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Il metodo di Bruno Munari e l’infanzia come futuro

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Storie e filastrocche di Rodari, disegni di Munari

di Lella Di Marco

È difficile parlare in sintesi di Bruno Munari, ma realmente come diceva lui stesso «quando non si è capaci di spiegare in poche parole un’idea, un pensiero… vuol dire che non si può essere chiari e credibili neppure con molte parole. In genere superflue». Darò di seguito anche notizie precise sulla sua vita e sul suo percorso artistico professionale ma è indubbio che anche una sua frase lanciata, da lui stesso, in un laboratorio didattico o in una discussione da salotto, arriva come un pugno sullo stomaco e se la si capisce proietta nel futuro.  Come del resto la sua famosa frase: «l’uovo è la cosa più perfetta che si trova in natura eppure è fatto con il culo», non è una battuta venuta male come qualcuno che si pecca di essere pedagogista ha commentato. No, ogni sua affermazione non di certo fatta per stupire, deve essere ben decifrata per capire tutta la ricchezza che contiene: l’essenziale per la vita, la realtà materica, la natura con le sue leggi scientifiche e le sue spontanee connessioni. Elementi indispensabili per la nostra formazione a cominciare dall’infanzia.

Se si riesce ad individuare la linea scientifica che contiene, il percorso nella dinamica di connessione fra gli elementi naturali, si capisce bene come la natura ubbidisce alle leggi incontrastabili che la governano. E l’essere umano quelle leggi deve esplorare, individuare da solo, seguirle a cominciare dall’infanzia, impastarle nella sua esistenza per un percorso esistenziale non omologato, spontaneo, creativo, pieno di fantasia. In sintesi libero, svincolato da stereotipi, da imposizioni esterne come fosse un fantoccio manovrabile e manovrato. Occorre conquistare la pratica operativa scientifica che è in natura – e l’essere umano è nella natura, è NATURA esso stesso.

Il tutto non significa rilanciare romanticamente il mito del buon selvaggio, i tempi sono cambiati, la responsabilità individuale e sociale è diversa nella società industriale e post-industriale. Munari su questo aveva delle scintillanti intuizioni, a cominciare dall’arte e dall’artista e queste, con molta apertura, possono essere definite “metodo Munari” soprattutto nella applicazione didattica per una pedagogia del bello e dell’esplorazione autonoma.

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Storie e filastrocche di Rodari, disegni di Munari

Nato a Milano nel 1907 e ivi mancato nel 1998, è stato definito uno dei massimi protagonisti dell’arte del designer e della grafica del XX secolo, con i suoi fondamentali contributi in diversi campi espressivi, dalla pittura alla scultura, al disegno industriale, alla grafica. Si può dire che la sua principale tendenza sia stata la comunicazione visiva, innovativa nel design dove nel silenzio verbale, il segno, il colore, la luce sono il lessico unico. Non ci ha privati però, della comunicazione non visiva, donandoci anche una scrittura che è poesia, riflessione teorica, introduzione alla sua poetica con studi sulla fantasia e creatività per approdare alla didattica.

Partecipò al movimento futurista, fu amico di Marinetti, ma dopo se ne distaccò con stile “gentile “ e ironico, dando spazio alle sue straordinarie invenzioni: dalle forchette parlanti, alle sculture da viaggio, alle macchine inutili… È la sua, l’epoca della rinascita industriale del dopoguerra e Munari  punta all’arte diffusa, al suo rapporto arte-tecnica, dando l’avvio alla nascita dell’operatore-visivo  come consulente aziendale, lavorando anche come grafico per editori e altri industriali. Percorso rivoluzionario, tutto “moderno”, per le forme, l’uso dello spazio, i materiali, la ricerca dell’essenziale e l’assenza del lusso apparente, per realizzare oggetti e ambienti “belli” come diritto di tutti.

Ho conosciuto Bruno Munari negli anni Ottanta ed ho seguito tutti i suoi laboratori didattici “Giocare con l’arte” a Faenza e a Prato. Erano iniziative formative sperimentali tra tecnica, fantasia, creatività e connessioni spontanee fra i materiali usati. Assemblaggio apparentemente informe nell’assenza di pre-concetti e stereotipi da seguire e ri-proporre. Sono stati laboratori progettati e voluti da Munari per vitalizzare i musei. Quei musei statici dove non credo aspirasse ad essere “mummificato!”, convinto come era che il grande obiettivo del designer piuttosto era «finire nei mercatini rionali».

Ricordarlo come era, a mio avviso, al di là della contaminazione sentimentale che la mia testimonianza può avere, è indispensabile per capire la persona rigorosamente legata al suo essere artista dal multiforme ingegno (come l’avrebbe definito Dante), alla cultura delle epoche precedenti che non gli era affatto estranea, al suo essere al di fuori di ogni ideologia dominante. Aveva in una visione globale del mondo anche tanto rispetto e amore per l’umanità da impegnarsi nella grande impresa per renderlo più bello, puntando alla preparazione-formazione di uomini (e donne) migliori e intervenendo precocemente sui bambini che saranno gli uomini di domani.

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Storie e filastrocche di Rodari, disegni di Munari

A me ricordava Socrate nel suo approccio con l’altro, nel “dialogo” muto in cui la dialettica era non verbale, costituita da continue provocazioni tattili, polisensoriali, così da creare una prima fase di “confusione” e lasciare poi che l’interlocutore scoprisse da solo, quella che per Socrate era la verità ricavata dal “Conosci te stesso”, e per lui la linea delle connessioni corrette. Scoprendo e agendo secondo la scientificità presente in natura.

Così, quando al laboratorio liberatorio realizzato al museo di arte moderna a Prato, sdraiato per terra come i bambini e accanto a loro, l’ho visto ridere  a crepapelle nel vedere un bimbo affaticarsi, con la lingua di fuori,  a piantare un grosso chiodo con un pesante martello in un blocco d’argilla tenera, a provare e riprovare perché la terra molle non si sfaldasse, ecco ho capito che le parole  sarebbero state non solo inutili ma dannose, che il bambino nella sua esplorazione avrebbe trovato  da solo  “la verità”, cioè la legge delle connessioni giuste. Continuerà la ricerca del grande maestro che è nel bambino il quale si muove con disinvoltura di fronte agli oggetti. Anche perché il movimento è insito nel suo essere.

In Munari c’era una caratteristica che pochi suoi biografi hanno messo in evidenza: la sua affinità con la cultura giapponese e il suo interesse per lo spirito Zen che in Occidente ne fa un artista diverso ma che porta dritti alla sua linea “rivoluzionaria”. I suoi viaggi in Giappone con frequenti e lunghi soggiorni “creativi” cominciarono negli anni Sessanta e l’impatto con quel Paese lo travolse. Ci parlava con gioia ed entusiasmo progettuale, non soltanto delle manifestazioni culturali di quella civiltà, ma anche della concezione e del rapporto con la natura. Della cura degli ambienti, della sua sobrietà, del non spreco, dell’utilizzo e riutilizzo di ogni elemento. Del rispetto infine per i luoghi, per gli esseri viventi, per fiori, insetti, piante, acqua…Natura.

Amava parlarci della cura dei bambini, della progettazione architettonica delle scuole, della formazione dei fanciulli, della loro autonomia nell’esplorazione, nella creatività e nella fantasia. A contatto con la Natura, quei bambini non manifestano aggressività, violenza, impazienza, a differenza dei coetanei occidentali. Quell’Occidente che senza il cambiamento non potrà sopravvivere a se stesso.

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Storie e filastrocche di Rodari, disegni di Munari

Munari è antico e moderno. Profondamente rivoluzionario. Senza avere mai adoperato la parola rivoluzione e con le sue radici ben piantate nell’antichità, carica di cultura, evoca senza volerlo la figura del filosofo che nella Grecia del 300 a. C. fu accusato di corrompere i giovani e condannato alla pena capitale, costretto a bere una pozione alla cicuta.

Munari stimato e apprezzato ma, a mio avviso, temuto, ha avuto una sorte diversa, perché diversi sono i tempi. Popolarissimo ai suoi tempi con moltissime premiazioni e riconoscimenti internazionali, oggi – a distanza di venti anni dalla sua morte – è noto soltanto agli addetti ai lavori, sconosciuto agli altri, politicamente e socialmente tradito o dimenticato. Le sue opere in bella mostra in qualche museo, continue aste dei suoi oggetti non museificati, speculazioni di qualche pseudo-intellettuale, privazione delle sue idee, accaparramento di qualche editore minore dei suoi manoscritti o frammenti grafici, appropriazione indebita delle sue intuizioni, spoliazione delle sue parole ridotte in slogan o spot pubblicitario.

Questo succedeva anche mentre era in vita. Durante una intervista che gli feci nel suo studio a Milano per la rivista “Ecole”, al mio disappunto perché non contestasse la continua rapina delle sue idee senza ovviamente neppure citarlo, mi rispondeva impassibile che «non era un problema, il fatto che se ne appropriassero significava che le idee erano buone. Che funzionavano … che andassero pure in giro».

A guardar bene, la modernità di Munari e la sua portata rivoluzionaria consistono non solo nelle sue intuizioni artistiche, nelle sue invenzioni sperimentali ma anche e soprattutto nel metodo progettato e praticato, nella sua ostinata volontà nel perseguirlo. Nell’aver posto soprattutto l’attenzione sull’infanzia come formidabile leva e volano di trasformazione e positiva evoluzione dell’esistente. Significativa e davvero fantastica è stata in questo senso la sua collaborazione con Gianni Rodari, del quale ha illustrato con grazia e felicità creativa i racconti e le filastrocche.

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Storie e filastrocche di Rodari, disegni di Munari

Quando ricordo Bruno Munari non posso fare a meno di pensare all’infanzia, a quella sua idea dell’infanzia. E inevitabilmente sono trascinata a riflettere sui bambini e la genitorialità in una fase storica come l’attuale di analfabetismo culturale e di alfabetizzazione informatica, di informazione di massa e di irruzione delle fake news, di accesso facile all’uso dei social e dei rischi di dipendenza e di autismo digitale.

Bisognerebbe probabilmente cominciare a superare i “pregiudizi moderni” sui bambini, come del resto sulla donna, sulla famiglia, sulla religione, sull’uomo, sulla pedagogia, sui migranti. Si riteneva il pre-giudizio roba del passato, appartenente ad una civiltà incolta, rurale, arcaica, lontana dalla modernità delle aree urbane, ormai multietniche e multiculturali. Resistono invece i pregiudizi e sono ben radicati nel tessuto sociale, nella mentalità diffusa, nel senso comune. Così l’infanzia è ancora nella nostra cultura una stagione della vita trascurabile, quasi fosse separata e ininfluente rispetto alla costruzione della condizione adulta. Del resto, ci dovrebbe far riflettere e molto, il fatto che non conosciamo la vita dei bambini nei milioni di anni trascorsi, che, a pensarci bene, non esiste una storia dell’infanzia né riusciamo a ricostruirla in tutti i suoi diversi aspetti con l’aiuto di ritrovamenti e dei mezzi archeologici. Sappiamo che nel Medio Evo gli studiosi hanno documentato infanticidi, sodomizzazioni, violenze di ogni genere, accompagnate da malattie, mortalità, fame, privilegi di casta e di nascita. Si comincia appena appena nel XVIII secolo a volgere un po’ di attenzione all’infanzia per promuovere innovazioni educative, sanitarie, legislative, e soltanto alla fine dell’800 il governo dell’Italia unita iniziò finalmente a discutere sull’età lavorativa dei piccoli, sul divieto della loro vendita o affittanza. Sono rimasti decisamente esclusi da qualunque attenzione anche storiografica i piccoli fino ai sei anni nel colpevole silenzio dei filosofi idealisti e dei poeti romantici.

La storia poco felice dell’infanzia ciclicamente sembra ripetersi e ripresentarsi per spazi generazionali. Problema attuale, come continua ad essere attualissima la diffusa concezione dell’infanzia come stato pertinente solo nell’ambito della sfera delle responsabilità individuale, soggettiva, familiare e non, invece, sociale, collettiva, pubblica. Si continua a credere che la madre segni, da sola, il destino dei figli. Si pensa che l’attuale riemergere delle violenze e delle intolleranze sociali nei confronti dei bambini – fenomeno destinato a crescere e sul quale molte verità vengono occultate – sia un fatto sporadico e riconducibile ad una patologia senza identità.

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Storie e filastrocche di Rodari, disegni di Munari

Non si può prescindere dal considerare l’infanzia e gli uomini e le donne dentro i processi culturali del loro periodo storico. Non ho dati disponibili, mancano le ricerche sistematiche e complete anche sulle mutazioni antropologiche, sulla qualità delle relazioni umane, sullo stato di felicità o alienazione di uomini e donne, di genitori ed operatori scolastici, per capire realmente quale sia, oggi, lo stato dell’infanzia.

Sto riflettendo su quanto arriva dalla cronaca quotidiana, sul rifiuto di paternità e maternità, come dell’ossessivo desiderio-bisogno di essere padri e madri. Dalla impotentia generandi alla ricerca affannosa dell’utero in affitto, dal prosperare delle cliniche specializzate in Grecia, tanto per citare un luogo a noi vicino, o dalle crescenti possibilità offerte in Russia, dove si può affidare in “mani sicure” il proprio seme e ritornare, dopo nove mesi, per riprendere il proprio pargoletto. Tutto questo ha un prezzo in euro o dollari fruscianti, ma il prezzo più alto lo pagherà comunque il piccolo, non appena comincerà a vivere la sua vita monca e spesso con un solo genitore che non riesce a curarlo e ad allevarlo. Per non parlare degli infanticidi e degli abbandoni e, in qualche caso, addirittura di suicidi fra le bambine. Come non fare riferimento ai racconti di alcune donne marocchine che mi riportavano le storie delle loro nonne, che stanche del numero elevato di figli, eliminavano gli ultimi nati nascondendo i loro cadaverini sotto la sabbia del deserto! Non siamo più ai tempi delle mammane e degli aborti con il ferro da calza e gli infusi di prezzemolo, ma gli obiettori di coscienza continuano ad obiettare negli ospedali e nelle cliniche.

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Munari, con Lella Di Marco e un’amica, in occasione dei suoi 80 anni festeggiati a Faenza nel Museo della ceramica, 1987

Neppure il calo delle nascite ha promosso una nuova qualità delle politiche, a favore della condizione della donna e del sostegno alle famiglie povere. Le vecchie teorizzazioni culturali non aiutano più a capire. Sono inadeguate. Si registra il fenomeno della minore fertilità nelle coppie italiane e anche tra le famiglie dei migranti si sta assistendo ad un’inversione di tendenza, ad un rallentamento delle nascite. Più in generale, la lunga crisi economica e i processi di disadattamento sociale e di disorientamento culturale hanno prodotto effetti negativi nella vita materiale e relazionale dei bambini figli degli immigrati.

Save the Children ha presentato, di recente, a Roma e in altre città, i dati messi in luce dal decimo Atlante dell’Infanzia a rischio. Nonostante il calo delle nascite, la condizione dell’infanzia negli ultimi dieci anni è largamente peggiorata. Aumentate la povertà materiale e quella educativa strettamente correlate. I bambini poveri sono circa 1 milione e cinquecentomila. Mentre manca un piano governativo sull’infanzia ed è assente qualsiasi progetto di politica culturale che assume la priorità di questa grave emergenza nazionale, ripenso al “metodo Munari”, a quel suo slancio fiducioso nelle potenzialità inventive e costruttive dei bambini che – diceva – «sono felici se sono liberi di essere creativi».

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
 Riferimenti bibliografici
 B. Munari, Arte come mestiere, Rizzoli Milano, 1971
B. Munari, Fantasia, Laterza, Bari Roma, 1977
B. Munari, Designer e comunicazione visiva, Laterza Bari Roma, 1985
B. Munari, Il dizionario dei gesti italiani, ed Adkronos Milano, 1994
Collane didattiche per educazione e comunicazione visiva, Zanichelli Bologna
Libri per bambini, edizioni Einaudi Torino, Corraini Mantova

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Lella Di Marco, laureata in filosofia all’Università di Palermo, emigrata a Bologna dove vive, per insegnare nella scuola secondaria. Da sempre attiva nel movimento degli insegnanti, è fra le fondatrici delle riviste Eco-Ecole e dell’associazione “Scholefuturo”. Si occupa di problemi legati all’immigrazione, ai diritti umani, all’ambiente, al genere. È fra le fondatrici dell’associazione Annassim.

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