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Il Lussu socialista e le sue lettere

Emilio Lussu

Emilio Lussu

di Giuseppe Caboni 

Sono stati tanti i ricordi di carattere politico e storico, sulla figura di Emilio Lussu, prodotti dopo la sua morte nel 1975. In Sardegna sono stati a lui dedicati anche diversi convegni, a partire da quello del gennaio 1980 a Cagliari, organizzato, con la presenza della sua compagna Joyce, dall’Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia, e quello, di pochi mesi successivo, a Nuoro, a cura dell’Istituto regionale etnografico.

La relazione conclusiva del Convegno di Cagliari fu affidata a Francesco De Martino, a lungo in precedenza segretario del PSI, che parlò del socialismo di Lussu. Cinque anni dopo, a dieci anni dalla scomparsa dell’armungese, De Martino ampliò la sua riflessione in proposito, con un lungo articolo pubblicato da l’Unità. Qui lo riproponiamo.

Su Lussu socialista, nella sua evoluzione e coerenza, si sono a lungo espresse le due importanti biografie comparse negli anni sul Senatore sardo: quella di Giuseppe Fiori, molto nota, e quella più recente, acuta, rivolta soprattutto alle generazioni giovani, di Agostino Bistarelli.

Lo scritto di De Martino del 1985 è una sintesi preziosa, che racconta le matrici e lo sviluppo della concezione politica lussiana: dalle origini, nella visione antiautoritaria, classista e internazionalista maturata con i soldati-contadini delle due parti militari contrapposte, nella Prima guerra mondiale, all’esperienza nel Partito sardo d’azione, alla lotta antifascista in Giustizia e Libertà, con Rosselli, sino, a lungo, nel PSI e poi nel PSIUP. Con un lungo, tenace impegno per la pace, di cui anche la sua compagna Joyce è stata intelligente interprete.

L’originalità di Emilio, e lo spiega De Martino, è stata anche nel configurare sempre la necessità di un’alleanza ampia, in Italia e in Europa, per piegare le forze reazionarie: quindi soprattutto con i comunisti, nonostante la sua critica forte in Giustizia e Libertà alle politiche dell’URSS, e poi, in Italia, nel periodo repubblicano, a molte scelte di Togliatti.

9788899574772In un convegno svoltosi ad Armungia all’inizio degli anni ‘90, lo storico Massimo Salvadori, che aveva diverse volte conversato con Lussu, di questi ricordò la risposta alle sue obiezioni alla politica di intesa con il PCI, in Italia. Lussu rispose che la tutela dei diritti del popolo, dei lavoratori, nel nostro Paese, non poteva prescindere dall’apporto organizzativo, dalla tradizione antifascista dei comunisti; e cioè che la loro forza era necessaria per difendere le classi oppresse dalla reazione borghese.

Del resto, come ha ben analizzato in un recente saggio Giangiacomo Ortu [1],

«Lussu era contrario alla politica internazionale dei blocchi contrapposti seguita alla Seconda guerra mondiale, proponeva che l’Italia restasse neutrale; e nella realtà successiva si opponeva all’idea di un’Europa che escludesse la sua parte orientale. Quindi era in polemica anche con le proposte del Manifesto di Ventotene, e ci teneva a distinguersi dai suoi estensori: in una bella lettera declinò l’invito di Ernesto Rossi che gli proponeva di partecipare ad una rivista dedicata a Salvemini, proprio in ragione della propria concezione classista e internazionalista, diversa da quella, che considerava sostanzialmente borghese, dei principali promotori dell’iniziativa».

L’importanza delle lettere di Lussu, quindi. Come Appendice in PDF [*] propongo una breve scelta fra le innumerevoli missive che Emilio ha scritto, nella sua lunga vita. Ne esistono moltissime, perché rispondeva sempre con precisi argomenti a chiunque lo interpellasse con una lettera. Nel progetto di Opere complete del nostro Senatore, che consta sinora di quattro volumi (Giangiacomo Ortu, Manlio Brigaglia, Luisa Maria Plaisant), è previsto anche un epistolario.

Alle missive contenute nelle carte lussiane se ne sono aggiunte negli anni molte altre. Qui, pertanto, ne propongo solo una piccola parte, una trentina per richiamare alcuni temi importanti propri dell’estensore.  Le prime descrivono la sua sensibilità personale, la capacità affettiva e relazionale; poi, parecchie, descrivono il senso dei suoi rapporti politici; le ultime ricordano il suo legame costante con la Sardegna, e la sua delusione per la gestione della sua Regione.

Quelle centrali, dedicate alle sue proposte politiche, possono dare un’idea della forza della sua proposta socialista, e della chiarezza delle relative necessarie misure organizzative, delle alleanze fra classi e partiti.  Centrali, in questo senso, le lettere a Schiavetti, Tasca, Grieco [2]. Va fatto, in questo senso, un riferimento ai vivaci scambi epistolari, già noti, con Salvemini [3].

lettere-a-carlo-rosselli-e-altri-scritti-di-1Questi veniva contraddetto per la sua limitata concezione classista, che arrivava a esprimere sulle capacità innovative del proletariato operaio; e a lui, e a Tasca, Lussu rimproverava il disprezzo per la piccola borghesia, che secondo lui, invece doveva essere parte integrante del socialismo italiano, che doveva avere fra i suoi protagonisti «tutti quelli che vivono del proprio lavoro», senza appropriarsi delle fatiche altrui.

La propensione per un’alleanza con i ceti medi, e con la Chiesa, con i contadini, il proletariato e la piccola borghesia attiva, portò più tardi, negli anni ‘50 e ‘60 del ‘900, il Partito socialista italiano al Centro-sinistra.

Lussu impegnò la sua età matura in una direzione diversa, sino al PSIUP. Il suo carteggio con Pietro Nenni è molto eloquente in proposito, e merita una pubblicazione specifica: dagli scambi propositivi e affettuosi negli anni ‘30, in Francia, come esponenti di G.L. e del PSI, sino alla polemica rottura degli anni ‘60 e alla nascita del Partito Socialista di Unità Proletaria.

Francesco De Martino

Francesco De Martino

Il PDF in Appendice contiene infine due scritti di Lussu sotto il titolo “Testamenti”. Il primo è la lettera pubblicata nel luglio 1972 su “Mondo nuovo”, dopo lo scioglimento del PSIUP. Analizza le ragioni della crisi del Partito, e della sua sconfitta elettorale; ribadendo però le ragioni del suo socialismo autonomista di sinistra, che affidava ai giovani, nel ricordo della matrice popolare del primo Partito Sardo d’Azione. È quindi un testamento politico, che come tale ho illustrato a Sassari, anni fa, in un Convegno dedicato appunto ai testamenti dei grandi personaggi della storia d’Italia.

L’altro scritto che si può considerare una memoria attiva per i posteri è quello successivo, ed è il testo di un discorso tenuto a Firenze, per il rientro in Italia delle salme dei fratelli Rosselli, a dieci anni dalla loro uccisione.  Analizza, in vivaci tratti, le tante strade percorse dai sodali politici dell’autore del “socialismo liberale”, per sottolineare l’autonomia delle scelte politiche, diverse, operate da ciascuno, pur nella loro intima coerenza e fedeltà all’esperienza di Carlo, quel “gigante” di cui Lussu non si stancherà mai di ricordare l’importanza.

Qui di seguito l’articolo di Francesco De Martino pubblicato su L’Unità, 8 marzo 1985

RICORDIAMO A DIECI ANNI DALLA MORTE

UNA GRANDE FIGURA DELL’ANTIFASCISMO

Il socialismo

originale di Emilio Lussu

A dieci anni dalla morte, il tempo trascorso e le correnti culturali e politiche miranti a relegare i valori dell’antifascismo tra le anticaglie del passato, non hanno diminuito la grandezza di Emilio Lussu. Egli rimane anche alla luce di ricerche storiografiche attuali una delle figure più significative ed originali della politica italiana dalla prima guerra mondiale fino ai nostri giorni.

Vi contribuisce la sua vita leggendaria con vicende che fanno epoca, la coraggiosa resistenza al fascismo dal suo sorgere, in Sardegna, e poi sempre, fino alla Liberazione, nell’esilio e in Italia, con l’episodio straordinario della fuga dal confino di Lipari, che lo stesso Lussu ha descritto in pagine memorabili. Ma vi contribuisce principalmente la sua concezione originale di un socialismo autonomista al quale egli era giunto ben presto dopo l’esperienza del Partito Sardo d’Azione del primo dopoguerra. Si può anzi, proprio in questa prima esperienza, far risalire l’origine del suo socialismo.

Il Partito Sardo d’Azione non era semplicemente uno di quei movimenti di ex combattenti sorti in varie regioni nel dopoguerra e che si presentavano con posizioni critiche più o meno radicali verso i partiti democratici, movimenti che peraltro si collegavano al pensiero di uomini come Salvemini, Dorso, Fiore. Esso era qualcosa di diverso perché mirava più all’organizzazione dei contadini, delle masse popolari, che ad una base di consenso dei ceti medi, ed in questo si avvicinava al Movimento socialista. La sua critica si rivolgeva quindi tanto ai partiti della democrazia borghese quanto a quello socialista che si presentava soprattutto come organizzazione autonoma di massa, che esprimeva dal suo seno i suoi dirigenti, in contrasto con il sistema politico tradizionale, nel quale i partiti erano ristretti gruppi di dirigenti con ampie clientele, le quali nel Mezzogiorno degeneravano nel trasformismo.

Si spiega quindi la diffidenza che Lussu manifestava, al pari di altri, come Grieco e più moderatamente lo stesso Gramsci, verso talune formazioni meridionali come quella di Giovanni Amendola. Che il Partito d’azione fosse in particolare sostenuto dai contadini, e fra questi anche proprietari pastori e dai coltivatori, è indubbio e risulta in modo evidente dalle percentuali dei voti raccolti nelle elezioni del 1921. L’altra caratteristica del sardismo era la sua concezione autonomista, che esprimeva in modo profondo le aspirazioni del popolo sardo nei confronti dello Stato unitario, dal quale si sentiva in una certa misura lontano ed estraneo. In questo senso il Partito Sardo d’Azione si poneva come antitesi radicale con il fascismo, anche se al sorgere di esso con la sua violenta polemica contro il sistema dei partiti democratici del tempo e la sua esaltazione dei combattenti, i sardisti, Lussu compreso, potettero vedere talune caratteristiche comuni, ben presto però cadute, allorché il fascismo si manifestò nella sua natura reale. Non va dimenticato quanto l’esperienza diretta della guerra e della trincea, con la brigata Sassari e la vita comune con i soldati, avesse influito nella formazione politica di Lussu, manifestatasi poi nella creazione del Partito Sardo d’Azione. Sarebbe troppo lungo andare alla ricerca in questa sede delle ragioni storiche dell’autonomismo sardo, con le sue manifestazioni estreme di separatismo, che risalgono alla dissoluzione dell’Impero romano bizantino, alla creazione di magistrature locali elettive ed alla creazione di un diritto locale consuetudinario, raccolto nella ben nota Carta Delogu, scritta in lingua sarda.

Giustamente è oggetto del dibattito storiografico la reale natura del partito sardista e soprattutto se per esso sia attendibile la raffigurazione che lo stesso Lussu ne ha dato molti anni più tardi, come di un movimento nuovo di natura socialista in contrasto con la vecchia democrazia.

Mi è tuttavia difficile rifiutare il giudizio del principale protagonista di quegli eventi e di accettare la tesi che i legami fra i nuovi movimenti e la vecchia democrazia fossero più stretti di quanto comunemente non si ritenga, come ha sostenuto un acuto storico di quelle vicende, il Sabatucci.

Il fatto è che nel partito sardo coesistevano gruppi e correnti diverse e poi, come si rivelò nelle vicende successive, una parte democratico-borghese, per così dire, ed una parte progressista, rinnovatrice, sostanzialmente socialista.

Le rigide corrispondenze fra formazioni politiche e basi di classe non sono mai state, e tanto meno lo sono nell’età moderna, assolute e questo vale ancor di più per i movimenti ed i partiti di nuova creazione.

È degno di nota che il sardismo in Lussu non si è mai spento, nemmeno quando egli divenne partecipe di movimenti di respiro più ampio come Giustizia e Libertà e, verso la fine della guerra, il Partito italiano d’azione, per non parlare della sua milizia nel Psi. Questo si rivela nella non mai abbandonata ispirazione autonomista, e perfino nella stessa appartenenza organizzativa, allorché, dopo la scissione del Partito d’azione, Lussu fu ad un tempo partecipe di questo e del Partito sardo socialista d’azione. Ad una visione di ampio respiro, nazionale ed europea, Lussu doveva giungere molto presto in conseguenza della sua lotta decisa e coraggiosa contro il fascismo, del quale comprese prima di tanti altri la natura e la forza, fino ad acquistare la coscienza che si trattava di un fenomeno serio, non transitorio, contro il quale occorreva una lotta rivoluzionaria, che disponesse di strumenti adeguati. Questa era l’idea comune ad altri, come Gobetti e Rosselli e fu all’origine della creazione dei soli movimenti validi, oltre i comunisti, che potessero disporre di un un’organizzazione clandestina di lotta: Giustizia e Libertà in Italia e poi in esilio, il Centro interno socialista con Morandi nel 1931-34, caduto poi sotto i colpi della repressione poliziesca.

giustizialibertaLa storia di Giustizia e Libertà è ben nota ed oggi meglio illuminata da ricerche storiografiche serie, come quelle della Modena-Burckardt e del De Luna sul Partito d’azione, sebbene esse non si sottraggano all’influenza di polemiche non tanto remote da essere pure reminiscenze storiche, come quella tra Lussu e La Malfa. Non possono infatti tacere che si è venuta manifestando una tendenza ad accentuare nel socialismo liberale di Rosselli una versione puramente liberale, che ha finito con l’oscurare tratti caratteristici del suo pensiero, come si manifestarono in particolare verso la fine della sua vita, dopo la vittoria del nazismo in Germania, allorché si cominciò a presagire che la politica hitleriana era un prodromo di guerra. È significativo rilevare che anche uomini della socialdemocrazia tradizionale, come Otto Bauer, per altre vie giungevano alle stesse conclusioni e dal rischio di una vittoria del nazismo in Europa traevano gli argomenti per sostenere il superamento della rottura tra socialisti e comunisti, mentre riconoscevano nell’Urss, nonostante i caratteri autoritari e burocratici del regime, un alleato indispensabile nella lotta contro il nazismo ed il fascismo.

Rosselli si era spinto molto innanzi, anche oltre le posizioni di Lussu, con il quale vi erano state divergenze e contrasti negli ultimi anni precedenti per il rifiuto della concezione socialista di quest’ultimo. Ma ora, mentre il pericolo della guerra si trasformava in un dato reale, Rosselli non esitava a sostenere la tesi di un’alleanza con i comunisti, anche al di sopra dei socialisti e scriveva sulla stessa rivoluzione sovietica parole che gli interpreti «liberali» del suo pensiero preferiscono passare sotto silenzio: «Questa rivoluzione l’amiamo e la difenderemo» (1932). E poco dopo: «Il fascismo non è solo feroce reazione di classe.

È lo sprofondamento di tutte le classi, di tutti i valori. Contro il fascismo la classe lavoratrice, forza centrale e dirigente, deve utilizzare tutte le forze vive e tutti i motivi effettivi di rivolta ispirandosi alla visione di Marx, che nella emancipazione della classe lavoratrice vedeva l’emancipazione di tutto il genere umano» (1934). Questo era anche il nocciolo del pensiero di Lussu, il quale in Giustizia e Libertà si batteva per un socialismo autentico di carattere rivoluzionario e vedeva appunto in quel movimento il nucleo fondamentale per la creazione di un rinnovato Partito socialista dopo le deludenti esperienze dell’Italia e dell’Europa. Per questo la critica di Lussu era molto viva verso le correnti tradizionali e in specie quelle della socialdemocrazia europea, accusata, con toni forse eccessivi, di avere abdicato alla lotta contro il fascismo. Tuttavia, Lussu non si era spinto fino a configurare la possibilità di una alleanza con i comunisti, nemmeno dopo la svolta del Comintern, passato dalla denuncia del socialfascismo alla proposta dell’unità d’azione. In Giustizia e Libertà vedeva infatti il fattore essenziale per un rinnovato partito socialista democratico ed autonomista e nel proletariato la forza fondamentale per la lotta contro il fascismo. Su questo tema vi erano stati contrasti con Rosselli che avevano addirittura spinto Lussu a separarsi dalle responsabilità di direzione del movimento, in particolare dopo un articolo di Rosselli sui risultati del plebiscito nella Sarre, che aveva dato la vittoria ai nazisti. Ma più tardi i contrasti erano stati superati e Rosselli, come si è visto, aveva accettato le tesi socialiste ed anzi era andato più oltre. Nel dibattito che si sviluppò sulla natura di questo nuovo partito le tesi di Lussu, esposte nel saggio «Orientamenti», apparso in Quaderni di Giustizia e Libertà del 1933, andavano ben oltre le esigenze contingenti e miravano ad una prospettiva di grandi dimensioni.

Erano le stesse idee che egli sostenne al suo rientro in Italia sul Partito d’azione, cui diede l’adesione. Questo si era costituito nel 1942, dopo che la repressione aveva colpito l’organizzazione clandestina di Giustizia e Libertà e cominciava l’attacco al nuovo gruppo di liberalsocialisti, che in modo indipendente da Giustizia e libertà si era formato in Italia intorno a Guido Calogero ed Aldo Capitini.

Origini e formazione del Partito d’azione sono ora oggetto di accurate ricerche, ma le tesi recenti secondo le quali esse vanno ricondotte alla iniziativa di Parri e La Malfa, i soli che avevano ancora qualche possibilità di azione perché sfuggiti ai colpi della polizia, merita qualche considerazione. Se il nucleo originario era questo, non si può prescindere dall’esistenza di tutti gli altri gruppi, che in qualche modo si ricollegavano al socialismo liberale, fossero essi in carcere od in esilio od ancora attivi in Italia. Né si può trascurare il fatto che solo nel 1943, con il convegno clandestino di Firenze, vi fu una vera e propria creazione del partito e che lo stesso fatto dell’adesione di Lussu al ritorno dall’esilio e di tutti i reduci dal carcere di Giustizia e Libertà e dei liberalsocialisti dimostra in modo indubbio quale fosse il tipo di partito che si veniva formando.

Così la tesi, che ha nel De Luna oggi un deciso sostenitore, va collocata nella realtà di un processo di formazione nel quale gli elementi di origine giellista e liberalsocialista ebbero il sopravvento. Solo così può spiegarsi la vicenda successiva, la vittoria delle tesi socialiste e liberalsocialiste ai congressi di Cosenza (1944) e di Roma (1946).

La scissione di Parri e La Malfa ed infine la confluenza della maggior parte del Partito d’azione nel Partito socialista.

A giudicare dal lato razionale ed astratto della politica, si potrebbe ritenere più convincente la tesi di La Malfa, di un partito democratico di classe media progressista. Anche Togliatti, che non nascondeva la sua avversione alla configurazione socialista del Partito d’azione, pensava all’utilità di un partito dei ceti medi alleato alla classe operaia, cioè dei comunisti. È tipico il giudizio di Togliatti quel che egli notava per il congresso di Roma del 1946, nel quale apertamente dava ragione a La Malfa. Ma la politica non si può ridurre ad astrazioni razionali, né può prescindere dagli uomini che la fanno e dalle vicende storiche che essi pongono in essere e dalle quali sono a loro volta condizionati. E la realtà era ben diversa da quella di un partito democratico progressista di classe media.

Rosselli, Lussu e tanti altri, nonché i liberalsocialisti in Italia erano sorti ed operavano come una corrente critica del socialismo tradizionale, critici se si vuole, ma pur sempre interna del socialismo.

Gli uomini che avevano partecipato alla lotta clandestina ed i giovani che si avvicinarono al Partito d’azione erano per la maggior parte socialisti, sebbene critici dei partiti tradizionali e tali intendevano restare. Nè le più generali vicende politiche confermarono l’ipotesi che potesse affermarsi in Italia un partito progressista delle classi medie alleato dei comunisti. Se l’idea di Lussu ed anche quella di Rosselli non hanno potuto realizzarsi in un partito socialista nuovo ed alla fine la tradizione ha vinto sull’eresia, non è meno vero che le tesi di La Malfa, poi trasmigrate nel partito repubblicano, non hanno avuto una sorte migliore.

Non erano tuttavia idee caduche ed inutili, quelle di La Malfa, nell’ambito di un rinnovamento democratico del paese nella conservazione del sistema, ma con importanti correzioni collegate ad una politica economica di piano. Quelle di Lussu si dispiegarono con l’ingresso ne! partito socialista, avvenuto qualche tempo dopo la confluenza del partito d’azione. In esso egli fu con grande fermezza e coerenza per una linea di sinistra, profondamente unitaria, ma ad un tempo autonoma, rivolta ad esaltare i valori propri del socialismo rispetto ai comunisti, nell’unità con essi e nella salvaguardia dei comuni interessi di classe, nonché la lunga e mai oscurata vocazione di pace. Nella sua adesione al partito socialista italiano nel 1949 Lussu affermava: «Il merito politico del Psi, malgrado le deficienze che gli si rimproverarono, è quello di non aver mai creduto alla ‘terza forza’ e di aver cosi salvato non solo l’onore del socialismo italiano, ma quello del socialismo tutto nell’Europa occidentale». Coerentemente alle sue idee fin da! periodo del sardismo, egli credeva ad un partito organizzato, di massa, non per fini esclusivamente elettoralistici, capace di lotta nel paese, nella questione meridionale, nell’autonomia regionale. Diffidente verso una intesa con i democristiani, anche per l’esperienza dell’azione del Centro nell’Europa continentale, fu apertamente avverso al cent ro-sinistra e si separò dal partito assieme alla corrente di sinistra, che poi diede vita al Psiup, allorché nel congresso del 1963 fu decisa la partecipazione al governo. Ma nemmeno nel nuovo partito la fu una facile milizia.

Grande assertore della lotta armata contro il fascismo e della guerra rivoluzionaria – è degno di nota il suo libro «Teoria dell’insurrezione», scritto in un sanatorio svizzero ed apparso in Francia nel 1936 – Lussu fu ad un tempo assertore della distensione internazionale e della pace. Così egli si esprimeva nel 1949 nell’aderire al Psi: «La pace nella quale il partito socialista ha una grande funzione in Italia, è come avanguardia della ricostruzione dei partiti socialisti dell’Europa occidentale».

Emilio Lussu è stato una figura di rilievo anche nel gruppo ristretto di militanti antifascisti, per la nobile coerenza della sua vita, che non ha mai conosciuto compromessi e pratiche avvilenti. Se si vuole raffigurare un eroe senza macchia dei nostri tempi il pensiero corre alla sua figura. Alto e sottile vi era nel suo tratto qualcosa di cavalleresco.

La sua gentilezza era propria di altri tempi, ma la sua fermezza era incrollabile, perfino caparbia. Era un uomo generoso con i giovani, come poté constatare chi scrive nel primo incontro che ebbe con lui e come mostrò fino ai suoi ultimi giorni circondato da giovani.

Emilio Lussu e Lombardo

Emilio Lussu e Riccardo Lombardi

Era un politico pieno di passione, un uomo d’azione, ma anche uno scrittore incisivo e taluni suoi scritti potrebbero figurare in antologie della migliore letteratura per la perfezione dello stile e la forma di rappresentazione. Era anche un avvincente oratore con qualche suggestione dell’humour britannico. Ma non era un umorista cinico, perché in lui prevaleva una gentilezza fiera, se così può dirsi, tipica qualità del popolo sardo, forse nata nelle ospitali case dei pastori o nelle loro contemplazioni dell’universo stellato che, inducendo a meditare sulla piccolezza dell’uomo, spingono a ricercare i vincoli solidali con altri uomini.

Francesco De Martino

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025
Note 
[1] Giangiacomo Ortu, “Il socialismo di Lussu nella guerra fredda” nel volume Emilio Lussu civilìs homo, libreria Ticino editore, 2021.
[2] Ma ovviamente, a questo fine, il lettore deve riprendere l’epistolario con Carlo Rosselli, che Manlio Brigaglia ha studiato per primo.   Emilio Lussu. Lettere a Carlo Rosselli e altri scritti di “Giustizia e Libertà”, Ediz.  Libreria Dessì, 197; e poi il secondo volume di Tutte le opere di Lussu, “L’esilio antifascista, 1927 – 1943”, ediz. Aisara, 2010
[3] Alberto Cabboi “La corrispondenza tra Emilio Lussu e Gaetano Salvemini”, in Emilio Lussu, storia, memoria e narrazione ediz. F. Angeli, 2024.

APPENDICE 

[*]Lettere e Testamenti

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Giuseppe Caboni, nato a Mogoro (Oristano), Studi liceali al Dettori di Cagliari, laurea in Giurisprudenza a Pisa, nel 1966. È stato dirigente del Consiglio regionale sardo fino al 2007. Fondatore, con Joyce Lussu e altri, del Collettivo Emilio Lussu, e poi dell’Istituto sardo per la Resistenza e l’autonomia, ha pubblicato diversi studi sui Lussu, tra i quali Uso delle risorse e socialismo in Lussu, Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia e con G. G. Ortu, Emilio Lussu. L’utopia del possibile, Cuec Edizioni, 2001.

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