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Israele e il rifiuto Arabo, tra Archeologia e Politica

11di Bruno Genito [*] 

Introduzione 

Mi è stato gentilmente chiesto di fare, in questo numero di Dialoghi Mediterranei, un commento sull’articolo di Dikla Taylor-Sheinman [1] relativo all’archeologia in Israele e al ruolo che essa starebbe assumendo in quel Paese alla luce dell’ennesimo e tragico conflitto con i Palestinesi. In realtà, ciò che appare più significativo nell’articolo è l’intervista che la stessa Dikla Taylor-Sheinman fa a Rafi Greenberg, archeologo, professore della Tel Aviv University. Ho accettato volentieri di proporre alcune considerazioni sul tema, tuttavia, prima di entrare nel dettaglio delle interessanti, significative e anche provocatorie riflessioni contenute sia nell’articolo, che nell’intervista, mi sembra, opportuno fare alcune premesse di metodo e di merito sulla storia del rapporto, alquanto problematico, tra politica e archeologia.

Senza di esse, come si potrà vedere, è difficile non solo commentare la stessa intervista, ma anche comprendere appieno le ragioni che stanno a monte di un approccio drastico ad un argomento così problematico. 

Primi scavi a Poompei voluti da Carlo III di Borbone,  1748

Primi scavi a Poompei voluti da Carlo III di Borbone, 1748

Premesse 

Come è noto, l’archeologia modernamente intesa nasce all’inizio del XVIII secolo in Europa (nel 1738/1748 con i primi scavi a Ercolano e Pompei, voluti da Carlo III di Borbone) [2] come attività di ricerca rivolta al passato, ma con un carattere fondamentalmente “nazionalista”, legato, cioè, al sorgere in Europa degli Stati nazionali [3]. In realtà, nel mondo antico e medievale occidentale c’erano già state illustri iniziative culturali in relazione al concetto di archeologia, là dove la parola stessa era stata usata per evocare un passato, in vario modo richiamabile o a cui ricondursi, e che indicava più il suo coté “antiquario” che non quello più moderno di vero e proprio studio del passato [4].

Nei Paesi in cui cominciò a realizzarsi, in Europa, come nel Medio Oriente [5], questo ruolo dell’archeologia si è poi via via accresciuto con l’affermazione del colonialismo europeo e con la sua declinazione più moderna: quella delle diverse forme di imperialismo (politico, economico etc.), a partire per lo meno dalla spedizione di Napoleone in Egitto (1798-1801). In altre parole, sin dall’inizio l’archeologia non è mai stata una scienza “innocente” ma si è proposta come una attività originata da una precisa azione politica.

Questo drastico e tranchant preliminare assunto non deve, però, portarci a pensare che tutte le attività archeologiche degli ultimi due secoli e mezzo siano state, in Occidente, come in altre parti del mondo, pensate, programmate e realizzate all’insegna di un progetto di dominio politico e/o economico più o meno legittimato dalle fonti, dalla geografia e dalla storia. Quell’assunto ha avuto un preciso significato proprio alla luce della costituzione degli Stati europei tra il XV esimo e il XVI Iesimo secolo [6], e questo soprattutto perché sono stati proprio alcuni di quei Paesi europei a intraprendere, per primi, attività di scavo nel mondo. Un’eco di ciò e motivazioni altrettanto impegnative si svilupparono ben presto anche in realtà non europee, come la nuovissima America, la tradizionalissima e imperiale Russia degli Zar e, molto tempo dopo, la democratico-popolare Cina. Quell’assunto, ad una più dettagliata osservazione, risulta molto più complesso e difficile da decifrare e declinare, in Europa e nei Paesi sunnominati, così come nel Medio ed Estremo Oriente, poiché le sue numerose varianti si sono, purtroppo, prestate alle più ingegnose e, spesso, improprie ricostruzioni storiche improntate o alle più ferree ideologie conservatrici nazionalistiche, o alle più spericolate forme di velleitarie ideologie progressiste universalistiche.

Che l’archeologia sia stato un mezzo per cominciare a conoscere a fondo il passato di Paesi diversi da quello nel quale i primi pionieri (quasi tutti europei) erano nati e vissuti è un dato di fatto, e che la ricostruzione del loro passato sia, poi, stato, spesso, interpretato attraverso i filtri della cultura di chi quegli scavi li realizzava è un altro elemento che può e deve far riflettere. Esistono, tuttavia, moltissimi altri Paesi che non hanno mai mostrato un grande interesse verso il proprio passato e nemmeno verso quello degli altri, e questo è un altro aspetto su cui andrebbe fatta un’attenta riflessione. Per questo ho inoltre sempre pensato che realtà geo-politiche perennemente conflittuali come, oggi, quella medio-orientale [7], quella caucasica [8], quella centro-asiatica [9] e, ancora, più ad oriente, quella della Cina occidentale [10], non siano facilmente comprensibili da parte di chi vive da sempre, come in Occidente, all’interno di realtà nazionali etnicamente, culturalmente, linguisticamente e politicamente omogenee, definite, consolidate e legittimate da più secoli di vita. Tutto ciò ha portato ad un vero e proprio corto circuito là dove la maggior parte delle spedizioni archeologiche fatte dagli occidentali dal XVIII esimo secolo in poi si sono cimentate in attività di scavo su siti, aree, regioni o Paesi appartenenti a popolazioni “native”, delle quali a torto o a ragione, si sono proposte quelle ricostruzioni di cui parlavamo prima, e non sempre, invece, quelle ragionevolmente e scientificamente più plausibili.

Naturalmente altra cosa è, invece, come non dovrebbe essere difficile immaginare, vivere da secoli in contesti multi-etnici, multi-linguistici, multi-culturali, e spesso anche multi-religiosi, come nelle realtà geo-politiche su menzionate. Qui la conflittualità nasce e si alimenta proprio nell’incapacità di riconoscere le rispettive diversità, anche le più lontane, senza considerarle, quindi, compatibili e reciprocamente accettabili. Questo tipo di riconoscimento per noi occidentali, al di là di alcuni gravi fenomeni di intolleranza religiosa ed etnica – basti pensare alle due repubbliche Irlandesi [11], alla comunità basca [12], o alle nazionalità della vecchia Jugoslavia – [13], tuttora ancora presenti in Europa, è stato, in qualche modo, per larga parte, e da tempo, ampiamente accettato e risulta, ormai, per noi quasi scontato. In altre parti del mondo non è così e le diversità colà esistenti, non hanno trovato o non riescono ancora a trovare accettabili forme di sintesi politico istituzionali. Appare sempre più chiaro, d’altra parte, che queste ultime non sono possibili se non in presenza di contesti socio-politici aperti, liberi, con pluralismi politici, aperture mentali e tolleranze che, come è noto, sono ormai un patrimonio minoritario tra i Paesi del nostro pianeta.

Celebrazione dei 2500 anni dell'Impero Persiano, 1971

Solenni celebrazione dei 2500 anni dell’Impero Persiano, 1971

Va inoltre aggiunto che il rapporto difficile, discusso e criticato tra la politica ed altri aspetti della vita socio-culturale di un Paese e, quindi, anche dell’antico, della religione di una data comunità, non solo c’è sempre stato, ma si è spesso ingigantito proprio nei momenti in cui la conflittualità è sfociata in tragici esiti militari. In sintesi, questa conflittualità esiste da epoche molto antiche, proprio perché qualunque forma di potere è sempre stata solita sminuire e attaccare le identità culturali e religiose di quelli ad essa antagoniste per poterle meglio dominare. Così è stato nel nostro mondo euroasiatico per l’epoca sumero-accadica, l’ittita, quella assiro-babilonese, dell’antico Egitto, e greco-romana. I concetti latini, poi, di caput mundi, mare nostrum, e mediterraneum [14], quello greco di “barbaroi[15], nel vicino oriente antico quello iranico di “Iran e Aneran[16] e, in estremo Oriente, quello cinese di Zhōng guó, “Paese di mezzo” [17], sono solo alcuni degli esempi più macroscopici della parzialità dell’uso politico di terminologie geografiche da parte di quelle grandi civiltà. Non c’è bisogno, poi, di ricordare l’italianissima e recente epoca fascista, la quale ha particolarmente enfatizzato la “romanità”, e con essa, le antichità archeologiche presenti sulla nostra penisola nei suoi due “sfolgoranti” e tragici decenni in cui è stata dominante. Conseguenza di ciò è stata l’erronea considerazione per cui un paio di millenni dall’epoca cristiana fino al secolo scorso non sarebbero mai passati davvero [18]. Né va dimenticato, in questo senso, il ruolo svolto da molti regimi autocratici come l’Iran dell’epoca dello Scià che, nel 1971, organizzò in pompa magna grandiosi festeggiamenti del 2500-esimo anniversario della nascita dell’impero persiano di Ciro II il grande [19].

L’uso disinvolto di termini così onnicomprensivi si è protratto per secoli fino all’epoca della nascita dell’archeologia; nonostante i dati archeologici, tranne alcuni casi macroscopici, in cui l’evidenza archeologica (cultura materiale, artistica, architettonica) si combina perfettamente con i dati storici e linguistici e dove, quindi, la sua pertinenza etnico-culturale è un dato di fatto indiscutibile, non sempre riescano a dare risposte definitive alle domande e alle richieste della politica in termini di attribuzione etnica, culturale e linguistica dei resti rinvenuti. Questo, naturalmente, è più evidente soprattutto nelle aree in cui i fenomeni di formazione e costruzione dello Stato non sono stati così netti, e in quelle in cui le popolazioni socialmente organizzate in uno stadio evolutivo pre-statale, tribale, sono state, spesso, anche caratterizzate in senso economico, da perenni e consistenti fenomeni migratori di tipo nomadico, proprio come in parte nel Vicino e Medio Oriente e in Asia Centrale. 

7119wswkhql-_uf350350_ql50_La Palestina, contesto storico 

Non mi soffermerò sulla natura e le cause del conflitto israeliano-palestinese, problematica complessa e fortemente lacerante che ha spaccato le coscienze e le menti di popoli e genti, sia quelli in esso direttamente coinvolti, sia quelli che non lo sono mai stati. Essa va molto al di là delle mie competenze, e lascio volentieri ad altri più esperti e consapevoli del sottoscritto, le riflessioni più dettagliate sul caso. Mi limiterò, invece, a descrivere alcuni momenti del contesto storico di riferimento nel quale quel conflitto si è originato e tuttora continua a esistere. Comincerò, ovviamente, dai periodi più antichi, anche se le antichità delle aree in questione non sono mai state oggetto specifico delle mie attività di ricerca. Alcune riflessioni più generali le lascerò alla fine di quest’intervento sulla falsariga di quanto, alla fine degli anni sessanta, propose lo storico e islamista Maxime Rodinson in un suo famoso libro dal titolo emblematico Israele e il rifiuto arabo, parole che ho usato come parte del titolo che ho dato a questo articolo. Ancor’oggi quelle parole mi sembrano utili, anche se non mi risulta che molti le conoscano [20].

I territori palestinesi, dal passato e dal presente molto discussi sono stati profondamente segnati da eventi storici, culturali, religiosi e politici che continuano a influenzare l’attualità. Il nome “Palestina” evoca un territorio conteso, abitato da secoli da popolazioni diverse, e al centro di un conflitto che ancora oggi scuote il “Medio Oriente”. L’etimologia del nome risale all’epoca romana, quando viene usata la parola Palaestina, ossia terra dei Peleset, probabilmente, cioè, dei Filistei [21], che in quell’epoca vivevano nella regione geografica del Medio Oriente, precisamente, lungo la sua costa meridionale.

Le guerre giudaiche rappresentano lo spartiacque fondamentale e un periodo cruciale nella storia antica della regione, evidenziando le tensioni tra l’Impero Romano e le popolazioni soggette, tra cui quelle giudee. Questi conflitti non solo plasmarono la storia della Giudea, ma influenzarono anche le dinamiche religiose e culturali dell’epoca, con ripercussioni che si fanno sentire ancora oggi. Quella serie di conflitti tra gli Ebrei e l’Impero Romano iniziò nel 66 e terminò nel 135 d.C. con la distruzione del secondo tempio di Salomone a Gerusalemme, dopo la distruzione del primo da parte dell’imperatore Tito.

La prima guerra durò fino al 73 d.C. e la causa fu relativa a diversi fattori, tra cui il malgoverno romano, le tensioni sociali e religiose, e il tentativo dell’imperatore Caligola di imporre la sua propria venerazione nel Tempio di Gerusalemme. La situazione, peraltro, era già tesa a causa della corruzione dei procuratori romani e del crescente malcontento tra la popolazione ebraica che reclamava l’indipendenza.

La seconda guerra, chiamata anche “guerra di Kitos” dal nome del principale generale romano Lusio Quieto, si svolse tra il 115 e il 117, coinvolgendo gran parte delle città della diaspora ebraica sotto il regno dell’imperatore Traiano.

La terza, nota anche come rivolta diBar Kokhba (o Bar Kokheba)”, fu l’ultima grande rivolta ebraica contro l’occupazione romana; si svolse tra il 132 e 135 ed ebbe come teatro proprio l’area dell’antica Israele, che non aveva invece partecipato alla rivolta dell’epoca traianea, dove si erano rafforzate le correnti religiose e culturali che avevano scatenato la precedente rivolta.

Da quel momento in poi, i romani rinominarono la Giudea Syria Palaestina, con il chiaro intento di far dissolvere e dimenticare la memoria storica ebraica sul territorio. Quella terra, composta da Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza, fu chiamata dai più Palestina, in senso geografico e non politico, e la ritroviamo così identificata nei testi Bizantini, Arabi, e di epoca Crociata e Ottomana.

Quei tragici eventi segnarono per i Giudei la fine del sogno di uno Stato indipendente e il rinvio definitivo dell’idea dell’arrivo di un Messia, che perse l’immediatezza che si pensava dovesse, invece, avere. Tale speranza avrebbe ripreso concretezza solo nel XIX secolo, con la nascita del sionismo [22].

Durante l’impero ottomano, che ha controllato questa regione dal 1516 fino al 1917, poco prima della sua dissoluzione, non esisteva una provincia chiamata “Palestina”, che era, invece, suddivisa in diversi distretti. Il termine, però, continuò a essere utilizzato in ambiti culturali e geografici, ma non politici. Tuttavia, dopo la Prima guerra mondiale la Società delle Nazioni assegnò alla Gran Bretagna un mandato politico-amministrativo sulla Palestina. Comparendo così sui documenti ufficiali dell’epoca, il termine Palestina assunse anche un significato politico e comprendeva tutti gli abitanti della regione, ebrei compresi. Dopo il 1948, con la nascita dello Stato di Israele, il termine “palestinese” cominciò a riferirsi, invece, principalmente alla popolazione arabo-palestinese, rimasta, nei fatti, senza uno Stato. In realtà, l’ONU nel 1947 aveva proposto la divisione della Palestina del mandato in uno Stato ebraico e uno arabo, ma mentre i leader ebrei avevano accettato, quelli arabi avevano rifiutato nella paura di perdere in tal modo il legame con il territorio, così forte nell’identità culturale palestinese.

brnsansonÈ proprio in questi anni che vanno ritrovate le origini del moderno conflitto israelo-palestinese che ancora oggi interessa tragicamente tutta la regione, anche se già nell’Ottocento, con l’inasprimento del nazionalismo ebraico sionista e la nascita di quello palestinese, si erano presentati momenti di forte tensione. Dopo la nascita dello Stato di Israele, scoppiò la prima guerra arabo-israeliana, che vide la vittoria israeliana contro Egitto, Siria, Libano, Giordania e Iraq e l’espulsione di oltre 700.000 arabi dalla regione, evento noto come “Nakba”, la “catastrofe” [23].

Un altro momento di forte tensione militare fu la cosiddetta crisi di Suez, un conflitto determinato nel 1956, dall’occupazione militare del canale di Suez da parte di Francia, Regno Unito, e Israele, a cui si oppose l’Egitto. La crisi si risolse quando l’Unione Sovietica minacciò di intervenire a fianco dell’Egitto e degli Stati Uniti. A quel punto britannici, francesi e israeliani, temendo l’allargamento del conflitto, si decisero al ritiro.

Terzo momento conflittuale militare avvenne nel 1967, con la cosiddetta la Guerra dei Sei Giorni, quando Israele conquistò Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est, territori ancora oggi al centro del conflitto.

Quarto momento decisivo fu la guerra del Kippur (nota altresì come guerra del Ramadan, guerra d’ottobre o quarta guerra arabo-israeliana), un conflitto armato combattuto dal 6 al 25 ottobre del 1973 tra una coalizione di eserciti arabi, composta principalmente da Egitto e Siria alleatisi per combattere contro Israele.

Seguirono decenni di tensioni, attentati e guerre, con le grandi rivolte palestinesi dell’Intifada [24], tra il 1987 e 1993 e tra il 2000 e 2015. Nel 1988 l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) aveva proclamato lo Stato di Palestina e, al termine della prima Intifada, nel 1993, si cercò di avviare un percorso di pace che fu portato a compimento con gli accordi di Oslo stipulati tra l’OLP e lo Stato di Israele a cui seguì la creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma la pace durò molto poco e gli accordi ben presto fallirono. Nel 2005 Israele si ritirò da Gaza, lasciando campo libero, dal 2007, all’organizzazione terroristica di radice islamista Hamas, che occupò la regione.

Oggi il termine “Palestina” è comunemente usato per indicare i Territori Palestinesi: Cisgiordania, “occupata” da Israele dal 1967, e Striscia di Gaza. Oggi quei territori sono riconosciuti da oltre 130 Paesi e godono dello Stato di osservatore non membro dell’ONU, status concesso dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2012 con la risoluzione 67/19 e che non lo identifica come membro a pieno titolo. La Palestina, infatti, può partecipare a molte attività come convegni e conferenze, ma non ha diritto di voto né può candidarsi agli organi dell’ONU. Dall’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, il conflitto si è riacceso più forte che mai e le IDF (Forze di difesa israeliane) stanno facendo tabula rasa dell’area della Striscia di Gaza. 

negevDikla Taylor-Sheinman e l’intervista a Rafi Greenberg 

L’articolo della Dikla Taylor-Sheinman e l’intervista ivi contenuta a Rafi Greenberg si snodano su due piani in qualche modo distinti: il primo cerca di fare luce sul perché oggi si possa, o si debba in Israele parlare di “militarizzazione” dell’archeologia; il secondo si concentra, soprattutto nell’intervista, sui dettagli di metodo e di approccio che l’archeologia adotterebbe per giustificare la sempre più massiccia presenza israeliana in Cisgiordania.

Andiamo, però, con ordine. Il 2 aprile del 2025, la Israel Exploration Society [25] ha improvvisamente annullato quello che sarebbe stato il più grande e prestigioso raduno annuale di archeologi del Paese: il Congresso Archeologico, un appuntamento fisso e svolto ininterrottamente per quasi 50 anni. Quest’anno il titolo emblematico del convegno era “First International Conference on Archaeology and Site Conservation of Judea and Samaria”, regioni che sostanzialmente coincidono con i territori della Cisgiordania. Il motivo di quest’annullamento sarebbe dipeso dal fatto che gli organizzatori avrebbero seguito le pressioni del Ministro del Patrimonio Amichai Eliyahu, che aveva chiesto di escludere dal convegno il professore dell’Università di Tel Aviv Raphael (Rafi) Greenberg.

Sebbene, poi, il Congresso si sia regolarmente svolto online anche con la partecipazione di Raphael (Rafi) Greenberg [26], le controversie originate al momento dell’annullamento hanno, di fatto, sollevato molte questioni, sia morali che politiche più profonde sull’effettivo ruolo che la comunità archeologica israeliana intendesse svolgere. Il governo, intanto, intensifica l’attacco alla Striscia di Gaza  con il fondato rischio di una generalizzata e/o parziale distruzione del patrimonio culturale palestinese e i siti religiosi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est e, l’8 agosto di quest’anno, ha comunicato che intenderebbe muoversi verso una non meglio precisata, poi in parte smentita, annessione/occupazione di Gaza e in più verso una nuova forma insediativa, denominata E1 che, di fatto, spacca la Cisgiordania in due, la parte nord e quella sud.

Ma la questione più importante dal punto di vista archeologico era già stata sollevata, molto tempo prima, nel luglio del 2024, quando Amit Halevi, del partito Likud aveva proposto un emendamento legislativo alle leggi israeliane sull’Antichità del 1978 e a quella sull’Autorità delle Antichità del 1989, che di fatto mirava ad applicare la giurisdizione israeliana sui Beni Culturali presenti anche in Cisgiordania. Nello specifico, la proposta di legge estendeva la giurisdizione dell’Autorità per le Antichità Israeliane (IAA) da Israele all’Area C della Cisgiordania, ovvero circa il 60% del territorio palestinese. La proposta è stata approvata lo scorso luglio dal Comitato legislativo ministeriale, ma dovrà, poi, essere esaminata dalla Knesset (Parlamento). Il 27 novembre dello stesso anno la commissione ministeriale cultura ha discusso la proposta, mentre l’ONG israeliana Emek Shaveh [27] definiva la legge un «esperimento per cercare di ottenere l’annessione attraverso una legislazione sulle antichità».

Un siffatto disegno di legge avrebbe potuto, secondo Emek Shaveh, effettivamente spostare la supervisione dei resti antichi della Cisgiordania dall’Unità di Archeologia dell’Amministrazione Civile, a cui era stata sottoposta fino ad allora, direttamente all’Autorità Israeliana per le Antichità (IAA). Con oltre 2.600 siti storici nella regione, la proposta sollevava perplessità e preoccupazioni relativamente alla conservazione, ma anche alle motivazioni politiche e alle potenziali ricadute diplomatiche a seguito di quell’emendamento. Non ho finora avuto notizie certe su quella proposta e se essa sia o meno mai stata definitivamente approvata e passata nel novero delle leggi del Paese. Mi auguro, però, vivamente che il forte dibattito da essa generata, abbia creato le premesse per un deciso ripensamento del governo. Alon Arad, archeologo e direttore generale della Emek Shaveh, ha affermato, forse un po’ troppo semplicisticamente, che applicare quell’emendamento e dare la gestione archeologica del territorio della Cisgiordania all’Autorità israeliana poteva essere equivalente ad un’annessione politica del territorio. Quest’ipotesi catastrofista sembra piuttosto irrealistica poiché, nel caso in cui l’emendamento fosse effettivamente approvato, esso comporterebbe quasi sicuramente sanzioni e un isolamento della comunità archeologica israeliana. Anche l’Associazione archeologica israeliana (ilaa) fondata nel 2018, ha espresso il suo dissenso sulla proposta di emendamento poiché essa non farebbe fare progressi scientifici alle ricerche archeologiche, ma promuoverebbe, invece, iniziative politiche che violerebbero l’attuale legge israeliana sulle antichità e il diritto internazionale relativo alle attività archeologiche in Cisgiordania. Il comitato dell’Ilaa (Position Paper – Proposed Amendment to the Antiquities Law and the Antiquities Authority Law – The Israel Archaeological Association) avverte ancora che se il disegno di legge venisse approvato «si tradurrebbe in un danno incalcolabile per l’archeologia israeliana», sia all’interno del Paese, sia a livello internazionale.

25Storico, ma non vincolante, è stato il parere consultivo emesso il 19 luglio c.a. dalla Corte internazionale di giustizia (CIG), che ha dichiarato illegale la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati e ha chiesto di porvi fine e di evacuare tutti gli insediamenti esistenti. Pur non menzionando esplicitamente l’archeologia, la CIG ha affermato, inoltre, che Israele ha l’obbligo di dare un risarcimento completo, compresa la restituzione di «tutte le proprietà e i beni culturali sottratti ai palestinesi e alle loro istituzioni». Greenberg esorta, quindi, gli archeologi israeliani a distinguere il lavoro legittimo all’interno di Israele da qualsiasi attività che potrebbe essere considerata, invece, illegittima esponendoli al rischio di boicottaggio dei finanziamenti e delle pubblicazioni: «Gli archeologi israeliani hanno perso di vista la differenza tra ciò che è legittimo a livello internazionale e ciò che non lo è», afferma, sottolineando che anche il capo del Consiglio archeologico di Israele, il principale organo consultivo del direttore dell’Autorità israeliana per le antichità, si è opposto alla legge.

Inoltre, secondo Arad, Israele userebbe l’archeologia per poter meglio espandere gli insediamenti in Cisgiordania e, dopo, che un’area venisse dichiarata di interesse storico-culturale, sarebbe sotto protezione, portando allo sfratto dei residenti o a restrizioni sullo sviluppo del territorio. Le motivazioni dell’emendamento risiedono nel fatto che queste aree sarebbero ricche di storia ebraica e che qualsiasi ritrovamento non avrebbe alcun legame storico o di altro tipo con l’Autorità palestinese; un’affermazione, questa, respinta da numerosi esperti sia israeliani che palestinesi. Il fatto che un sito sia ebraico o meno è irrilevante dal punto di vista scientifico: ogni sito fa parte del patrimonio culturale e va preservato nella sua interezza, afferma Jehad Yasin, direttore generale degli scavi e dei musei presso il Ministero del Turismo palestinese che aggiunge che occorre separare la cultura dalla politica e dalla religione e che tutta la questione va affrontata in termini scientifici.

Nell’intervista, tuttavia, Rabi Greenberg riconosce di avere sempre avuto un rapporto difficile e complicato con la comunità archeologica israeliana, perché è molto critico nei confronti di quella che definisce “l’eredità coloniale” dell’archeologia israeliana: una sorta di progressiva trasformazione che, sempre Greenberg, chiama “archeologizzazione”. L’archeologia israeliana avrebbe, infatti, avuto un ruolo nel processo della cosiddetta “disumanizzazione” dei palestinesi, che non sarebbe iniziata in epoca attuale, ma sarebbe stata l’erede diretta dell’archeologia coloniale del XIX secolo, soprattutto di quella britannica, tedesca e francese. Gli israeliani avrebbero, quindi, ereditato quei valori “coloniali” portati avanti da quei Paesi, e, in quanto, essi stessi colonia di colonizzatori, avrebbero ritenuto conveniente continuare a sostenere quei punti di vista. L’idea era anche stata, in qualche modo, descritta e portata avanti in un libro uscito nel 2022 a cura dello stesso Greenberg e dell’archeologo greco della Brown University Yanis Hamilakis [28].

Tuttavia, gli autori portano i loro concetti ben al di là; Greenberg, in particolare, propone di usare i termini “colonialismi sovrapposti” in Palestina e Israele, “colonialismo formale” o “informale” da parte dell’Occidente, “colonialismo sionista” e “cripto-colonialismo” negli Stati del XX secolo.

Il colonialismo e l’archeologia, o colonizzazione archeologica, sarebbero sempre stati accompagnati dai concetti di purezza razziale, come spiegano Hamilakis e Greenberg, e le pratiche archeologiche “orientaliste” adottate da istituzioni straniere e nazionali avrebbero contribuito a formulare un passato puro e sacro rimuovendo dalle loro terre ancestrali anche persone viventi e imponendo concezioni e categorizzazioni moderniste di passato e presente, scienza e cultura. L’archeologia così impiegata avrebbe fornito, quindi, prove materiali di società razzialmente pure che riflettevano le gerarchie razziali coloniali, cancellando nel processo le identità intrinsecamente diverse e fluide delle due regioni in discussione, spesso con l’aiuto dell’archeo-genetica e di dubbi studi sul DNA.

9780060615871-usIn un quadro così apocalittico, uno degli effetti più negativi secondo Greenberg, sarebbe stato il fatto che solo i popoli che avessero potuto dimostrare di avere avuto un qualche legame con specifiche tipologie di resti antichi, risalenti a periodi e culture specifiche, avrebbero avuto diritto a vivere nel Paese in cui quei resti fossero stati rinvenuti; gli altri, senza alcun legame di questa natura, non avrebbero, invece, avuto alcun diritto a vivere su quei territori in quanto, come già detto, disumanizzati, privati cioè della loro più intima umanità e identità. All’interno di questa logica di “disumanizzazione” persisterebbe anche l’idea, alquanto distorta, ma molto diffusa, che la popolazione locale, in questo caso i palestinesi, non si sarebbe presa cura delle vestigie antiche o addirittura avrebbe, per questo, contribuito a distruggerle. Greenberg sottolinea che questo è un vecchissimo luogo comune che serve a giustificare qualsiasi diritto a vivere o ad occupare un determinato territorio, quasi come un diritto divino e storico sulla terra.

Nell’intervista Rafi Greenberg riconosce, tuttavia, che, in effetti, il sionismo è sempre stato piuttosto incerto nell’adottare l’archeologia in Israele come strumento per stabilire una sorta di legame indissolubile tra gli ebrei e il territorio. I resti antichi in Israele non sono, d’altronde, così evidenti e macroscopici, come in altre aree, e non sono neanche molto numerosi. Spesso – ricorda sempre Greenberg – bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere che è molto più probabile che un edificio in rovina o un castello siano di epoca islamica, cristiana o di altro periodo, e non ebraico. L’evidenza archeologica di per sé non fornisce una plausibile e facile ragione per un qualche tipo di legame con il territorio e, quindi, questo varrebbe anche per i “coloni” israeliani, anche nel caso dell’approvazione dell’emendamento di cui sopra.

Solo una piccola quantità di siti e/o di rovine potrebbe essere effettivamente attribuita, senza ombra di dubbio, a uno specifico gruppo etnico o religioso, mentre la maggior parte di essi è invece caratterizzata da una complessa “commistione” culturale: essa può infatti presentare resti risalenti o a migliaia di anni prima dell’avvento dell’ebraismo, o anche a periodi successivi e attribuibili a diverse dinastie islamiche e al periodo cristiano. Se si prende un qualsiasi periodo della storia di Israele-Palestina, continua Greenberg, non si troverà mai una cultura univoca e omogenea in tutto il territorio; non c’è mai stata, infatti, un’epoca in cui in questa realtà geografico-culturale i popoli siano stati solo ebrei, musulmani, o cristiani. L’archeologia, come è noto, non sempre riesce, infatti, ad identificare con certezza e sicurezza ambiti etnico-culturali, come le iniziative politiche, invece, vorrebbero (come abbiamo ricostruito nelle pagine precedenti).

Alla precisa domanda, poi, della Dikla Taylor-Sheinman se l’archeologia in Israele possa essere stata strumentalizzata e usata come “arma” contro i palestinesi in Cisgiordania nei decenni successivi alla guerra del 1967 e alla successiva “occupazione” israeliana della Cisgiordania, Greenberg risponde categoricamente, con: “sì, esatto”.

Sempre secondo Greenberg tutte le attività archeologiche nella Cisgiordania sarebbero state realizzate nell’ambito di un quadro giuridico che ha ricevuto un’approvazione, anche solo formale e occasionale, dall’Alta Corte israeliana, poiché “l’occupazione” israeliana viene considerata un fatto temporaneo e l’Amministrazione civile promuove solo gli interessi delle persone che vivono in quel territorio, fino al raggiungimento di un accordo definitivo sul loro status. Se approvata la nuova legge israeliana, quindi, si applicherebbe a quei siti e, di conseguenza, a qualsiasi cosa si riferisca alle attività archeologiche in Cisgiordania. Così facendo, l’Autorità Israeliana per le Antichità starebbe, secondo Greenberg, sostanzialmente per annettersi le antichità della Cisgiordania. Se così fosse, temo che Israele subirebbe un danno incalcolabile di immagine come già sta accadendo per il conflitto militare in corso. Ciò ha messo il corpo accademico e l’IAA in una situazione molto scomoda e contradditoria, in quanto l’archeologia israeliana corre ormai il rischio, secondo Greenberg, di fondarsi solo sui principi coloniali del “sionismo”. Ma la questione, secondo Greenberg, non è tanto lo sforzo da parte di Israele di attribuire siti e resti archeologici alla cultura ebraica, ma quello di considerare che quelle attribuzioni sarebbero fatte in nome della scienza, e questo sarebbe, sempre secondo lui, la dimostrazione di una piena politicizzazione dell’archeologia. Forse, tuttavia, a Greenberg sfugge il fatto che lo stesso potrebbe dirsi delle sue ipotesi estreme, le quali rischiano di essere proposte solo su base politica e non, presuntuosamente come farebbero gli israeliani, su base scientifica.

chapmanAvviandosi alla fine dell’intervista, Greenberg si sbilancia in una ulteriore serie di valutazioni estreme e, a mio parere, anche eccessive, come quella relativa alla stessa organizzazione e divisione in comparti interni dell’archeologia israeliana: il settore preistorico, quello biblico [29], e quello classico, che corrispondono a quelli tradizionali nell’organizzazione didattica universitaria in Israele. Secondo Greenberg, questi sarebbero anch’essi aspetti di un’impostazione nazionalistica. Come è, tuttavia noto, tali settori corrispondono, invece, più o meno a quelli in uso in quasi tutti i sistemi universitari del mondo, con l’eccezione, naturalmente, della presenza della tradizione biblica, che invece, è fondamentale nella tradizione degli studi antichistici in Israele. Non sembra, tuttavia, che Greenberg riesca a cogliere il fatto che la tradizione biblica sia stata fondamentale anche negli studi sumero-accadici e assiro-babilonesi nella Mesopotamia antica e non solo in quelli relativi alla terra di Israele. Secondo Greenberg, l’attenzione eccessiva alla Bibbia, ai suoi racconti, ai siti in essa menzionati avrebbe reso del tutto irrilevanti, nella tradizione archeologica d’Israele, gli altri periodi. Su questo egli può sicuramente avere ragione, nel senso che la Bibbia non è una fonte storica, ma un’opera “confessionale” e, quindi, i dati da essa dedotti devono essere trattati con molta cautela, molto più di quanto non sia necessario in altri contesti [30]. Greenberg sembra tuttavia ignorare, che qualcosa di molto simile accade in molti altri Paesi come anche in Italia, dove la tradizione dell’archeologia greco-romana, la “nostra Bibbia”, oserei dire, ha di fatto messo in secondo piano l’archeologia pre-classica (preistorica e protostorica) e quella post-classica (l’altomedievale), che solo negli anni 70’ del secolo scorso ha cominciato, in qualche modo, ad affermarsi nel nostro Paese.

La parte conclusiva dell’intervista a Greenberg risulta, pertanto, semplicistica e, a tratti, anche disarmante rispetto ad un maggiore equilibrio da lui mostrato precedentemente. Le sue osservazioni finali riguardano, infatti, due aspetti particolarmente critici: il primo è riconducibile al fatto che, essendo l’archeologia un’attività costosa, e avendo bisogno di sostegno esterno, avrebbe indotto gli archeologi a non andare contro il potere governativo; il secondo è relativo alla sua appartenenza politica alla sinistra israeliana, da lui stesso esplicitamente ammessa.

Il primo punto induce, erroneamente, a pensare che solo e tutti gli archeologi israeliani, come categoria professionale, siano unicamente dei prezzolati che, pur di scavare, elemosinerebbero finanziamenti governativi, subendo qualunque tipo di pressione. Questo, sulla base della mia esperienza di archeologo, non può essere, francamente, del tutto vero. Il secondo punto spinge l’autore ad affermare, un po’ discutibilmente, che, pur essendo di sinistra, e il suo modo di intendere “la sinistra” non corrisponde a quella in vigore di questi tempi, allora egli, per questo, potrebbe non considerarsi più di sinistra.

Ciò rivela, purtroppo, uno degli aspetti più sconcertanti della profonda crisi nella quale la sinistra politica si trova nel mondo contemporaneo. In tal modo sembra che essa non sia più capace di affrontare la realtà per quella che è: si propone di cambiarla, certo, ma spesso propone di farlo inseguendo traguardi impossibili da essere raggiunti in tempi brevi. In tal modo la sinistra perde, quindi l’occasione per affermarsi, in quanto trascura completamente quelle che sono le dinamiche più proprie del fare politica, costituite dal confronto e/o lo scontro delle idee, per arrivare a dei compromessi ragionevoli.

Due brevissime considerazioni a corollario del commento all’intervista di Rafi Greenberg: da tutta l’intervista si può desumere che il più convinto assertore di una forte linea politica sembra proprio lo stesso Rafi Greenberg. Israele, come Stato costituito, è ovviamente proiettato a difendere quelli che considera i suoi interessi strategici generali. Se e quando, auspicabilmente, i Palestinesi avranno un loro Stato, quindi un territorio, dei confini, un esercito, un’amministrazione civile, etc. non è impossibile che, nel campo dell’archeologia e dei Beni Culturali, possano essere tentati dal commettere alcuni degli stessi errori degli Israeliani. I casi di Bamyan in Afghanistan, e delle statue dei giganteschi Buddha distrutte a cannonate dai Talebani nel 2001 [31], e quelli di Hatra, Khorsabad, Mosul, Ninive in Iraq, e Palmira e Mari e Calah in Siria tra il 2014 e il 2015 [32], stanno a dimostrare che anche ciò che oggi si ritiene impossibile, possa, invece, realizzarsi. L’Isis, forse anche con il sostegno di altri interessati al mercato antiquario, distrusse decine e decine di quei resti monumentali solo perché non islamici. 

a1g4f5tselAlcuni spunti conclusivi 

Non è il caso di fare della facile demagogia, ma è di tutta evidenza che le cause profonde del conflitto arabo-israeliano sono certamente riconducibili all’insediamento di una nuova popolazione (gli ebrei), su un territorio già occupato (dai palestinesi), non accettato dall’antica popolazione del luogo (i palestinesi) alla fine degli anni quaranta del secolo scorso. La nuova popolazione che occupa la Palestina nel XX secolo, gli ebrei europeizzati, è del tutto eterogenea rispetto all’antica (i palestinesi); è vero che essa ha sempre sostenuto di avere abitato il territorio palestinese nell’antichità e di avervi costituito uno Stato, del quale era stato privato con la forza, da parte dei romani. Ma se è incontestabile che nell’antichità gli ebrei avessero costituito un popolo e uno Stato, è altrettanto evidente che in epoca moderna già non lo erano più, ma formavano solo gruppi di persone unite da una religiosità o dal ricordo di una comune ascendenza. Si trattava, dunque, di un nuovo popolamento su quel territorio da parte di una popolazione eterogenea, non solo straniera rispetto ai residenti arabi, ma europea, ossia proveniente da un mondo caratterizzato, così come era quello dei colonizzatori, dei dominatori, dalla loro potenza tecnica, militare ed economica.

Qualcuno sostiene che, poiché gli arabi nel secolo VII d.C. avevano conquistato militarmente quei territori, dove vivono tuttora i Palestinesi, anche questi ultimi andrebbero considerati occupanti stranieri come i romani, i crociati o i turchi, e che perciò non sarebbero affatto degli indigeni residenti. È anche vero, tuttavia, che la popolazione palestinese sotto dominio arabo si arabizzò molto rapidamente, e voleva conservare la propria identità di arabi e avrebbero voluto vivere in uno stato arabo. A quell’errore iniziale ne sono succeduti tanti altri che hanno alla fine determinato la situazione inestricabile di oggi. La coscienza morale mondiale negli ultimi decenni si era orientata a dare ragione ai popoli che difendessero la loro identità e ai palestinesi era sembrata una flagrante ingiustizia che si fosse fatta eccezione a loro danno, soltanto perché i loro colonizzatori sono ebrei. D’altronde i palestinesi non si erano mai opposti all’insediamento di ebrei prima che l’immigrazione assumesse decisamente il carattere “statuale”, con lo scopo dichiarato di creare uno Stato “confessionale”. I Palestinesi non hanno dunque rifiutato gli stranieri in quanto tali, ma hanno rifiutato l’insediamento di una collettività a carattere statuale straniera. Al netto dell’inspiegabile rifiuto palestinese alla proposta di costituire due Stati sul territorio nel 1947, una domanda era sorta spontanea all’indomani della dichiarazione dello Stato di Israele da parte dell’ONU. Se gli europei, scioccati dall’Olocausto hanno provato un sentimento di colpa nei confronti degli ebrei, perché non sono stati loro a concedere a questi un loro territorio? Gli arabi di Palestina, non si stancava di ripetere Rodinson, avevano sulla terra palestinese dei diritti ma la creazione di uno Stato ebraico, per di più di natura confessionale, ha avuto, come conseguenza grave e profonda, quella di diffondere un’ideologia comune religiosa e nazionalistica. L’antico popolo di Israele aveva avuto la gloria di formare al suo interno una delle primissime ideologie universalistiche mondiali, poiché aveva superato la vecchia religione etnica del loro dio nazionale Jahweh (Geova), in lotta contro gli dei degli altri popoli. Questa ideologia rispondeva così bene alle esigenze dell’umanità di allora che, nelle sue forme “eretiche” (cristianesimo e Islam), era riuscita a conquistare una grande parte del mondo di allora.

Israele certo non poteva diventare un paese come gli altri, e il pericolo e le minacce da loro subite in questi ultimi anni hanno contribuito a preservare lo stato d’Israele: il mondo non poteva lasciarlo distruggere, gli ebrei di tutti i paesi si sarebbero mobilitati per salvare i loro fratelli. Sono passati quasi sessant’anni, ma la situazione appare sempre ferma allo stesso punto. Sembra anzi peggiorata perché la vastissima solidarietà e simpatia che tutto il mondo aveva per i palestinesi sembra aumentare e, d’altro canto, quella per gli israeliani diminuisce, a vista d’occhio, di giorno in giorno. Anche se le prospettive del domani non sono ottimistiche, nessuno si deve ritenere dispensato dal lottare contro l’ingiustizia di oggi, diceva sempre Rodinson negli anni settanta.

Lo Stato palestinese non esiste e ciò sembra riflettere una situazione geo-politica di periodo protostorico, quando la formazione delle prime entità statali, la sumerico-accadica, l’antico egiziana o l’Ittita, lasciarono al loro esterno numerosi spazi geopolitici vuoti. In siffatte condizioni gli spazi vuoti vengono, volenti o nolenti, prima o poi, sempre riempiti, spesso forzatamente, come in questo caso, in primis, proprio da Israele. In teoria quegli spazi avrebbero, invece, potuti essere riempiti non solo da Israele, ma da chiunque avesse ritenuto di potere accampare diritti su quei territori, proprio perché non appartenenti ad alcun Stato. A seguito della guerra arabo-israeliana del 1948, la Giordania occupò, su mandato dell’ONU, infatti, la Cisgiordania, con l’annessione formale del 24 aprile 1950, conservandola fino al 1955.

In questo sconquasso morale e politico, nonostante quello che appassionatamente sostiene Rafi Greenberg, il ruolo dell’archeologia, è davvero molto secondario rispetto alle tremende scelte politiche che si vanno prendendo in queste ore, e non sarà certo l’inversione di tendenza verso quel famoso emendamento legislativo su cui ci siamo soffermati a lungo, a creare le premesse per un radicale cambiamento nelle relazioni tra Israele e i Palestinesi.

Con crescente amarezza verrebbe da affermare che è, forse, giunto il momento di aggiornare il titolo di quel famoso libro di Rodinson al quale andrebbe, purtroppo, aggiunta, anche l’espressione rifiuto irriducibile israeliano nei confronti dei palestinesi. Bisogna, peraltro, riconoscere, che a torto o ragione, in questi ultimi decenni, il popolo palestinese è stato quasi sempre difeso da un’élite politica del tutto impresentabile come sono stati il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, l’Organizzazione per la Liberazione delle Palestina, l’Autorità Nazionale Palestinese, e i loro esterni protettori. 

Dialoghi Mediterranei, n. 75, settembre 2025
[*] Un ringraziamento particolare ad Antonino Cusumano che ha aspettato fino all’ultimo per poter inserire le mie brevi note in questo numero di Dialoghi Mediterranei. Un altro ringraziamento a Carla, mia moglie, per aver rivisto il testo, scritto, forse, troppo frettolosamente da me soprattutto negli ultimi giorni. Un delicato riferimento va, inoltre, fatto all’attualità politica di questi ultimi giorni. Il tema approfondito nell’articolo, specificamente di storia archeologica, aveva, inevitabilmente dei risvolti anche geo-politici, relativi alla contemporaneità; durante il suo svolgimento, di volta in volta ho dovuto operare alcuni ri-orientamenti che l’attualità tragica di queste ultime ore mi ha inevitabilmente suggerito. Le ultime notizie in tempo reale non potevano non condizionare, fortemente, l’impostazione che era stata, originariamente, data allo spirito dell’articolo. Il lettore ci perdonerà se qui e là trovasse delle incongruenze. 
Note 
[1] Il primo luglio del 2025 è apparso su https://zeitun.info/2025/07/03/fa-parte-del-territorio-come-gli-archeologi-israeliani-legittimano-lannessione/ un articolo di Dikla Taylor-Sheinman sulla cosiddetta militarizzazione dell’archeologia in Israele nella quale viene presentata una sua intervista a Rafi Greenberg rilasciata su +972 Magazine. L’intervista ha subito dei tagli per ragioni di brevità e chiarezza, ma forse, data la delicatezza del tema trattato se fosse stata riportata per intero sarebbe stata la scelta migliore. In ogni caso l’intervista completa originale in inglese la si può ritrovare su ‘It comes with the territory’: How Israel’s archaeologists legitimize annexation. Dikla Taylor-Sheinman è una borsista per la giustizia sociale presso il NIF/Shatil [il New Israel Fund è una fondazione israeliana indipendente per il sostegno dei diritti umani e l’uguaglianza sociale] e collabora con +972 Magazine; attualmente risiede ad Haifa, e ha trascorso l’anno scorso ad Amman e i sei anni precedenti a Chicago. La traduzione dell’intervista dall’inglese è a cura di Aldo Lotta.
[2] Dopo un primo ritrovamento casuale a seguito degli scavi per la realizzazione di un pozzo nel 1709 a Ercolano, le indagini archeologiche cominciarono nel 1738 per protrarsi fino al 1780; ripresero, poi, solo nel 1828, si interruppero nuovamente nel 1875, fino allo scavo sistematico a Pompei promosso da Amedeo Maiuri a partire dal 1927.
[3] La nascita degli Stati nazionali in Europa è un complesso fenomeno politico realizzatosi, prevalentemente, tra il XV e il XVI secolo, caratterizzato da un fortissimo processo di centralizzazione del potere monarchico e dalla definitiva dissoluzione del sistema feudale fino ad allora dominante. Già a partire dal secolo XII in Europa, a dire la verità, però, l’idea di un mondo unito e governato da un unico potere temporale e spirituale si era andato disgregando con la contemporanea nascita di una nuova consapevolezza delle diversità nazionali, rese più evidenti dalle differenti lingue e culture in uso. Il potere delle vecchie istituzioni politiche medievali, l’impero e la Chiesa, cominciavano, infatti, a declinare, e si andavano affermando sulla scena europea nuove realtà politiche che delinearono la nascita degli stati nazionali. I tre maggiori stati nazionali furono la Francia, il Regno Unito e la Spagna. In Italia centro-settentrionale l’autonomia delle città, che era stata frutto di una rottura istituzionale rispetto all’ordine altomedievale, venne stabilmente legittimata solo con la pace di Costanza del 1183. Il superamento dell’organizzazione feudale fu, comunque, un processo lungo e difficile e l’introduzione delle armi da fuoco (tra la fine del XV e l’inizio del XVI sec.) durante la Guerra dei Cento anni (Inghilterra contro Francia, dal 1337 al 1453) danneggiò gravemente la cavalleria, il corpo militare “corazzato” di allora, e, quindi, anche il sistema dei potentati locali. I nazionalismi europei nascono, quindi, dopo secoli di fortissima conflittualità politica e militare anche a sfondo religioso, ma quasi mai, ovviamente, con caratteristiche di scontri etnici. Quelle conflittualità si sono, poi, con il tempo risolte attraverso, guerre, accordi, compromessi, mediazioni diplomatiche etc. L’archeologia che costituiva un cosciente concetto di recupero del passato attraverso ricerche sul campo, cominciò ad affermarsi proprio a seguito della realizzazione di queste nuove realtà politiche.
[4] L’antiquariato affonda le sue origini nei primi “collezionisti” dell’epoca classica, quando il valore degli oggetti non era solo economico, ma anche culturale e simbolico. Nel corso dei secoli, l’interesse per le antichità (in primis “oggetti” e “statue”) si è evoluto, passando dalle prime raccolte private di nobili, alle grandi case d’aste internazionali. Già nell’antica Roma e in Grecia, tuttavia, i più facoltosi avevano collezionato opere d’arte e manufatti antichi per mostrare il proprio status sociale e la propria cultura. Imperatori e aristocratici accumulavano statue, monete e reperti provenienti dalle epoche precedenti, spesso solo per adornare le loro ville e palazzi. A partire dall’Umanesimo e dal suo interesse per il passato, si era sviluppato un collezionismo delle antichità greco romane, e con il XV secolo muove i suoi primi passi, così, l’antiquaria, una disciplina che aveva come oggetto l’antichità e i suoi manufatti. Con il Rinascimento, l’interesse per il passato riprese slancio grazie all’amore per l’arte classica e quella che si cominciò a chiamare archeologia. Personaggio di spicco in questo ambito fu Flavio Biondo (Forlì 1392-Roma, 1463) storico e umanista italiano che fu il primo a coniare il termine di “medioevo” e ad analizzare per primo gli antichi monumenti di Roma con un vero e proprio metodo. Biondo pubblicò tre guide documentate e sistematiche alle rovine dell’antica Roma, che gli diedero la fama. Durante il XIX secolo, il crescente interesse per la conservazione del patrimonio storico portò alla fondazione di musei e istituzioni dedicate alla tutela dell’arte antica e le esposizioni universali fecero conoscere oggetti di epoche e culture diverse, accrescendo l’interesse del pubblico.
[5] Adopero in questo articolo l’espressione “Medio Oriente” che, come è noto, è storicamente e geograficamente improprio. Quello che viene. infatti definito comunemente “Medio Oriente”, andrebbe invece, denominato vicino oriente. L’espressione “Medio Oriente” ha, però, origini molto antecedenti all’avvento del colonialismo. Nel suo Historiae Adversum Paganos (416), lo storico romano Paulus Orosius (374-420) fece ad esempio riferimento a una delegazione spagnola di stanza a Babilonia (odierno Iraq) usando l’espressione «medio Oriente» («Hispanorum Gallorumque legatio in medio Oriente apud Babylonam»), mentre quattordici secoli dopo Goethe utilizzò l’espressione «Mittlerer Orient» per riferirsi alla Persia e alle aree limitrofe. Quella definizione alla metà dell’Ottocento venne ripresa dall’Indian Office britannico, e n origine si riferiva, però, a una area diversa da quella attuale, tra Arabia e India. Venne riportata dallo stratega navale statunitense Alfred Thayer Mahan nel 1902 e usata poi dagli americani nel significato attuale, che andò imponendosi.
[6] A questo proposito è bene ricordare che la nascita degli stati nazionali in Europa viene, spesso e ingenuamente, confusa con la nascita dello stato tout cour che come forma di organizzazione socio-politica nel nostro mondo mediterraneo e vicino orientale, invece, è quasi unanimemente fatta risalire alla fine del IV millennio a.C., con le aree geo-culturali più rappresentative di Mesopotamia, Anatolia ed Egitto.
[7] La conflittualità tra mondo religioso cristiano (tra cui vanno segnalate le componenti: Cattolica latina, la Maronita, la Greco-cattolica melchita, l’Apostolica armena, l’Armeno-cattolica, l’Ortodossa siriaca, la Cattolica Sira, l’Assira d’Oriente, la Greco-ortodossa, la Cattolics caldea, l’Ortodossa copta, la Protestante), mondo ebraico, e mondo musulmano (con la componente Sciitica duodecimana, la Sunnita, la Alauita, la Ismailita, la Drusa), e quella la yazida (per metà islamica-sufi e cristiana-nestoriana), è sempre stata altissima.
[8] In quell’area si trovano decine di aree regionali ricche di storia, tradizioni, lingue, culture e religioni molto diverse tra loro, tra cui le repubbliche autonome della Federazione russa (da ovest verso Est l’Adygea, Krasnodar Kraj, la Karachay-Cherkessia, la Kabardino-Balkaria, Stavropol’ Kraj, l’Ossezia del nord, l’ Ossezia del sud, l’Inguschezia, la Cecenia, e il Daghestan) oltre le più grandi ed importanti come l’Armenia, la Georgia (di origine etnica caucasiche e di religione cristiane), e l’Azerbaigian (di origine turca e di religione musulmana) hanno di fatto creato un mosaico etno-linguistico molto particolare. I casi più significativi sono quelli dell’Armenia, che ha al suo interno un’enclave territoriale “azerbaigiana” dal nome Nakhchivan e dell’Azerbaigian che ne ha un’altra “armena” il Nagorno-Karabach. Il conflitto tra questi due Paesi, da sempre latente, esplose all’epoca della dissoluzione dell’Unione Sovietica e ancora non si può dire conclusa dopo gli ultimi tragici avvenimenti di un paio di anni fa, quando di fatto l’Azerbaigian ha conquistato completamente il Nagorno Karabach. Non entro del merito delle sistematiche e spesso puerili ricostruzioni da entrambe le parti, che a torto o a ragione, hanno fatto dei resti monumentali e di quelli materiali la ragione di interpretazioni a favore o contro le proprie rispettive nazionalità. È tuttavia dell’8 agosto scorso la buona notizia di un accordo storico tra Armenia e Azerbaigian alla presenza del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Con questo accordo è, finalmente, prevista la fine delle ostilità e l’apertura di una nuova fase di cooperazione economica e diplomatica; al centro dell’accordo vi è la creazione del corridoio di Zangezur, una via di transito strategica che collegherà l’Azerbaigian con la sua enclave del Nakhchivan, passando per il territorio armeno.
[9] L’Asia Centrale è un’altra di quelle aree dove la coesistenza di popolazioni turche, iraniche (musulmane) e slave (cristiane) ha sempre prodotto da un lato, grandi arricchimenti culturali, ma dall’altro anche latenti e/o patenti conflittualità. A parte i periodi più antichi su cui non mi soffermo, durante il periodo sovietico, le pentole delle divisioni e delle conflittualità in quest’area rimasero quasi sempre coperte dall’universalismo “socialista”, salvo poi, riaprirsi al momento della dissoluzione di quel sistema politico, con conseguenze anche tragiche, come in Azerbaigian di cui si è già detto, in Kirghisistan e Uzbekistan, tuttora in corso etc. È inutile sottolineare che anche in questo caso, l’interpretazione storica dei resti monumentali e archeologici e la loro attribuzione etnico-culturale ha sempre visto schierati fronti contrapposti che tiravano, a seconda dei casi, l’acqua del mulino verso la propria parte etnico-culturale.
[10] Il Tibet e la Mongolia interna, sono due realtà etniche e culturali diverse da quella dei cinesi, che, di fatto, oggi, svolgono il ruolo di realtà autonome anche culturalmente all’interno del quadro etnico-culturale di riferimento principale nazionale. La terza principale realtà etnica autonoma è costituita dagli uiguri, turcofoni e di religione islamica che scrivono la loro lingua con caratteri arabi; essi vivono, soprattutto, nel nord-ovest della Cina nella regione dello Xinijang. Essi costituiscono la maggioranza relativa della popolazione della regione (46%) e uno, assieme ai tibetani e ai mongoli, dell’altra cinquantina di gruppi etnici ufficialmente riconosciuti in Cina. Gli “Uiguri” (che significa “alleati”, “uniti”) originariamente erano un gruppo di tribù di lingua turca che viveva nell’odierna Mongolia, forse già imparentata con le popolazioni dei Ruan Ruan dal 460 al 545 e gli Eftaliti dal 541 al 565; per poi essere sottomessi dal Khanato di Turchi Gok e, posteriormente, dai Kirghisi yenisei nel IX secolo. In epoca moderna, la prima repubblica del Turkestan orientale proclamò la propria indipendenza dalla Repubblica di Cina il 12 novembre del 1933 per poi essere recuperata dal Kuomintag il 16 aprile del 1934 dopo il saccheggio di Kashgar. Successivamente, il 12 novembre del 1944, venne proclamata la seconda Repubblica del Turkestan orientale, comunemente semplificata come Repubblica del Turkestan orientale che fu una repubblica popolare socialista di breve durata sostenuta dall’Unione Sovietica e costituita dai popoli turchi che abitavano l’area. Venne rioccupata dall’Esercito Popolare di liberazione cinese il 20 dicembre del 1949. Gli Uiguri di oggi derivano dalla commistione genetica tra gli antichi abitanti indoeuropei stanziali delle varie città-oasi della regione: i Saci nella parte meridionale del bacino del Tarim; i Tocari nella parte settentrionale e le popolazioni turche quivi migrate, prima gli uiguri buddhisti e manichei del Khaganato a seguito della distruzione del Khaganato ad opera dei Kirghizi yenisei nel IX secolo, e poi i musulmani Karakhanidi nell’XI secolo. Entrambi i due popoli nomadi parlavano lingue turche, che hanno esportato nella zona, soppiantando le locali lingue indoeuropee. In Cina ci sarebbe ancora una quarta importante minoranza, quella kazakha che vive nell’omonima regione autonoma nei pressi della valle del fiume Ily, nella Cina nord-occidentale al confine con l’Altai russo. Non si segnalano clamorose tensioni nel campo dell’archeologia a proposito di queste diverse quattro realtà etnico-culturali, ma resta aperto il caso delle famose mummie dello Xinijang, dai tratti somatici dalle fattezze chiaramente non cinesi, conservatisi naturalmente quasi completamente grazie all’elevatissimo grado di evaporazione presente nell’area.
[11] Le due entità politiche distinte sono la Repubblica d’Irlanda, di cultura religiosa cattolica e l’Irlanda del Nord, di cultura religiosa protestante. La prima, con capitale Dublino, è uno stato indipendente membro dell’Unione Europea, la seconda con capitale Belfast fa parte del Regno Unito. La divisione dell’isola in due territori separati è nota come “Partizione d’Irlanda”, avvenuta nel 1921 a seguito della guerra d’indipendenza irlandese. La Repubblica d’Irlanda comprende 26 contee, mentre l’Irlanda del Nord 6 contee nell’Ulster che sono rimaste sotto il controllo britannico.
[12] Con “regione basca” generalmente si indicano le tre province che compongono la Comunità Autonoma dei Paesi baschi in Spagna: Biscaglia (Bizkaia), Gipuzkoa e Álava (Araba). Queste province, insieme alla Navarra costituiscono il nucleo storico e culturale del Paese Basco.
[13] Non meno controversa è la storia della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia che fu la forma istituzionale assunta dalla Jugoslavija (Terra degli Slavi del sud) dal 1945 al 1992. Essa confinava a nord con l’Austria e l’Ungheria, ad est con la Romania e la Bulgaria, a sud con l’Albania e la Grecia e ad ovest con l’Italia e il mare adriatico. Il paese durante la guerra fredda fu un importante paese dei cosiiddetti non allineati, dove si parlavano varie lingue: il serbo-croato (comprendendo con questa denominazione la lingua parlata in Croazia, Serbia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro); lo sloveno; il macedone (lingua resa ufficiale nel 1945); l’ungherese (maggioritaria in gran parte della Vojvodina e lungo le zone di confine con l’Ungheria, in Serbia, Croazia, e Slovenia); l’albanese nel Kosovo; l’italiano (Istria, Fiume, Dalmazia), oltre ad altri dialetti albanesi, turchi, slovacchi, rumeni (istro-rumeno) e veneti. La Slovenia e la Croazia furono per lungo tempo parte dell’impero austro-ungarico, sotto l’influenza della cultura occidentale cristiano-cattolica. La Serbia, Montenegro e Macedonia invece avevano subìto fin dopo il 1389, a seguito della disfatta di Kosovo Polje contro i turchi, la dominazione turca e appartenevano all’area orientale cristiano-ortodossa. La Bosnia era caratterizzata da una situazione ancora più complessa: avendo subìto varie dominazioni che avevano fatto sì che all’interno di questo Stato si ritrovassero serbi (ortodossi), croati (cattolici), bosgnacchi (musulmani) e una piccola comunità ebraica sefardita, reduce di quelle comunità ebraiche che dopo la Reconquista spagnola, dovettero abbandonare la Spagna e trovarono rifugio in diverse parti del mondo e nei Balcani in Bosnia ed Erzegovina caratterizzata da diversi gradi di multietnicità e multiculturalità. In essa, da sempre convissero almeno quattro religioni (cattolica, ortodossa, musulmana ed ebraica) e quattro alfabeti (latino, cirillico, arabo ed ebraico). La Jugoslavia che non fece parte del Patto di Varsavia e attuò una forma particolare autonoma di socialismo, venne per la prima volta proclamata il 29 novembre 1943 e al termine della guerra nel 1945, vennero indette elezioni influenzate dall’effettivo potere comunista sul paese, a seguito delle quali l’Assemblea costituente proclamò formalmente la Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia, mentre fu nel 1963 che si arrivò al nome definitivo Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il Maresciallo Tito divenne primo ministro, per essere poi eletto presidente nel 1953, carica che divenne a vita con la nuova Costituzione del 1974. Tito morì il 4 maggio del 1980 e dopo il suo decesso iniziarono a riemergere i nazionalismi, precedentemente controllati mediante una rigorosa politica di equilibrio fra i poteri attribuiti ai popoli di Jugoslavia. Dopo che quattro delle sei Repubbliche Socialiste dichiararono l’indipendenza tra il 1991 e il 1992, la Federazione si dissolse e il 27 aprile nacque la Repubblica Federale di Jugoslavia, formata dalle due restanti repubbliche della Serbia e del Montenegro. Nel 2006 infine la Repubblica di Montenegro (1992-2006), dopo regolare referendum, proclamò la propria indipendenza e pose fine all’ unione con la Serbia. Nel 2008 il Kosovo, già una provincia autonoma della Serbia, proclamò unilateralmente la sua indipendenza, sul cui riconoscimento vi è tuttora dissenso internazionale.
[14] L’espressione latina caput mundi, riferita alla città di Roma, che significa “capitale del mondo”, si ricollega alla grande estensione raggiunta dall’Impero romano tale da fare – secondo il punto di vista degli storiografi imperiali – della città capitolina il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale del mondo, allora conosciuto. L’espressione venne utilizzata dal poeta latino Marco Anneo Lucano nella sua Pharsalia: «ipsa, caput mundi, bellorum maxima merces, Roma capi facilis […]» (II, 655-656) e, prima ancora, nella versione caput orbis, da Ovidio negli Amores: «Tityrus et fruges Aeneiaque arma legentur, Roma triumphati dum caput orbis erit» (I, 15, 25-26). Nel Medioevo si diffuse invece la formula: «Roma caput mundi regit orbis frena rotundi» Il verso è citato anche dallo storico e medievista tedesco Ferdinand Gregorovius.
[15] Barbaro è la parola a carattere onomatopeico con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri (letteralmente i “balbuzienti”), cioè coloro che non parlavano greco, e quindi non erano di cultura greca. Il termine latino barbarus significava “straniero” ovvero estraneo alla mentalità greco-romana. Questa accezione si diffuse ampiamente nel contesto politico-sociale dei conflitti del III-IV secolo. Nei testi latini il termine “barbarus” è spesso accompagnato da aggettivi come “ferus” (violento) e “iracundus” (iracondo), che definiscono il significato negativo della parola originaria. Nella Roma antica, dopo la conquista della Sicilia, della Sardegna e della Corsica durante le guerre puniche, combattute contro Cartagine, il termine Mare nostrum venne usato per riferirsi al solo Mar Tirreno. Dal 30 a.C., il dominio romano si estendeva dalla penisola iberica all’Egitto, e l’espressione Mare nostrum cominciò a essere usata per riferirsi a tutto il Mediterraneo. Per indicare tale mare, venivano impiegati anche altri nomi, come Mare Internum (“Mare Interno”). Il termine Mediterraneo deriva dalla parola latina mediterraneus, che significa ‘in mezzo alle terre’.
[16] Anērān (Medio persiano) o Anīrân (Persiano moderno) è un termine etno-linguistico che significa “non-iraniano” o “non-Iran” (non-ariano). ‘Aniran’ indica, quindi, terre in cui non si parlano i linguaggi iranici. In senso dispregiativo, denota “un nemico politico e religioso dell’Iran e dello Zoroastrismo”. Tuttavia, nella letteratura zoroastriana e forse anche nel pensiero politico sasanide, il termine ha anche una connotazione marcatamente religiosa. In testi del IX-XII secolo, “Arabi e Turchi sono chiamati anēr, così come i musulmani in generale, questi ultimi in modo velato”. Nell’uso ufficiale, il termine è attestato per la prima volta nelle iscrizioni del re sasanide Shapur I (241-272 d.C.), che si autoproclamò “re dei re di Ērān e Anērān”. La rivendicazione di Shapur su Anērān rifletteva le sue vittorie sugli imperatori romani su Valeriano e Filippo l’Arabo, e rivendicava il dominio sull’Impero Romano, nemico dello stato sasanide. Ciò si riflette anche nell’iscrizione di Shapur I nella Ka’ba-ye Zartosht a Naqsh-i Rostam, non lontano da Persepolis, dove l’imperatore nella sua lista dei territori di Anērān comprende Siria, Cappadocia e Cilicia – tutte e tre precedentemente conquistate ai Romani. La proclamazione di “re dei re di Ērān e Anērān” rimase un epiteto ricorrente dei successivi dinasti sasanidi. Trent’anni dopo Shapur il sommo sacerdote zoroastriano Kartir nella sua lista dei territori di Anērān comprese il Caucaso e l’Armenia.
[17] Zhōng guó è il nome cinese più comune per la Cina nei tempi moderni. La più antica attestazione di questo termine a due caratteri, invece, si trova su un vaso rituale di bronzo per vino risalente al 1038-1000 a.C. circa, durante il primo periodo della dinastia degli Zhou occidentali, He zun. L’espressione Zhōng guó divenne d’uso comune nel periodo degli “Stati Combattenti” (475-221 a.C.), quando probabilmente si riferiva agli «Stati Centrali», ossia agli stati della valle del Fiume Giallo dell’epoca Zhou, distinti dalle periferie tribali. Nei periodi successivi, tuttavia, Zhōng guó non fu più utilizzato in quel senso e il paese veniva chiamato con il nome della dinastia, come «Han», «Tang», «Grande Ming», «Grande Qing» ecc. Già nel periodo delle “Primavere e Autunni” (722-481 a.C.), Zhōng guó poteva essere inteso sia come dominio della capitale sia come riferimento alla civiltà cinese zhūxià («le varie Xia») o zhūhuá («le varie Hua»), e al dominio politico e geografico che essa comprendeva. Tuttavia, il termine Tiānxià era quello più comunemente usato per questo concetto. Sebbene Zhōng guó potesse essere stato usato prima dell’epoca Song (960-1279) per indicare la cultura o civiltà cinese trans-dinastica a cui apparteneva il popolo cinese, fu durante la dinastia Song che i letterati iniziarono a usare Zhōng guó per descrivere l’entità trans-dinastica con diversi nomi dinastici nel tempo, ma con un territorio definito e caratterizzato da una comune discendenza, cultura e lingua. Il termine poteva riferirsi alla capitale dell’imperatore per distinguerla da quelle dei suoi vassalli, come avveniva sotto gli Zhou occidentali, o agli stati della Pianura centrale per distinguerli da quelli delle regioni periferiche. I testi dello Shujing (Libro dei documenti. Collezione di documenti storici cinesi, la cui compilazione è attribuita tradizionalmente a Confucio) comprende scritti d’incerta datazione (tra l’XI e il VII sec. a.C.), di diversa qualità letteraria e valore storico, che vanno dalle cronache della vita di corte alle considerazioni politiche, ai testi rituali ed epici, ad esempio, definiscono con Zhōng guó la regione della capitale, contrapposta alla città capitale.
[18] Il nostro ridicolo e tragico colonialismo, fu sostanzialmente la puerile parodia, mal riuscita, di un colonialismo ben più complesso e duraturo delle grandi potenze occidentali, l’Inghilterra, la Francia e la Spagna.
[19] I solenni festeggiamenti dedicati a Ciro II il Grande, furono giornate memorabili a cui parteciparono quasi tutti i più grandi capi di stato del mondo compresa la regina d’Inghilterra, il Presidente del Consiglio italiano, Emilio Colombo etc. Pur con qualche defezione critica le giornate furono salutate con un consenso entusiastico che non tenne per niente conto dell’uso strumentale politico-culturale che ne stava facendo, invece, lo Scià di Persia.
[20]  Rodinson è stato uno studioso comunista francese che dedicò la propria vita allo studio dell’Islam. Nato in una famiglia ebraica di umili origini, Rodinson riuscì nonostante ciò a studiare arabo e ge’ez, e a compiere una brillante carriera accademica. Per vent’anni militò nel Partito Comunista Francese, e rimase fino alla morte un intellettuale pubblico, che tra le altre cose contribuì negli anni ’60 a popolarizzare, all’interno della sinistra francese, la causa palestinese e l’opposizione al sionismo.
[21] I Peleset o Pulasati sono un popolo che compare in frammentari documenti storici e iconografici dell’antico Egitto, provenienti dal Mediterraneo orientale alla fine del II millennio a.C. Si ipotizza che fossero uno dei numerosi gruppi etnici di cui si diceva fossero composti i Popoli del Mare invasori. Oggi, gli storici generalmente identificano i Peleset con i Filistei. Esistono, tuttavia, pochissime testimonianze documentarie, sia per i Peleset che per gli altri gruppi ipotizzati come Popoli del Mare. Un gruppo registrato come partecipante alla Battaglia del Delta del Nilo (1175 a.C.) sarebbero stati proprio i Peleset. Dopo questo periodo, i “Popoli del Mare” nel loro complesso scompaiono dai documenti storici, e i Peleset non fanno eccezione. Le prove archeologiche supportano l’esistenza di una migrazione di Peleset/Filistei dall’Egeo al Levante meridionale.
[22] Il sionismo è un’ideologia politica il cui fine è l’affermazione del diritto all’autodeterminazione del popolo ebraico e il supporto a uno stato “ebraico” in quella regione che, dalla Bibbia è definita “terra d’Israele. Tale obiettivo è stato perseguito negli anni attraverso la colonizzazione della Palestina storica, con l’intento di ottenere un territorio il più esteso possibile, riducendo al minimo la presenza degli arabi palestinesi su quest’ultimo. Il sionismo emerse alla fine del XIX secolo nell’Europa centrale e orientale come effetto della Haskalah (illuminismo ebraico) e in reazione alle diverse forme di antisemitismo, inserendosi nel più vasto fenomeno del nazionalismo moderno. Il movimento tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo si sviluppò in varie forme, tra le quali il sionismo socialista, quello religioso, quello revisionista e quello di ispirazione liberale dei Sionisti Generali. Esso favorì a partire dalla fine del XIX secolo flussi migratori verso la Palestina, prima sotto l’impero ottomano e dopo la prima guerra mondiale affidata all’amministrazione britannica dalla Società delle Nazioni, che rafforzarono la presenza ebraica nella regione. Il sostegno al sionismo crebbe in particolare nel secondo dopoguerra, successivamente all’Olocausto, e portò, allo scadere del mandato britannico della Palestina, alla Dichiarazione d’indipendenza israeliana e alla nascita dello Stato di Israele nel 1948.
[23] L’esodo palestinese conosciuto soprattutto nel mondo arabo, e fra i palestinesi in particolare, come nakba (“disastro”, “catastrofe”, o “cataclisma”), è l’esodo forzato della popolazione araba-palestinese durante la guerra civile arabo-israeliana del 1947-48, al termine del mandato britannico, dopo la fondazione dello Stato di Israele.
[24] Intifada è un termine che tradotto letteralmente dalla lingua araba vuol dire “intervento” o “sussulto”. In realtà, col passare del tempo, questa parola ha assunto il significato di “rivolta”, “sollevazione”. Nello specifico, Intifada è entrato nel vocabolario d’uso comune perché è con questo nome che sono conosciute le rivolte arabe nate per porre fine alla presenza israeliana in Palestina. La prima è del 1987, la seconda del 2000 e la terza del 2015. Rappresentano uno degli aspetti più significativi negli anni recenti del conflitto israelo-palestinese.
[25] La Israel Exploration Society (IES), originariamente Jewish Palestine Exploration Society, è una associazione dedicata alla ricerca storica, geografica e archeologica della Terra di Israele. La società fu fondata nel 1913 e di nuovo nel 1920, con lo scopo di studiare la storia e la civiltà della Terra d’Israele e di diffonderne la conoscenza.
[26] Nell’intervista il Greenberg si dice piacevolmente sorpreso che il suo articolo fosse stato accettato e che la sessione in cui ha presentato il suo lavoro sia stata molto frequentata, con oltre 120 partecipanti; il Greenberg, tuttavia, si lamenta del fatto che il suo intervento sia solo stato una breve parentesi di 15 minuti, in pratica un intervento sostanzialmente isolato.
[27] Si tratta di una ONG israeliana che si impegna a difendere i diritti del patrimonio culturale e a proteggere i siti antichi come beni pubblici appartenenti a membri di tutte le comunità, fedi e popoli. La ONG programmaticamente si oppone al fatto che le rovine del passato siano diventate uno strumento politico nel conflitto israelo-palestinese e si impegna a contrastare coloro che utilizzano i siti archeologici per espropriare comunità emarginate. Considera inoltre i siti del patrimonio culturale come risorse per costruire ponti e rafforzare i legami tra popoli e culture e crede che i siti archeologici non possano costituire prova di precedenza o proprietà di una nazione, gruppo etnico o religione su un determinato luogo (About Us – Emek ShavehEmek Shaveh).
[28] Il libro dal titolo Archaeology, Nation, and Race: Confronting the Past, Decolonizing the Future in Greece and Israel. New York: Cambridge University Press, 2022. xvi + 218 pp. è frutto di un seminario alla Brown University tenuto congiuntamente da Raphael Greenberg e Yannis Hamilakis. Il libro mantiene la struttura dialogica nella speranza che, come suggeriscono gli autori, segni l’inizio di discussioni più approfondite sulle nozioni di cripto-colonia e cripto-colonizzazione, sull’idea di purificazione come impresa archeologica, sulla logica della razza e dell’archeo-genetica e, infine, sulle prospettive di decolonizzazione del campo dell’archeologia. Quest’anno anche in Italia si è cominciato a ragionare su queste problematiche con un convegno tenuto a Siena dal 5 al 7 maggio 2025 dal significativo titolo International Conference Decolonising Cultural Heritage: State of the Art, Methodologies, and Practices, organizzato dall’Ateneo Internazionale, Università per stranieri di Siena, dall’Unistrasi Centro Cadmo, e dall’ISMEO.
[29] L’archeologia biblica comincia con la pubblicazione da parte di Edward Robinson (1794-1863), professore americano di letteratura biblica, dei suoi viaggi attraverso la Palestina durante la prima metà del XIX sec.; Robinson sottolineava le somiglianze tra i nomi delle moderne città arabe e i nomi delle città bibliche. Il Palestine Exploration Fund (PEF) sponsorizzò indagini dettagliate guidate da Charles Warren, che erano state inizialmente finanziate da Angela Georgina Burdett-Coutts nel 1864 per migliorare le condizioni sanitarie di Gerusalemme. Le esplorazioni culminarono con la pubblicazione de The Survey of Western Palestine negli anni dal 1871 al 1877. Il più importante ritrovamento di questo periodo è il risultato del lavoro di Warren nella montagna del tempio di Gerusalemme, la scoperta delle fondamenta del tempio di Erode, la prima iscrizione israelita in parecchie giare manufatte con sigilli, e sistemi di pozzi d’acqua al di sotto della città di Davide. Dopo la prima guerra mondiale, durante il mandato britannico sulla Palestina, furono stabilite leggi per regolamentare gli scavi archeologici nel territorio palestinese e fu creato un Dipartimento di Antichità (che è diventato la moderna Autorità per le Antichità d’Israele e il Museo Archeologico della Palestina, oggi Museo Rockfeller. Dopo la dichiarazione della fondazione dello Stato di Israele e con la scoperta dei manoscritti del Mar Morto da parte di alcuni beduini nel 1947 e di altre antiche copie di testi della Bibbia ebraica le ricerche archeologiche riprendono, potendosi anche avvalere di moderni mezzi di scavo e di ricerca. Dopo la conquista da parte di Israele del Muro Occidentale e del Monte del tempio durante la guerra dei sei giorni, gli archeologi condussero ulteriori estese ricerche entro i limiti della moderna città di Gerusalemme. In particolare Ketef Hinnom a sud-ovest della città vecchia scopre due piccoli rotoli d’argento che conservano gli unici testi biblici più antichi dei manoscritti del Mar Morto. Entrambi questi testi contengono la Benedizione sacerdotale dal libro dei Numeri, e uno contiene anche una citazione del libro dell’Esodo 20,6e del Deuterenomio 5,10;7,9; gli stessi versi appaiono anche successivamente nel Libro di Daniele 9,4e di Neemia1,5.
[30] A partire dagli anni 70 del XX secolo ad oggi, stante anche il progresso delle tecniche archeologiche e scientifiche, la maggioranza degli archeologi israeliani propende per ritenere non storico molto di quanto contenuto nel testo biblico. Il quotidiano israeliano “Haaretz”, nell’ottobre 2017, riportava nella sua sezione archeologica le considerazioni sullo stato attuale della ricerca: “I padri fondatori dell’archeologia israeliana sono partiti esplicitamente con la Bibbia in una mano e un piccone nell’altra, cercando i risultati delle epoche bibliche, come parte del progetto sionista”. Ma con il progredire degli scavi negli anni ’70 e ’80, piuttosto che la convalida, ciò che cominciò ad accumularsi furono le contraddizioni e “oggi, a 18 anni di distanza, armati di tecnologie di datazione e molecolari all’avanguardia, gli archeologi sono sempre più d’accordo con Ze’ev Herzog che, in generale, la Bibbia non riflette le verità storiche”. Ad evidenziare tali osservazioni sono moltissimi archeologi israeliani, molto attivi, come Israel Finkelstein e Ze’ev Herzog, che afferma che “questo è ciò che gli archeologi hanno scoperto dai loro scavi nella Terra di Israele: gli Israeliti non sono mai stati in Egitto; non hanno vagato nel deserto; non hanno conquistato i territori in una campagna militare e non li hanno dati alle 12 tribù di Israele; e la monarchia unificata di Davide e Salomone, che è descritta dalla Bibbia come una potenza nazionale, era tutt’al più un piccolo regno tribale. E per molti sarà anche stato uno spiacevole shock venire a sapere che il Dio di Israele, YHWH, avesse una consorte femminile e che la prima religione israelita abbia adottato il monoteismo solo nel periodo calante della monarchia e non sul Monte Sinai”. Lo storico e archeologo italiano Mario Liverani, uno dei più importanti storici del vicino oriente antico aggiunge inoltre: “Due filoni della ricerca, da una parte l’analisi filologica dei testi biblici, dall’altra l’archeologia arrivano alle stesse conclusioni…….: che non possono essere considerati storici i racconti più celebri del Vecchio Testamento, come le vicende di Abramo e dei Patriarchi, la schiavitù in Egitto, l’Esodo e la peregrinazione nel deserto, la conquista della Terra Promessa, la magnificenza del regno di Salomone”. Anche in merito alla città di Gerusalemme nei 18 anni successivi agli articoli di Herzog, [Gerusalemme] è stata scavata come mai prima di allora. Tuttavia, come concorderebbe la stragrande maggioranza degli archeologi la capitale di un regno unificato di Davide e Salomone non è stata mai rinvenuta. Gli studiosi del “Nuovo Grande Commentario Biblico”, conformemente alle attuali conoscenze archeologiche, precisano inoltre che “pochi, ammesso che ce ne siano, sono gli episodi importanti di Giosuèche possono essere considerati storici”. Per esempio, né Gerico, né Ai, né Gabaon erano abitate nel periodo in cui la maggior parte degli studiosi colloca l’emergere di Israele in Canaan (ca. 1200). Per lo più, quindi, i reperti archeologici contraddicono la narrazione. Il che è vero anche a livello di piccoli dettagli: non ci sono usanze, elementi geopolitici o manufatti specifici menzionati in Giosuè che possono essere datati solo alla fine del secondo millennio, e molti di essi sono ancora presenti nel primo. D’altra parte, Giosuè riflette il tempo in cui fu composto. Così, la lista delle città levitiche del c. 21, non poté essere compilata prima del sec. VIII, perché è questo il periodo in cui la maggior parte di esse esisteva”.
[31] I Buddha di Bamiyan erano due enormi statue costruite attorno al VI secolo, scolpite da un gruppo religioso buddhista nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan in Afghanistan, a circa 230 chilometri dalla capitale Kabul e a un’altitudine di circa 2500 metri. La datazione al carbonio dei componenti strutturali dei Buddha ha determinato che il più piccolo, il “Buddha orientale”, era alto 38 metri e fu costruito intorno al 570 d.C., mentre il più grande, il “Buddha occidentale” di 55 metri, fu costruito intorno al 618 d.C., l’epoca in cui gli Eftaliti governavano la regione. Le statue erano collocate in un luogo sacro per i buddhisti sulla Via della Seta. Ma il 12 marzo 2001 le due statue sono state distrutte per motivi politico-ideologici dai talebani in seguito ad un ordine dato il 26 febbraio 2001 dal leader talebano Mullah Omar, di distruggere tutte le statue in Afghanistan “in modo che nessuno possa adorarle o rispettarle in futuro”. Esempio tra i più infami del controverso rapporto tra Archeologia e Politica.
[32] I casi di Hatra, Khorsabad, Mosul, Ninive e Palmira, Mari e Calah non sono meno significativi di quelli di Bamyan. La ragione di tutto ciò risiede nel malinteso senso di superiorità morale dei fedeli di una religione su altri praticanti una religione diversa, e in questi casi, anche precedenti più di un millennio l’epoca islamica. A scadenze ravvicinate la distruzione sistematica del patrimonio archeologico del Vicino Oriente antico, attraverso una strategia programmata sono state anche riprese e filmate per ampliarne la portata mediatica. Con le stesse modalità l’Isis/Daesh ha diffuso le immagini in presa diretta di decapitazioni e di corpi umani straziati e quelle delle distruzioni di resti archeologici. Si potrebbe obiettare che la perdita di vite umane non sia paragonabile a quella dei monumenti. In realtà, furono due esiti dello stesso odio e disprezzo del vivere civile, gestiti con la medesima determinazione e ferocia. 
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Bruno Genito, Professore Ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte Iranica e dell’Asia Centrale, presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” (UNO) dal 2005, ha diretto la Missione Archeologica Italiana in Iran, dell’Azerbaigian dal 2016-2022, dell’Uzbekistan dal 2008 dell’UNO in collaborazione con il Ministero Italiano degli Affari Esteri, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Azerbaigian, Baku, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Uzbekistan, Samarkanda, l’Ente Iraniano per la Cultura, l’Artigianato e il Turismo e l’ISMEO; è stato vicedirettore della Missione Archeologica Italiana nel Turkmenistan (1989-1994), dell’UNO in collaborazione con il Ministero Italiano degli Affari Esteri, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze dell’Unione Sovietica, e l’Università di Stato di Ashabad e l’IsMEO/IsIAO, nonché direttore della Missione Archeologica Italiana in Ungheria (1983-1997) (UNO), in collaborazione con il CNR, IsMEO/IsIAO, il Ministero Italiano degli Affari Esteri, l’Istituto di Archeologia dell’Accademia delle Scienze d’Ungheria, Budapest, l’IsMEO/IsIAO. Responsabile di numerosi progetti scientifici, è membro di diverse Società e di comitati scientifici di riviste nazionali e internazionali.

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