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“Italiani veri”. Marcell Jacobs, Jannik Sinner, Paola Egonu e la politica dell’identità

3di Dario Inglese 

Se ripenso alle più grandi imprese sportive italiane degli ultimi lustri, un periodo non sempre ricco di trionfi agonistici per il «bel paese là dove ‘l sì suona», me ne vengono subito in mente due: la vittoria olimpica di Marcell Jacobs a Tokyo dell’agosto 2021 sui 100 metri piani, che insieme al primo posto di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e all’oro della staffetta 4×100 segnava un momento probabilmente irripetibile per l’atletica azzurra, e il trionfo di Jannik Sinner a Wimbledon datato 13 luglio 2025, a suggellare la sua prima posizione nel ranking mondiale. Difficili anche solo da immaginare per una “nazione” tradizionalmente refrattaria all’alta velocità nella corsa e al tennis su erba (anzi, al tennis tout-court) – con le eccezioni, quasi perse tra le nebbie del mito, di Pietro Mennea, Nicola Pietrangeli e Adriano Panatta –, queste vittorie hanno proiettato Jacobs e Sinner nella leggenda azzurra e saranno, lo sono già, foriere di narrazioni epiche nei decenni a venire [1].

Al di là dei gesti tecnici che mi hanno emozionato come non succedeva da un po’, c’è però un aspetto che, da antropologo, attira la mia attenzione quando rifletto su questi personaggi: quello relativo alla politica dell’identità che si gioca intorno ad entrambi. Sì, perché Marcell Jacobs e Jannik Sinner – l’onomastica non mente – sono piuttosto lontani dall’immagine del “tipico italiano” che buona parte di noi, consciamente o meno, ha in testa. Anzi, diciamocela tutta: Marcell Jacobs e Jannik Sinner non si avvicinano affatto all’idealtipo weberiano del “Mario Rossi”, né al rassicurante “italiano medio” portato al cinema da Alberto Sordi negli anni spensierati del boom economico e successivamente oggetto della satira iconoclasta di Nanni Moretti in Ecce Bombo (1978).

Il primo, infatti, è nato in Texas, da padre americano e madre italiana, ha vissuto negli Stati Uniti per i primissimi anni di vita e ha avuto il doppio passaporto fino al 2015. È una di quelle soggettività col trattino tanto care alla sociologia delle migrazioni: un figlio del multiculturalismo che mette in discussione, con la sua sola esistenza, il senso e l’invalicabilità dei confini. Il secondo è, se possibile, persino più ambiguo, perché non c’è nemmeno la cosiddetta «linea del colore» a marcarlo. È inequivocabilmente italiano, ok, ma… Ma è più a suo agio con l’idioma tedesco, è un altoatesino con la residenza nel Principato di Monaco, appartiene a una minoranza che difficilmente trova spazio nella monolitica rappresentazione dell’identità italiana che viene raccontata ogni giorno.

Ambedue sono soggetti liminali, vivono la soglia e non hanno un centro fisso. Stanno in bilico. Ambedue sovvertono inconsapevolmente modi di pensare consolidati e sono difficili da inquadrare perché contraddicono l’immagine romantica penetrata nel senso comune, quella che ipostatizza le identità culturali in una perfetta sfera parmenidea. Ambedue, ognuno a suo modo, smascherano la natura fittizia delle categorie di matrice ottocentesca – l’epoca in cui sono nati, si sono consolidati e si sono autoproclamati eterni i nazionalismi – che ci consentono di pensare allo Stato nazione e ai suoi naturali abitanti e, soprattutto, di mettere in forma il nostro mondo come se non ci fossero alternative: il primo, Jacobs, arrivato in Italia al rimorchio dei flussi imprevedibili della globalizzazione, portando in dono al corpo nazionale il suo “corpo altro” (E se una bresciana non avesse sposato un texano? E se quest’ultimo non avesse accettato una missione militare in Corea del Sud? E se lei non l’avesse lasciato e non fosse rientrata in Italia?); il secondo, Sinner, mostrando come persino l’alterità linguistica (molto più radicale di quella vernacolare/dialettale) sia costitutiva dell’identità nazionale, per quanto quest’ultima tenti di sussumere le differenze – da qui la nascita delle cosiddette “minoranze alloglotte” – in un’italianità compatta, coerente e senza sfaccettature che si fonda su un’illusoria unità culturale (qualunque cosa ciò voglia dire).

Jacobs

Jacobs

Non a caso, allora, una parte dell’opinione pubblica, soprattutto quella orientata a destra, ha accolto le imprese dei due con una buona dose di imbarazzo e con la sensazione di aver assistito a qualcosa di inconsueto cui la retorica sovranista fa fatica ad approcciarsi. Come Jacobs e Sinner hanno già avuto modo di sperimentare, infatti, il retropensiero secondo il quale, in fondo, sia l’uno che l’altro non sarebbero “veri italiani” è piuttosto radicato, scorre carsico e tende a riemergere non appena qualcosa non funziona a dovere. Sì, perché come qualsiasi appartenente a categorie marginali prova ogni giorno sulla propria pelle, ma con un grado di violenza strutturale che due soggetti privilegiati (buon per loro) non conoscono, chi non viene immediatamente riconosciuto come un membro autentico di quella «comunità immaginata» che è la Nazione è chiamato costantemente a dimostrare la sua lealtà. E quando sbaglia qualcosa, beh, ecco apparire sopra la sua testa il fantasma dell’alterità dissimulata e dell’identità simulata. Ecco aleggiare lo spettro dell’impostore.

Jacobs torna così ad essere, con accenti smaccatamente razzisti, l’«eterno selvaggio»: il “nero-americano” tutto istinto, notoriamente bravo nelle prove fisiche ma carente in applicazione; Sinner, con toni da propaganda irredentista e para-risorgimentale, ridiventa invece l’«eterno nemico»: “l’austriaco”, “il crucco” di cui non ci si può fidare. Parafrasando Arjun Appadurai, il quale ha acutamente indagato le procedure culturali di innesco della violenza di matrice etnica, è proprio quando le cose non funzionano che il “primordialismo implode”, che certi soggetti si scoprono d’un tratto anormali, vedendosi cucire addosso dai soggetti normali un’identità spuria, passibile di diffidenza e riprovazione (nelle situazioni più gravi, di feroce aggressività e persecuzione). Nazionalità e documenti, quando si arriva a questo punto, non hanno più alcun valore, perché a prendere il sopravvento è l’«identità etnica», alimentata dallo stereotipo, che per chi la addita e la brandisce come una scure è il tratto più realmente reale che ci sia.

Tutti e due, del resto, ci sono già passati e, ne sono certo, ci ripasseranno. Marcell, dopo la vittoria olimpica, di fatto è sparito lentamente in un mare di critiche: si è perso tra i problemi fisici e le lusinghe della fama, ha fatto fatica a conformarsi all’immagine dell’atleta disciplinato tutto casa e campo di allenamento, è andato a prepararsi negli Stati Uniti mollando (ingrato!) il coach italiano e non ha più saputo ripetere, nemmeno avvicinare, l’epopea di Tokyo. Per questi motivi, ha subìto giudizi sprezzanti che ne hanno messo in discussione la professionalità e ridimensionato persino il suo alloro, bollato da qualcuno come il più classico dei colpi di fortuna.

Sinner

Sinner

Sinner invece, nonostante sia al vertice del tennis mondiale da quasi due anni, paga spesso la sua freddezza e la sua allergia ai bagni di folla – nel febbraio del 2024, dopo aver appena vinto in Australia il suo primo torneo del Grande Slam [2], aveva addirittura osato declinare l’invito al rito nazionalpopolare che va in scena ogni anno al Festival di Sanremo. Per non parlare poi della colpa gravissima, reiteratamente stigmatizzata dal principale quotidiano sportivo nazionale e pronta ad essere tirata fuori alla prima occasione utile, di cui l’altoatesino si è macchiato nell’autunno 2023 [3]: aver disertato (la scelta del verbo non è accidentale), in accordo con la FITP (Federazione Italiana Tennis e Padel), le partite del girone eliminatorio di Coppa Davis [4] previste a settembre – Coppa Davis peraltro vinta dall’Italia, proprio grazie al decisivo contributo di Sinner (schierato in singolare e in doppio), nel novembre dello stesso anno.

Il fatto che il 13 luglio 2025, una data storica per lo sport azzurro, non ci fosse alcun rappresentante governativo, nemmeno un sottosegretario di un esecutivo enfaticamente autoproclamatosi «dei patrioti», ad assistere all’atto finale dei Championships [5] appare dunque piuttosto indicativo di un disagio profondo che, al netto di qualunque cosa possano fare o non fare i due atleti in questione, mi pare prima di tutto interpretativo. Ricorrendo nuovamente all’aiuto di Appadurai, infatti, al di là dell’ammirazione e del tifo degli appassionati meno interessati alle questioni sociologiche applicate allo sport, le gesta di Jacobs e Sinner hanno provocato, con una forza mediatica che in questo Paese forse non s’era mai vista prima [6], un vero e proprio «shock epistemologico». Uno “scandalo” di difficile lettura che mette in crisi sclerotizzati modi di leggere il mondo, ma che allo stesso tempo, almeno mi piace pensarlo, potrebbe rivelarsi utile per la maturazione della nostra società.

Jacobs

Jacobs

In fondo, perché non dovrebbe accadere? Lo sport, com’è noto, non è mai solo sport: suscita passioni intense, muove le masse, incrocia diversi livelli di senso. È, riprendendo una celeberrima categoria analitica di Marcel Mauss, un «fatto sociale totale»: la società nel complesso vi si riflette, perché nell’evento sportivo convergono, e da qui si irradiano, i principali dispositivi pratici e simbolici che la fanno funzionare.

Come ci ha magistralmente insegnato Abdelmalek Sayad, tutte le comunità nazionali o statuali (ma ciò è valido per qualunque raggruppamento socioculturale) sono affette da «amnesia storica»: nel momento in cui si formano e si consolidano, cioè, tendono a negare le condizioni sociali e storiche che hanno portato alla loro genesi per rappresentarsi come concrezioni necessarie dettate dalla Natura. E dal momento che, lo si ricordava poco sopra, i nazionalismi fioriscono in pieno Romanticismo, quando cioè prendono letteralmente vita due concetti decisivi per l’articolazione della storia occidentale moderna, lo “Stato-Nazione”, raggruppamento spaziale di persone che pensano, sentono e vivono alla stessa maniera, e il “Popolo”, mistico depositario del Genio di ciascuna Nazione, ecco che ogni comunità nazionale o statuale, per essere riconosciuta, presuppone ancora oggi,  indiscussa ancorché sottotraccia, l’equivalenza romantica tra lingua, cultura e territorio. Citando i celebri versi del poeta: la Nazione, nell’immaginario collettivo, non può che essere «una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor».

Ciò di cui solitamente si tace, quando si racconta l’edificante e moraleggiante vicenda della nascita di una nazione, è che ogni identità collettiva – «garanzia laica dell’esserci e del durare», scriveva Antonino Buttitta con accenti demartiniani – è sempre l’esito di processi storici innescati dal costante confronto – ora pacifico, ora violento, ora tutte e due le cose – con l’altro; processi storici a volte rimossi, a volte depotenziati, a volte artatamente enfatizzati. Pensare che all’interno di uno Stato debbano vivere solo e soltanto persone accomunate da sangue (immagine che nel tempo ha prodotto tante tragedie, ma che purtroppo torna sempre più spesso a far capolino nei paesaggi retorici e valoriali di questa fase della contemporaneità) o cultura (che nell’uso comune, privo di vera «alfabetizzazione antropologica», si configura come un ente oggettivo, chiuso e omogeneo) è una scelta del tutto arbitraria, fondata su una «finzione» che finisce col dimenticare di essere tale.

Sinner e Berrettini

Sinner e Alcaraz

Non a caso, infatti, a meno di perseguire drammatici progetti di purezza, che possono anche sfociare – vi assistiamo impotenti ogni giorno – in vere e proprie azioni di pulizia etnica, nessun gruppo all’interno di una nazione può mai essere (e mai lo sarà) esclusivo, ovvero occupare l’intero spazio disponibile in ogni interstizio, bensì solo maggioritario rispetto ad altre identità collettive, le quali a loro volta diventano, grazie al potere di categorizzazione detenuto dal gruppo egemone, per ciò stesso “minoranze”. E, vale la pena ribadirlo, queste “minoranze” non giungono solo da fuori, come siamo abitualmente portati a pensare, illudendoci che il rimescolamento categoriale sia un fenomeno tutto sommato recente della storia umana, ma sorgono nell’attimo stesso in cui uno Stato prende forma secondo idee e programmi politico-identitari ben precisi.

Allora, tornando ai protagonisti che hanno ispirato queste note forse un po’ troppo speculative e ingenue, è come se, grazie ai «mediascapes» prodotti dalle loro imprese agonistiche, Marcell e Jannik riescano a far notare a chi li guarda dal divano il cosiddetto elefante nella stanza, ovvero ad innescare, anche disordinatamente, una riflessione sugli «ethnoscapes» che si generano ogni giorno, sollevando il velo sui processi di formazione comunitaria e rivelandoli proprio nel loro farsi. Jacobs mostrando che il movimento è uno dei tratti distintivi della vita umana sul pianeta, a dispetto delle «metafisiche della sedentarietà» concepite da certe società e dei confini che ogni giorno uomini e donne s’inventano per complicarsi la vita a vicenda; Sinner facendo luce sull’esistenza delle tante comunità minoritarie (tedesche, ladine, slovene, gallo-italiche, arbëreshë, etc.) che lo Stato italiano ha inglobato all’atto della sua genesi e che tende ad ignorare con malcelato imbarazzo. Mentre insieme a loro, e subito dietro, altri atleti e altre atlete extra ordinem (per non parlare della massa anonima di persone quotidianamente alle prese con i dispositivi di controllo di questo Paese) indossano i colori azzurri e sono costretti a parare gli strali di politici cinici e improvvisati maître à penser più a loro agio con le armi che con la penna: la campionessa olimpica di pallavolo Paola Egonu, ad esempio, ne sa qualcosa.

Egonu

Egonu

Il riferimento alla schiacciatrice padovana non è affatto casuale e merita, se non una trattazione a parte, una doverosa glossa perché da una parte conferma quanto si sosteneva prima, dall’altra rivela una strategia di discriminazione più profonda e stratificata, quindi persino più odiosa, di quella subita da Jacobs e Sinner. Se, infatti, come ho cercato di argomentare, il latente “stigma etnico” che colpisce ciclicamente il velocista bresciano e il tennista altoatesino si riattiva soprattutto quando i risultati sportivi iniziano a latitare o quando essi fanno qualcosa di comunemente ritenuto sbagliato fuori dai campi da gioco, per Egonu sembra vero il contrario: la virulenza degli attacchi subiti è direttamente proporzionale ai successi raggiunti. Le più aggressive campagne contro la giocatrice padovana sono così arrivate all’indomani dei trionfi delle azzurre del volley, Campionati Europei (2021) e Giochi Olimpici (2024), rassegne per le quali è stata nominata MVP (Most Valuable Player), ovvero al culmine della visibilità mediatica e agonistica della squadra e della giocatrice stessa.

Egonu

Egonu

Egonu racchiude in sé molteplici antinomie ed è dunque un bersaglio perfetto per polemisti di professione e avvelenatori di pozzi: è un’italiana di origine nigeriana, nata e cresciuta a Cittadella (PD), naturalizzata dopo il solito, farraginoso, iter previsto dalla normativa vigente; è un’atleta convinta dei propri mezzi che in diverse occasioni ha osato mettere in discussione le scelte tecniche degli allenatori (uomini) e che, per questo, è stata accusata di “scarso attaccamento alla maglia”; è una donna che fuori dai campi di gioco non ha mai nascosto la propria bisessualità e che ha sempre risposto a tono alle critiche gratuite. Egonu, insomma, non si conforma al contegno innocuo, remissivo, che una figlia di immigrati dovrebbe tenere verso la Nazione che le ha fatto il favore di accoglierla e ha semmai la sfrontatezza di mostrare con il suo atteggiamento che italiane non si nasce, semmai lo si diventa ogni giorno in modi diversi e mai dati una volta per tutti. Spesso e volentieri, dunque, quando si parla di lei, i pregiudizi si addensano in un nauseante groviglio di razzismo, misoginia e omofobia davvero difficile da districare.

7È un dato di fatto, d’altronde, che l’Italia – un Paese di «brava gente», scriveva ironicamente Angelo Del Boca qualche anno fa – non abbia mai fatto veramente i conti con il proprio passato e che raramente abbia ripensato sé stessa. Ciò si è tradotto non solo nella progressiva normalizzazione del ventennio fascista o nella crisi dell’antifascismo come momento fondante della Repubblica – fenomeni culminati, esattamente a cento anni dalla Marcia su Roma, nella formazione di un esecutivo guidato dagli eredi diretti di quella tragica esperienza [7] –, ma anche nell’assenza di qualsivoglia riflessione pubblica sul colonialismo (liberale e fascista) e sul modo in cui esso abbia plasmato, anche dopo la sua fine, l’approccio di molti italiani all’alterità. Razzismo, xenofobia e paternalismo si sono così subdolamente infilati tra le pieghe della società e sono rimasti lì, più o meno silenti, perché in fondo non sono mai stati oggetto di riflessione critica.

Il fatto che oggigiorno, scomparse dal discorso pubblico le memorie dirette della Resistenza e decaduti gli argini del senso civico faticosamente eretti nell’immediato dopoguerra, si scambi per irrinunciabile espressione di libertà qualsiasi manifestazione del pensiero, anche la più becera, rende la situazione grave e potenzialmente esplosiva. Ampie frange della popolazione, infatti, fiere di opporsi al cosiddetto “politicamente corretto” (che in maniera sospetta, nelle posture più reazionarie e intolleranti, fa rima con progressismo e allargamento dei diritti), manifestano senza vergogna un’idea di italianità che, anche quando non rimesta nella tradizionale sentina razzista novecentesca, si alimenta alla fonte di un culturalismo – il neo-razzismo debiologizzato e il fondamentalismo culturale di cui parlano, tra gli altri, Pierre-André Taguieff e Verena Stolcke – che valorizza improbabili purezze identitarie e stigmatizza l’accostamento all’altro come contaminante di per sé.

Per tutti questi motivi, quando ho visto Marcell Jacobs vincere l’oro olimpico in 9”80, Jannik Sinner trasformare il match point sul Centrale di Wimbledon e Paola Egonu guidare le compagne verso uno storico traguardo, ho immediatamente sentito, con una punta di commozione, che queste figure possono essere davvero «buone da pensare» per un Paese come il nostro. E mi rende felice, anche a distanza di anni, sapere che a firmare imprese sportive di tale grandezza – le più memorabili mai realizzate in Italia? – siano stati proprio loro. Loro che, prendendo in prestito ciò che scriveva Clifford Geertz a proposito del britannico sui generis Oliver Cromwell, sono gli italiani più tipici del loro tempo proprio perché sono i più bizzarri. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025 
Note 
[1] Il taglio dato alle seguenti riflessioni mi spinge a circoscrivere l’argomentazione alle sole discipline individuali, con il singolo atleta che occupa tutta la scena in rapporto alla società nel suo complesso, e a tralasciare gli sport di squadra, a maggior ragione quelli con una solida tradizione alle spalle. Se avessi deciso di tenerli in considerazione, non avrei non potuto citare la straordinaria vittoria della nazionale femminile di volley alle Olimpiadi di Parigi del 2024, grazie alla quale è arrivato in Italia un titolo, il più prestigioso previsto dalla disciplina, che la selezione maschile ha sempre e solo sfiorato. A questa squadra, tuttavia, farò indiretto riferimento discutendo, in particolare, la vicenda di una giocatrice che, dal punto di vista agonistico e socio-antropologico, merita senza dubbio alcuno di essere accostata a Jacobs e Sinner: Paola Egonu, la terza protagonista di questo scritto.
[2] Con la locuzione Grande Slam si intende l’insieme dei quattro tornei tennistici più antichi e importanti del mondo: Wimbledon (UK, 1877), US Open (USA, 1881), Roland Garros (Francia, 1891) e Australian Open (Australia, 1905). Il tennista che riesce nell’impresa di collezionarli tutti nel corso dell’anno solare completa il cosiddetto Grande Slam.
[3] All’indomani della rinuncia di Sinner, la “Gazzetta dello Sport” lanciava una serrata campagna volta a stigmatizzare la scelta del tennista altoatesino. Dopo ben due editoriali in due giorni sul quotidiano (14 e 15 settembre 2023), il culmine si raggiungeva il 23 settembre con la pubblicazione del numero 38 di “Sportweek”, inserto settimanale della Rosea: in copertina il primo piano di Sinner era accompagnato dalla perentoria didascalia «Caso Nazionale», mentre all’interno, le firme del giornale si profondevano in una reprimenda senza sconti, per non parlare degli imbarazzanti calembour ricavati dal cognome dell’altoatesino (“sinner” = “peccatore” in inglese).
[4] La Coppa Davis è la massima competizione a squadre del tennis, uno sport notoriamente individuale (o che si pratica a coppie). Fu ideata nel 1900 da quattro membri della squadra dell’Università di Harvard, tra i quali figurava Dwight Davis, ed è divenuta progressivamente un vero e proprio campionato mondiale di specialità da disputarsi ogni anno. L’Italia ha vinto il trofeo tre volte: la prima nel 1976, in una finale storica non solo per la posta in palio ma anche per il suo significato politico, si giocò infatti nel Cile di Augusto Pinochet; quindi, dopo un digiuno lungo quarantasette anni, durante i quali la competizione ha anche cambiato formula, nel 2023 e nel 2024.
[5] L’espressione antonomastica The Championships indica, non proprio sobriamente, il modo con cui il torneo di Wimbledon, il più antico e prestigioso di tutti, definisce sé stesso.
[6] Una storia culturale degli atleti italiani col trattino, appartenenti a minoranze, figli di immigrati/emigrati o naturalizzati, deve ancora essere scritta e ce ne sarebbe a mio avviso un gran bisogno. Essa affonderebbe le sue radici nei dibattiti politico-sociologici degli anni Cinquanta e Sessanta sugli “oriundi” sudamericani convocati nella nazionale di calcio e arriverebbe magari ai nostri giorni con l’irruzione delle seconde generazioni, soprattutto nell’atletica e nella pallavolo. Un caso particolarmente noto di atleta anomalo, probabilmente perché protagonista dello sport più popolare del paese, è quello di Mario Balotelli, nato a Palermo nel 1990 da genitori ghanesi e successivamente adottato da una famiglia bresciana. Carattere focoso e talento cristallino mai pienamente sbocciato, Balotelli è il calciatore italiano di colore più importante di sempre ed è stato per tutta la carriera oggetto di attacchi razzisti abilmente nascosti dietro la riprovazione delle sue performance agonistiche e della sua vita privata.
[7] Chi scrive non pensa che il governo in carica in Italia sia fascista in senso stretto, né crede che al momento il fascismo possa tornare esattamente come apparve un secolo fa. Crede piuttosto che il discorso politico-mediatico sostenuto dall’attuale esecutivo – un discorso che per la verità il centro-destra italiano porta avanti almeno dall’inizio degli anni Novanta del XX secolo – stia attivamente lavorando, più che al ritorno del fascismo in sé, all’indebolimento dell’antifascismo e alla creazione di un regime di discorsività in cui, con la scusa del superamento di ogni steccato ideologico, l’idea fascista trovi spazio tra le esperienze legittime (ancorché criticabili) cui questo Paese possa guardare e riconoscersi. I rischi di un tal modo di procedere sono evidenti, anche se non tutti danno l’impressione di accorgersene. Essi, oltre ad allontanare l’Italia dal consesso democratico, la avvicinano pericolosamente alle subdole forme di autocrazia e democratura che si stanno sviluppando un po’ ovunque nel cosiddetto “mondo occidentale” (Europa dell’est, Israele, USA). 
Riferimenti bibliografici 
Anderson B., 1996, Comunità immaginate. Origini e fortuna dei nazionalismi, Laterza, Bari-Roma. 
Appadurai A., 1996, Modernità in polvere, Meltemi, Milano. 
Buttitta A., 1996, De insula o di un itinerario dell’ambiguità, in Buttitta A., Dei segni e dei miti. Una introduzione all’antropologia simbolica, Sellerio, Palermo. 
Del Boca A., 2005, Italiani brava gente, Neri Pozza, Venezia. 
Geertz C.,1988, Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna. 
Inglese D., 2024, Sui pericoli della reificazione delle categorie. Per un’alfabetizzazione antropologica, in Inglese D., Antropologia a tutto campo. Discorsi sulla contemporaneità, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo. 
Lévi-Strauss C., 1964, Totemismo oggi, Feltrinelli, Milano. 
Mallki L. H., 1997, National Geographic: The Rooting of Peoples and the Territorialization of National Identity among Scholars and Refugees, in Gupta A., Ferguson J., (a cura di), Culture, Power, Place. Explorations in Critical Anthropology, Duke University Press, Durham & London: 52 74. 
Mauss M., 2002, Saggio sul dono. Forma e motivo dello scambio nelle società arcaiche, Einaudi, Torino. 
Sayad A., 2002, La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina Editore, Milano.
Stolcke V., 1995, “Talking Culture. New Boundaries of Exclusion in Europe”, in Current Anthropology, vol. 36, n. 1: 1 24. 
Taguieff P. A., 1999, Il razzismo. Pregiudizi, teorie, comportamenti, Raffaello Cortina Editore, Milano. 

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Dario Inglese, ha conseguito la laurea triennale in Beni Demo-etnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e la laurea magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Si è occupato di folklore siciliano, cultura materiale e cicli festivi. A Milano, dove insegna in un istituto superiore, si è interessato di antropologia delle migrazioni e ha discusso una tesi sull’esperimento di etnografia bellica Human Terrain System. Ha recentemente pubblicato presso le Edizioni del Museo Pasqualino nella collana “Dialoghi” il volume Antropologia a tutto campo. Discorsi sulla contemporaneità.

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