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Il pregio di un palazzo “storto” nella gentrificazione urbana
Posted By Comitato di Redazione On 1 settembre 2026 @ 00:29 In Immagini,Letture | No Comments
di Fabio Fancello
Il titolo e le esigenze narrative
Il titolo del documentario è un evidente richiamo agli annunci immobiliari, con tanto di inserimento, intorno alla metà del film, di un finto spot dalle inquadrature deformate e dai movimenti di macchina agitati.
Sin da subito si comprende che il film vuol essere una critica alla progressiva gentrificazione dei centri storici che sta colpendo diverse città, soprattutto nel Sud Italia e in Sicilia, destinate a una conversione forzata al turismo, in cui gli edifici, sorti nel cuore dei quartieri popolari, diventano locazioni turistiche e immobili di lusso, stravolgendo l’anima della città stessa (Marcellan, 2026). Non si tratta di un’inchiesta o di una forma di film di denuncia su chissà quale interesse speculativo, ma dell’osservazione della quotidianità di un antico palazzo nel centro di Palermo e delle vite dei suoi abitanti, in vari momenti delle loro giornate. La camera osserva, senza intromissioni, con riprese che sembrano quasi degli appostamenti. È un’osservazione con uno stile che, assecondando le classificazioni di Nichols (2015), potrebbe ricondurre il documentario al modello del saggio in prima persona o al diario, con l’inserimento anche di elementi autobiografici.
Due ex studenti fuori sede e un divano volante
L’opera di Tiziano Locci e Tito Puglielli si apre con l’inquadratura del cortile di un palazzo, in cui l’osservazione degli interni di un edificio è interrotta dal lancio di divano che precipita dall’alto, il cui significato sarà comprensibile solo di seguito.
Il palazzo oggetto del documentario è Palazzo Roccella, nel quale i due registi hanno vissuto da studenti fuori sede frequentanti il Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo. L’edificio sta per essere venduto in blocco a una cordata imprenditoriale, intenzionata a farne un condominio destinato agli affitti brevi, con appartamenti e B&B. I registi hanno documentato le varie fasi in cui è stato sottratto ai suoi attuali inquilini.
In un’intervista i due autori hanno spiegato le ragioni per cui hanno realizzato l’opera, ricordando i primi approcci con la città di Palermo e facendo un raffronto tra la città conosciuta all’epoca e quella attuale. Il palazzo, ai tempi, giganteggiava nel vuoto di un quartiere pressoché disabitato, tra il mercato della Vucciria, che stava per diventare sempre meno mercato e più luogo di incontro, e il Corso Vittorio Emanuele, che iniziava a riempirsi di locali. L’esperienza riflessiva, imposta dagli studi effettuati al Centro Sperimentale su come sviluppare una storia, è stata decisiva per i due registi per capire come realizzare il film con un budget ridotto, prima di ottenere dei finanziamenti per la post produzione (Del Corona, 2026).
Un palazzo “storto”, tra elementi simbolici e il ruolo del sonoro
Palazzo Roccella è un palazzo cinquecentesco, ridotto a edificio fatiscente dalle attività manutentive pressoché assenti e con contratti d’affitto sempre a breve termine, che agevolano un’eventuale vendita. La prima parte del documentario è dedicata proprio alla presentazione dell’edificio e dei suoi inquilini, con un montaggio e una narrazione che sembrano costruiti come un’effettiva visita al palazzo. La prima inquadratura, che segue i titoli di testa, è la visuale di una fessura che guarda verso l’esterno, mentre quella successiva del portone interno localizza lo spettatore all’interno del palazzo e del suo mondo interno, separato così da quello esterno. Le prime immagini della palazzina, tra panni stesi tra le pareti sbiadite e gli archi deteriorati, evidenziano le condizioni di un edificio infestato dai topi, nel quale anche gli impianti appaiono datati e arrugginiti. La scalinata è il percorso segnato per lo spettatore, che si addentra ancora di più all’interno del palazzo, con una gatta che precede una ripresa in soggettiva.
A supporto delle immagini, una voce fuori campo che esprime i pensieri e i racconti dei registi, introduce l’edificio come oggetto, ma anche come soggetto. Il palazzo è definito “storto”, pare scivoli nell’argilla, forse verso il mare, che si dice arrivasse fino a lì. La definizione di “storto” però, non sembra alludere alla sola architettura dell’edificio o alla sua conformazione, ma simboleggia anche le condizioni di vita al suo interno e nel cuore del disorganico centro storico di Palermo. Sono arrivati per ultimi, racconta il commento, ma hanno apprezzato quel palazzo storto.
La camera si sposta tra gli appartamenti dell’edificio, alcuni sembrano chiusi, con tanto di cellophane sui mobili, altri sono ancora abitati da artisti, personaggi eccentrici, coppie di mezza età o tecnici informatici. Tra di essi appare un uomo, non ben visibile in volto, che effettua delle riprese in un appartamento vuoto e poi esegue una telefonata. Il palazzo storto ha una sua vitalità, le sue consuetudini, compresi i litigi tra vicini, ma anche le sue inefficienze, come il cigolio delle porte e l’acqua che scorre dove non dovrebbe, ma anche una sua armonia, rappresentata dalla lunga tavolata tra inquilini. La fisarmonica, suonata da uno dei residenti, diventa l’ideale colonna sonora.
Il film presenta alcuni elementi dal potere simbolico, che anticipano o alludono a ciò che sta accadendo. Il divano mostrato in apertura apparentemente è un elemento fuori luogo, se si guarda alla quiete di un cortiletto di una palazzina, ma assume un significato diverso quando si apprende il motivo per cui è stato lanciato. Un ruolo importante è svolto anche dagli animali: la gatta funge da guida nella visita al palazzo ed è l’unico soggetto delle riprese a cui viene rivolta per un attimo la parola («ti cacciano»), mentre i topi simboleggiano la fatiscenza del palazzo e la necessità di essere ripulito e “rifatto da zero”, ma anche gli stessi inquilini, ospiti sgraditi che cercano dove nascondersi quando arriva qualcuno. La presenza del granchio, posto ad arte dai registi, serve a richiamare la leggenda ricordata in apertura, sulla prossimità della palazzina con il mare, mentre l’uccellino caduto dal nido, appare proprio quando cominciano i primi sfratti dagli appartamenti. Ognuno di loro è una sorta di testimone infallibile all’interno della narrazione a cui, involontariamente, prende parte e di cui rappresenta il principale elemento di verità, non costruita per esigenze di ripresa.
Anche la musica assume un certo valore evocativo. La fisarmonica suonata da un inquilino rappresenta la quotidianità, mentre, quando il cambiamento è in atto, il sottofondo musicale varia e si fa via via più ritmato, addirittura farsesco durante “l’escursione” degli investitori all’interno dell’edificio.
Il contesto abitativo e la trasformazione insostenibile di una città
Dopo le “presentazioni” dell’edificio, la voce narrante introduce anche il quartiere, con la camera che esce dalla palazzina per mostrare i dintorni, mentre la voce parla di città senza volto che avanza, insieme alla polvere. Si parla di cantieri, della disseminazione di nuove friggitorie e di un mercato immobiliare finalizzato alla trasformazione turistica.
Palermo è, infatti, una delle città italiane più colpite dal fenomeno della gentrificazione dei centri storici, in cui i turisti e le loro esigenze finiscono per soppiantare quelle degli abitanti della loro quotidianità, vero cuore dei centri stessi, in una coesistenza che diventa sempre più impossibile. Uno studio abbastanza recente (Crobe et al., 2025) ha analizzato le trasformazioni del quartiere della Kalsa, adiacente al Corso Vittorio Emanuele in cui è sito il Palazzo Roccella, nel ventennio tra il 1993 e il 2023. La Kalsa oggi è tra i quartieri più gettonati dai flussi turistici e viene presentata come il principale laboratorio della cosiddetta “rinascita culturale” di Palermo, iniziata negli anni Novanta, con il recupero del centro storico e programmi di rigenerazione, finalizzati a combattere il degrado e l’abbandono. Il quartiere ha quindi subìto un processo di rigenerazione urbana, in cui, però, le politiche culturali sono diventate sempre più dipendenti dal settore turistico, in un processo definito culture-led touristification, cioè una turistificazione guidata dalla cultura, utilizzata per produrre attrattività, investimenti e visibilità internazionale per la città di Palermo, ma che ha sacrificato il diritto all’abitare e il controllo degli abitanti sul loro quartiere. Non si tratta, ovviamente di un’accusa alla cultura, che può sicuramente cambiare in positivo il valore simbolico di un’area, ma dell’impatto che il cambiamento ha avuto sul contesto socio-economico e sulle condizioni dei luoghi. Il processo di gentrificazione, in questo caso, non viene definito aggressivo, poiché non è ancora avvenuta una sostituzione totale della popolazione, con l’aumento delle strutture ricettive al posto delle abitazioni e il conseguente incremento dei prezzi come avviene in località turistiche.
Il sopralluogo “esotico” e il futuro alla porta
Con l’apparizione degli agenti immobiliari nel palazzo, si intuisce che c’è un cambiamento in atto e anche la narrazione si adatta. La musica della fisarmonica delle sequenze precedenti ha ceduto il passo a un arpeggio più ritmato, che sottolinea il momento e apre all’interrogativo su quando quel luogo sia diventato casa, quale sia stato il momento esatto in cui quel palazzo lugubre e logoro sia diventato il luogo accogliente per antonomasia. Un luogo che si appresta a subire un cambiamento radicale, stando alle parole pronunciate dall’agente mentre accompagna i potenziali acquirenti, «qui si rifarà tutto». Durante il sopralluogo la base musicale cambia e assume un ritmo tribale, mentre il tour nel palazzo prosegue, come un safari nella giungla, giungendo fino al tetto dove l’agente esagera «da qui si vede casa sua a Genova».
Da un oblò si vede il cambiamento che bussa, impersonato da un agente. Alcuni appartamenti sono già demoliti, c’è chi lascia messaggi nascosti agli inquilini del futuro, mentre la ricerca di una nuova casa prosegue. Trovare un luogo familiare da chiamare casa rappresenta un sogno, che per alcuni avrà la forma di una roulotte. Mentre il futuro del vecchio palazzo è quello di diventare uno dei luoghi più invidiati del centro storico, i suoi inquilini si sentono parte di una città vecchia, che però non gli somiglia più e che non ha più posto per i palazzi “storti”.
Il recupero degli edifici storici e la maggiore attenzione rivolta al patrimonio, favoriscono sicuramente nuove opportunità culturali, aumentano il prestigio dei luoghi e accrescono l’indotto economico, ma rischiano di imporre un rapporto di subordinazione della cultura alle logiche del mercato turistico, importando investimenti esterni, aumentando la presenza di residenze temporanee, ma marginalizzando le iniziative comunitarie e riducendo lo spazio destinato alla vita quotidiana degli abitanti, alle relazioni, alla convivenza con il risultato ultimo di stravolgere l’identità locale in un brand rivendibile.
La smobilitazione e il ricordo
L’arco finale del film è dedicato al lento e progressivo abbandono dell’edificio. La fisarmonica ritorna e riporta alla quotidianità del palazzo, ma è una quotidianità diversa. C’è chi riceve la notifica di sfratto e chi cerca nuove case, c’è chi sostiene che il palazzo sia stato già venduto, ma anche chi scommette sia tutto un bluff e dice che non venderanno mai, ma è stata solo una scusa per liberare gli appartamenti. Altri svuotano il proprio appartamento e riscoprono ricordi e lettere dimenticate, qualcuno nasconde messaggi per chi prenderà il suo posto.
I registi utilizzano anche delle immagini d’archivio, con protagonista uno degli eccentrici inquilini, vestito con abiti mediorientali, mentre il sonoro, attraverso la radio, parla delle piaghe che da tempo colpiscono la città di Palermo, a cominciare dalla carenza d’acqua, a causa delle forniture delle navi da crociera. È un altro messaggio che denuncia gli effetti di questa squilibrata trasformazione turistica, mentre le sequenze successive mostrano proprio un viavai di turisti nei pressi del palazzo e alcuni inquilini che assistono ai fuochi d’artificio e alla processione di una festa patronale, altro evento di richiamo dei visitatori. Con i lavori edili in corso nella palazzina, si torna alla scena iniziale del film, come a chiudere un cerchio aperto con la prima scena. Sul divano lanciato, a cui adesso è possibile dare un significato, cadono altri oggetti scagliati dagli appartamenti in corso di svuotamento. Non tutto viene gettato, altri mobili hanno avuto un destino diverso, venendo trasportati con cura.
La sequenza finale mostra l’uscita dell’ultimo inquilino dall’edificio, ideale personificazione degli stessi autori, che chiuderà anche il racconto.
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