Siamo davvero a un passo da buttare nel Mediterraneo il bambino con l’acqua sporca? Fuori dalla metafora tutto ciò forse significa che il mondo occidentale si è liberato una buona volta del problema delle immigrazioni che tanto ha ossessionato parte della sua popolazione e dei governanti in questi ultimi anni? Potranno finalmente tutti costoro tirare un sospiro di sollievo o dovranno aspettarsi ulteriori rigurgiti da un mondo sempre più popolato?
I numeri per una ripresa dei flussi non mancano. Secondo l’Onu nel 2024 sono stati ben 304 milioni i migranti internazionali (di cui 122 in fuga in particolare da guerre, persecuzioni e violenze), che si sono diretti dovunque fosse possibile. Come ha avvertito di recente e con preoccupazione l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Iom), oggi più che mai cercare scampo alle catastrofi naturali e ai cambiamenti climatici è divenuto un obiettivo da raggiungere a tutti i costi per quelli che volenti o nolenti sono diventati gli ultimi della terra [1]. Ma più difficile è stato fare proprie le mete più bramate, ossia quelle occidentali. Per tutta una serie di ragioni.
Molti Paesi, soprattutto nell’Unione Europea e nel Nord America, su cui fin qui si è concentrato il maggiore flusso (59 milioni in Usa e Canada e 85 in Europa), hanno adottato leggi più severe in materia di ingresso e permanenza degli stranieri. Le ragioni si intersecano, si accavallano, si contraddicono. Questi provvedimenti sembrano in parte obbedire a concezioni politiche tradizionali ispirate all’esigenza di proteggere il mercato del lavoro locale e di garantire la sicurezza nazionale, che limitano le possibilità di emigrare legalmente. Questo pretesto, quasi sempre campato per aria e perciò non più cavalcato dai suoi inventori, un tempo patrimonio della sinistra sindacale, oggi è fatto proprie dai governi conservatori e populisti. Per altra parte le restrizioni alle politiche migratorie che preoccupano non poco le organizzazioni internazionali dell’Onu preposte, come lo Iom e Nhcr, si sono aggravate nel 2025 e, secondo i commentatori del settimanale britannico The Economist, in qualche modo coincidono con il più ridotto interesse degli Stati per il problema economico.
Non a caso l’introduzione di queste politiche è avvenuta nel Paese più prospero ed economicamente più potente del mondo attraverso la chiusura di quasi tutti i canali di accesso e la deportazione degli immigrati irregolari anche in Paesi diversi da quelli di origine. L’effetto sperato, secondo i teorici del MAGA, dovrebbe generare qualcosa di positivo per l’economia e la società americana. Ma esistono forti dubbi che ciò avvenga sotto il profilo economico. Non a caso nella sponda opposta dell’Atlantico la maggiore resistenza a queste politiche è venuta dai due maggiori Stati, a conduzione democratica, la California e New York, che se fossero indipendenti si posizionerebbero rispettivamente al quarto e al settimo posto nella graduatoria mondiale per prodotto interno lordo; significativamente, le rispettive capitali e città più importanti si sono erette a città “santuario” per opporsi o non collaborare alle operazioni di espulsione dei migranti effettuate dall’Ice, la polizia federale migratoria, con la magistratura intenta a bloccare il più possibile i tentativi dell’apparato centrale di limitare i diritti degli stranieri, siano essi cittadini o meno degli Usa [2] .Comunque, mentre rimando alle considerazioni economiche e giuridiche su questo argomento contenute nei miei ultimi articoli su questa rivista, qui mi voglio intrattenere soprattutto sui suoi riflessi, sul mondo occidentale. Soprattutto per isolare e trattare meglio i problemi e individuare le soluzioni più opportune.
La riflessione sullo spopolamento e sulle sue conseguenze oggi si fa più stringente consci anche della complessità del problema, grazie agli ultimi interventi degli esperti dell’Onu. Intanto si prende atto delle previsioni dei demografi per i quali una volta raggiunto il picco dei dieci miliardi di abitanti il pianeta conoscerà una fase di contrazione, presumibilmente già al termine dell’attuale secolo. In attesa che ciò accada, introducendo una specifica riflessione sul ripopolamento per effetto delle migrazioni, ci si domanda anche se per caso la contrazione della popolazione non presenti risvolti positivi o, per lo meno, non sia del tutto negativa.
Le prospettive ad alcuni sembrano meno fosche di quanto non si pensi. Per gli analisti dell’Onu, per esempio, tutti i Paesi che sono passati da un tasso di fertilità bassa dovrebbero conoscere una fase di stabilizzazione o, addirittura, un contenuto incremento della fertilità. E così gli Stati Uniti, che nel corso del secolo sono scesi dal 1.9 al 1.6 del tasso di fertilità, da oggi in poi dovrebbero attestarsi su quest’ultimo valore. Ed egualmente in nessuno dei Paesi che hanno conosciuto l’abbassamento del tasso di fertilità si dovrebbe verificare un’ulteriore caduta ma appena un’autocorrezione del problema che potrebbe iniziare in quelli che finora ne sono stati più afflitti [3]. Non tutti sono d’accordo con le tesi della “United Nations Population Division”: l’istituto austriaco HASA, per esempio, giudica queste aspettative nient’altro che degli wishful thinking [4].
Ma vediamo meglio su quali dati e considerazioni si basano le teorie più ottimistiche. La diminuzione della popolazione con molta probabilità comporterà accanto a una riduzione dell’attività edilizia e delle emissioni dei gas serra, la contrazione della forza lavoro oltre che dei consumi, che imporranno ai governi di ripensare tutto il welfare, pensioni e sanità in primis. In questo senso occorre attendersi – prospettano gli esperti – processi di transizione da una maggiore a una minore popolazione estremamente caotici. In particolare si prevede che l’arresto della crescita della popolazione produrrà: a) un’incidenza sui costi fissi degli Stati che, diminuendo la popolazione, si troveranno con minori risorse finanziarie per effetto degli inferiori introiti da tassazione, con il conseguente aumento del debito pubblico; b) la contrazione della popolazione e il relativo invecchiamento comporteranno un incremento delle spese di sostentamento della popolazione anziana per effetto della riduzione della forza lavoro anche in questo ambito, finendo per gravare quasi interamente sulla mano pubblica; c) l’invecchiamento della popolazione si tradurrà inevitabilmente in una patologica diminuzione delle idee progettuali e della produttività complessiva in ciascun sistema Paese.
A queste si oppongono teorie meno pessimistiche di chi vede il bicchiere mezzo pieno e reputa, per esempio, che per quanto [5] riguarda il debito pubblico al suo aumento si contrappone, come sostiene l’IMF, il fatto che nelle società dove maggiore è l’invecchiamento si registra un superiore accumulo di risorse finanziarie da parte di soggetti costituzionalmente più portati al risparmio. E ciò nell’ulteriore convinzione che, una volta ritiratisi dal lavoro, avranno bisogno di queste per affrontare dignitosamente l’esistenza, non potendosi fidare del sostegno statale per vivere decorosamente. Si tratterebbe in ultima analisi di risparmi e risorse utili a contenere anche l’indebitamento pubblico.
A ciò si aggiungerebbe un ulteriore elemento di attenuazione del disagio dello spopolamento. Il fatto che nelle nostre società il numero dei soggetti che lavora sia nettamente inferiore a quelli definiti in età lavorativa – soprattutto perché molti si trovano nella fase della formazione scolastica e universitaria a tempo pieno – dovrebbe essere in grado di compensare i vuoti creati dallo spopolamento. Tipico è il caso della Gran Bretagna in cui a fronte di 43 milioni di soggetti in età lavorativa attualmente ben 9 milioni non lavora. Per la precisione, mentre tra il 1990 e il 2024, oltre Manica si era registrato un aumento del 15% di popolazione in età lavorativa che non prestava alcuna attività retribuita, secondo l’Ufficio Statistico Nazionale questa percentuale dovrebbe scendere al 7% a partire dal 2100 [6].
Altro strumento per combattere gli effetti negativi dello spopolamento è l’innalzamento dell’età lavorativa, ossia l’uscita ritardata dal lavoro per reggere l’impatto pensionistico. Un recente studio della Goldman Sachs ha stabilito che un normale lavoratore nei Paesi più ricchi riesce a sopportare il duro lavoro quattro anni di più rispetto al corrispondente del 2000 [7]. Il fatto che i lavoratori anziani stiano divenendo più produttivi faceva pensare agli autori del medesimo studio che l’età di 70 anni nel 2022 in quanto a capacità cognitive avrebbe corrisposto ai 53 nel 2000. Ciò servirebbe a ovviare anche al fatto che i giovani oggi hanno tempi più lunghi di inserimento nel lavoro impegnati come sono nella fase di istruzione a tempo pieno a spese dello Stato. Ultimo fattore è lo sviluppo dell’intelligenza artificiale che potrà essere utilizzata a prescindere dalla quantità della popolazione e che determinerà considerevolmente il futuro.
Non vi è dubbio che queste considerazioni possano rappresentare un’arma a doppio taglio giacché messe in mano a forze reazionarie e populiste, possono offrire una ulteriore base giustificativa, oltre al vecchio e becero razzismo, per tenere fuori dai rispettivi Paesi gli emigranti che si accalcano ai confini. Ma a ben vedere esse sono contro la storia e contro la razionalità economica.
In un recente libro, Peak Human, per esempio, l’autore, Johan Norberg, si è incaricato di dimostrare come le civiltà che sono emerse come egemoni nella storia del mondo da quella ateniese e romana, passando per gli Abassidi, i regni cinesi dello splendore, l’Italia rinascimentale, i Paesi Bassi dell’epopea della società della Compagnie delle Indie orientali fino a quella che definisce l’Anglosfera, ossia il periodo moderno dell’impero britannico che si allunga nella successiva espansione americana, tutte si sono caratterizzate per apertura e assenza di pregiudizi nei confronti degli stranieri (inclusi quelli che giungevano come schiavi), rendendosi aperte e competitive anche scommettendo sugli immigrati dalla cui mescolanza hanno tratto potenza, ricchezza e stabilità. Chi si è collocato fuori da questa linea, da Sparta all’impero spagnolo fino ai più recenti regimi autocratici ha solo accelerato i processi di decadenza. La cosa paradossale, cui assistiamo oggi, è che proprio il Paese che si è costruito interamente sulle migrazioni, gli Stati Uniti d’America, che ospita ben 51 milioni di stranieri e che deve il suo sviluppo a quel senso di ospitalità cui all’ingresso di New York fa da emblema la Statua della Libertà dello scultore francese Bartholdi, si stia collocando al di fuori e contro la storia che lo ha reso tale, recidendo in nome di un’equivoca grandezza e di un gretto nazionalismo le radici sulle quali ha costruito la propria ascesa nel mondo.
Purtroppo l’esempio americano rischia di funzionare all’inverso giacché, anche dopo i severi moniti all’Unione da parte del presidente Trump e prima ancora le rampogne del suo vice Vance, ha trovato non pochi riscontri in Europa. I dati ci mostrano che nel Vecchio Continente gli accessi si sono alquanto limitati. Nei primi otto mesi del 2025, secondo Eurostat, sono entrati 112.000 migranti illegali che tuttavia rappresentano il 52% in meno dei 231.000 che nel 2023 si trovavano in un’analoga situazione. E tutto ciò nonostante non siano mutate le condizioni che favoriscono le migrazioni (guerre, violenze, persecuzioni). È successo che sono cambiate le condizioni di accesso anche dietro la spinta delle forze più conservatrici e populiste dei vari Paesi che, come è capitato in Germania e sta accadendo in Gran Bretagna (col partito conservatore che corre il rischio di essere fagocitato dalla destra estrema, populista e razzista, di Farage), impongono correzioni di linea anche ai governi più disposti all’accoglienza e all’integrazione.
La conseguenza è l’adozione di politiche rivolte a creare deterrenza, come starebbe capitando negli Usa, dove gli americani del sud prima di attraversare il Rio Grande o il confine col Messico ci pensano più di prima. In Europa si è rafforzata la vigilanza dell’Agenzia Frontex che si avvale delle più moderne tecnologie, compresi i droni, per sorvegliare la presenza di persone sgradite sui mari. Accanto a queste si aggiungono ragioni geopolitiche e soprattutto l’interesse di alcuni Paesi, come la Turchia, la Tunisia, la Libia e l’Albania disponibili a regolare i flussi in cambio di generosi esborsi da parte della UE e dei suoi Paesi. Com’è noto l’Italia è pienamente inserita in questo meccanismo, i cui risultati sono presentati all’attenzione dell’opinione pubblica non tanto come economicamente e umanamente negativi, ma solo come successo politico.
Sui riflessi economici della rinuncia all’apporto dei migranti mi sono intrattenuto più volte su queste stesse colonne. In Usa, ho ricordato a più riprese in “Dialoghi Mediterranei” che la fiera opposizione alla cacciata dei migranti si è fatta più forte in Stati come la California che dal tenere lontani i migranti si attende solo una sgradita caduta del Pil. Egualmente la Germania, pur centellinando i nuovi ingressi e concedendo alle forze populiste che ne erodono il consenso un maggior rigore verso chi è presente illegalmente sul territorio, intende mantenere le masse di immigrati che si sono già inserite nel tessuto economico. Per quanto riguarda l’Italia voglio solo ricordare che le forze imprenditoriali italiane hanno chiesto e, in parte, ottenuto dal governo un aumento delle quote di ingresso di migranti per i settori agricoli e industriali in cui si riscontra la più grave carenza di manodopera.
In Italia, ad avviso di chi scrive, più che continuare ad alimentare la contrapposizione tra umanitaristi e suprematisti è necessario trovare punti di comune accordo a favore di una politica unitaria sul problema degli ingressi nel Paese. E, se non con un occhio alla pietà e alla solidarietà, almeno con uno (o tutti e due) all’economia cosa che in sostanza significa forza lavoro che produce ricchezza e ovvia all’invecchiamento della popolazione anche in termini di pagamento delle pensioni e tenuta del welfare. Troppe volte nel nostro Paese quando si parla di sanità, pensioni e salari (e anche di riarmo) si dimentica che, in ultima analisi, è sempre la persona a stare al centro delle risposte e delle soluzioni. A meno che, come pare avvenire il Giappone, il Paese più invecchiato del mondo, queste ultime non siano che i robot, i droni e l’intelligenza artificiale, se si vorrà avere a che fare con l’elemento umano, resi vani i tentativi di puntare sull’aumento del tasso di fertilità, non c’è che volgere uno sguardo più indulgente allo straniero.
Tutto ciò senza dimenticare che nessuno può accampare primati di soluzione dei problemi quando stava al governo. Nessuno ha fatto miracoli: i governi di destra produssero la legge Bossi-Fini che più che regolare l’immigrazione era rivolta a impedirla, i governi di centrosinistra hanno prodotto la legge Turco-Napolitano che ancora oggi, con toppe e pezze continue, regola la materia, cosa che tuttavia non le impedisce di essersi risolta nelle sue applicazioni in una delle più grandi astruserie burocratiche che il nostro sistema abbia mai concepito, utile solo, con tutti i suoi grovigli e le sue gabbie, a favorire ciò che voleva impedire, ossia l’immigrazione clandestina. Da qui le soluzioni all’italiana che ne sono derivate: affidare al Ministero degli interni, apparato residuo del vecchio Stato-nazione, la gestione dei flussi migratori, ossia un problema sociale e non di mero ordine pubblico (solo perché si era scoperto che esisteva una classe di funzionari dello Stato, i prefetti, che non aveva nulla fare se non rinnovare patenti), è come affidare alla Federazione caccia la protezione delle specie animali. Nel primo caso il migrante si salva perché il poliziotto è troppo grasso per acchiapparlo e più che nelle strade preferisce stare negli uffici, negli altri perché i tiratori sono carenti nella mira necessaria e gli animali si possono mettere in salvo senza l’aiuto dei volontari.
Che cosa fare in conclusione? Pur accettando di ridimensionare il problema degli effetti perversi dello spopolamento, tuttavia bisogna entrare nell’ordine di idee che non è tanto l’invecchiamento della popolazione che crea un ostacolo allo sviluppo, ma anzi in qualche modo rappresenta una conquista di civiltà, quanto è la mancanza di forze giovanili, soprattutto quelle accademicamente e professionalmente più qualificate, che invece, a fronte di una competizione internazionale molto agguerrita, rischia di orientare verso quelle realtà nazionali con maggiori risorse e più semplicità di accesso rispetto ai quali un Paese come il nostro, pasticcione nella burocrazia e nell’accoglienza, rischia di fare solo da portatore d’acqua a favore di quei Paesi che si stanno rivelando più capaci anche nell’attrarre la nostra gioventù.
In un mondo in continua evoluzione, dove i confini sono sempre più porosi e le interconnessioni più strette, il fenomeno migratorio rappresenta una sfida globale che richiede risposte innovative e solidali. Gli ostacoli attualmente posti ai flussi migratori, se non affrontati con lungimiranza e senso di responsabilità, rischiano di aggravare crisi umanitarie e tensioni sociali. Solo con un approccio ponderato e collaborativo sarà possibile costruire un futuro in cui la migrazione sia una scelta consapevole e sicura per tutti. Ma, come ho premesso, occorre trovare punti di incontro. Al netto di chi può essere utile economicamente al nostro Paese sia in alto, i cosiddetti cervelli, sia in basso, i lavoratori della terra e dell’edilizia, si può anche concedere alle paure di chi reputa che la nostra civiltà cada per il carico delle “sostituzioni” e dell’inferiorità numerica per cui chi entra debba essere sintonizzato con noi culturalmente e linguisticamente (senza alcuna ironia quando la richiesta proviene da chi parla la lingua italiana dei messaggini e la cultura è quella degli smartphone). In questo senso una particolare attenzione, come ho ripetuto più volte su questa rivista, andrebbe posta al “rientro” delle generazioni di italiani emigrati o discendenti degli emigrati all’estero oppure allo straniero che, come “italico”, si distingua per comprovata cultura italiana. Si tratta di strade che vanno aperte o riasfaltate. In questo senso l’italiano o l’italodiscendente all’estero può tornare utile all’Italia in due modi: agire come soft power quando è distante o contribuire alla ripresa del Paese quando ritorna. Vale la pena giocare la partita.
Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note
[1] Cfr. IOM, Newsletter del 13 ott. 2025.
[2] Aspetto quest’ultimo della coerenza con il XIV emendamento della Costituzione che garantisce l’intangibilità dei cittadini americani su cui si dovrà pronunciare la Corte Suprema nella prossima tornata di lavori, dal momento che allo stato dell’arte, secondo il New York Times – il giornale oggi in prima fila a fare le pulci all’Amministrazione Trump – è stata abilmente adita dalla Casa Bianca, dopo che un giudice locale aveva ritenuto incostituzionale l’espulsione di un migrante cittadino americano, ma non tanto per questa ragione quanto per il fatto che un giudice adito, ad avviso del ricorrente, non possedeva la competenza di emettere sentenze valide per tutto il territorio degli States come fece in quel caso, obiezione quest’ultima sulla quale la Corte Suprema non poteva non concordare.
[3] Ibidem.
[4] Ibidem.
[5] Così The era of contraction. Demography moves more quickly tan you may think in The Economist, September 13th2025.
[6] Ibidem
[7] The era of contraction. Demography moves more quickly tan you may think in The Economist, September 13th2025.
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Aldo Aledda, è esperto e consulente di relazioni internazionali, oltre che di fenomenologia politico-amministrativa e di flussi migratori. Suoi sono Interna Corporis. Anatomia di una pubblica amministrazione (Roma, Europa Edizioni 2013, pp. 546); Gli italiani nel mondo e le istituzioni pubbliche (Milano, Franco Angeli 2018, pp. 238), Sardi in fuga in Italia e dall’Italia. Politica e società in Sardegna nell’era delle moderne emigrazioni (Milano, Franco Angeli, 2022: 264).
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