza. La lana grezza viene poi pettinata per eliminare le impurità. Una volta spazzolata per conferirle un aspetto vellutato, segue generalmente la fase di colorazione per ottenere un rosso vermiglio, una tonalità di rosso intensa e vivace. Infine, il cappello, stirato su uno stampo, è inumidito e martellato con acqua calda per ottenere il suo carattere morbido e distintivo, la sua consistenza e la sua forma finale. Subito dopo, viene risciacquato in acqua fredda con un fissativo acido per fissare il colore e impedire la decolorazione. La «Chechia» si trasforma in un pezzo cilindrico, liscio, stirato, raffinato, elegante e talvolta decorato con un pompon a seconda dello stile [4].
Nel XIX secolo, questo colore divenne la norma. Ciò ha reso più facile identificare la “Chéchia” tunisina dalle altre versioni regionali, come il nero in Libia o il bianco in alcune zone del Marocco. «La Chéchia tunisienne ne ressemble ni au fez des Algériens, ni à la calotte rouge des Turcs. Elle n’a ni l’ampleur exagérée du premier, ni la forme conique de la seconde. La Chéchia tunisienne est à peu près cylindrique et peu élevé» [5].
Questo processo manuale, tramandato di generazione in generazione, garantisce la brillantezza distintiva del vermiglio, assicurando al contempo una qualità superiore e un prodotto comodo e piacevole da indossare. La “Chéchia”, la cui, complessa lavorazione coinvolge diverse regioni tunisine (Djerba per la filatura, Ariana per la maglieria, Zaghouan per la tintura, l’infeltrimento e la finitura a Tunisi), è davvero un prodotto che viaggia instancabilmente nel tempo e nello spazio.
Oggi, artigiani appassionati continuano a tramandare questa tradizione e questo know-how parte del patrimonio immateriale della Tunisia, con diligenza e passione per la loro arte [6].
Simbolismo culturale e sociale
La “Chéchia” tunisina ha un profondo significato culturale e sociale. Rappresenta, come abbiamo detto, l’identità nazionale, l’orgoglio e la resistenza storica del popolo tunisino. È un emblema tangibile dell’eredità tunisina, poiché è stata utilizzata dai nazionalisti tunisini negli anni Venti (1920) durante la lotta per l’indipendenza e rappresenta ancora oggi un’espressione di appartenenza non solo civile ma anche culturale in occasione di feste, eventi ufficiali e nella Giornata Nazionale dell’Artigianato del 16 marzo, stabilendo un legame tra il passato andaluso e il presente tunisino. Questo tipo di copricapo è apprezzato e indossato da molte categorie di tunisini, indipendentemente dalla loro classe sociale.
Le baldi, l’apprécie très fine, aussi fine que la soie et la laine de ses jebbas
Le sheikh, l’habille d’un turban
Le paysan la couvre sous le capuchan de la cachabia
Le Zlass, la cache sous le drapé de son hrem de laine
Le marchand de lben et de « gouta » y fait flotter un châle brodé d’or, made in Taiwan
L’homme de sud, l’entortille de son chech
L’ouvrier des chantiers publics la protège sous le casque
Le pêcheur l’assortit avec son dingri, usagée et délavée par le sel marin
Le marchand de beignets l’isole par un bonnet de coton crocheté
Le cafetier la pare d’un bouquet de jasmin
Les marchands du Souk kmech, vieux dandies, y plantaient un brin de verveine ou une fleur de henné
L’intellectuel zazou l’incline sur le coté, d’un rouge aussi doux que le lin gris de sa jebba
Quant aux ouvriers chaouachis, ils se réservent les Chéchias mal façonnées, non teintes de retour du foulon [7].
Indossare una “Chéchia” significa identificarsi con una cultura, una storia e perfino una spiritualità. In molte zone rurali della Tunisia, viene ancora indossata in occasioni speciali: celebrazioni religiose (come l’Aid) o eventi familiari come i matrimoni… Vi si fa ricorso anche durante le preghiere e il Ramadan come segno di rispetto per Dio [8]. Occupa un posto centrale durante le cerimonie e viene indossata principalmente dallo sposo come segno di felicità, simbolo di gioia, prestigio e appartenenza. Portare sul capo una “Chéchia” rossa vermiglio, un colore brillante e vivace evoca festa, eleganza e solennità.
La “Chéchia” completa la «Jebba», sottolineando il suo alto rango durante le cerimonie nuziali, in quanto fa parte del costume tradizionale. Rappresenta il rispetto, la dignità, la modestia, l’umiltà, l’orgoglio, la fede e l’indissolubile legame con la vita e la storia delle comunità musulmane, spesso tramandata di generazione in generazione come eredità spirituale [9].
Sfide contemporanee e rinnovamento
La produzione della “Chéchia” tunisina si è nel tempo evoluta, preservando l’artigianato tradizionale e rispondendo alle sfide economiche e alle influenze esterne. Oggi sta riacquistando ancor più popolarità, diventando un forte simbolo di orgoglio nazionale.
Per preservare questo prezioso patrimonio materiale, il “Souk Ech-Chaouachine” di Tunisi rimane il centro essenziale dove una dozzina di esperti artigiani continuano a mantenere viva quest’arte tradizionale, tessendo filo per filo una storia secolare. Tanto più che oggi la “Chéchia” è diventata anche una fonte di ispirazione per gli stilisti contemporanei. Designer e artisti stanno ridefinendo questo cappello nelle collezioni moderne, dandogli una nuova vita attraverso la moda e l’arte. I giovani designer lo hanno aggiornato con nuove tonalità e stili, consentendogli di essere un accessorio di moda contemporaneo pur conservando le sue origini tradizionali [10].
Pur essendo tradizionale, la “Chéchia” moderna è disponibile in una vasta gamma di colori (blu, beige, grigio, verde…) per soddisfare le aspirazioni moderne e adattarsi alla moda, mantenendo la lana come materiale principale e conservando il suo ruolo di simbolo dell’identità tunisina. Grazie a questa variante, può essere indossata con una eterogeneità di abiti, tradizionali o più casual. È quindi più di un semplice copricapo, è un simbolo di memoria, un gesto di rispetto, una presenza muta che unisce passato e presente, artigianato e ricerca intellettuale.
Questo emblematico cappello tunisino ha superato i limiti geografici del suo Paese d’origine, poiché è un prodotto che circola molto più di chi lo indossa, diventando un accessorio prestigioso indossato da uomini, donne e persino bambini.
In breve, nonostante le sfide della modernità, numerose iniziative hanno cercato di preservare questo know-how e continuano a sostenere gli artigiani per evitare la scomparsa di questa raffinata tecnica. Oggi sta vivendo una rinascita grazie al turismo e agli eventi culturali, che tendono a preservare un patrimonio unico di fronte alla concorrenza industriale. La Chéchia” trova il suo spazio nel costume e nel gusto contemporaneo in occasione di Settimane della Moda quali “Tunisian Chéchia Around The World” [11].
Negli ultimi anni, L’UNESCO ha infatti inserito la produzione della “Chechia” tunisina nella sua Lista Propositiva del Patrimonio Culturale Immateriale, sottolineandone la sua importanza storica e sociale.
La “Chéchia” tunisina rimane dunque una meravigliosa sintesi di patrimonio di storia, di artigianato e di mirabile adattamento moderno alla concorrenza internazionale e alla graduale evoluzione di metodi, stili e materiali, pur rimanendo un pilastro dell’identità culturale tunisina.
In poche parole, sotto questo piccolo copricapo rosso si nasconde un’intera civiltà, con la ricchezza dei suoi simboli, la bellezza e la straordinaria vitalità delle sue tradizioni.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] http://linstant-m.tn/single-article/ar9707la-chechia-tunisienne-un-heritage-desxcellence-et-de-savoir-faire
[2] BEN MILED Mika, Le petit livre de la chéchia, Tunis, Script Edition, 2024: 47
[3] Ivi: 47
[4] BEN MILED Mika, Le petit livre de la chéchia, Tunis, Script Edition, 2024: 91-93
[5] Ivi: 25
[6] https://lartisanet.com/fr/blog/histoire-artisanat-tunisien/la-chechia-tunisienne-un-petit-bonnet-rouge-avec-une-renommee-universelle-
[7] BEN MILED Mika, Le petit livre de la chéchia, Tunis, Script Edition, 2024: 33
[8] https://www.orientaldiscount.net/content/171-chechia-et-islam-quelle-est-sa-place-dans-la-religion-histoire-et-signification
[9] https://www.tunisie.fr/la-chechia-tunisienne-tout-un-symbole/
[10] https://hraier.com/blog/chechia-tunisienne-histoire-et-information/
[11] https://jamaity.org/2015/08/la-petite-histoire-de-la-chechia/
Riferimenti bibliografici
BEN MILED Mika, Le petit livre de la chéchia, son histoire, sa fabrication, ses artisans, son commerce, Tunis, SCRIPT Edition, Novembre 2024.
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Samia Debbabi, laureata magistrale in Italianistica presso l’università di Roma tre ha conseguito nel 2025, presso la Facoltà di Lettere, Arti e Scienze Umanistiche di Manouba, il dottorato in Lingua, Letteratura e Civiltà Italiana con tesi discussa dal titolo «Più che estetica, la Bellezza è una convivenza civile». Attualmente è insegnante di lingua italiana nel settore privato. I suoi ambiti di interesse riguardano il patrimonio culturale sia materiale che immateriale tunisino con un’attenzione specifica alle dinamiche di valorizzazione dei beni storici e artistici in un contesto interculturale.
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