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Il miraggio dello sviluppo: geografie del Mezzogiorno tra illusioni industriali e nuove possibilità

Porto di Saline Joniche (Fonte: Assomarinas)

Porto di Saline Joniche (Fonte: Assomarinas)

di Martina Sgro 

Introduzione e metodologia

Il presente saggio, attraverso una lettura storico-geografica, ripercorre le tappe fondamentali della costruzione e del fallimento del modello di sviluppo meridionale, soffermandosi in particolare sui grandi progetti industriali calabresi degli anni Settanta, simboli di un rapporto distorto tra territorio, potere e politica. L’analisi integra un approccio qualitativo basato sulla consultazione di fonti storiche e documentarie (atti legislativi, rapporti SVIMEZ, letteratura scientifica) e sull’osservazione diretta dei luoghi. L’impostazione segue la prospettiva della geografia critica italiana (Turco, 2012; De Rubertis, 2013), che considera il paesaggio come archivio materiale della memoria collettiva e come dispositivo interpretativo dei processi territoriali.

La storia del Mezzogiorno italiano è la storia di un’aspirazione: quella di un progresso che non si è mai pienamente realizzato. Dall’Unità d’Italia in poi, le politiche di sviluppo destinate alle regioni meridionali hanno oscillato fra interventi assistenziali e progetti di industrializzazione forzata, generando un ciclo di speranze e fallimenti. Il Mezzogiorno è stato al tempo stesso “oggetto” e “soggetto” della modernizzazione: una periferia interna in cui le contraddizioni dello Stato nazionale sono emerse con forza, rivelando i limiti di una strategia economica calata dall’alto.

La Calabria, con la sua storia di piani incompiuti, infrastrutture mai operative e paesaggi industriali abbandonati, rappresenta un caso paradigmatico. Qui il sogno dello sviluppo ha assunto le sembianze di una modernità sospesa, capace di lasciare dietro di sé non tanto fabbriche, quanto segni materiali di una promessa mancata. 

PIL e disuguaglianza regionale nel lungo periodo (1871-2011) (Fonte: Dati ISTAT)

PIL e disuguaglianza regionale nel lungo periodo (1871-2011) (Fonte: Dati ISTAT)

La modernità sospesa: itinerario nel miraggio dello sviluppo meridionale 

L’unificazione del 1861, lungi dal colmare le disuguaglianze regionali, le rese più evidenti. L’Italia nacque come un mosaico di economie diverse, in cui le regioni settentrionali avevano già avviato processi di accumulazione industriale e capitalistica, mentre il Sud restava ancorato a strutture feudali e a un’economia di sussistenza (Barone, 2002). La centralizzazione amministrativa e fiscale penalizzò le aree periferiche: l’introduzione di un sistema tributario uniforme e l’abolizione dei dazi locali favorirono i centri già industrializzati, gravando invece su un tessuto meridionale fragile e disarticolato. L’analfabetismo, la mancanza di infrastrutture e la scarsità di capitali limitarono le possibilità di modernizzazione. Come sottolinea Felice (2013), la costruzione dello Stato unitario avvenne “a misura del Nord”, mentre il Sud fu percepito come un corpo estraneo da integrare più attraverso il controllo politico che con strumenti di emancipazione economica.

Con l’inizio del Novecento, il divario territoriale divenne un tema politico centrale. Intellettuali come Giustino Fortunato (1911) e Gaetano Salvemini (1909) denunciarono l’incapacità dello Stato liberale di affrontare le radici strutturali del problema, riconducendolo non solo alla questione economica, ma anche culturale e morale. Il Sud veniva rappresentato come un luogo “altro”, da redimere o civilizzare, legittimando così politiche centralizzate e paternalistiche. Le prime leggi speciali per Napoli (1904), per la Basilicata (1906) e per la Calabria (1906) produssero effetti parziali e temporanei. Dopo il terremoto di Reggio e Messina del 1908, l’intervento dello Stato assunse carattere emergenziale: la ricostruzione si trasformò in un laboratorio di sperimentazione burocratica che, pur migliorando alcune infrastrutture, non riuscì a creare un modello di crescita duraturo (Baglio e Bottari, 2010).

Durante il fascismo, la questione meridionale fu rimossa dal discorso pubblico. Mussolini sostenne che «il Sud non esiste, esiste l’Italia», negando la legittimità stessa di una differenza territoriale. Le politiche di bonifica integrale e ruralizzazione forzata si rivelarono strumenti ideologici più che economici: migliorarono in parte le condizioni igienico-sanitarie, ma non scalfirono la struttura latifondista né crearono sviluppo industriale (Barbagallo, 2013). Il Mezzogiorno rimase una riserva di manodopera a basso costo, funzionale alle grandi opere del Nord e alle guerre coloniali.

Pontile ex SIR (Fonte: Staticafacile.it)

Pontile ex SIR (Fonte: Staticafacile.it)

Nel secondo dopoguerra, il tema del riequilibrio territoriale tornò al centro del dibattito. Con la Legge 10 agosto 1950, n. 646, nacque la Cassa per il Mezzogiorno, strumento straordinario per colmare il ritardo infrastrutturale. Nei primi anni, i risultati furono incoraggianti: strade, acquedotti e bacini idrici modificarono profondamente il paesaggio meridionale (Celentani-Ungaro, 1962). Tuttavia, come osservano Barone (1994) e Felice (2013), l’assenza di una visione industriale coerente rese l’intervento una modernizzazione parziale, incapace di innescare processi endogeni di sviluppo.

A partire dagli anni Settanta, la classe politica italiana tentò una svolta con il cosiddetto Pacchetto Colombo (1970), che mirava a creare nel Sud grandi poli industriali in grado di attrarre investimenti e ridurre la disoccupazione. In Calabria, la strategia si concretizzò nella Liquichimica Biosintesi di Saline Joniche, nel polo chimico SIR di Lamezia Terme e nell’acciaieria di Gioia Tauro, quest’ultima destinata a diventare uno dei più grandi porti industriali del Mediterraneo. L’obiettivo era favorire una crescita industriale autonoma, ma già nella progettazione emersero i limiti strutturali: localizzazioni scelte per logiche politiche, infrastrutture inadeguate e manodopera poco qualificata (Gambino, 1980; De Virgilio, 2022).

Strutture in disuso ex Liquichimica (Fonte: Corriere della Calabria)

Strutture in disuso ex Liquichimica (Fonte: Corriere della Calabria)

La Liquichimica, costata oltre cento miliardi di lire, non entrò mai in funzione e divenne il simbolo del fallimento di un modello di sviluppo imposto dall’alto (Il Post, 2022). Analogo destino ebbe la SIR, travolta dagli scandali finanziari che coinvolsero il gruppo Rovelli. Il porto di Gioia Tauro, concepito come terminale siderurgico, fu completato ma rimase per anni sottoutilizzato, trasformandosi in una delle più grandi infrastrutture “vuote” d’Europa (Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio, 2021; LIUC Papers, 2008).

Come osservano Viesti (2021), De Rubertis (2013) e Barone (1994), la crisi del modello Colombo non fu solo economica, ma culturale: rivelò l’incapacità dello Stato di comprendere le logiche territoriali e di radicare nel Mezzogiorno uno sviluppo endogeno. Le popolazioni locali furono escluse dai processi decisionali, percependo quegli impianti come corpi estranei.

Al posto delle fabbriche sorsero rovine industriali: scheletri di cemento, torri e tubature che oggi punteggiano i paesaggi calabresi come monumenti di una modernità mancata. Questi luoghi sono divenuti spazi della memoria collettiva, testimonianze di un’epoca in cui lo sviluppo era sinonimo di fabbrica e progresso. In Calabria, i resti della Liquichimica di Saline Joniche, sospesi tra mare e montagna, evocano una tensione fra natura e artificio, fra promessa e fallimento. Negli ultimi anni tali paesaggi hanno suscitato un rinnovato interesse da parte di geografi e antropologi, che li leggono come archivi materiali della memoria e spazi di possibilità (Celant–Morelli, 1986; Turri, 2001).

La riconversione del porto di Gioia Tauro in hub logistico internazionale, pur con limiti e criticità, mostra come la funzione dei luoghi possa essere reinventata. Tuttavia, la rinascita non può basarsi solo su infrastrutture o incentivi economici: richiede un investimento culturale, una ridefinizione dell’identità collettiva e una nuova consapevolezza territoriale. Le politiche europee più recenti, orientate alla transizione ecologica e alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale, indicano oggi una via diversa rispetto al paradigma assistenzialista: un modello basato sulla partecipazione delle comunità e sulla rigenerazione dei territori. 

Mappa V centro siderurgico a Gioia Tauro (Fonte: EdicoladiPinuccio.it)

Mappa V centro siderurgico a Gioia Tauro (Fonte: EdicoladiPinuccio.it)

Conclusioni

La storia del Mezzogiorno, letta attraverso la lente della Calabria, è una storia di contraddizioni ma anche di resilienza. L’illusione industriale degli anni Settanta, pur nella sua drammaticità, ha lasciato un’eredità preziosa: la consapevolezza dei limiti di uno sviluppo imposto e la necessità di ripensare il rapporto tra uomo e territorio. Oggi le “rovine del progresso” non sono solo monumenti di un passato fallito, ma punti di partenza per una nuova riflessione.

Riconoscere la complessità del Mezzogiorno significa abbandonare la logica del deficit e dell’assistenza per abbracciare un paradigma fondato sulla valorizzazione delle risorse locali, sulla cultura, sulla sostenibilità e sull’integrazione mediterranea. Il miraggio dello sviluppo, che per decenni ha guidato la retorica politica, può così trasformarsi in un percorso di consapevolezza. Il Sud non è più solo il luogo del ritardo, ma quello in cui è possibile ripensare il futuro del Paese: un laboratorio di convivenza, di diversità e di resilienza.

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025 
Riferimento bibliografici
Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio (2021), Porto di Gioia Tauro, Storia, sito istituzionale.
Baglio A., Bottari S. (2010), Messina e Reggio 1908: ricostruzione e modernizzazione dopo il terremoto, FrancoAngeli, Milano.
Barbagallo F. (2013), Storia del Mezzogiorno, Laterza, Roma-Bari.
Barone G. (1994), L’intervento straordinario nel Mezzogiorno, in Meridiana, n. 21.
Barone G. (2002), Mezzogiorno e modernità. Saggi di storia economica e sociale, Donzelli, Roma.
Celant, A., Morelli, P. (1986). La geografia dei divari territoriali in Italia. Milano
Celentani R., Ungaro A. (1962), Acquedotti e fognature nel Mezzogiorno, Cassa per il Mezzogiorno, Roma.
De Rubertis S. (2013), Spazio e sviluppo nelle politiche per il Mezzogiorno: il caso della programmazione integrata in Puglia, Bologna, Pàtron Editore.
De Virgilio A. (2022), Pacchetto Colombo, Gioia Tauro, Lamezia Terme e Saline Joniche: la truffa dell’industrializzazione fantasma in Calabria, Catanzaro, Rubbettino Editore
Felice E. (2013), Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, Bologna.
Fortunato G. (1911), Il Mezzogiorno e lo Stato italiano, Laterza, Bari.
Gambino R. (1980), Politiche e territorio nel Mezzogiorno, ESI, Napoli.
LIUC Papers n. 213 (2008), Una chiave di lettura innovativa del ruolo dei porti: il caso di Gioia Tauro, Università C. Cattaneo, Castellanza.
Massi E. (1987), Problemi di geografia industriale. La geografia dell’industria, in Corna Pellegrini G (a cura di) Aspetti e problemi della geografia, Milano, Marzorati.
Salvemini G. (1909), Il ministro della mala vita, Libreria della Voce, Firenze.
Serpelli L. (2002), “Gli spazi individuali”, in Linee Tematiche di ricerca geografica, (a cura di Pelagiano C.), Bologna, Pàtron editore.
SVIMEZ (2011), Rapporto sull’economia del Mezzogiorno 2011, Il Mulino, Bologna.
Turco A. (2012), Geografia come interpretazione. Luoghi, regioni, paesaggi, Mimesis, Milano-Udine.
Turri, E. (2001). Il paesaggio come teatro. Dal territorio vissuto al territorio rappresentato. Venezia: Marsilio.
Viesti G. (2021), Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo, Laterza, Roma-Bari.
Il Post (3 agosto 2022), “La Liquichimica di Saline Ioniche: storia di un’azienda in cassa integrazione”.
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Martina Sgro, ricercatrice indipendente, laureata in Civiltà letteraria dell’Italia medievale e moderna presso l’Università degli studi di Messina. Rivolge i propri interessi verso lo sviluppo locale e le dinamiche di trasformazione ambientale dei territori.

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