di Franco Pittau, Tatsumi Sugino
Introduzione: un tema finora poco approfondito
L’Asia, il massimo polo demografico del mondo, sta acquistando la preminenza anche sotto l’aspetto economico e presenta notevoli differenze socio-culturali rispetto all’Europa. Finora i flussi migratori in partenza dall’Italia, che continuano a essere consistenti, si sono diretti verso l’Europa, le Americhe e l’Australia, continenti molto diversi tra di loro ma segnati tutti dalla cultura europea e, quindi, in una certa misura aree omogenee. I flussi verso i Paesi asiatici sono stati, invece, minimali anche negli ultimi anni caratterizzati dalla cosiddetta “nuova emigrazione”.
Ci siamo chiesti se nel futuro questi flussi continueranno a interessare i Paesi asiatici in maniera residuale. Per semplificare l’analisi di un continente così vasto lo abbiamo ripartito in due grandi aree.
La prima area, che inizia dal Medio Oriente, è caratterizzata dalla prevalenza della religione islamica, che in diversi Paesi ha assunto una forma meno dialogante nei confronti dei cristiani. In questo scenario Israele costituisce un’eccezione, essendo imperniato sulla religione ebraica.
Nella seconda area, che inizia dall’India, incontriamo altre religioni orientali come l’induismo, il buddismo, il confucianesimo e il taoismo. Quest’area costituisce l’oggetto della nostra riflessione limitatamente al gruppo di Paesi maggiormente industrializzati: la Cina e Taiwan, la Corea del Sud e specialmente il Giappone per le ragioni storiche che andremo ad esporre.
Nel paese del Sol Levante, sia che anche nel futuro persista una modesta presenza di italiani e di europei, sia nell’ipotesi che si verifichi un loro aumento, bisogna chiedersi se per essi sarà concreta la prospettiva di una piena integrazione anche come gruppo nella società locale, come è avvenuto nel passato in Europa, nell’America del Nord, nell’America Latina e in Australia. Non pensiamo unicamente a una integrazione individuale (già conosciuta da tempo), ma anche a una integrazione comunitaria, che metta in risalto l’azione di gruppo e la specifica appartenenza a una cultura che, seppure diversa, è motivata a legarsi a quella locale.
Abbiamo ritenuto il Giappone come Paese in grado di favorire questo sviluppo, perché questo Paese durante la seconda metà del secolo XVI conobbe la straordinaria azione missionaria dei Gesuiti diretta dall’italiano Alessandro Valignano con profonde implicazioni non solo religiose. Anche alla fine dell’Ottocento, nel periodo del profondo rinnovamento della società giapponese, un gruppo di esperti europei vi svolse un’azione quanto mai efficace. Nel suo contesto l’Italia, per la sua secolare tradizione artistica, fu chiamata a prestare la sua consulenza nel settore delle arti. A ciò si è aggiunto, nel periodo più recente, l’apprezzamento che l’Italia suscita nei giapponesi, evidenziando una vicinanza che la differenza delle due culture non ha ostacolato e che il fenomeno migratorio potrebbe rendere ancor più stretta.
L’impostazione della nostra riflessione riflette la nostra visione non meramente apicale della storia, perché tiene conto anche di ciò che, senza grande clamore, si svolge alla base, del quotidiano usuale ma non superficiale, delle relazioni che si intrecciano, dei movimenti e delle iniziative che dinamizzano la base. Queste sono le risorse proprie di una comunità che riesce a sentirsi a proprio agio in un Paese diverso che però la sa accogliere, finendo per essere considerato la seconda patria: il conflitto tra le culture viene così risolto nella concretezza esistenziale.
Questi sono i termini della questione, sui quali ci soffermeremo. Il piano del presente saggio è così ripartito per paragrafi: l’evoluzione nella separatezza dell’Estremo Oriente nel primo millennio; il contatto diretto dell’Europa con il Giappone tramite i Gesuiti nel XVI secolo e la nascita di una consistente comunità cristiana, l’invio di un’apposita legazione giapponese a Roma e la fioritura di pubblicazioni dedicate a questo Paese, l’espulsione dei missionari e il divieto di praticare la religione cristiana, la chiusura del Giappone all’Occidente per due secoli e mezzo; la fine dell’autoisolamento e l’apertura selettiva all’Occidente verso la metà del secolo XIX, dovuta inizialmente alla pressione esterna; i rapporti italo-giapponesi avvinati da oltre un secolo e mezzo e, infine, le caratteristiche dell’attuale comunità italiana in Giappone
Le riflessioni conclusive, che si possono trarre da questo lungo periodo storico e dalla situazione attuale, cercano di rispondere all’interrogativo se gli italiani, auspicabilmente insieme agli altri emigrati europei in Giappone, pur essendo cresciuti in una cultura molto diversa, possano arrivare ad essere una comunità pienamente integrata anche in questo Paese. Concluderemo che l’esito positivo è possibile ma non scontato e perciò merita di essere approfondito.
Lo sviluppo separato del Giappone nel primo millennio e nella metà del secondo
Nella storia del Giappone due aspetti sono fondamentali: l’apertura agli apporti esterni, a partire dalla Cina e dalla Corea per poi continuare con l’Europa, con una mentalità selettiva e la maturazione del concetto di autorità di ordine e di disciplina secondo percorsi molto diversi rispetto a quelli europei. Abbiamo pensato che la maniera più adeguata per introdurre queste due differenze di base potesse consistere nel mostrare come esse si sono formate nell’evoluzione della storia del Paese, riassunta a grandi linee qui di seguito.
Il primo dei due millenni d.C. iniziò con una assoluta mancanza di conoscenza tra gli europei. In quel millennio, a seguito dell’influenza cinese, l’impegno principale dei giapponesi fu riposto nel consolidamento delle strutture dello Stato. È molto importante tenere presente che il Giappone mutuò molto dalla cultura e dall’esperienza cinese, pur facendolo con una originale rielaborazione che consentì al Paese di preferire una cultura raffinata che si sentiva autonoma e non asservita al potere militare.
Nel periodo Yayoi-Kofun (I–VI secolo) fu introdotta in Giappone la coltivazione del riso, praticata in Cina già da diversi millenni, per il tramite dei mercanti coreani, mentre a livello politico andò affermandosi la società gerarchica con la nascita dei primi capi locali (uji). Nel periodo Yamato (IV–VI secolo) nacque l’iniziale forma di Stato centralizzato alle dipendenze dell’imperatore, una figura considerata di discendenza divina. Nel 645 fu attuata la centralizzazione delle strutture, chiaramente ispirata al modello cinese (dinastia Tang). A partire dal 552 i cinesi e i coreani introdussero in Giappone il buddismo, che ben presto si radicò nel Paese. Il Periodo Nara (710–794) fu così denominato a seguito del trasferimento della capitale a Nara. Si collocò a cavallo dei due millenni il Periodo Heian (794-1185), che vide il trasferimento della capitale a Kyoto e il predominio degli aristocratici (clan Fujiwara).
Il periodo del Giappone feudale (1185–1600) fu quello in cui arrivarono i missionari gesuiti e su loro impulso si intrecciarono le prime relazioni del Giappone con l’Europa. Nel 1185 la vittoria del clan Minamoto pose fine all’aristocrazia di corte. Nel 1192 con lo Shogunato, una forma di governo centralizzata sotto il comando dei militari, questi assunsero il pieno potere (bakufu). Tra il 1274 e il 1281 si verificarono le invasioni mongole, che fu possibile respingere grazie anche alle difficoltà create dai tifoni agli invasori. Anche ne ll Milione che riprende i discorsi che si facevano alla corte imperiale, si racconta che Kublai Khan desistette dalla conquista dell’isola a causa delle tempeste.
Abbiamo visto che i giapponesi, fortemente influenzati dai cinesi ma non privi di una loro autonomia e di originalità, si dotarono di strutture forti e centralizzate, denotando una tendenza all’ordine e alla sicurezza. Fu in questo contesto che avvennero i primi contatti di viaggiatori europei con l’Estremo Oriente. Il Vecchio continente, ormai assestatosi dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente e le invasioni barbariche, si apriva a nuovi orizzonti territoriali sia per motivi commerciali che religiosi.
Nel XIII secolo Marco Polo, nel suo meraviglioso racconto, Il Milione, si soffermò anche sul Giappone (in cinese Zipangu), basandosi sulle informazioni ottenute in Cina alla corte dell’imperatore mongolo Kublai Khan. Fu Marco Polo a diffondere una visione mitica del Giappone in Occidente, presentandola come un’isola molto ricca a est della Cina, con un’enorme quantità d’oro, metallo prezioso che ricopriva anche il tetto del palazzo del sovrano.
Anche Cristoforo Colombo, veleggiando verso l’America Latina nel suo primo viaggio del 1492, pensava di dirigersi verso questa mitica isola. Non per la via del mare ma attraverso sentieri terrestri il francescano Giovanni da Montecorvino (1247-1328) raggiunse la Cina nel 1294 e fondò la prima missione a Pechino (allora chiamata Khanbaliq). Odorico da Pordenone (circa 1286-1331), anch’esso francescano, effettuò il suo viaggio in Asia tra il 1314 e il 1330 circa, recandosi in diverse regioni dell’Asia orientale oltre alla Cina. Nel racconto del suo viaggio (Relatio de mirabilibus orientalium Tatarorum) menzionò anche (per sentito dire) le isole dell’Asia orientale e quei territori furono identificati dagli europei dell’epoca come il Giappone. Niccolò de’ Conti (circa 1395-1469), un mercante veneziano che viaggiò a lungo in Asia nel XV secolo, parimenti non raggiunse il Giappone, ma le sue relazioni favorirono comunque una più ampia diffusione in Europa delle conoscenze geografiche sull’Asia.
Prima dell’arrivo dei Gesuiti in Giappone vediamo che nel periodo Muromachi (1336-1573), pur nella persistenza del potere centrale, furono ricorrenti i conflitti interni. Il potere centrale si rafforzò nel periodo Sengoku (XV–XVI secolo), denominato “Epoca degli Stati combattenti”, durante il quale il potere passò sostanzialmente agli shogun (samurai), per cui l’imperatore si ridusse di fatto a una figura poco più che simbolica e andò imponendosi l’ideologia della gerarchia, della disciplina, della lealtà, con cui dovette misurarsi l’azione missionaria.
La presenza missionaria dei Gesuiti in Giappone nel XVI secolo
L’azione missionaria che i Gesuiti svolsero nel secolo XVI in Giappone fu resa possibile dalle grandi navigazioni che i portoghesi promossero nell’Estremo Oriente, consentendo loro di sbarcare nell’isola di Tanegashima. I gesuiti italiani si unirono a quelli portoghesi e spagnoli, tutti spinti da motivazioni religiose e non commerciali o coloniali, mentre i navigatori italiani si misero al servizio delle case regnanti. Nel 1549 il missionario spagnolo Francesco Saverio approdò a Kagoshima insieme ad alcuni confratelli per predicare il Vangelo di Gesù Cristo ed ebbe un grande seguito. Negli anni successivi, un contributo importante fu dato grazie anche alle doti organizzative del confratello italiano Alessandro Valignano (1539-1606), nominato visitatore (e cioè supervisore) delle missioni dell’Asia orientale.
Soffermandoci sullo stretto legame tra evangelizzazione, cultura e organizzazione, lo riusciamo ad apprezzare per il riuscito tentativo di Valignano di unire alla predicazione del Vangelo il massimo rispetto della cultura del Paese d’accoglienza. Egli si rese conto che la situazione era promettente grazie alla capacità evangelizzatrice di Francesco Saverio, ma tutt’altro che ben organizzata. Il cristianesimo era diffuso soprattutto tra alcuni signori feudali e la gente del popolo, ma la missione non aveva una struttura stabile. Egli propose disciplina interna alle missioni, che rispettava le funzioni gerarchiche, insistette su una formazione più rigorosa, formulò regole precise da seguire nell’evangelizzazione, ampliò il senso della comunità di fede affiancando ai missionari europei anche il clero locale, fondò dei seminari a Nagasaki e Arima, preparò i catechisti locali ritenendoli fondamentali per un’efficace strategia di diffusione, promosse anche delle confraternite laiche chiamate a svolgere attività caritative e altre attività per sostenere la missione.
Il Padre Valignano dedicò anche grande attenzione anche all’organizzazione dei centri urbani e alle reti di villaggi cristiani, ponendoli sotto la protezione dei feudatari convertiti. Fu così che il cristianesimo si diffuse tra i contadini e gli artigiani ma anche tra le élite locali (daimyō), un doppio binario rivelatosi per decenni quanto mai utile. Se è vero che i convertiti furono centinaia di migliaia (secondo stime dai 300 ai 500 mila), i missionari riuscirono a presentare il loro annuncio di salvezza del cristianesimo come una dottrina filosofica e morale di elevato livello. Essi si resero ben accetti, oltre che tra i popolani, anche presso le autorità locali (in particolare presso i daimyō), che trovarono in loro un tramite per collegarsi con i portoghesi e portare avanti le loro attività commerciali con i portoghesi.
Possiamo definire interculturale l’impostazione seguita da padre Valignano, analoga a quella seguita dal gesuita Matteo Ricci in Cina ma non fatta propria da tutte le congregazioni religiose. Per i gesuiti, invece, era doveroso trovare all’estero un’adaptatio o accomodatio dell’unico messaggio evangelico.
Valignano ritenne necessario che le due culture imparassero a conoscersi meglio e perciò organizzò la missione Tenshō. Quattro giovani della nobiltà giapponese furono inviati a Roma nel periodo 1582-1590 ed essi furono ricevuti dal papa e poterono conoscere il centro della cristianità. Il segnale fu forte non solo a Roma. I quattro giovani suscitarono un grande interesse anche al di fuori dell’Italia e diedero un ulteriore impulso al potenziamento dell’immagine del Giappone.
A questo riguardo fu notevole l’apporto degli stessi missionari gesuiti con le loro lettere e i loro rapporti, i loro libri e la documentazione iconografica.
Dopo un andamento così favorevole durato per decenni, la situazione della nuova comunità cristiana in Giappone andò incontro a serie difficoltà. Nel 1587 il potente samurai Toyotomi Hideyoshi, che divenne de facto il leader del Paese, emise il primo editto di espulsione dei missionari, spinto dal timore che essi rappresentassero una minaccia per l’ordine sociale. La stessa linea fu seguita durante lo shogunato di Tokugawa, il quale espulse i missionari, proibì la diffusione e la pratica del cristianesimo e costrinse i convertiti o ad abiurarlo o a praticarlo di nascosto e negò agli europei e ai loro prodotti l’accesso nel Paese. Ebbe così inizio la politica di autoisolamento del Giappone protrattasi per circa due secoli e mezzo.
Ebbe, invece, termine la presenza, missionaria dei gesuiti durata mezzo secolo. Per quanto attuata in armonia con la mentalità locale, l’azione missionaria insospettì il potere centrale, preoccupato dell’aumentato potere dei locali feudatari che, per il tramite dei missionari, si erano arricchitisi con il commercio. Va sottolineato che anche la religione buddista, diventata un patrimonio della nazione, era stata introdotta dall’estero molti secoli prima, con la differenza di non avere il proprio capo all’estero, come avveniva per i cattolici con il papa di Roma. Per giunta, come abbiamo visto, in quegli anni in Giappone si cercava di far valere come unico riferimento il potere centrale e non si distingueva tra dimensione istituzionale e coscienza individuale.
L’azione dei Gesuiti per favorire le relazioni con il Giappone
Fu notevole l’apporto dei missionari gesuiti per favorire la conoscenza del Giappone in Europa e predisporlo al collegamento con questo Paese. Innanzi tutto va ricordato il ruolo giocato da Alessandro Valignano. Egli, pur ritenendo suo compito principale quello religioso, non sottovalutò la portata culturale, strettamente connessa, adattando il cristianesimo alla tradizione giapponese. Perciò, così come fece nel campo pastorale, anche in quello culturale adottò predisposizioni che raccomandavano ai missionari di:
- attenersi alle tradizionali forme di cortesia e rispettare le gerarchie;
- usare la lingua e l’abbigliamento giapponesi, mostrandone il rispetto;
- tradurre in giapponese i contenuti della fede cristiana;
- sottolineare la specificità del messaggio cristiano, evitando un miscuglio con le altre credenze religiose locali ma mostrandone la compatibilità con la cultura giapponese.
Oltre a praticare queste fondamentali precauzioni culturali, furono gli stessi gesuiti, in quanto detentori delle notizie di prima mano, a fare circolare in Occidente una conoscenza meno fantasiosa del Giappone.
Tra quelli che contribuirono a fare circolare in Europa approfondite conoscenze sul Giappone bisogna ricordare Padre Giovanni Pietro Maffei (1533–1603), il quale nel 1588 fu autore di uno dei primi testi, intitolato Historiae Indiarum, nel quale parlò dell’Estremo Oriente e anche del Giappone. Anche Alessandro Valignano (in un suo libro del 1588, Summario de las cosas de Japón) affrontò molteplici aspetti riguardanti la società, la politica, la cultura e non solo la religione praticata in Giappone. L’opera più completa sulla missione realizzata in Giappone si ebbe dopo più di mezzo secolo (nel 1660), con una pubblicazione apprezzata per il suo carattere storico e intitolata: Dell’historia della Compagnia di Gesù: Il Giappone, scritto dal gesuita Daniello Bartoli (1608–1685). In quelle pagine il Giappone venne accreditato come una società dalla solida organizzazione e dalla cultura raffinata.
Per effetto della politica di isolamento (sakoku) instaurata dallo shogunato Tokugawa nel XVII secolo, i contatti diretti tra il Giappone e gli italiani si ridussero drasticamente. Durante questo periodo, gli scambi con l’Europa continuarono quasi esclusivamente attraverso i Paesi Bassi, e quindi gli italiani furono coinvolti solo indirettamente. Bisogna tenere conto che nel XVIII e nella prima metà del XIX secolo, prima dell’unificazione italiana, non esisteva ancora uno Stato unitario capace di sviluppare relazioni diplomatiche ufficiali con il Giappone.
La serenità, con la quale a distanza di secoli si è in grado di valutare quei fatti, induce a ribadire che le ragioni di un comportamento così vessatorio non furono tanto di natura religiosa o culturale (proponendo tra l’altro il cristianesimo atteggiamenti molto simili al buddismo, già a quei tempi molto diffuso in Giappone come spirito di servizio e di sacrificio, disponibilità alla solidarietà e prosecuzione dell’esperienza mondana con la prospettiva di un’altra vita dopo la morte). A dettare la completa chiusura al cristianesimo fu il prevalente interesse ad affermare l’autorità centrale, rafforzandola e facendone un riferimento indiscusso in tutto il Paese, obiettivo rispetto al quale la nuova religione quanto meno poteva apparire un’attenuazione.
Il fatto che la comunità dei “cristiani” abbia resistito così a lungo per un suo intrinseco dinamismo ha reso consapevoli dell’insussistenza di una incompatibilità tra il messaggio cristiano e la cultura giapponese. Inoltre l’azione del gesuita italiano Valignano ha creato un particolare legame storico tra il Giappone e l’Italia che, superato l’esito negativo con cui all’epoca fu bloccata la sua esperienza, ha rivitalizzato gli effetti di quegli storici contatti influendo, insieme ad altri fattori, sulla positività con cui i giapponesi guardano all’Italia.
Due secoli e mezzo di autoisolamento e l’apertura a metà del XIX secolo
Nel 1600 Tokugawa riportò la vittoria nella Battaglia di Sekigahara e rafforzò il potere dello shogunato e nel 1603 trasferì la capitale a Edo (l’attuale Tokyo). Da allora in poi fu possibile porre fine alle guerre civili e avere la stabilità politica per oltre 250 anni. Nel 1614 fu vietata diffusione del cristianesimo e si diede inizio alle persecuzioni dei cristiani, i quali furono o uccisi o costretti ad abiurare o a vivere di nascosto la loro fede. A partire dal 1630 la politica di autoisolamento (sakoku), per difendere l’identità giapponese dalle influenze straniere, comportò uno stretto controllo sociale.
Nel XIX secolo questo sistema entrò in crisi non a seguito di una debolezza interna ma a causa di una imposizione degli Stati Uniti. Lo shogunato era una sorta di feudalesimo militarizzato sopravvissuto in età moderna imperniato su una accentuata centralizzazione del suo funzionamento nella capitale, senz’altro in grado di evitare le guerre civili per 250 anni. La società era divisa in classi: i samurai (guerrieri e amministratori),) i contadini, gli artigiani e i mercanti. Il governo centrale affidava le direzioni regionali ai feudatari (daimyō). Si procedeva a un rigoroso controllo delle risorse finanziarie dei feudatari e della loro fedeltà al governo centrale. Sussisteva l’obbligo per i familiari dei funzionari regionali (daimyō) di risiedere nella capitale, ad anni alterni, degli stessi funzionari.
Chiaramente autoritario, come accennato, anche se non privo di risultati, questo sistema ebbe fine per un’imposizione esterna. Nel mese di luglio del 1853 una flotta della marina militare statunitense, anziché gettare l’ancora nel porto di Nagasaki, l’unico di libero accesso alle navi straniere, approdò nella baia di Edo (Uraga). Il comandante della flotta, Matthew Perry, fece avere alle autorità portuali una lettera del presidente statunitense Millard Fillmore per farla avere loro tramite alle massime autorità dello shogunato, precisando che l’anno seguente sarebbe ritornato e avrebbe richiesto la risposta. La lettera conteneva queste richieste: l’abolizione della politica di autoisolamento del Giappone, l’assistenza da assicurare nei casi di naufragio e la possibilità di rifornimento per le navi statunitensi.
Il ritorno del comandante Perry, con una flotta militare ancora più potente, avvenne in effetti nel 1854 ed evidenziò la superiorità tecnica e militare statunitense, per cui fu giocoforza rispondere positivamente. Il 31 marzo 1854 fu firmato il Trattato di Kanagawa, che accoglieva sostanzialmente le richieste avanzate e, in particolare, alle navi statunitensi venne garantito l’attracco nei porti di Shimoda e Hakodate. Se di fronte alle cannoniere si pose fine all’autoisolamento del Giappone, a distanza di qualche anno si verificò un altro importante cambiamento, questa volta in piena autonomia, per porre fine al feudalesimo da esso rappresentato. Un colpo di stato destituì i samurai preposti allo shogunato e restituì il potere all’imperatore. Il Giappone continuò così a essere uno Stato centralizzato, ma non più feudale e chiuso al resto del mondo. La strada per la modernizzazione del Paese era ormai stata aperta.
Nel 1865, alcuni giapponesi che avevano vissuto come “cristiani nascosti” come discendenti di quelli che avevano abbracciato il cristianesimo al tempo dei missionari gesuiti, si fecero riconoscere presentandosi ai missionari francesi che operavano a Nagasaki e sollevando così la questione del loro riconoscimento ufficiale, avvenuto con il decreto del 1873, denominato editto Hatt-ı, che naturalmente presupponeva la revoca dell’antico divieto e dichiarò la religione cristiana nuovamente praticabile. Nel 1866 si iniziarono le relazioni diplomatiche con gli altri Stati ed anche con l’Italia fu sottoscritto un simile accordo.
A partire dai primi anni ’70 fu data una concreta e vigorosa attuazione alla nuova apertura e, nell’ambito della politica di modernizzazione, intendeva andare avanti con il contributo dei Paesi occidentali e l’Italia, riconosciuta come “patria del bello”, fu invitata a dare il suo contributo per il rinnovamento artistico del Giappone attraverso l’invio di suoi esperti (sui quali ritorneremo), questo fu un altro profondo legame storico dopo quello dei gesuiti con Padre Valignano.
L’ampia apertura del Giappone all’Occidente, motivata dal desiderio di un rinnovamento non superficiale, non deve essere paragonata a una resa, perché il Paese del Sol Levante si attenne a un giudizio quanto mai selettivo, cercando di mantenere la propria identità senza cadere nell’infatuazione della realtà straniera a detrimento della tradizione e dei suoi simboli.
Le tre fasi della presenza italiana in Giappone: il Cinquecento, l’Ottocento, l’ultimo dopoguerra
La presenza italiana in Giappone può essere suddivisa in tre periodi:
- dalla seconda metà del Cinquecento ai primi due decenni del Seicento;
- dalla seconda metà dell’Ottocento all’inizio del Novecento;
- dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi.
Del primo periodo, legato alla presenza dei missionari gesuiti e all’eccezionale figura di Alessandro Valignano, abbiamo già ampiamente parlato. Ponendo in evidenza anche il loro lascito, alla quale ci rifaremo anche nelle conclusioni. Il secondo periodo, come accennato, si collocò tra la fine dell’Ottocento e il primo periodo del Novecento, e cioè negli anni dell’esodo di massa dall’Italia, che però non vide affatto gli italiani in cerca di lavoro recarsi in Giappone. In quel periodo però, esattamente a partire dalla metà degli anni ’70, un flusso, quantitativamente molto limitato ma a livello qualitativo molto elevato, contribuì in maniera significativa al rinnovamento artistico del Giappone. Furono pertanto denominati consiglieri stranieri (oyatoi gaikokujin) e operarono nella Scuola tecnica di belle arti di Tokyo (Kōbu Bijutsu Gakkō), appena costituita, presso la Facoltà di ingegneria. Questi furono gli esperti: Vincenzo Cappelletti (1843–1887) partì con Antonio Fontanesi per il Giappone nel 1876, anno in cui vinse il concorso per la cattedra di architettura decorativa presso la citata scuola d’arte. Oltre a essere impegnato nell’insegnamento, Cappelletti si occupò di diverse opere pubbliche per conto dell’apposito Ministero. Fu suo il progetto per l’antico edificio dello Stato Maggiore dell’esercito imperiale, che fu in funzione dal 1881 fino alla Seconda guerra mondiale. Ultimate le docenze, egli non rimpatriò ma si recò negli Stati Uniti.
Il pittore Antonio Fontanesi (1818-1882) svolse il ruolo fondamentale nel modernizzare la cultura visiva giapponese, introducendo un’intera generazione alle tecniche della raffinata pittura europea, cui l’uso della pittura a olio, il chiaroscuro, il carboncino, il pastello e il ritratto dal vivo. La sua competenza, il suo carattere gioviale e la sua dedizione ne fecero un mito e, anche se per motivi di salute dovette rimpatriare prematuramente nel 1878, ricevette in segno della massima riconoscenza con un’alta onorificenza del Sol Levante.
Vincenzo Ragusa (1841-1927) ebbe l’incarico di introdurre in Giappone la scultura occidentale (sia il modello che la tecnica delle armature). Dal 1876 al 1882, oltre a essere attivo come docente, introdusse i metodi e le tecniche di lavorazione del bronzo fino ad allora sconosciuti sul posto. Al termine del servizio ottenne anch’egli l’onorificenza del Sol Levante e, rientrato in Italia, aprì a Palermo la Regia Scuola Artistico Industriale. La giovane pittrice giapponese Tama Kiyohara, che venne con lui in Italia e diventò sua moglie, visse per sempre in Sicilia e introdusse l’arte giapponese in Europa (cfr. Memorie di O’Tama, Sellerio, Palermo, 1990).
Edoardo Chiossone (1833-1898), invece, fu chiamato a dirigere l’Officina Carte e Valori del Ministero delle Finanze giapponese e prestò servizio fino al 1891. In Giappone incise più di 500 lastre di francobolli, banconote, titoli di Stato e bolli di monopolio. Si occupò anche di una pregiata serie editoriale statale. Egli ebbe così modo di occuparsi dell’effigie dei più importanti personaggi giapponesi. Ultimato il suo incarico, volle restare a Tokyo fino alla sua morte.
Il terzo periodo riguarda la collaborazione tra i due Paesi e la presenza italiana che si è andata formando dalla fine della Seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni. I rapporti diplomatici tra i due Paesi (anche durante il loro iniziale schieramento a fianco di Hitler nella Seconda guerra mondiale) hanno posto in evidenza la continua disponibilità alla collaborazione. A questo lungo percorso il Ministero italiano degli Affari Esteri ha dedicato un volume celebrativo nel 2016 in occasione dei 150 anni trascorsi dal primo trattato di amicizia e mutua collaborazione. Le ulteriori caratteristiche di questo periodo sono analizzate nel paragrafo dedicato alla comunità italiana in Giappone.
Le caratteristiche dell’attuale comunità italiana in Giappone
La maggior parte degli immigrati residenti nel Giappone è asiatica e proviene dalla Cina, dal Vietnam e dalla Corea del Sud (incidenza degli asiatici pari all’87% della presenza straniera). Gli italiani si collocano solo al 31° posto nella graduatoria delle comunità straniere. Per non disperderci nell’enumerazione di piccoli eventi, che quasi scomparirebbero rispetto ai grandi eventi dei periodi precedenti, concentriamo l’attenzione sull’attuale comunità italiana presente in Giappone come collettività. La sua consistenza è di poco superiore alle 7 mila unità nel 2024 secondo l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Mentre di circa mille unità superiore è la comunità dei giapponesi in Italia.
La comunità si compone di presenze stabili (sia il più delle volte a seguito di matrimoni) e di presenze temporanee, di durata differenziata: per lavoro (personale diplomatico-consolare, imprenditori, rappresentanti aziendali, professionisti e tecnici), per studio (professori, ricercatori, studenti, anche all’interno di programmi di scambio), per motivi artistici (musicisti e altri) e per motivi religiosi (missionari). Secondo le statistiche ufficiali giapponesi, circa il 17% degli italiani è presente per studio, mentre la restante parte è equamente divisa tra quelli che convivono con giapponesi o hanno comunque una residenza stabile, da una parte, e quelli residenti per motivi di lavoro, dall’altra.
I turisti italiani, che non fanno parte della comunità residenziale, sono annualmente circa 350 mila in Giappone, mentre alimentano in Italia una presenza turistica di circa un milione di giapponesi. Questi guardano gli italiani con un pregiudizio positivo, spinti dalla considerazione che l’Italia è la patria del bello, influenzati senz’altro dai precedenti storici molto importanti, nella seconda metà del Cinquecento e alla fine dell’Ottocento.
Anche diversi altri aspetti attestano questo loro atteggiamento positivo: il numero delle persone che annualmente studiano l’italiano (19.000, il doppio rispetto alla Cina), l’apprezzamento di aspetti quali la storia, l’arte, il bel canto, la moda, il design e, in breve, lo stile di vita improntato all’armonia e all’eleganza. Questo apprezzamento è attestato anche dai diversi italianismi recepiti nella lingua giapponese. Forse si può riassumere quanto detto con il binomio “raffinatezza nella semplicità”, identico motivo per cui i giapponesi adorano la cucina italiana, che hanno anche imparato a declinarne a loro modo.
I giapponesi una volta amavano moltissimo anche il calcio italiano, ma i campionati delle squadre di Serie A d’un tempo non è più comparabile a quello del passato, neppure per quanto riguarda le affermazioni nelle competizioni europee e mondiali, che tra l’altro indussero a far giocare in Giappone il goleador italiano Totò Schillaci (1964-2024). Dopo aver militato in grandi squadre come Juventus e Inter, e anche nella nazionale fu il primo calciatore italiano a trasferirsi in Giappone nel 1994 per giocare nella squadra Júbilo Iwata, diventando un’autentica leggenda. Le conseguenze non sono state di poco conto, perché l’amore per il calcio induceva molti giapponesi a studiare italiano per riuscire a seguire meglio le partite, con conseguente aumento delle iscrizioni ai corsi di lingua italiana.
In ambito culturale va, invece, ricordato un altro evento in qualche modo collegato con l’Italia e con le vicende storiche prima esposte. Nel 2013 fu celebrato il centenario della fondazione dell’Università Sophia di Tokyo, fondata dai gesuiti, tra i quali figuravano anche italiani e anzi uno di essi, padre Giuseppe Pittau ne fu a lungo rettore. Questa struttura accademica, la profonda ispirazione cattolica, è molto apprezzata per l’eccellenza raggiunta in diverse discipline e la continua attenzione alla dimensione internazionale e al dialogo interculturale e interreligioso e, tra l’altro, è caratterizzata da un elevato numero di studenti stranieri. Sulla storia, l’ispirazione, il programma e gli obiettivi dell’Università Sophia il padre Pittau ha scritto un libro in occasione del suo primo centenario.
Con la fine dell’autoisolamento è iniziata la traduzione in giapponese delle opere, prima di quelle letterarie e poi degli autori moderni ma, probabilmente, per dare un’idea della complessità italiana evitando una visione parziale, ne servirebbero molte di più. Un certo rimedio è ravvisabile nelle attività promosse dagli Istituti Italiani di Cultura (Tokyo e Kyoto, con una succursale a Osaka), anche ampliando i temi da trattare. Ad esempio, ai tempi della grande emigrazione italiana svoltasi a cavallo dell’Ottocento e del Novecento, anche il Giappone, versando in cattive condizioni, conobbe l’esodo di suoi cittadini specialmente nel Nord America e in Perù. Questo potrebbe essere un fruttuoso tema storico di scambio bilaterale di esperienze. In quel periodo, le due comunità, pur vivendo nelle stesse aree, non strinsero relazioni e ora potrebbe tornare utile confrontare quanto vissuto dalle due comunità.
È però indispensabile sottolineare che le attività culturali programmate dalle istituzioni andrebbero completate con la molteplice sensibilità dei corpi intermedi, sia a livello istituzionale (le regioni e i comuni), sia a livello socio-culturale, una vera e propria galassia che include a titolo esemplificativo, le associazioni, i circoli, le aziende, le università, le scuole, le parrocchie, i sindacati, i partiti, le case editrici e così via.
Ritorniamo ora all’interrogativo sollevato nell’introduzione. Ci siamo chiesti se, alla luce dei precedenti storici e tenuto conto di un possibile aumento della presenza italiana, da considerare comunque unitariamente alla presenza europea così da pervenire a una presenza di un certo rilievo anche sotto l’aspetto quantitativo, sia possibile ipotizzare che anche in Giappone si possa realizzare quell’integrazione riscontrabile in molti Paesi del mondo in cui andarono nel passato gli italiani, oppure se l’Asia rimarrà uno sbocco migratorio senza la possibilità di una completa integrazione comunitaria. Cercheremo di rispondere nelle riflessioni conclusive, riprendendo gli spunti che man mano sono emersi.
Riflessioni conclusive: possibile, ma da perfezionare, la risposta positiva
Sulla base di quanto finora da noi detto riteniamo che in prospettiva, in un futuro difficilmente quantificabile quanto agli anni da attendere, anche l’Asia potrà essere un continente in cui gli europei riusciranno a integrarsi come comunità, così come già attualmente diverse comunità straniere si sono integrate in Europa, seppure con notevoli difficoltà riguardanti un certo numero di loro membri, legate quasi sempre a motivi connessi all’interpretazione della religione islamica. Questo dissidio non sussiste, o è più facilmente risolvibile, quando gli immigrati aderiscono alle religioni praticate nell’Estremo Oriente.
Limitandoci al nostro caso di studio possiamo dire che i giapponesi hanno la capacità d’accogliere gli europei, così come questi mostrano la predisposizione a inserirsi nelle società di accoglienza. Il Giappone appare il Paese dell’Estremo Oriente più preparato alla sperimentazione di questo cambiamento di prospettiva per i motivi storici prima presi in esame: il fatto di essere stato nel Cinquecento l’ambito dell’azione missionaria dei Gesuiti e, nell’Ottocento, di avere ampiamente fatto ricorso agli europei per attuare il suo rinnovamento.
Da parte loro gli italiani, coinvolti nelle citate esperienze storiche e gratificati dalla straordinaria affezione nei loro confronti mostrata dai giapponesi, possono essere considerati particolarmente preparati a inserirsi da protagonisti in questo nuovo corso. Essi inoltre, come peraltro tutti gli europei, hanno nel loro DNA l’esperienza della mobilità internazionale, sia come Paesi ricettori di comunità asiatiche, sia come Paesi che hanno inviato i loro lavoratori in Asia. Preferiamo restringere il nostro discorso agli europei e non parlare genericamente di occidentali, perché gli Stati Uniti da ultimo stanno mostrando con la loro politica di intendere in maniera molto diversa tratti essenziali della cultura europea a livello culturale, giuridico, religioso e politico.
Va detto però che, se gli italiani e gli altri europei fossero presenti in Giappone in misura più consistente, il percorso di inserimento comunitario da noi ipotizzato ne trarrebbe vantaggio, potendo contare su un più consistente supporto di base. Gli italiani sono poco più di 7.000 (dato AIRE del 2024) e gli europei, secondo stime, tra gli 85.000 e i 100.00, con i britannici al primo posto, seguiti dai francesi, dai tedeschi, dagli italiani, dagli spagnoli e dagli olandesi (2.000) e, infine, dagli altri Paesi del continente con numeri più bassi. Le stime sono approssimative perché spesso gli statunitensi vengono raggruppati con gli europei.
La nostra attenzione è concentrata sull’integrazione comunitaria, che si compone delle integrazioni individuali ma non si esaurisce in esse. Gli inserimenti individuali avvengono già attualmente, possono essere molto stabili se originati da motivazioni forti, offrono molteplici indicazioni da trasporre su un piano generale, ma non sono l’equivalente dell’integrazione comunitaria. Questa implica una dimensione più ampia nelle sue ramificazioni, una visibilità sociale più intensa e, rappresentando tanti membri, è in grado di avanzare proposte che si collocano al di là dei singoli casi; sollecita inoltre collaborazioni collettive con gli autoctoni, funge da riferimento per le iniziative condotte in vari ambiti, interloquisce con le istituzioni di entrambi i Paesi essendo in grado di presentare la dimensione socio-culturale della collettività nelle sue svariate sfaccettature.
Di converso, da parte del Paese che accoglie, l’attenzione al singolo straniero va completata tenendo conto della cultura e delle sue specifiche esigenze. Il caso del Giappone può giocare il ruolo di apripista nell’immenso continente asiatico, perché induce a riflettere sulla possibilità di seguire percorsi promettenti ma finora poco esplorati. La questione qui sollevata va al di là del rapporto italiani-giapponesi ed Europei-Estremo Oriente ed è solo un caso specifico del rapporto comunità straniere-Paesi di accoglienza incluso nel fenomeno delle migrazioni internazionali. Pertanto, se nella presente fase storica, oltre all’aumento della ricchezza e alla facilitazione degli scambi commerciali, si guarderà anche agli aspetti umani, si arriverà a riconoscere che l’integrazione comunitaria insita nelle migrazioni può essere una vera e propria incubatrice del dialogo tra le culture.
L’apertura, che il Giappone è chiamato a mostrare, si pone in continuità con alcuni importanti eventi della sua storia e può dischiudere aperture molto innovative, avviando un fruttuoso dialogo tra la concezione dell’autorità, dell’ordine e della disciplina da una parte e, dall’altra, dell’individuo e della tutela dei suoi diritti. Aumenterà la presenza degli italiani e degli europei nel Giappone? Senz’altro la presenza straniera è già notevolmente cresciuta rispetto alla fine del secolo scorso. In prevalenza asiatica (incidenza del 90%), superando i 5 milioni di presenze ma con un’incidenza ridotta (poco più del 2% sulla popolazione residente). Nella Corea del Sud (2.8 milioni di residenti) stranieri), l’ìncidenza ha superato il 5%; in Cina, invece, gli stranieri sono al di sotto di 1 milione. Le proiezioni demografiche lasciano intendere che in questi tre Paesi potrebbe aumentare il fabbisogno di manodopera, a meno che le autorità preposte non ne riducano la necessità (come sembra più che probabile in Cina), modificando i sistemi di produzione mediante il ricorso all’intelligenza artificiale.
Il discorso qui sviluppato conserva la sua validità in ciascuna delle due ipotesi, ed enfatizza l’insopprimibile funzione del dialogo tra le culture per evitare la contrapposizione e favorire un ambiente favorevole alla pace. Il tema della pace e del dialogo è stato al centro dei discorsi di papa Giovanni Paolo II (nel 1981) e di papa Francesco (nel 2019), recatisi in Giappone per ricordare i disastri causati dalle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki.
Questo riferimento conclusivo ci riporta all’Italia, alla quale i sommi pontefici sono legati in una maniera strutturale essendo, come successori di san Pietro, vescovi di Roma. Il “bel paese”, pur non essendo una superpotenza, economica e militare, potrebbe giocare un ruolo importante sul versante asiatico, in particolare nel Giappone, con la sua comunità di emigrati, come ha già fatto per oltre un secolo e mezzo in tanti altri Paesi del mondo.
Dialoghi Mediterranei, n. 80, luglio 2026
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Franco Pittau, dottore in filosofia, è studioso del fenomeno migratorio fin dagli anni ’70 quando, per un quinquennio, condusse anche un’esperienza sul campo, in Belgio e in Germania. È stato ideatore del Dossier Statistico Immigrazione, il primo annuario del genere realizzato in Italia. Già responsabile del Centro studi e ricerche IDOS (acronimo di “Immigrazione Dossier Statistico”), attualmente ne è e presidente onorario. È membro del Comitato organizzatore del Master in Economia Diritto Intercultura (e anche docente) presso l’università di Roma Tor Vergata e scrive su riviste scientifiche sui temi dell’immigrazione, dell’emigrazione, della diffusione all’estero della lingua italiana nonché delle questioni connesse al fenomeno religioso.
Tatsumi Sugino, nata in Giappone nel 1964, ha conseguito la laurea in Scienze dello Sviluppo e il Master in Studi Internazionali presso la Kobe University, conseguendo successivamente il dottorato di ricerca con una tesi dedicata al ruolo del capitale sociale nel successo scolastico degli alunni con cittadinanza straniera in Italia. Attualmente è ricercatrice presso la Kobe Gakuin University e si occupa dell’insegnamento della pedagogia e dell’educazione interculturale in diverse università giapponesi. Le sue ricerche sono dedicate principalmente all’esperienza italiana dell’educazione interculturale e all’internazionalizzazione delle università giapponesi.
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