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Il primo Olocausto del XXI secolo

Gemmika/Guernica, Euskadi, 9 dicembre 2023. Miglia di manifestanti riproducono la bandiera palestinese accanto ad un dettaglio de quadro di Picasso

Gemmika/Guernica, Euskadi, 9 dicembre 2023. Miglia di manifestanti riproducono la bandiera palestinese accanto ad un dettaglio de quadro di Picasso

di Salvatore Palidda 

Dal fatidico 7 ottobre del 2023 ogni giorno leggiamo continue atrocità delle forze armate israeliane a Gaza e in Cisgiordania. La sequenza di queste stragi e la quantità di morti, fra i quali tantissimi neonati e bambini, medici e persino personale dell’ONU oltre a centinaia di giornalisti, le loro immagini così come quelle delle devastazioni sono genocidio. E come se non bastasse, le dichiarazioni di Netanyahu e di tanti politici e militari israeliani non lesinano propositi terrificanti, non dissimili da quelli dei capi del nazismo.

Sono stati scritti centinaia di articoli che denunciano questo genocidio (vedi Wuming: Chiamare il genocidio genocidio)  Solo le persone in malafede o sfacciatamente adese alle mire degli attuali leader israeliani possono dire che non lo è. Si legga il documento scritto dal giurista Raphael Lemkin (cfr. Enciclopedia Treccani: Genocidio), che il 9 dicembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU riprese nella convenzione che stabilisce la punizione del governo che lo commette sia in tempo di guerra, sia nei periodi di pace e qualifica come genocidio: 

«l’uccisione di membri di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso; le lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; la sottomissione del gruppo a condizioni di esistenza che ne comportino la distruzione fisica, totale o parziale; le misure tese a impedire nuove nascite in seno al gruppo, quali l’aborto obbligatorio, la sterilizzazione, gli impedimenti al matrimonio ecc.; il trasferimento forzato di minori da un gruppo all’altro». 

conferenza_roma_corte_penale_internazionale_onuTale definizione fu accolta nell’art. 6 dello Statuto della Corte Penale Internazionale firmato a Roma il 17 luglio 1998.

Ma il contesto in cui tale Olocausto si sta compiendo in questo inizio del XXI secolo induce a pensare che probabilmente si tratta del primo di questo secolo. Basti considerare la deriva autoritaria e brutale che si è diffusa in quasi tutti i Paesi occidentali cosiddetti democratici, al trionfo del duo Trump-Musk i quali sbandierano propositi che, come scriveva Badiou già nel 2017 (per la prima elezione di Trump), sono fascisti “democratici” [1].

E ancora, il 13 giugno Israele ha bombardato l’Iran. Viene da chiedersi: vorrebbe che questo Paese reagisse con una qualche atomica per dimostrare che può difendersi anche da queste armi e per incitare o trascinare Trump nell’escalation di quella che qualcuno ha previsto come la Terza guerra mondiale? L’Iran è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare; invece Israele non l’ha mai firmato ma possiede un vasto e super-sofisticato arsenale nucleare grazie al supporto perpetuo degli USA.

Come dice Haggai Ram (storico israeliano specializzato in ricerche studi sull’ Iran, apertamente antisionista) nella sua intervista con Médiapart:

«La paura dell’Iran è un panico morale orchestrato da decenni. … L’idea che una volta acquisita la capacità nucleare, l’Iran la userà contro Israele è falsa. L’attacco all’Iran è per distogliere l’attenzione dalla prospettiva dell’autodeterminazione palestinese e per insabbiare le gravissime imputazioni penali su Netanyahu. Ma la minaccia iraniana è da tempo un consenso unanime in Israele, e la guerra lanciata da Netanyahu non ha incontrato alcuna opposizione … La società israeliana oggi è più religiosa che mai, i partiti ultraortodossi sefarditi e i gruppi politici nazionalisti religiosi sono la spina dorsale della coalizione di governo. Israele e Iran sono allineati in questa dimensione politico-religiosa. Oggi questa convergenza è radicale e spettacolare». 

Netanyahu e i suoi accoliti – ma anche parte dei vertici USA – sono convinti che l’attacco senza tregua all’Iran provocherà il crollo del regime sciita. Trump è uscito allo scoperto: vuole essere lui l’autore della distruzione di questo regime dichiarando che forse non farà uccidere Khamenei ma in cambio della resa incondizionata. Ovviamente, per il neo-totalitario di Washington ogni regola del diritto internazionale è ormai inesistente e questo vale anche rispetto ai suoi molteplici conflitti d’interesse, condividendo in tutto con Netanyahu    comportamenti, propositi e scelte che ricordano Mussolini e Hitler.

Per continuare lo sterminio dei palestinesi, Netanyahu e i suoi militari hanno assoldato anche criminali efferati per uccidere i palestinesi che cercano disperatamente di arrivare agli aiuti alimentari inviati a Gaza: hanno dato al gruppo jihadista di Yasser Abu Shabab l’incarico degli attacchi ai convogli carichi di cibo (lo conferma l’ex ministro della difesa israeliano Avigdor Lieberman – vedi anche articolo Avvenire). Ancora il 16 giugno oltre 20 persone sono state uccise e oltre 200 feriti da tiri israeliani ai punti di distribuzione degli aiuti umanitari. E altre decine di palestinesi nei giorni successivi sono stati trucidati nella disperata calca per ottenere un pugno di farina.

largepreviewIn questo contesto il fatto più raccapricciante è che noi comuni mortali siamo ridotti alla totale impotenza tranne che partecipare alle continue manifestazioni di protesta contro il genocidio dei Palestinesi. Ogni giorno, incontrando amici non riusciamo a capacitarci di questa orribile congiuntura marchiata dall’Olocausto, da brutalità, torture, omicidi e stragi. In una ricerca in corso sulla storia delle violenze politiche (fra le quali i numerosi crimini ecologici succedutesi in Italia dal 1945 a oggi) si rimane esterrefatti nello scoprire che c’è una continuità impressionante dall’Unità d’Italia a oggi [2].

Come dice un caro amico e collega si è verificata una svolta antropologica, soprattutto dalla fine degli anni ’80 con il trionfo della controrivoluzione liberista (Harvey; Rigouste, 2025) del capitalismo assoluto (come lo definisce Balibar). Ma questa “svolta” poggia su solide basi materiali: da quasi trent’anni si stima che siano oltre otto milioni i lavoratori che oscillano tra precarietà e lavoro nero totale nel mondo della cosiddetta economia sommersa (stimata dall’Eurispes al 35% del PIL). Si tratta di un violento supersfruttamento privo di tutele (i sindacati – compresi quelli autonomi – si occupano principalmente, se non esclusivamente, dei propri iscritti).

È una realtà di totale “anomia”, ovvero priva di punti di riferimento, di atomizzazione e impotenza. L’Europa è palesemente alla mercé delle lobby militari che più che mai puntano alle guerre permanenti come ovvia occasione di aumento dei loro profitti. È sempre più un continente di anziani spesso vilipesi e non in grado di curarsi (in Italia gli over 70 siamo circa il 18% dell’elettorato, ovvero oltre 9 milioni).

Si ha quindi la conferma di ciò che diciamo da diversi anni: ci stiamo avvicinando a un “fascismo democratico”, a uno sfruttamento sempre più brutale e persino omicida, a un misto di regime militare e poliziesco che – come scrive Livio Pepino – verso uno Stato di polizia.

Trump ha scatenato l’esercito nella repressione della rivolta a Los Angeles contro la deportazione neonazista degli immigrati.  E la legge sulla sicurezza del governo Meloni – di cui non abbiamo ancora visto le conseguenze – è ispirata alla medesima strategia, così come in Francia con il duo Darmanin ministro della giustizia e Retailleau agli Interni a capo della polizia.  Tutto ciò svela che siamo in una situazione in cui il neofascismo si afferma in modo quasi soft, con il consenso distratto della maggior parte dell’opinione pubblica.

9788861908079_0_0_0_0_0Non possiamo essere ottimisti, forse dovremmo pensare come i comunisti, i socialisti, gli anarchici e i democratici coerenti che, di fronte all’ascesa al potere di Mussolini, si sono mobilitati e impegnati nella Resistenza. Ci vollero vent’anni per raggiungere la Liberazione che, purtroppo, poi si trasformò terribilmente in desistenza, come ebbe a dire Calamandrei (vedi Stato siamo noi).  Ora, dopo 40 anni di potere del partito-stato, la Democrazia Cristiana e venti anni di Berlusconi e berlusconismo, il “fascismo democratico” trionfa in Italia e altrove.

Il comportamento dei Paesi cosiddetti democratici rispetto all’attuale Olocausto dei Palestinesi rivela le debolezze della democrazia approdata alla sua inevitabile eterogenesi. Sia a livello macro-politico mondiale, sia a livello micro-politico locale il dominio delle lobby, dei più ricchi e più forti, è scontato. Il libero arbitrio, l’impunità e l’impotenza rispetto a questa atroce realtà – di cui è emblematica la cronaca quotidiana di Gaza – mostrano inequivocabilmente che non c’è alcuna possibilità di sperare in istituzioni democratiche sovranazionali: come diceva Pasolini, «diffidate degli spacciatori di speranze» (vedi Enzo Biagi, Intervista a Pasolini, 1971). «La parola speranza non coincide con la parola ragione in un senso razionalistico, liberale, ottocentesco laico, no. Ma una ragione infinitamente più aperta, più umana, tale da comprendere in sé anche l’irrazionalismo che è un momento inevitabile dell’uomo e tale da comprendere anche il momento religioso da parte di un marxista e il momento autenticamente sociale da parte di un cattolico» (intervento di Pasolini a un dibattito con dei religiosi.

Purtroppo, lo spazio per questa speranza ragionevole sembra oggi distrutto. Ma la sopravvivenza è necessariamente Resistenza. 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2024 
Note
[1] “fascismo democratico” è la qualifica che da tempo attribuisco all’attuale governo italiano peraltro eletto da una minoranza di aventi diritto al voto, fra altri articoli in italiano e in francese vedi https://www.pressenza.com/it/2023/09/lapprodo-a-destra-delleuropa/ 
[2] Mi riferisco al libro Security and Police Forces in Italy: a Critical Historical Sociology, che dovrebbe essere pubblicato prossimamente da Routledge e anche a Crimini ecologici e impunità, multimage, in stampa. 

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Salvatore Palidda, già docente di Sociologia presso l’Università degli Studi di Genova, per più di tredici anni presso l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e il Cnrs francese e poi in Italia dal 1993. È stato esperto presso l’Ocse, ricercatore per la Fondation pour les Études de Défense Nationale, per l’Institut des Hautes Études pour la Sécurité Intérieure, per il Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, è autore di oltre 90 pubblicazioni in lingue straniere e oltre 90 in italiano. Tra le altre in italiano si segnalano: Polizie, sicurezza e insicurezze (2021), Resistenze ai disastri sanitari, ambientali ed economici nel Mediterraneo (2018), Razzismo democratico Mobilità umane (2008), Polizia postmoderna (2000).

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