di Franco La Cecla
Io sono convinto che l’antropologia è per definizione “impertinente”, cioè procede metodologicamente utilizzando il dubbio sistematico. La storia della “disciplina” antropologica negli ultimi decenni dimostra la capacità dell’antropologia di mettersi in dubbio costantemente sia negli obiettivi, nelle procedure, nei metodi e nei risultati.
I grandi antropologi a cui mi riferisco, persone come Marshall Sahlins, Jack Goody, Michael Taussig, Clifford Geertz, James Clifford che ho avuto il piacere di conoscere e di frequentare e di cui ho con ammirazione seguito il lavoro venivano tutti da una tradizione che si può definire di anarchismo epistemologico, si ispiravano alla rivoluzione epistemologica di Paul Feyerabend e non avevano timore di contraddirsi se questo serviva ad allargare i campi e le visioni dell’antropologia stessa. Sahlins e Taussig erano e sono personaggi scomodi all’interno dell’accademia e non hanno mai avuto timore di mettersi contro alle baronie universitarie.
Pensare che esista una disciplina i cui punti fermi sono definiti da chi detiene il potere all’interno delle istituzioni accademiche significa uccidere la ricerca.
Una evidenza che è particolarmente significativa in Italia e soprattutto nelle Università del Sud d’Italia dove il fieldwork, la ricerca sul campo, l’energia dei giovani ricercatori viene continuamente distolta da questioni di obbedienza alle cordate dei baroni e delle istituzioni che essi dirigono. La ricerca in Sicilia è ferma da decenni, un peccato davvero visto la “thickness” del tessuto dell’isola, tutte le derive che si intrecciano qui tra passato e presente e altri luoghi.
Vorrei una volta di più sottolineare come l’eredità anarchica in antropologia è una costante, ribadita ad esempio dagli ultimi lavori di James Scott. Si collega al grande patrimonio della geografia umana di matrice reclusiana e mumfordiana. Il miracolo dell’antropologia attuale è che si sia riuscita a liberare da una posizione che l’avrebbe condannata al colonialismo e al folclore e nella sua abilità di mettersi in discussione si è aperta ai punti di vista indigeni e al prospettivismo come apertura a una costruzione multipolare delle cosmologie.
Con Vito Teti stiamo cercando di costruire una critica all’antropologia meridionale che si faccia forte della storia indispensabile del meridionalismo e allo stesso tempo si arricchisca dello scambio con i centri di ricerca che nel mondo continuano ad operare sul Sud nonostante le resistenze delle cordate e delle parrocchie accademiche locali.
Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
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Franco La Cecla, nato e cresciuto in Sicilia, ha studiato tra Palermo, Venezia, Bologna e Berkeley. Si è formato alle Scienze Umane e all’antropologia alla scuola di Carlo Doglio, Giorgio Raimondo Cardona e Ivan Illich. Ha insegnato antropologia in università italiane e straniere, Catania, Bologna, Milano, Berkeley, Barcellona, Ginevra, Parigi. Ha pubblicato diversi saggi e libri tra cui “Perdersi, l’uomo senza ambiente” (Meltemi), “Il malinteso, antropologia dell’incontro” (Laterza), “Contro l’urbanistica” (Einaudi), “Mente locale” (Eleuthera), “Modi bruschi, antropologia del maschio” (Eleuthera), “Essere Amici” (Einaudi), “Tradire i sentimenti” (Einaudi), “Convincere Dio, note sul pregare” (Einaudi), Lo stretto indispensabile, storie e geografie di un tratto di mare limitato (TCI, Milano 2025), L’ottimismo del dragone, viaggio in Vietnam, (Treccani, Roma, 2025). Ha curato con Francesca Nicola il Manuale di Antropologia “Culture in viaggio” per Zanichelli.Con Virgilio Sieni ha costruito la coreografia “Gitanjali”, Delhi, 2025. Attualmente insegna “Arte e Antropologia” all’Istituto Universitario di Lingue Moderne di Milano.
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