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Il pensiero civile e politico di Piero Di Giorgi. Dalla scuola alla città

Piero Di Giorgi

Piero Di Giorgi

di Giacomo Cuttone 

Intellettuale militante, studioso dei processi formativi, pubblicista rigoroso e animatore instancabile del dibattito culturale, Piero Di Giorgi ha attraversato il suo tempo mantenendo una rara coerenza tra ricerca e impegno civile, tra università e spazio pubblico. La sua figura si colloca in quella tradizione di intellettuali che non hanno mai concepito il sapere come un esercizio separato dalla realtà, ma come uno strumento di interpretazione e trasformazione del mondo. Psicologia, pedagogia, filosofia sociale e impegno politico si sono intrecciati nel suo percorso in una visione unitaria dell’uomo e della società, in cui la formazione della persona coincide con la costruzione della cittadinanza.


La sua scomparsa, avvenuta il 20 febbraio 2026 all’età di 86 anni, lascia un vuoto che non è soltanto umano, ma anche culturale e politico. Con lui viene meno una voce capace di coniugare rigore analitico e passione civile, attenzione scientifica e sensibilità etica, sempre orientata a leggere le trasformazioni del presente senza rinunciare alla complessità.

In un tempo segnato da rapide semplificazioni e da un crescente impoverimento del confronto pubblico, la sua presenza rappresentava un punto di riferimento per chi continuava a credere nel valore della discussione, della formazione critica e della responsabilità intellettuale. Ripercorrerne il pensiero significa dunque non soltanto ricostruire un itinerario biografico e scientifico, ma restituire voce a una presenza che, per metodo e visione, continua a interrogare criticamente il presente. Un uso che nessuno, specie i conterranei, dovrebbe dimenticare. Il suo lascito non si esaurisce nelle opere o nei ruoli ricoperti, ma si manifesta soprattutto nel costante atteggiamento e nella convinzione che ogni essere umano debba assumere fino in fondo, e dentro le contraddizioni della storia e della società, la responsabilità della propria crescita individuale e collettiva.

Mazara del Vallo, sua città, non è stata per Di Giorgi un semplice luogo di appartenenza, ma un laboratorio di formazione civile. È qui che ha maturato la convinzione che la cultura non debba restare confinata negli spazi accademici, ma farsi pratica quotidiana, incontro, discussione. La cultura, per lui, era un esercizio pubblico e politico: capace di attraversare le strade, entrare nelle case, confrontarsi con il lavoro, con la scuola, con i giovani. Una comunità cresce solo nella misura in cui sa discutere e partecipare.

Il suo percorso professionale – psicologo, avvocato, docente universitario – trova unità in una domanda centrale: comprendere l’essere umano. Dall’insegnamento della Psicologia dello sviluppo presso “La Sapienza” di Roma fino agli studi di Storia della psicologia e Psicopedagogia differenziale all’Università di Palermo, la sua ricerca ha sempre ruotato attorno a interrogativi essenziali: come si diventa persone? Come si costruisce una cittadinanza consapevole? Come nasce una comunità?

In questo quadro si inserisce la sua costante attenzione al mondo giovanile. Di Giorgi non ha mai considerato i giovani solamente come un problema socio-educativo, ma come il luogo in cui si decide il futuro. Temi come la relazione tra infanzia e istituzioni, affrontati già in Il bambino e le sue istituzioni: la famiglia e la scuola (1975), e il rapporto tra crescita e contesto familiare, al centro di Adolescenza e famiglia (1979), hanno segnato profondamente la sua riflessione e dato delle indicazioni.

il-bambino-e-le-sue-istituzioni-la-famigliaNegli anni successivi, il suo sguardo si è fatto ancora più critico e consapevole rispetto alle trasformazioni sociali: in La crisi del ruolo dei genitori (1996) analizzava le difficoltà dell’autorità educativa, mentre con L’educazione affettiva a scuola (1997) rilanciava il valore della «dimensione emotiva» nei processi formativi. Anche in Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (2004) emerge con forza l’idea che la formazione della persona non possa essere separata dalle dinamiche globali e dalla responsabilità civica.

La sua formazione cristiana non fu mai disgiunta dall’impegno politico. La partecipazione alle contestazioni del Sessantotto – cui dedicò Il ’68 dei cristiani. Il Vaticano II e le due Chiese (2008) – rappresentò per lui una naturale coerenza, non una contraddizione. In quelle mobilitazioni riconosceva un risveglio delle coscienze, una domanda di giustizia e di responsabilità che trovava radici profonde anche nei processi dell’evangelizzazione come parola dialogata. La partecipazione, sosteneva, non è disordine, ma forma adulta della democrazia.

Un’esperienza significativa di questo impegno fu la partecipazione ai lavori degli “Incontri fra i Popoli del Mediterraneo”, promossi a Mazara tra il 1979 e il 1986. L’iniziativa, ideata da Rolando Certa – poeta mazarese e esponente del movimento Antigruppo siciliano –, fu poi anche del Centro per la cooperazione fra i popoli del Mediterraneo, presieduto da Salvatore Giubilato. Il convegno ha trovato sempre, però, il patrocinio del Comune di Mazara. In quelle occasioni il Mediterraneo cessava di essere semplice spazio geografico per diventare luogo simbolico e concreto di dialogo tra culture, religioni e visioni del mondo: non convegni formali, ma esercizi di convivenza e responsabilità civile.

Il legame con Rolando Certa rappresentò per Di Giorgi anche un riferimento umano e intellettuale di grande rilievo. A dieci anni dalla sua scomparsa, egli ne tracciò un ricordo intenso nell’articolo Ricordare Rolando Certa ai giovani (in Impegno90, I, n. 0, aprile-giugno 1997: 31-32), restituendone il profilo non solo di poeta e scrittore, ma di uomo e animatore culturale. Il ricordo prendeva avvio da un ultimo incontro, segnato dall’entusiasmo di Certa per un viaggio in Ungheria legato alla traduzione delle sue opere, e si trasformava in una riflessione più ampia sulla perdita di una presenza vitale per la comunità. In quelle pagine emerge l’immagine di un intellettuale (Rolando Certa) profondamente immerso nella realtà sociale, un “organizzatore di cultura” capace di promuovere iniziative e coinvolgere i giovani.

Di Giorgi sottolinea come Certa rappresentasse uno stimolo costante per la crescita civile della città, anche grazie a esperienze come gli stessi “Incontri fra i Popoli del Mediterraneo”, che portarono a Mazara voci autorevoli del panorama culturale europeo, tra cui il poeta della “generazione d’oro” spagnola, Rafael Alberti. Nel contesto il ricordo si carica anche di una nota critica verso le istituzioni, accusate di non aver saputo trasmettere alle nuove generazioni la memoria di una figura così significativa. Per Di Giorgi, la perdita di Certa non è soltanto affettiva, ma riguarda il venir meno di un punto di riferimento capace di coniugare poesia, impegno e partecipazione. La sua figura viene così proposta ai giovani come esempio di una politica intesa nel senso più alto: non gestione del potere, ma pratica di valori, tensione morale e ricerca di giustizia, in cui – come recita un verso di Certa – «la poesia è il cuore del mondo».

La stessa coerenza ha attraversato il suo impegno politico diretto. Negli anni Settanta e Ottanta, Piero Di Giorgi, militò nel PdUP per il Comunismo (Partito di Unità Proletaria per il Comunismo) e, alla fine degli anni Novanta, accettò la candidatura a sindaco di Mazara del Vallo per i DS (Democratici di Sinistra), in un contesto segnato da un centro-sinistra fortemente diviso. Una scelta che, a posteriori, non rinnegò mai: la politica, quando è partecipazione e non oligarchia, rappresentò per lui la più alta forma di educazione collettiva. Non contava vincere o perdere, ma contribuire alla formazione di una coscienza critica.

766-3Al centro della riflessione teorica di Piero Di Giorgi resta il tema della democrazia partecipativa. In Dalle oligarchie alla democrazia partecipativa (2009) denunciava la crescente distanza tra cittadini e istituzioni, individuando nella delega passiva una delle cause principali della crisi politica. Un tema che attraversa anche Siamo tutti politici (2018), dove ribadisce con chiarezza che la democrazia esiste solo se praticata quotidianamente. Parallelamente, la parola scritta fu per lui lo strumento fondamentale del suo impegno. Fondatore di esperienze editoriali come Classe e burocrazia e tra i promotori di Adista, redattore della rivista Impegno 80, collaboratore de il Manifesto e di la Repubblica-Palermo, fondatore di giornali cittadini come Confronto e direttore responsabile di riviste come Dialoghi Mediterranei, Di Giorgi ha sempre inteso la scrittura come responsabilità pubblica: costruire ponti, aprire spazi di confronto, mettere in relazione sponde diverse del Mediterraneo culturale.

Tra le opere più recenti, Personaggi straordinari del XX secolo conosciuti da vicino (2024) assume un valore particolare: un esercizio di memoria attraverso cui raccontare vite per comprendere la storia. Vite però che sembrano sconosciute, se Piero, in questo suo lavoro, ci confida una sua preoccupazione. Parlando con tante persone e anche con alcuni miei amici, infatti, ci dice: «mi sono accorto che personaggi straordinari del XX secolo (sacerdoti e laici), che hanno avuto un ruolo importante per la cultura e per il progresso del nostro Paese, sono a loro sconosciuti. Per evitare che un patrimonio così importante per l’Italia possa cadere nell’oblio, ho voluto ricordare almeno quelli che ho avuto la fortuna d’incontrare e di frequentare, cominciando dal preside del mio liceo classico don Gaspare Morello e continuando con altri della statura di intellettuali come Giulio Girardi, Lucio Lombardo Radice e tanti altri».

Se si dovesse individuare un’eredità, non sarebbe un titolo o un ruolo, ma un metodo: studiare, dialogare, partecipare. Un invito esigente che richiama alla responsabilità individuale e collettiva, alla necessità di non delegare, di non chiudersi, di continuare a pensare insieme. In questa prospettiva si colloca anche la sua lettura dei processi di trasformazione internazionale, nella quale emerge l’idea che le dinamiche di cambiamento politico vadano osservate nel rapporto tra leadership, masse e geografie politiche diverse, e che tali processi producano effetti destinati a incidere direttamente sugli equilibri globali. Di Giorgi sottolinea come tali trasformazioni vadano seguite pure con attenzione critica ma senza pregiudizi, riconoscendo nella loro evoluzione una possibile ridefinizione degli assetti mondiali (Piero Di Giorgi, Gorbaciov e la primavera di Mosca, in Impegno80, 1986/87: 3–4, Centro per la cooperazione fra i popoli del Mediterraneo, 1988).

Ha avuto parole commosse il poeta e saggista marsalese Antonino Contiliano che lo ha salutato con un “silenzio in punta di piedi”, riconoscendo nella sua memoria una traccia destinata a resistere al tempo: quella di un pensiero critico sempre in movimento.

9788856788815bAnche il ricordo istituzionale restituisce la misura della sua presenza. La città di Mazara del Vallo ne sottolinea il ruolo di riferimento culturale e umano, capace di mantenere un confronto aperto e rispettoso anche con posizioni diverse. In questo senso, «ha animato il dibattito anche politico da uomo di sinistra, mantenendo una postura di confronto che ha dato ed ha ricevuto rispetto anche da chi ha frequentato altri ambienti politici. Un tratto che restituisce la misura di una figura capace di parlare a sensibilità diverse, senza mai rinunciare alla propria identità», definendo così non solo l’intellettuale, ma l’uomo.

Non per ultimo – docente tra Roma e Palermo, animatore culturale, protagonista del dibattito pubblico – Di Giorgi ha incarnato una figura sempre più rara. Un soggetto e una soggettività di intellettuale che non separa sapere e responsabilità, ricerca e impegno, riflessione teorica e pratica civile. Contro la frammentazione e la rinuncia al confronto, la sua traiettoria restituisce l’immagine di un pensiero capace di stare dentro la realtà senza smarrirne la complessità critica e l’interazione pubblica o politica, senza cedere alla semplificazione né all’indifferenza.

La sua scomparsa lascia un vuoto, ma non privo di potenzialità ereditabili. Resta, infatti, una consegna esigente: abitare la democrazia come pratica quotidiana e non come formula astratta; costruire comunità fondate sull’ascolto e sulla partecipazione; difendere il pensiero critico come spazio di libertà e responsabilità. In un’epoca in cui cresce la distanza tra cittadini e istituzioni, e in cui il dibattito pubblico tende a irrigidirsi in contrapposizioni sterili, il suo insegnamento invita a ricostruire spazi di confronto autentico, capaci di tenere insieme differenze e appartenenze.

È forse in questo intreccio tra etica e politica, tra educazione e cittadinanza, che si coglie il senso più profondo della sua lezione essenziale: non esiste democrazia senza partecipazione consapevole, né comunità senza responsabilità condivisa. Perché, come amava ricordare, in fondo, siamo tutti politici! 

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026

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Giacomo Cuttone, ha compiuto gli studi presso il liceo artistico e l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Come pittore e grafico, ha esposto in numerose collettive, ha realizzato diverse mostre personali ed illustrato libri di poesia e riviste letterarie. È autore di numerosi scritti di arte, politica e satira. Canto dei bambini perduti (2013) è il titolo della sua ultima opera che presenta illustrazioni su china insieme a poesie di Gianmario Lucini.

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