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Kuwait, Iraq: ombre lunghe di una guerra breve

Museo dei Martiri di Al Qurain, Kuwait.

Museo dei Martiri di Al Qurain, Kuwait

di Paola Laviola

La bandiera del Kuwait sventola sulla Casa dei Martiri di Al-Qurain, memoriale che ricorda un gruppo di giovani kuwaitiani caduti nel 1991 durante un tentativo disperato di opporsi alle truppe irachene. L’occupazione irachena aveva scardinato l’equilibrio di una regione già fragile. Quel dolore, invece di trovare giustizia, divenne il motore di un’escalation globale e aprì la strada a un’ondata di sofferenza e distruzione ancora più lunga e sanguinosa, trasformando il Golfo in uno spazio di pressioni e decisioni esterne.

Mentre il popolo iracheno si spegneva sotto le sanzioni, la lotta per la sicurezza internazionale restava il sigillo legale di una devastazione lunga vent’anni. Le rovine della casa, oggi museo, e le sue pareti crivellate da proiettili, rivelano il lato più visibile dell’occupazione, quello delle vite spezzate in un suolo domestico che non protegge, ma diventa campo di battaglia.

Nel quartiere di Al-Qurain, a Kuwait City, il 24 febbraio 1991, si svolse uno degli scontri più simbolici della resistenza kuwaitiana. In una casa di proprietà di Bader Nasser Al-Eedan, diciannove giovani allestirono una base di difesa, approfittando del fatto che la zona era meno presidiata e quindi strategica [1].

Alle prime ore del mattino l’esercito iracheno circonda l’edificio con i carri armati. Le forze della coalizione avanzano per liberare il Paese. Perciò, gli iracheni iniziano a prelevare civili dalle loro case per usarli come scudi umani e prigionieri di guerra.  Il gruppo kuwaitiano decide di combattere fino alla fine: dieci ore di assedio con armi pesanti contro ragazzi armati solo di fucili leggeri e poche granate [2]. Il leader, Sayed Hadi Al‑Alawi, sale sul tetto e viene mortalmente colpito dopo aver issato la bandiera nazionale. Dodici non sopravvivono [3].

Soldati americani ascoltano una guida locale all’nterno della casa, oggi Museo dei Martiri di Al Qurain.

Soldati americani ascoltano una guida locale all’nterno della casa, oggi Museo dei Martiri di Al Qurain

Questa non è l’unica sede di resistenza di quei giorni: gruppi armati e cellule di opposizione si erano sparse in vari quartieri e edifici della città. Tuttavia, Al-Qurain rimane il simbolo di resistenza per la lunga ferocia dello scontro, e il sacrificio dei combattenti che vi rimasero fino alla fine. Mentre il Paese si è oggi ampiamente ripreso, la ferita dei dispersi resta aperta. Il destino di oltre 600 kuwaitiani, in gran parte civili, resta ignoto. Alcuni resti, rinvenuti in fosse comuni irachene e identificati con il DNA, sono stati restituiti. Per più di 300 famiglie, però, l’attesa continua e il governo chiede a Baghdad di accelerare le ricerche, pur riconoscendo gli sforzi compiuti [4].

Alla tragedia umana si aggiunge il danno alla memoria storica e l’identità culturale del Paese: prima della guerra, il Kuwait custodiva una vasta raccolta di documenti istituzionali, accademici e culturali, conservati presso l’Università del Kuwait e il Ministero dell’Informazione, in gran parte saccheggiati o distrutti. Dal 2019 l’Iraq ha iniziato le restituzioni, ma le consegne restano ancora minime [5].

I rapporti tra Kuwait e Iraq non sono sempre stati ostili: negli anni ’80 i due Paesi erano stati alleati durante la guerra contro il comune nemico Iran, quando Saddam puntava a impadronirsi dei pozzi petroliferi del sud iraniano e a consolidare il suo dominio sul Golfo. Il conflitto lasciò però l’Iraq con enormi perdite umane e un’economia pesantemente indebitata con il Kuwait. Le tensioni si inaspriscono quando il Kuwait si rifiutò di condonare il debito e Saddam iniziò a fare leva su dispute di confine e rivendicazioni storiche.

Già a partire dall’indipendenza kuwaitiana nel 1961, infatti, i nazionalisti arabi iracheni sostenevano che il Kuwait era parte del loro territorio ed era il risultato di azioni imperialistiche britanniche. Le controversie vertevano soprattutto sul controllo della foce dello Shatt al-Arab e delle isole Warba e Boubyan, aree strategiche cruciali per l’accesso al mare.

Mappa fisico-politica del Kuwait con divisioni amministrative, principali città e confini internazionali.

Mappa fisico-politica del Kuwait con divisioni amministrative, principali città e confini internazionali

Alle ragioni di tipo territoriale si aggiungono presto le accuse fatte da Saddam al Kuwait di violare le quote OPEC, causando il crollo dei prezzi del petrolio e di sottrarre greggio oltre il confine. Il leader iracheno tenta anche di sfruttare un periodo di tensione politica interna al Kuwait, invitando alcuni membri dell’opposizione kuwaitiana a sostenerlo, ma non raggiunge i risultati sperati. La tensione sale, i molteplici tentativi di mediazione falliscono, incluso l’ultimo vertice di Jeddah del luglio 1990, e Saddam Hussein ordina l’invasione. 

L’invasione e la resistenza kuwaitiana 

Nelle prime ore del 2 agosto 1990, le truppe irachene attraversano il confine con il Kuwait per annetterlo, ottenere il controllo dei giacimenti petroliferi, e cancellare il debito. Il Kuwait non aveva predisposto lo stato di allerta, così l’attacco iracheno lo coglie del tutto impreparato.  Un tentativo improvvisato da parte degli uomini dell’esercito è una resistenza disperata all’ingresso nella città per consentire l’evacuazione della famiglia reale e per frenare l’avanzata stessa, ma lo squilibrio delle forze è evidente [6].

Alle 4 del mattino, le forze irachene sono già alle porte del Palazzo Dasman, nel cuore di Kuwait City. L’emiro Jaber Al-Ahmad Al-Sabah e gran parte della famiglia reale sono appena stati evacuati in Arabia Saudita.  Entro soli due giorni, l’esercito iracheno, numeroso e ben equipaggiato, abbatte le difese del piccolo emirato.

Nelle settimane seguenti, Baghdad tenta di legittimare l’occupazione installando un governo fantoccio, ma non ottiene il consenso. La popolazione in Kuwait reagisce rifiutando ordini, boicottando la nuova valuta e organizzando gruppi spontanei e diffusi di opposizione. Dalle stanze dell’hotel di Ta’if, l’emiro, con la sua famiglia e il governo, continua a guidare la nazione, coordinare ministri e garantire i servizi essenziali.

Parallelamente, arriva unanime la condanna internazionale a Saddam e l’ONU chiede il ritiro immediato delle truppe irachene. L’ultimatum scade il 15 gennaio 1991, e inizia l’offensiva «Desert Storm» che vedrà giorni drammatici. Fahad Al‑Ahmed Al‑Jaber Al‑Sabah, fratello dell’emiro, viene ucciso davanti al Palazzo Dasman. Oltre 1.000 civili perdono la vita durante l’occupazione, circa 3.000 restano feriti e 605 vengono presi prigionieri o risultano dispersi (dati ONU/ICRC). Più di 300.000 kuwaitiani sfollati [7].

Pozzi petroliferi in fiamme in Kuwait, 1991.

Pozzi petroliferi in fiamme in Kuwait, 1991

Le truppe in ritirata disseminano mine e incendiano ben oltre 600 pozzi petroliferi, squadre specializzate arrivate da più Paesi dovranno lavorare per mesi per spegnerli. Fumi e residui contaminano aria, suolo e mare provocando danni permanenti e un grave disastro ambientale che si estende anche oltre i confini del Kuwait. L’Arabia Saudita subisce pesanti perdite economiche e altri Paesi del Golfo ne subiscono le conseguenze [8].

Lo sceicco Jaber, accolto da una folla festante, ritorna il 14 marzo 1991 e si stabilisce in una residenza provvisoria, essendo stato distrutto il palazzo reale. Il Paese pone delle rigide condizioni nei confronti di Baghdad, e nel 2003, fornirà supporto logistico all’invasione americana dell’Iraq, chiudendo simbolicamente il cerchio iniziato quella notte di agosto. 

Ripercussioni e fratture 

La liberazione del Kuwait non chiude le ferite, ne apre altre e genera ripercussioni anche al di fuori dei due Paesi strettamente coinvolti. I legami con diversi Stati arabi che avevano mantenuto posizioni ambigue o favorevoli a Baghdad si incrinano subito. Il Kuwait sospende le relazioni diplomatiche ed economiche ed espelle molti cittadini di quei Paesi, compresa gran parte dei 400.000 palestinesi residenti [9]. La popolazione palestinese, dunque, subisce gravi ripercussioni economiche, con molti individui rimasti senza lavoro, mentre l’appoggio dell’OLP a Baghdad isola Arafat e lo costringe verso rapporti più stretti con Israele [10].

Sul piano internazionale, l’invasione rafforza il legame con le nazioni che hanno guidato la liberazione. Per la prima volta, il Kuwait accetta una presenza militare straniera stabile nel Golfo, decisione che spiazza anche le regioni vicine, ma che appare come una garanzia necessaria dopo le aggressioni subite.

 Poster di Saddam Hussein crivellato di proiettili.


Poster di Saddam Hussein crivellato di proiettili

L’azione di Saddam colpisce duramente anche l’Iraq. La Prima guerra del Golfo, tanto rapida quanto devastante, si conclude con infrastrutture rase al suolo, un numero altissimo di morti tra soldati e civili e un embargo di dodici anni che farà pagare al popolo iracheno la decisione del suo presidente. A questo si aggiungono le rivolte interne, soprattutto sciite e curde e il timore di un vuoto di potere e dell’espansione iraniana che spingono gli Stati Uniti a mantenere Saddam Hussein al comando. 

Inizia così un lungo braccio di ferro sul disarmo, preludio agli scontri, bombardamenti, sanzioni e crisi della Seconda guerra del Golfo. Una spirale di distruzione che logora l’economia e la popolazione, lasciando un Paese nel caos e in una condizione di instabilità cronica nei decenni a seguire. 

Le Kuwait Towers di Kuwait City

Le Kuwait Towers di Kuwait City

Oggi 

Oggi, le stesse acque e confini per cui si è combattuto allora, tornano al centro di nuove dispute, spostando la battaglia dalle strade di Al-Qurain alle rotte marittime e porti. Nei decenni successivi all’invasione del 1990, i due Paesi avevano riaperto il dialogo, nonostante questioni irrisolte; tuttavia, nel settembre 2023 la Corte Suprema federale irachena ha annullato la legge di ratifica del 2013 sull’accordo di Khor Abdulla per vizi costituzionali [11]

La decisione è arrivata proprio mentre il Kuwait firmava con la Cina l’intesa per il porto di Mubarak Al-Kabeer, destinato a diventare uno dei più grandi del Golfo, il che ha alimentato ancora di più il malcontento dell’opinione pubblica irachena. Il canale di Khor Abdulla resta, dunque, uno dei principali motivi di frizione tra i due Paesi.

Una controversia accesa che, mescolata a interessi economici, orgoglio nazionale e pressioni politiche interne, rilancia dispute di sovranità tra i due Stati, suscitando preoccupazioni in Kuwait e negli altri Paesi del Golfo. Lo sbocco marino condiviso tra i due, infatti, ha una posta in gioco molto alta, quella di due progetti infrastrutturali strategici. Entrambi i Paesi concorrono per completare due megaporti, distanti appena 10 chilometri l’uno dall’altro e con un valore complessivo intorno ai 13 miliardi di dollari: il Grand Faw iracheno, fulcro della Development Road con la Turchia, e il Mubarak Al-Kabeer kuwaitiano, in cooperazione con la Cina e inserito nella Belt and Road [12].

Già dagli anni Ottanta l’Iraq ambiva a diventare un nodo di transito globale, ma nel corso dei decenni, guerre, occupazione, instabilità, e inefficienza, hanno sempre frenato ogni progetto. Il Kuwait, al contrario, gode ampiamente della reputazione di Paese sicuro con cui avviare partnership, e potrebbe trarne vantaggio. Tuttavia, le controversie marittime restano un ostacolo per entrambi e la strada potrebbe rivelarsi complessa.  La competizione si inserisce in un sistema più ampio di traffici energetici e interessi globali, anch’esso basato su equilibri delicate [13]. La riuscita o meno di questi progetti determinerà il ruolo che ciascun Paese avrà come hub logistico e commerciale in tutto il Golfo [14]. 

19461886394_4fc3f776d8_b-1Conclusione 

Lontano dalle stanze dove si firma la pace o si contestano i confini, la casa di Bayt Al-Qurain ricorda che c’è sempre un momento in cui il conflitto irrompe, entra nelle abitazioni, nei quartieri, nelle vite quotidiane inaspettatamente. Ad al-Qurain la guerra è ancora tangibile come i fori di proiettili, nelle stanze invase e nei ricordi esposti. Nel mare, invece, il conflitto è fatto di rotte, e la guerra non fa rumore di carri armati, ma è logistica, diplomatica, economica. È una guerra meno visibile ma non per questo è meno reale.

Il rischio è che la geografia diventi un moltiplicatore di vulnerabilità. In uno spazio di rivalità irrisolte e urgenza di nuovi equilibri, Iraq e Kuwait sanno che nessun progetto potrà dirsi sicuro finché poggia su faglie ereditate dal passato. E come nel 1990, le scelte di oggi avranno effetti oltre i confini immediati.

La partita non riguarda soltanto la sicurezza o il commercio, ma la capacità di Baghdad e Kuwait City di trasformare le crepe della storia in occasione di confronto utile, prima che l’ombra del passato torni a reclamare, come una marea, ciò che non è mai stato risolto. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note
[1] KUNA, “Bait Al-Qurain battle testimony to Kuwaiti national unity,” Kuwait News Agency, 23 febbraio 2009.
[2] KUNA, “Bait Al-Qurain battle testimony to Kuwaiti national unity,” Kuwait News Agency, 23 febbraio 2009.
[3] Kuwait Times, “Al-Qurain Martyrs Museum Symbol of bravery and unity”, 1 Agosto 2024.
[4] Arab News, “How Iraq’s invasion of Kuwait is still shaping regional dynamics 35 years later”, 2 agosto 2025.
[5] Arab News, “How Iraq’s invasion of Kuwait is still shaping regional dynamics 35 years later,” 2 agosto 2025,.
[6] “Battle of the Bridges” Armor 104, no. 5 (1995): 25, U.S. Armor Association.
[7] Amnesty International, Iraq/Occupied Kuwait: Human Rights Violations since 2 August, dicembre 1990: 4, 44‑46 (stime su vittime civili e feriti; sfollati); International Committee of the Red Cross, Annual Report 1991, sezione Kuwait/Iraq (dati su prigionieri e dispersi)
[8] Central Intelligence Agency (CIA), Iraq’s Invasion of Kuwait: Background and Analysis, rapporto del 7 giugno 1996.
[9] U.S. Department of State, Country Reports on Human Rights Practices for 1991-Kuwait, Washington D.C., 1992.
[10] Al Jazeera, “Arafat’s costly Gulf War choice” 22 agosto 2009.
[11] The National News, “Iraqis protest maritime deal with Kuwait as court delays ruling,” 30 aprile 2025.
[12] Fiona MacDonald, “Kuwait Reengages With China to Revive Gulf Port Project,” Bloomberg, 31 maggio 2024.
[13] Arab Center Washington DC, “Geopolitical Dynamics Surrounding Iraq’s Ambitious Development Road Project”, 2025.
[14] Agenzia ICE – Italian Trade & Investment Agency, “Kuwait and Iraq in $13bn race to develop megaport“, 8 settembre 2024. 
Riferimenti bibliografici
ʿAbd al‑Muʿṭī, Yūsuf, Kuwaiti Resistance as Revealed by Iraqi Documents, Center for Research and Studies on Kuwait, 1994.
Al Ghunaim, Abdullah Yousef, Landmines and the Destruction of the Environment of Kuwait, Center for Research and Studies on Kuwait, 1999.
Benjamin, Jean‑Marie, Iraq. L’effetto boomerang da Saddam Hussein allo Stato Islamico 1991–2013–2015, Editori Riuniti, 2015.
Lombardi, Andrea (a cura di), La guerra dimenticata. Il conflitto Iran‑Iraq 1980–1988, Passaggio al Bosco, 2020.
Ricks, Thomas E., Fiasco: The American Military Adventure in Iraq, Penguin Books, 2006.
Romano, Sergio, Tempesta nel deserto, White Star, 1991.GRAFIA

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Paola Laviola, originaria di Lucera, in provincia di Foggia, si è laureata in Lettere Moderne all’Università degli Studi di Macerata. In seguito, ha conseguito un master in Scienze Storiche presso l’Università Cattolica di Milano e si è laureata cum Laude con la tesi “Donne e Giustizia Penale nella Capitanata dell’Ottocento” basata sull’analisi di documenti giudiziari dell’Archivio di Stato di Lucera. Studiosa di storia e antropologia, ha vissuto in diversi Paesi e ha viaggiato a lungo in Asia, approfondendo la storia e le religioni. Attualmente vive negli Emirati Arabi Uniti.

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