Criticare l’operato di Israele è essere antisemita? Temere i musulmani nel mondo e considerarli estremisti è essere islamofobico? Come è cambiata la percezione del mondo dopo l’attacco del 7 ottobre e il genocidio a Gaza?
Con l’attacco di Hamas contro il popolo israeliano del 7 ottobre 2023 e la successiva risposta militare di Israele, rivolta non contro uno Stato ma contro la popolazione civile palestinese già provata da anni di occupazione, il Medio Oriente è precipitato nuovamente nel caos e il mondo intero in un clima di allarme e instabilità. Ne sono derivati un crescente senso di incertezza, la perdita di fiducia reciproca e il diffondersi di sentimenti di odio e risentimento, che hanno alimentato episodi di violenza contro ebrei e musulmani, non solo in Medio Oriente ma anche in Europa e nel resto del mondo.
Paura, diffidenza, rabbia, frustrazione e impotenza accomunano molte persone di fronte al violento attacco avvenuto al Nova Festival due anni fa per mano dei terroristi di Hamas e di fronte alla loro ostinazione nel trattenere gli ostaggi fino alla fragile tregua raggiunta a Sharm el-Sheikh nell’ottobre 2025. Allo stesso modo, suscita sgomento la dura reazione di Israele contro la popolazione palestinese e gli attacchi contro i territori, i Paesi e i movimenti che ritiene loro sostenitori. Oggi israeliani e palestinesi sono impegnati in un piano di pace che esclude i palestinesi come interlocutori diretti e che, pur avendo disposto il rilascio di alcuni prigionieri, continua ad effettuare azioni di guerra e a detenere figure di rilievo della politica palestinese e centinaia di civili nelle proprie carceri, come anche Hamas – al momento in cui scrivo – sta faticando a rilasciare i corpi di alcuni ostaggi.
Antisemitismo e islamofobia: due fenomeni in crescita
Senza entrare nei dettagli di una situazione ancora in evoluzione, è possibile però affermare con certezza che negli ultimi due anni si è registrato un fenomeno dalle traiettorie parallele: la crescita simultanea di islamofobia e antisemitismo. L’aumento dell’una rispecchia quello dell’altro, in un circolo vizioso che confonde i piani e alimenta la polarizzazione. Basta osservare la storia delle relazioni fra Israele e Palestina per accorgersi come ogni volta che si verifica un’escalation di violenza fra le due parti, vi sia un aumento dell’antisemitismo e dell’islamofobia nei Paesi occidentali.
L’islamofobia trasforma ogni musulmano in potenziale terrorista, fungendo da maschera per comportamenti apertamente razzisti; l’antisemitismo, invece, viene talvolta utilizzato come strumento per delegittimare chi critica la politica coloniale e bellicista di Israele e dei governi che ne hanno sostenuto le azioni nel recente conflitto.
In un contesto di rinnovata tensione internazionale, diventa pertanto urgente riflettere su come evitare ogni forma, esplicita o implicita, di razzismo nel dibattito pubblico sul conflitto mediorientale e sul fragile processo di pace in corso e le due derive, opposte ma complementari, di antisemitismo e islamofobia, meritano particolare attenzione.
Da un lato, parte del discorso pubblico ha oltrepassato i limiti della critica legittima al governo israeliano, degenerando in ostilità verso il popolo ebraico nel suo insieme. Ciò si manifesta nell’uso denigratorio del termine sionismo o nell’assimilazione di Israele e del sionismo al nazismo, paragone che risulta profondamente offensivo per molti ebrei. Dall’altro lato, la crescente islamofobia si nutre dell’associazione generalizzata tra islam e terrorismo, negando spesso l’esistenza stessa del pregiudizio antimusulmano e mascherandolo con argomentazioni retoriche.
Contrastare antisemitismo e islamofobia non significa limitare la libertà di espressione o la critica politica e religiosa, ma garantire che nessuna comunità venga stigmatizzata o ritenuta collettivamente responsabile per le azioni di pochi. Solo attraverso educazione, autocritica e riconoscimento reciproco è possibile costruire un discorso pubblico autenticamente antirazzista e rispettoso delle differenze.
Il mondo fra episodi di odio e attivismo pro-diritti umani
La Commissione europea contro il razzismo e l’intolleranza (ECRI) [1], già in un suo Rapporto del 2023, ha messo in guardia sul fatto che gli episodi di odio contro i musulmani sono aumentati in maniera esponenziale. In molti casi, i cittadini di fede islamica che vivono in Europa sono stati ingiustamente associati alle azioni di Hamas e sono stati vittime di pregiudizi legati a stereotipi che li collegano al terrorismo. Questa situazione non è rimasta circoscritta alla sfera sociale, ma ha avuto un impatto diretto anche sulla politica interna di diversi Paesi europei. Tanto l’estrema destra quanto l’estrema sinistra hanno cercato di sfruttare queste tensioni per ottenere consensi, ricorrendo spesso a un linguaggio acceso e polarizzante, rivolto ora contro Israele, ora contro le comunità musulmane.
Dall’inizio dell’ultimo conflitto in Medio Oriente è poi emerso un fenomeno nuovo: il dissenso e l’attivismo dell’opinione pubblica globale. Milioni di persone si sono mobilitate, via terra e via mare, scendendo in strada e spiegando le vele di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari, spinte dal desiderio di reagire di fronte a tanta violenza e alla morte di civili innocenti. Una reazione tanto più forte quanto più evidente è apparso l’immobilismo di molti governi di fronte alle continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale da parte del governo del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Dare voce a chi non ne ha ed esporsi contro l’ingiustizia e lo spregio del diritto internazionale rappresentano un tratto essenziale di chi ancora conserva un senso di umanità. Tuttavia, in alcuni casi la protesta ha oltrepassato i limiti della legittima critica, degenerando in episodi di antisemitismo e islamofobia, talvolta solo verbali, talvolta violenti.
Chi condanna il genocidio a Gaza è antisemita?
Evitare di scivolare nel razzismo significa non attribuire responsabilità collettive: né agli ebrei per le azioni del governo israeliano, né ai musulmani per quelle di Hamas. Questo è il punto di partenza di ogni dibattito onesto. Ma non si può definire antisemita chi condanna il genocidio compiuto da Israele contro il popolo palestinese, un genocidio documentato, nonostante i tentativi di censura, da giornalisti, civili, operatori umanitari e relatori ONU in costante contatto con la società civile di Gaza. Parlare oggi del popolo palestinese significa riconoscere il suo diritto all’autodeterminazione e all’integrità dei confini. Come ha ricordato Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi, «un popolo è come un corpo: ogni arto perso ferisce il tutto». È un fatto che da oltre settant’anni, i palestinesi vivono con il dolore dello smembramento, cercando di ricucire le ferite aperte nel 1948. Ma «i colpi non sono mai cessati: smembrati, percossi, umiliati, derisi». Un corpo può sopportare tanto dolore, ma non all’infinito. La Nakba, spiega ancora Albanese, non è un evento del passato: è una violazione continua del diritto internazionale – dall’Articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra alla Carta delle Nazioni Unite – e un’offesa ai principi fondamentali della dignità umana. «Nessuna occupazione è eterna, nessun esilio lo è. Finché esisterà il diritto internazionale, finché la parola giustizia avrà un significato, la Nakba non sarà solo lutto: è un atto d’accusa, un comando irrisolto, la strada che il mondo deve ancora percorrere. È per i palestinesi, ma anche per tutti noi» [2].
Un aiuto per comprendere l’antisemitismo arriva anche dalle riflessioni del professor Kenneth Roth [3], basate su oltre trent’anni di impegno globale per i diritti umani. Roth colloca la strategia narrativa di Israele in uno schema più ampio di autoritarismo alimentato dal populismo. In un’intervista esclusiva a ECPS [4], l’ex direttore esecutivo di Human Rights Watch e ora professore a Princeton, avverte che Israele sta sfruttando in maniera cinica le accuse di antisemitismo per proteggere quello che definisce “genocidio e atrocità di massa” a Gaza. «Netanyahu e i suoi sostenitori non stanno difendendo gli ebrei nel mondo – sottolinea Roth – li stanno sacrificando, svilendo il concetto stesso di antisemitismo proprio nel momento in cui è più necessario». Secondo il professore, gli autocrati contemporanei «cercano ancora le elezioni, ma truccano il campo da gioco», minando sistematicamente i tribunali, catturando i giornalisti, limitando le ONG e intimidendo le università. La democrazia, insiste Roth, non può ridursi alle urne: richiede libertà di espressione, libertà di associazione e stato di diritto, tutti sotto attacco. I leader populisti, spiega, alterano le elezioni, catturano le istituzioni e usano le minoranze come capro espiatorio, mettendo a tacere il dissenso. Il suo avvertimento è netto: la critica a Israele non equivale a antisemitismo, e confondere queste due cose mette a rischio sia i palestinesi sia le comunità ebraiche nel mondo. Roth sottolinea infine che l’antisemitismo resta una questione di estrema urgenza, con manifestazioni diffuse che colpiscono le comunità ebraiche a livello globale, un fenomeno a suo dire già esistente ma ulteriormente aggravato dagli eventi a partire dal 7 ottobre 2023.
Se l’antisemitismo resta un fenomeno concreto e allarmante, tuttavia, è emerso con evidenza che il primo ministro Netanyahu, il suo governo e una parte dei suoi sostenitori hanno spesso strumentalizzato le accuse di antisemitismo per delegittimare o zittire le critiche alle operazioni militari di Israele a Gaza, comprese quelle che numerosi osservatori internazionali definiscono atrocità di massa o crimini di genocidio. Questa strategia appare come un chiaro esempio di cinismo politico, perché finisce per indebolire e compromettere la credibilità di un concetto che invece va preservato nella sua serietà e urgenza etica. Se l’opinione pubblica inizia a percepire le denunce di antisemitismo come meri strumenti retorici utilizzati per deviare il dibattito o giustificare comportamenti moralmente e legalmente discutibili, si rischia un effetto paradossale: una crescente diffidenza verso il concetto stesso, proprio nel momento in cui sarebbe fondamentale mantenerne intatta la forza morale e politica. In questo senso, si può sostenere che Netanyahu e i suoi sostenitori stiano, consapevolmente o meno, sacrificando il benessere e la sicurezza delle comunità ebraiche nel mondo sull’altare della difesa dell’attuale governo israeliano. Il messaggio implicito di tale atteggiamento sembra essere che la tutela dell’immagine e della legittimità politica del governo israeliano prevalga su ogni altra considerazione, anche a discapito della serenità e dell’incolumità degli ebrei nella diaspora.
Il cinismo è nelle parole: le diverse definizioni di antisemitismo
Esistono diverse definizioni di antisemitismo e alcune di queste, come quella dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) [5], hanno suscitato diatribe per il modo in cui sono formulate lasciando intendere che effettivamente la critica a Israele, in quanto esso stesso si definisce “Stato ebraico”, possa essere ascritta a un comportamento antisemita. Per superare questa querelle basterebbe fermarsi un attimo a riflettere per capire che l’antisemitismo non è altro che l’odio, la discriminazione, il pregiudizio, la violenza nei confronti degli ebrei in quanto ebrei proprio come l’islamofobia è l’odio, la discriminazione, il pregiudizio e la violenza nei confronti dei musulmani in quanto musulmani e questo può applicarsi a qualsiasi categoria, gruppo o minoranza del mondo. Nell’ottobre del 2022 è stata proprio l’allora relatrice speciale ONU sulle forme contemporanee di razzismo E. Tendayi Achiume a sottolineare ufficialmente come la definizione dell’IHRA oltre che essere già stata contestata da un certo numero di esperti in materia era pericolosa perché, per il modo in cui è formulata e per gli esempi esplicativi che porta con sé, contribuisce a politiche e pratiche di popoli e governi che possono «portare a violazioni dei diritti umani, tra cui la libertà di espressione, di riunione e di partecipazione politica».
Per lei, come per altri esperti, esistono due altre definizioni di antisemitismo di gran lunga superiori a quella dell’IHRA: la Dichiarazione di Gerusalemme [6] e il Documento Nexus [7]. La ragione per cui sono superiori è che esplicitano chiaramente che la semplice critica alla cattiva condotta di Israele non è antisemitismo. Definiscono l’antisemitismo in termini positivi in modo simile, ma includono anche esempi negativi per chiarire che l’antisemitismo non dovrebbe mai essere strumentalizzato per proteggere la cattiva condotta israeliana. Quindi, se la preoccupazione è davvero l’antisemitismo, allora bisognerebbe adottare la Dichiarazione di Gerusalemme o il Documento Nexus. Ma se la preoccupazione è semplicemente difendere Israele sacrificando gli ebrei di tutto il mondo, allora conviene usare la definizione IHRA.
Chi se la prende con i musulmani è islamofobo?
Denunciando la crescente ondata di intolleranza religiosa nel mondo che ha prodotto un aumento dei due fenomeni di cui ci stiamo occupando in questo articolo, Miguel Ángel Moratinos, l’Alto rappresentante delle Nazioni Unite per l’Alleanza delle Civiltà, ha affermato che la discriminazione contro i musulmani “non è un fenomeno isolato”, ma si inserisce «nella rinascita di ideologie etno-nazionaliste, neonaziste e suprematiste bianche». «Queste tendenze – ha spiegato – si manifestano negli attacchi ai luoghi di culto, nella profanazione dei testi sacri e nelle aggressioni fisiche contro persone colpite per la loro fede o le loro convinzioni». Moratinos ha sottolineato che la violenza colpisce non solo i musulmani, ma anche ebrei, alcune comunità cristiane minoritarie e altri gruppi religiosi vulnerabili. «Ovunque nel mondo, le persone devono poter praticare la propria fede in modo pacifico e senza timore», ha ribadito. Secondo il rappresentante ONU, i luoghi di culto «devono essere rifugi sicuri, non teatri di terrore o spargimento di sangue». Da qui il suo appello: «Dobbiamo opporci con fermezza a ogni forma di odio e discriminazione» [8].
Per quanto riguarda l’islamofobia, ovvero la presenza di un riferimento al fatto che la persona o la cultura colpita siano musulmane o islamiche, possiamo dire che l’incomprensione è senza ombra di dubbio ciò che più ha contraddistinto il rapporto fra mondo occidentale e Islam in questo primo quarto di secolo del nuovo millennio. Una confusione che si è nutrita di paura, ignoranza, pregiudizi, da parte degli uni e degli altri, e dall’incapacità reciproca di ammettere, o meglio, di riconoscere le reciproche differenze ideologiche, religiose, culturali, linguistiche, sociali. In realtà quello a cui assistiamo sempre più, nelle nostre società secolarizzate, è la marginalizzazione dell’esperienza religiosa nei limiti della sfera privata. Abbiamo sradicato dalla cultura ogni espressione religiosa e questo ha permesso al pluralismo religioso legato ai flussi migratori di diventare invece sempre più visibile negli spazi pubblici, dove questa pluralità causa però spesso incomprensioni, discussioni, se non conflitti.
Mai nel corso della sua storia come adesso l’Islam ha attratto l’attenzione dell’Occidente. In Medio Oriente si svolgono guerre e ci sono tensioni che coinvolgono direttamente gli Stati Uniti e le potenze europee. In Europa le ondate migratorie hanno dato vita, per la prima volta, a una folta comunità musulmana distribuita in tutti i Paesi dell’Unione. I discorsi sul multiculturalismo religioso che ne sono derivati hanno acceso l’interesse pubblico su questo argomento e hanno ampliato l’importanza che si dà all’islam come fede religiosa che storicamente è rivale del cristianesimo. Se poi osserviamo la presenza musulmana negli Stati Uniti, in Europa e in Italia vediamo come si è arrivati oggi al grande fraintendimento e all’islamofobia. Nel 2010 Chris Allen [9], nel suo libro Islamophobia [10] , spiega che il termine in questione [11], utilizzato all’inizio del Ventesimo secolo, era in qualche modo dissimile dal suo uso contemporaneo. Infatti, veniva inteso come una paura dell’Islam da parte dei musulmani liberali e modernisti, più che come un timore dei non musulmani nei confronti dei seguaci dell’Islam.
Nel suo libro Allen spiega che l’islamofobia non è solo odio o paura verso i musulmani, ma una vera e propria ideologia, simile al razzismo. Essa attribuisce significati negativi all’Islam e ai musulmani, influenzando come le persone li percepiscono e come la società si comporta nei loro confronti. Non si manifesta soltanto in atti espliciti di violenza o discriminazione, ma anche nelle forme quotidiane e meno visibili di potere e pregiudizio. In pratica, produce esclusione sociale, economica e politica.
Nel 2017 Runnymede [12] ha pubblicato un altro report in cui ha sviluppato una definizione più ampia di islamofobia basandosi sulla definizione di razzismo delle Nazioni Unite [13]: «l’islamofobia è il razzismo anti-musulmano» e, in una definizione più larga, «è qualsiasi distinzione, esclusione o restrizione o preferenza nei confronti dei musulmani (o di coloro che sono percepiti come musulmani), che ha lo scopo o l’effetto di annullare o compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, su un piano di parità, di diritti umani e libertà fondamentali nel campo politico, economico, sociale, culturale o in qualsiasi altro campo della vita pubblica».
Si legge nel report che la razionalizzazione del pregiudizio non è una novità, che la discriminazione è sempre stata accompagnata da giustificazioni ideologiche e intellettuali.
La storia insegna che ogni forma di discriminazione, indipendentemente dal gruppo verso cui è diretta – che si tratti di donne, persone nere, ebrei o comunità LGBTQ+ — è sempre riuscita a travestirsi di razionalità. Il pregiudizio, per sopravvivere, assume spesso l’aspetto di un discorso “accettabile”, giustificato da argomenti apparentemente logici o morali, ma che in realtà nascondono logiche di esclusione e meccanismi di potere. È proprio questa forma di odio razionalizzato, mimetizzato sotto il velo della rispettabilità intellettuale o politica, a risultare la più insidiosa e pericolosa.
In questo quadro, musulmani ed ebrei rappresentano soltanto gli ultimi bersagli di una lunga e dolorosa genealogia dell’alterità stigmatizzata. L’islamofobia emerge come l’ennesimo punto cieco del pregiudizio contemporaneo, un terreno su cui l’intolleranza riesce ancora a presentarsi come prudenza culturale o difesa dei valori occidentali. Parallelamente, l’antisemitismo si configura oggi come una delle più ciniche distorsioni del discorso politico, spesso manipolato per giustificare politiche imperialiste o posizioni ideologiche di potere.
In definitiva, ciò che emerge con chiarezza è la continuità storica dei meccanismi di giustificazione dell’odio: ieri rivolti contro le donne, le persone nere, gli ebrei e le comunità LGBTQ+, oggi contro i musulmani. L’islamofobia e l’antisemitismo devono quindi essere interpretati come le più recenti manifestazioni di un medesimo paradigma discriminatorio che la società, ancora oggi, fatica a riconoscere e a nominare per ciò che realmente è: una forma di violenza ideologica mascherata da razionalità.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Dal Report “Key challenges of 2023 and beyond: dire situation of people displaced by war, the rise of antisemitism and anti-Muslim racism as a result of the current Middle East conflict”, pubblicato dall’European Commission against Racism and Intolerance (ECRI).
[2] Intervista rilasciata da Francesca Albanese a Reti Solidali intitolata “Francesca Albanese: «La sopravvivenza della Palestina sarà la nostra riabilitazione»” (pubblicata il 30 luglio 2025).
[3] Kenneth Roth è il Professore Visitante Charles e Marie Robertson presso la Princeton School for Public and International Affairs. Fino all’agosto 2022, ha ricoperto per quasi trent’anni il ruolo di direttore esecutivo di Human Rights Watch, una delle principali organizzazioni internazionali per i diritti umani al mondo, attiva in circa 100 paesi.
[3] https://www.populismstudies.org/professor-roth-israel-exploits-antisemitism-allegations-to-silence-criticism-of-genocide-in-gaza/
[4] ECPS, Journal of Educational, Cultural and Psychological Studies (ECPS Journal): è una rivista accademica interdisciplinare che pubblica ricerche su questioni pedagogiche, psicologiche, storiche e sociologiche.
[5] La definizione IHRA: «Antisemitism is a certain perception of Jews, which may be expressed as hatred toward Jews. Rhetorical and physical manifestations of antisemitism are directed toward Jewish or non-Jewish individuals and/or their property, toward Jewish community institutions and religious facilities». Per leggere il testo per intero: https://holocaustremembrance.com/resources/working-definition-antisemitism
[6] La definizione del Documento di Gerusalemme: “Antisemitism is discrimination, prejudice, hostility or violence against Jews as Jews (or Jewish institutions as Jewish)”. Per leggere il testo per intero: https://jerusalemdeclaration.org
[7] La definizione Nexus: Antisemitism consists of anti-Jewish beliefs, attitudes, actions or systemic conditions. It includes negative beliefs and feelings about Jews, hostile behavior directed against Jews (because they are Jews), and conditions that discriminate against Jews and significantly impede their ability to participate as equals in political, religious, cultural, economic, or social life. As an embodiment of collective Jewish organization and action, Israel is a magnet for and a target of antisemitic behavior. Thus, it is important for Jews and their allies to understand what is and what is not antisemitic in relation to Israel. Per leggere il testo per intero: https://nexusproject.us/nexus-resources/the-nexus-document/
[8] Intervento del Sottosegretario Generale Miguel Ángel Moratinos, Alto Rappresentante per l’Alleanza delle Civiltà delle Nazioni Unite (UNAOC), in occasione della Giornata Internazionale per la Lotta all’Islamofobia. 14 marzo 2025, Sala dell’Assemblea Generale, Nazioni Unite, New York.
[10] Chris Allen, studioso, Professore Associato alla Scuola di Criminologia dell’Università di Leicester, autore di “Islamophobia” dove inizia esaminando i modi di definire e comprendere l’islamofobia. Ne ripercorre l’evoluzione storica fino ai nostri giorni, considerando l’impatto degli eventi recenti e le loro conseguenze, in particolare in seguito agli eventi dell’11 settembre, prima di cercare una concezione più ampia del fenomeno. In una serie di indagini esamina tematicamente il ruolo dei media, il posizionamento contemporaneo dei musulmani in tutto il mondo e se l’islamofobia possa essere considerata un continuum di anti-islamismo storico, o se l’islamofobia sia un concetto del tutto moderno. La questione dell’islamofobia è considerata dalla prospettiva locale, regionale e globale.
[11] «Islamophobia is an ideology, similar in theory, function and purpose to racism and other similar phenomena, that sustains and perpetuates negatively evaluated meaning about Muslims and Islam in the contemporary setting in similar ways to that which it has historically, although not necessarily as a continuum, subsequently pertaining, influencing and impacting upon social action, interaction, response and so on, shaping and determining understanding, perceptions and attitudes in the social consensus – the shared languages and conceptual maps – that inform and construct thinking about Muslims and Islam as Other. Neither restricted to explicit nor direct relationships of power and domination but instead, and possibly even more importantly, in the less explicit and everyday relationships of power that we contemporarily encounter, identified both in that which is real and that which is clearly not, both of which can be extremely difficult to differentiate between. As a consequence of this, exclusionary practices – practices that disadvantage, prejudice or discriminate against Muslims and Islam in social, economic and political spheres ensue, including the subjection to violence – are in evidence. For such to be Islamophobia however, an acknowledged ‘Muslim’ or ‘Islamic’ element – either explicit or implicit, overtly expressed or covertly hidden, or merely even nuanced through meanings that are ‘theological’, ‘social’, ‘cultural’, ‘racial’ and so on, that at times never even necessarily name or identify ‘Muslims’ or ‘Islam’ – must be present» Christopher Allen, Islamophobia, Routledge, 2011:190.
[12] Runnymede è un Trust britannico che conduce studi sul razzismo: https://www.runnymedetrust.org/publications/islamophobia-still-a-challenge-for-us-all
[13] Per leggere il testo per intero: https://www.un.org/en/genocideprevention/documents/atrocity-crimes/Doc.11_declaration%20on%20race%20and%20racial%20prejudice.pdf
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Francesca Spinola, giornalista professionista attualmente residente a Tunisi, ha conseguito un diploma in Studi arabi e islamistica presso l’Istituto Dar Comboni al Cairo e un master in Studi arabi e islamici presso il PISAI – Pontificio istituto di studi arabi e islamica. È laureata in scienze politiche indirizzo politico internazionale (Università “La Sapienza”). Sta associando al giornalismo la ricerca in studi islamici con un focus sulle questioni di genere. È autrice di numerosi articoli giornalistici e di alcuni saggi di cui l’ultimo è Blu Tunisi: viaggio nella città e nei suoi cinque storici villaggi edizioni Infinito, 2024.
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