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Italo Calvino a Valdrada, al confine fra il vivere e il riflesso della vita che si vede
Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2026 @ 03:43 In Cultura,Letture | No Comments
La città e il suo doppio
C’è una serie di domande che ogni essere umano, nel suo cammino, porta dentro di sé, che ne sia consapevole o meno. Alcune di queste domande sono particolarmente cruciali. Quando si arriva in un determinato luogo o si fa una certa esperienza, queste domande possono finalmente trovare spazio e forma.
Ne Le città invisibili di Italo Calvino (1972), i protagonisti sono due personaggi storici, Marco Polo (1254-1324) e Kublai Kan (1215-1294). Polo è, naturalmente, il celebre esploratore, e racconta al Gran Kan gli esiti dei suoi viaggi, mentre al contempo cerca di fargli capire che non può salvare il proprio impero. Ogni città che il navigatore descrive al sovrano è centrata su un tema preciso, e tutte insieme a loro volta rimandano a un tema più grande che Polo non nomina mai direttamente. Le città sono memorabili, desiderate, sottili, morte, continue, nascoste, ma tutte, in qualche modo, sono stazioni di un’indagine che ha per oggetto non lo spazio bensì il soggetto narrante che lo attraversa. Il navigatore non trova le città: le costruisce nel momento in cui le racconta, e nel raccontarle costruisce sé stesso, mentre vuol fare capire qualcosa (o s’illude di farlo) al suo interlocutore.
Prendendo spunto dal fatto che il giovane Polo storicamente era, come lui stesso racconta nel Milione (ca. 1298), un favorito del Kan, Calvino impernia la trama su una dinamica che pone il navigatore come voce narrante e l’imperatore come interlocutore e ascoltatore, che è, se non oppositivo, quantomeno scettico riguardo i suoi racconti.
Ed ecco che, dentro la serie de “Le città e gli occhi”, la prima è Valdrada, la quale, come le altre città incontrate, richiama in filigrana una Venezia che è la matrice originaria, ma ha una peculiarità: non aspetta che Polo la descriva per rivelare la propria natura, piuttosto lo anticipa, perché è già essa stessa, nella propria struttura fisica, un dispositivo di auto-osservazione. Valdrada è una città che guarda chi la guarda, e così guarda sé stessa.
Calvino nomina tutte le 55 città del libro (corrispondenti ai 55 racconti-paragrafi distribuiti fra i 9 capitoli) con nomi femminili di derivazione classica o longobarda, quali Diomira, Tamara, Zemrude e così via, evocando un catalogo mitico-antropologico degno del Marco Polo storico. Il nome di Valdrada, appartenuto a diverse figure storiche del Medioevo, con la sua struttura fonica iterativa e speculare sembra rispecchiare il principio che governa la città, suggerendo fin dal livello linguistico quella duplicazione che, nello spazio urbano, diventa dispositivo percettivo e cognitivo. L’autore la introduce con precisione architettonica:
La copia è totale. Non esiste punto di Valdrada che non abbia il suo corrispondente nell’acqua. La città e il suo doppio sono le due metà necessarie della stessa esperienza.
Fin qui si potrebbe pensare a un semplice artificio descrittivo, a un brillante, immaginifico gioco. Invece Calvino aggiunge subito qualcosa che trasforma la geometria in etica: ogni abitante di Valdrada sa che ogni singolo atto è a un tempo quell’atto e la sua immagine speculare, e questa coscienza vieta di abbandonarsi per un solo istante al caso e all’oblio. Nei termini di Mead (1934), si potrebbe dire che i suoi abitanti vivono in uno stato di permanente attivazione del Me, quella parte sociale dell’identità che si costruisce attraverso lo sguardo altrui; ma, mentre in Mead lo sguardo altrui è mediato dall’interazione simbolica, a Valdrada è immediato, fisico, architettonico: il lago non interpreta, non negozia, perché restituisce subito.
Non è però il riflesso in sé che conta: è la consapevolezza del riflesso, e ciò che questa consapevolezza produce nel comportamento. Calvino porta a riprova di ciò due esempi, agli antipodi dell’esperienza umana: gli amanti che cercano come mettersi per prendere l’un dall’altro più piacere, e l’assassino che spinge il coltello nelle vene del collo cercando come uccidere con più efficacia l’avversario. Due gesti estremi: il più intimo e il più violento. E dice che non è tanto il loro accoppiarsi o trucidarsi che importa, quanto l’accoppiarsi o trucidarsi delle loro immagini limpide e fredde nello specchio. L’immagine non commenta l’azione: la supera. Ed è nell’immagine che l’azione trova, o non trova, la propria “dignità” e dunque la validazione, l’ontologica conferma, della propria esistenza.
Calvino, come di consueto, non fa alcuna morale, ma si diverte a unire etica e tecnica attraverso il potere creativo della parola, e così ci dà una fenomenologia della coscienza resa visibile attraverso l’architettura. Rifacendoci a Merleau-Ponty (1945), il corpo riflesso è vissuto come sede dell’esperienza percettiva: a Valdrada il corpo agisce, e a Valdrada-sotto il riflesso lo riduplica, ma la duplicazione scinde la certezza corporea.
Dunque questa città non è una metafora dello specchio: è lo specchio nato dal lago e reso città, abitato, vissuto. Valdrada perciò è il riflesso che si fa soglia fra la vita e la sua contemplazione cosciente di sé: speculor ergo sum. L’elemento di questa città, forse, più destabilizzante di tutti, è il modo in cui il riflesso viene restituito. Calvino scrive che il lago-specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. E aggiunge: «Le due città gemelle non sono uguali, perché nulla di ciò che esiste o avviene a Valdrada è simmetrico: a ogni viso e gesto rispondono dallo specchio un viso o gesto rovesciati punto per punto» (Ivi: 52).
Il riflesso non è fedele: è invertito e, perciò, inverte. Dunque, mentre conferma, al contempo smentisce. Ciò ribalta l’idea intuitiva che potremmo avere di una città duplice che sta sulla soglia fra la terraferma e il lago-specchio, metà nella corporeità e metà nel riflesso: Valdrada non è un dispositivo di conferma, di un’eco che amplifica e ratifica ciò che siamo. È piuttosto un dispositivo di verifica che può restituire un esito inatteso, persino contrario. Un gesto che sopra il lago sembrava dignitoso può rivelarsi, nell’acqua, privo di valore. Un atto che si credeva coerente può apparire, nel riflesso, contradittorio. È un ribaltamento che sembra il rovesciamento dello stadio dello specchio di Lacan (1949).
Infatti Valdrada è una città non solo di vertiginosa autoconsapevolezza, ma anche di qualcosa di più scomodo: una riprova che non garantisce nulla. Non basta accettare di essere osservati, bisogna accettare anche che l’osservazione possa restituire un’immagine che non corrisponde a quella che si credeva di avere di sé. Il lago è uno specchio che non lusinga ma piuttosto inverte come ritiene meglio. E le due gemelle, Valdrada e Valdrada-sotto, sì «vivono l’una per l’altra, guardandosi negli occhi di continuo, ma non si amano» (Ibidem). Con questa frase lapidaria, Calvino conclude il racconto-paragrafo sulla prima de “Le città e gli occhi”.
Per capire cosa succede davvero a Valdrada, bisogna fare un passo di lato e chiamare in causa Victor Turner, per capire la soglia e chi la abita. L’antropologo britannico, lavorando sui riti di passaggio descritti da Arnold van Gennep (1909), riprende e sviluppa il suo concetto di liminalità: quello stato intermedio, sospeso, in cui il soggetto ha lasciato una condizione senza ancora averne raggiunta un’altra. Il liminale è la soglia: non il prima, non il dopo, ma l’attraversamento stesso.
Turner descrive il soggetto liminale come threshold people (1964; 1969): figure ambigue, la cui identità è in sospensione, che non appartengono né all’ordine che hanno lasciato né a quello in cui stanno per entrare. In questa zona intermedia accadono cose che l’ordine ordinario non consente: trasformazioni, inversioni, rivelazioni. La liminalità è pericolosa e feconda insieme, è uno spazio in cui le categorie abituali perdono presa, e qualcosa di nuovo diventa possibile.
Valdrada e il suo riflesso Valdrada-sotto fanno insieme, strutturalmente, uno spazio liminale permanente, non nel senso che i suoi abitanti siano in transito, dato che ci vivono, ci sono nati e probabilmente ci moriranno, ma nel senso che la città e il suo duplicato impediscono la sedimentazione delle identità in strutture inconsapevoli e maschere mai messe in discussione. Il riflesso continuo (col suo potere di invertire, smentire e negare il valore che si credeva acquisito) non lascia che nulla rimanga segreto né si consolidi nell’ovvio.
Oltre a uno spazio liminale permanente, Valdrada è essa stessa, assieme ai suoi abitanti, un soggetto liminale. In questo senso, è la città più esigente che Calvino abbia immaginato. Non chiede ai suoi abitanti di essere eroici o sublimi. Chiede soltanto (ma è una richiesta enorme) che non si dimentichino di essere osservati, e che siano disposti a ricevere un’immagine di sé che potrebbe non piacergli.
Bauman (2000) ha descritto la condizione postmoderna come un regime di identità liquide, in cui nessuna forma si consolida mai definitivamente, perché il mondo cambia più in fretta di quanto l’individuo riesca a costruire abitudini stabili. Valdrada anticipa e radicalizza questa condizione: non per effetto della velocità sociale, ma per effetto della struttura fisica della città stessa, che impedisce architettonicamente ogni irrigidimento delle identità in forme non interrogate.
Nel romanzo, Marco Polo e il Gran Kan fronteggiano due modi diversi di voler sapere. Il dialogo tra i due è infatti, tra le molte cose, uno studio su due forme opposte di rapporto con la conoscenza. Il Gran Kan ha bisogno di sapere tutto: vuole che l’Impero sia mappato, catalogato, reso governabile attraverso la completezza dell’informazione. La sua è una sete enciclopedica che ha qualcosa di disperato, come se il possesso totale del sapere potesse arginare il declino che sente avanzare. Il sovrano vuole la mappa perfetta perché teme che senza di essa l’Impero gli sfugga di mano.
Marco Polo non si oppone a questa sete: la soddisfa e la frustra al tempo stesso. Egli ha fede che esiste un ordine invisibile che tiene insieme il mondo, ma ritiene ridicolo ogni tentativo di controllarlo, anche per il più formidabile degli imperatori. Il navigatore racconta, ma ogni racconto è incompleto, ogni città ne evoca un’altra, ogni descrizione apre uno scarto tra il territorio e la sua rappresentazione. Egli non dà al sovrano una mappa: gli dà un labirinto. E il labirinto, a differenza della mappa, non si possiede: ci si perde dentro.
Eppure c’è qualcosa di simile nei due, nella forma dialogica di cui si riveste il loro duello. Il sovrano trasforma il vissuto in dati. Il navigatore lo trasforma in racconto. Entrambe le operazioni hanno il pregio di essere produttive e il difetto di essere, in fondo, una forma di resistenza all’immediato, un modo per tenere la realtà a una distanza gestibile, traducendola in qualcosa di maneggevole.
Valdrada però non permette questa traduzione. Essa produce il doppio indipendentemente dalla volontà di chi la abita, e quel doppio può contraddire, negare, smentire. Non è possibile perciò starci e scegliere quale immagine ricevere. Si può scegliere di non guardare il lago, ma non si può fare in modo che il lago smetta di riflettere ciò che vede in noi. Richiamandoci a Foucault (1975) che ha mostrato come il panópticon benthamiano produca soggetti che interiorizzano lo sguardo del controllo, sorvegliandosi da sé in assenza di un osservatore, possiamo asserire che Valdrada riproduce questa struttura ma la svuota di ogni intenzionalità politica: il lago non è uno strumento di potere, non appartiene a nessuno né serve a nessun sistema di controllo. È semplicemente lì e, proprio per questo, è più radicale del panópticon: non si può resistere a uno sguardo che non ha soggetto, se non il soggetto che quello sguardo ricambia.
L’atto, lo specchio e la restituzione
Secondo Goffman (1959) la vita sociale è una messa in scena continua, in cui ciascuno gestisce la propria “facciata” per controllare l’impressione che produce negli altri. A Valdrada questa gestione è impossibile: il lago sottrae all’individuo il controllo sulla propria rappresentazione, restituendo un’immagine che non è stata scelta né costruita. La facciata non regge lo specchio.
Gli esempi riportati da Calvino – gli amanti e l’assassino – non sono scelti a caso. Sono i due estremi dell’agire umano: l’atto che dà vita e l’atto che la toglie, il gesto del desiderio e il gesto della distruzione. L’autore li mette sullo stesso piano rispetto alla logica del riflesso: in entrambi i casi, ciò che conta davvero è l’immagine limpida nello specchio d’acqua, il quale non è partecipe. Il lago non soffre con l’assassinato, non gode con gli amanti. Registra, e ridà agli occhi. E «la speciale dignità dell’immagine» (Calvino, 2023: 51) di cui parla Calvino per bocca di Polo non è una dignità morale nel senso tradizionale, non è un giudizio sul bene e sul male. È qualcosa di più strutturale: la capacità dell’immagine di rivelare la verità di un atto al di là delle intenzioni di chi lo compie, il quale non ha alcun controllo sull’immagine generata:
«Lo specchio ora accresce il valore delle cose, ora lo nega. Non tutto quel che sembra valere sopra lo specchio resiste se specchiato» (Ivi: 52). Questo è il punto etico più profondo di Valdrada, e il più difficile da accettare. Il riflesso non s’interessa delle motivazioni. Non distingue tra chi uccide per vendetta e chi uccide per rabbia, tra chi ama con generosità e chi ama con possesso: lo mostra. Rivela solo il gesto. E a volte il gesto, visto dall’esterno, o dal suo riflesso nell’acqua, non assomiglia a ciò che si credeva di fare e di essere. Non c’è autoassoluzione possibile a Valdrada. Non perché la città condanni, ma perché nemmeno assolve. Il riflesso non è un giudice che pronuncia sentenze: è una superficie che mostra. E mostrare, senza commentare, è forse la forma più intransigente di verità.
È difficile non pensare, leggendo di Valdrada, al modo in cui abitiamo oggi il mondo. Non perché Calvino avesse previsto i social network, ma perché la struttura che descrive è diventata, in forme diverse e molto meno eleganti, la nostra condizione ordinaria. Viviamo in un’epoca in cui ogni esperienza tende a produrre immediatamente la propria rappresentazione. Si mangia e si fotografa il piatto. Si viaggia e si posta. Si vive e si narra, in tempo reale, il vivere. La duplicazione è diventata automatica, quasi compulsiva: una risposta condizionata al vissuto che consiste nel produrne immediatamente un’immagine condivisibile.
Ma c’è una differenza cruciale tra il lago che genera Valdrada-sotto e lo schermo di un dispositivo elettronico. Il lago inverte, lo schermo ottimizza. Il riflesso nell’acqua invece può smentire il valore di ciò che riflette, può rivelare che un gesto che si credeva dignitoso o importante non lo è. La fotografia su Instagram, al contrario, è scelta, filtrata, ritagliata: non restituisce il gesto, bensì la versione del gesto che si è deciso di mostrare.
Già Debord (1967) aveva descritto una società in cui l’esperienza viva si dissolve progressivamente nella sua rappresentazione spettacolare, dove ciò che è direttamente vissuto viene allontanato in favore della sua immagine: i social network oggi ne sono l’esito più diffuso e capillare. Valdrada invece oppone a questo processo una logica radicalmente diversa: il suo specchio non produce immagini consumabili ma immagini intransigenti, che non si possono scegliere né ritoccare.
D’altro canto, ancora prima, Benjamin (1936) aveva individuato nell’aura (ossia quell’apparizione unica di una “lontananza” che appartiene all’opera originale) ciò che la riproduzione tecnica inevitabilmente dissolve senza poter mantenere né replicare. A Valdrada accade qualcosa di diverso e più perturbante: il riflesso non dissolve l’aura dell’atto ma la mette alla prova, con un riflesso impietoso che non condanna e non giustifica, ma mostra il valore reale.
Questa città, allora, non è una profezia della nostra condizione: è il suo contrario radicale. È l’immagine di una duplicazione che non concede sconti. In un tempo in cui la rappresentazione di sé è diventata un’industria (con i suoi professionisti, le sue tecniche, i suoi mercati), la città scoperta da Polo offre una figura alternativa, quasi scomoda: quella di un’auto-osservazione che non serve a costruire un’immagine nuova ma a fare i conti con quella che già c’è, e che potrebbe essere diversa da quella che credevamo.
Torniamo al navigatore. Cosa porta via da Valdrada, Marco Polo? Calvino non lo dice. Il capitolo si chiude senza morale, senza risoluzione. Le due città continuano a guardarsi, fisse, nel silenzio del lago, senza amarsi. Ma forse è proprio questo il punto. Il viaggio a Valdrada non produce un sapere nuovo: produce una diversa relazione con il sapere che già si aveva. Il navigatore non scopre qualcosa che ignorava, né si pone domande nuove; scopre di non poter continuare a ignorare quello che sapeva, così come le domande che serbava dentro. È questa la funzione della soglia nel senso turneriano del termine, ossia non traghettare da un’ignoranza a una conoscenza, ma sospendere la possibilità di restare nell’inconsapevolezza confortevole, anche quella temporale: chi ama alienarsi nei ricordi o nella progettualità, rifugiandosi nel passato o proiettandosi nel futuro, a Valdrada invece deve stare nell’hic et nunc, prendendosi tutta la responsabilità del presente mentre agisce.
Colui che passa per questa città perde la possibilità di agire senza vedersi agire, di credere che il proprio gesto valga quanto egli vorrebbe che valesse. Non che prima non lo sapesse: è che prima poteva fare finta di non saperlo, ma essa toglie tale possibilità. Come spazio liminale permanente e, al contempo, come soggetto liminale, l’unione tra Valdrada e Valdrada-sotto non configura più un luogo, ma un processo: un’addizione di atti e riflessi che si traduce in una sottrazione di valore. Dalla città e dal suo doppio così prende forma una soglia generativa, in cui la differenza tra ogni gesto e la sua impietosa restituzione produce significato.
Più avanti, verso la fine delle città invisibili, Calvino mette in bocca a Marco Polo una delle frasi più celebri della letteratura italiana del Novecento. Kublai Kan manifesta la sua preoccupazione, che è anche una presa di consapevolezza: tutto è finitezza ed erosione, perciò, nonostante i nostri tentativi di civiltà, ci attende sempre la fine di ogni cosa: «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente» (Calvino, 2023: 160).
Il Kan lo sa in fondo che le sue mire di trasformare le esplorazioni di Polo nei tentacoli del panópticon del suo impero sono vane, perché vana è l’illusione di un impero che non vada in dissoluzione. Il navigatore risponde richiamandolo all’hic et nunc:
Letta dopo Valdrada, questa risposta assume una sfumatura diversa da quella consolatoria con cui viene spesso intesa, perché la condizione preliminare per riconoscere ciò che non è inferno, è la capacità di vedere chiaramente: non solo di sperare, non solo di credere, non solo di immaginare, ma anche di vedere davvero. E vedere chiaramente, a Valdrada, significa accettare che il riflesso possa invertire, che il lago possa negare il valore di ciò che ci portiamo davanti, che la propria immagine nell’acqua possa non corrispondere all’idea che si ha di sé.
Chi non regge questa possibilità, chi guarda il lago solo sperando di trovarci conferma, non sta davvero usando lo specchio, se non come gli algoritmi usano il nostro profilo utente: per restituire ciò che si vuole vedere, non per far vedere ciò che realmente c’è. Valdrada è la palestra per l’altro modo di vedere, quello rischioso, che richiede attenzione e apprendimento continui.
C’è un ultimo aspetto che merita attenzione, e riguarda non il navigatore dentro il testo ma il lettore fuori da esso. Leggere Valdrada è, a modo suo, abitarla, così come lo è per il Gran Kan ascoltarla. Il meccanismo che Calvino descrive e si è fin qui illustrato (l’impossibilità di fare qualcosa senza vederne immediatamente il riflesso, un riflesso che può invertire e smentire) si trasferisce, in forma attenuata ma reale, all’esperienza della lettura. Il lago riflette e ridà, e gli abitanti vivono sapendo di essere riflessi e che il riflesso potrebbe contraddirli. Colui che vi passa, prima vede e poi porta via con sé non una mappa ma una serie di domande che già custodiva dentro di sé. Leggere di Valdrada infatti invita a chiedersi: cosa vedo, quando mi guardo? Reggo la mia immagine, anche quando è invertita? Sono capace di stare nel riflesso senza voltarmi, e senza ritoccarlo?
Queste non sono domande retoriche, né domande che il testo pone esplicitamente. Sono domande che emergono dalla struttura della città, dal modo in cui Calvino ha costruito mirabilmente lo spazio narrativo in un racconto-paragrafo breve, di poche righe. Non c’è bisogno che l’autore domandi “e tu, lettore, cosa fai?”, perché la città stessa funziona come dispositivo di interpello. Mette davanti allo specchio e poi si fa da parte, senza aver bisogno di spiegare. La città dice tutto già con la sua forma.
Secondo il concetto di identità narrativa di Ricœur (1990), siamo ciò che raccontiamo di noi stessi: il sé non è una sostanza fissa, ma una storia in costruzione, sempre provvisoria, sempre aperta alla revisione. A Valdrada questa storia incontra un ostacolo che non può ignorare: il riflesso del lago che genera Valdrada-sotto, riflesso che può smentire il racconto che ci siamo fatti. Ecco perché, chi passa per questa città, si porta via delle domande che prima o poi sarebbero affiorate lungo il suo cammino e che incrinano la sua identità narrativa. Domande cruciali, che nessun racconto successivo potrà ricomporre con facilità: non cosa c’è là fuori, ma chi sono io mentre guardo, e cosa vedo quando il mio riflesso mi risponde.
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