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Il destino del Sulcis nel bivio delle riconversioni

coverdi Costantino Cossu 

Nel Sulcis, l’ex bacino minerario sardo oggi sede del più importante polo nazionale per la produzione di alluminio, la situazione è vicina a un punto di rottura. Tutti i tentativi di trovare nuovi acquirenti per le industrie in crisi sono falliti. Il ministro per le imprese Adolfo Urso propone una riconversione degli impianti per passare dalla produzione di alluminio a quella di batterie al litio, utilizzando scarti di lavorazione di natura chimica altamente inquinanti che arriverebbero in Sardegna da mezzo mondo.

Le organizzazioni sindacali e i sindaci dei Comuni del Sulcis sono contrari, per problemi di inquinamento (danni ambientali e alla salute) e perché, comunque, si perderebbero molti posti di lavoro rispetto ai livelli attuali. A quest’ultima obiezione Urso risponde proponendo di dare via libera al raddoppio degli impianti che Rwm Italia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, uno dei colossi europei degli armamenti, gestisce a Domusnovas. Rwm vuole aumentare la produzione e dice che con il raddoppio delle linee farebbe 250 nuove assunzioni.

I sindacati sono orientati a dire “sì” al progetto Rwm, ma i gruppi ambientalisti sardi, contrari, hanno inviato una lettera alla presidente della giunta regionale, Alessandra Todde, per chiedere di bloccare il raddoppio della fabbrica. E Todde, in risposta, il 23 settembre ha fatto approvare una delibera di giunta in cui sostanzialmente rinvia la decisione agli esiti di una verifica tecnica della fattibilità ambientale e sanitaria del progetto Rwm. 

Ma è più complicato di così. Dalle linee di Domusnovas escono bombe per aerei e mine navali, merce venduta prevalentemente sui mercati mediorientali. Rheinmetall, poi, in Germania produce droni in joint venture con il gruppo israeliano Uvision Air Ltd. Quindi su Todde premono non soltanto gli ambientalisti, ma anche il movimento pacifista e pro pal sardo. La questione, dicono gli attivisti alla presidente, non è tecnica, è politica: lo stop al raddoppio deve essere politico, non tecnico. Niente armi fabbricate in Sardegna per le guerre che incendiano il mondo. Con la Rwm che raddoppia, denunciano i pacifisti, e con le basi militari che, tra esercitazioni e sperimentazione di nuovi sistemi d’arma, nell’isola operano a pieno ritmo coprendo il sessanta per cento delle servitù presenti sull’intero territorio nazionale, alla Sardegna verrebbe assegnato un ruolo di primo nella nuova economia di guerra. Non è politicamente accettabile. 

Le  bombe prodotte dallo stabilimento di Rewue

Le bombe prodotte dallo stabilimento di Domusnovas

La crisi del polo dell’alluminio 

Nel Sulcis, sino agli anni Novanta la più importante aerea industriale della Sardegna, la crisi oggi è tale che un terzo del Pil territoriale arriva ormai dalle pensioni. Drammatico il calo demografico. Secondo uno studio dell’Università di Cagliari, il rapporto tra la popolazione con più di 65 anni e quella attiva (15-64 anni), che oggi è intorno al 40 %, nel 2050 supererà il 90%. Il tasso di disoccupazione giovanile è al 36%. Anche l’istruzione è indietro: la percentuale di Neet (i giovani che non studiano, non lavorano e non si formano) ha raggiunto il 36,6%. E nella classifica delle province italiane in base alla percentuale di residenti che possiedono al massimo la terza media, il Sulcis è al primo posto. Anche la propensione a innovare è molto bassa: si registrano appena tre start up innovative ogni 1.000 imprese. 

Tutte le aziende del polo dell’alluminio sono in difficoltà. Alla Portovesme srl la maggior parte dei 1200 operai e dei tecnici sono in cassa integrazione dall’ottobre del 2021, quando Glencore, proprietaria dello stabilimento che ha sede nel Comune di a Portoscuso, ha annunciato lo stato di crisi, giustificato dai manager della multinazionale anglo-svizzera con l’alto costo dell’energia utilizzata per far girare gli impianti. Nel 2022 l’azienda ha proposto un piano di riconversione che prevede l’avvio di una linea pilota per la produzione di batterie al litio, ma al momento è tutto solo sulla carta.

Anche la Eurallumina, di proprietà del gruppo moscovita Rusal, è ferma, con circa 120 lavoratori in cassa integrazione a rotazione. I manager hanno annunciato un piano di rilancio a partire dal 2026, con un investimento di circa 300 milioni di euro, ma chiedono che prima vengano sbloccati gli asset finanziari dell’azienda congelati dal governo italiano dopo l’intervento di Vladimir Putin in Ucraina. Alla crisi non sfugge neanche Sider Alloys, gruppo svizzero. Anche qui gli impianti sono stati bloccati e il personale (i dipendenti sono passati dai 104 del 2002 ai 60 attuali) è in cassa integrazione.

La crisi è dovuta solo in parte al costo dell’energia, che in Italia, e in particolare in Sardegna, è molto più altro che in tante altre parti del mondo. Ma è dovuta anche alle strategie industriali più complessive dei gruppi multinazionali che operano nel Sulcis. Strategie orientate da strategie finanziarie e industriali non sempre soddisfatte al meglio dalle particolari caratteristiche degli stabilimenti sardi. Quando poi manca, come manca, un indirizzo di politica industriale stabilito da un potere pubblico, la discrezionalità delle aziende diventa massima: decide il mercato, gli Stati seguono.

A tutto questo si aggiunge la transizione dalle fonti di energia fossili a quelle rinnovabili. Nel 2030 dovrebbe fermarsi la centrale a carbone che l’Enel gestisce a Portovesme (circa 500 dipendenti tra diretti e settore dell’indotto). La Regione Sardegna sembrerebbe orientata a riconvertire gli impianti per passare dal carbone al metano, ma è una partita ancora tutta da giocare. E i sindacati sono in allarme. Per attenuare le conseguenze sociali della transizione verde ci sarebbero le risorse europee del Just Transition Fund, che per il Sulcis-Iglesiente e per Taranto prevede uno stanziamento di un miliardo di euro. Ma nel vuoto assoluto di politica industriale che caratterizza l’attuale quadro politico nazionale, ancora non si conoscono quali sono i progetti finanziati. La conseguenza è che per reddito medio pro capite il Sulcis occupa la posizione 104 nella graduatoria delle 110 province italiane e il 35 per cento dei contribuenti dichiara meno di 10 mila euro.

Interno della fabbrica Rwm di Domusnovas

Interno della fabbrica Rwm di Domusnovas

La Rwm di Domusnovas

In questo disastro, l’unica realtà produttiva in salute è lo stabilimento della Rwm Italia a Domusnovas. La Rwm Italia è una controllata italiana di Rheinmetall, colosso delle armi tedesco che fornisce proiettili, bombe e munizioni a diverse forze armate Nato e collabora con Leonardo per la produzione, in uno stabilimento a La Spezia, di carri armati. Rwm Italia ha sede legale e amministrativa a Ghedi, in provincia di Brescia, dove si trova anche un impianto per l’assemblaggio di componenti elettronici e meccanici. A Domusnovas è concentrata la produzione di armi, in una fabbrica che impiega 429 dipendenti.

Lo stabilimento sardo di Rwm Italia è stato inaugurato nel 2011. Negli anni successivi le vendite di armi sono andate talmente bene che nel 2017 il gruppo tedesco ha stanziato 40 milioni di euro per raddoppiare gli impianti e incrementare la capacità produttiva. Ma non è stato mai presentato un piano complessivo. Al Comune di Domusnovas e a quello di Iglesias (nel cui territorio si trova una parte della fabbrica) sono state presentate almeno una decina di richieste di autorizzazione edilizia: una volta per nuovi impianti, un’altra per strade o spianamenti di terreni, un’altra ancora per modifiche alla situazione idrografica dell’area. Dagli uffici tecnici dei due comuni interessati le autorizzazioni sono state concesse alla spicciola e senza VIA.

Ma nel 2021 alcune associazioni ambientaliste (tra cui Italia Nostra e il Comitato per la riconversione della Rwm) hanno presentato ricorso al Consiglio di Stato e i giudici hanno stabilito che le autorizzazioni concesse erano da considerarsi illegittime e quindi nulle. Il progetto Rwm – scrivevano i magistrati nella sentenza – doveva essere obbligatoriamente assoggettato a VIA perché andava a impattare su un’area “Natura 2000”, una zona tutelata dall’Unione europea per la presenza di endemismi botanici e faunistici rari. «Nel frattempo – spiega Arnaldo Scarpa, portavoce del Comitato per la riconversione della Rwm – l’azienda aveva già realizzato una buona parte dei lavori, costruendo anche un’area adibita a prove di scoppio di materiali esplosivi en plein air». Il Consiglio di Stato ha bloccato tutto.

Poco più di un mese fa gli ultimi sviluppi. Il 23 settembre scorso l’assessore regionale all’Ambiente, Rosanna Laconi (Pd), ha portato in giunta una Valutazione di impatto ambientale positiva: secondo i tecnici dell’assessorato il raddoppio degli impianti Rwm si può fare perché non ha effetti negativi sull’ambiente. La giunta però, su proposta della presidente Todde, ha rinviato la decisione, rilevando che «la proposta di deliberazione a favore della Rwm pone questioni di particolare rilevanza e dal forte impatto, oltreché tecnico, economico, politico e sociale, che richiedono un accurato esame da parte di tutti gli assessori». Ma non è affatto detto che Rwm abbia perso. Al momento, infatti, siamo in presenza solo di un rinvio temporaneo sulla base di motivazioni prevalentemente tecniche. E le pressioni sulla Regione perché dica “sì” sono molto forti.

Secondo la Rwm e il ministro Urso l’ampliamento garantirà la stabilizzazione degli attuali interinali e 250 nuove assunzioni. Ma dei 429 dipendenti Rwm in Sardegna soltanto 102 sono stabili; i rimanenti 327 sono interinali, in deroga quindi alla norma che stabilisce che gli interinali non devono superare il 20% dell’organico di un’azienda. «Inoltre – fa notare Arnaldo Scarpa – Urso e Rwm promettono sì 250 nuove assunzioni, ma si guardano bene dal quantificare quanta occupazione e quanto sviluppo economico sottrae ai territori la presenza di una fabbrica di armi; secondo alcuni studi, per ogni occupato in più nel settore bellico, se ne perdono nove in altri settori, a partire dal turismo e dell’agroalimentare, per non parlare delle alte tecnologie civili, tutti comparti che in Sardegna potrebbero essere trainanti».

aa1dg7kvGli aspetti ambientali e di sicurezza della partita in corso a Domusnovas sono rilevanti almeno per tre motivi: il raddoppio degli impianti andrebbe a incidere su un’area naturalistica protetta; in un territorio dove in estate gli incendi sono all’ordine del giorno c’è la possibilità non remota di incidenti; sono reali i rischi idrogeologici, legati al fatto che le linee di produzione aggiuntive dovrebbero sorgere a ridosso dell’alveo di un fiume. Ma ci sono anche gli aspetti politici. Che sono altrettanto importanti: il coinvolgimento della Rheinmetall nel conflitto a Gaza attraverso accordi con imprese israeliane per la fabbricazione di droni; la joint venture del gruppo tedesco con Leonardo per il riarmo in Europa; la ripresa, autorizzata dal governo Meloni, dell’esportazione di bombe fabbricate a Domusnovas verso l’Arabia Saudita, utilizzate da Riyad nella guerra contro gli Houti.

A difesa della decisione di Todde di sospendere l’autorizzazione ambientale per l’ampliamento dello stabilimento della Rwm di Domusnovas si è schierata Italia Nostra. «Si tratta di un’opportuna correzione di rotta – dice il portavoce sardo dell’associazione ambientalista, Graziano Bullegas – rispetto alla scelta della giunta di centrosinistra guidata da Francesco Pigliaru che, nel gennaio 2019, deliberò di non assoggettare l’ampliamento dell’impianto Rwm di Domusnovas a Valutazione di impatto ambientale. Fu un grossolano errore, da cui sono discesi una serie di ricorsi amministrativi che hanno visto la Regione Sardegna soccombere. Contro le indifendibili pretese della Rwm, infatti, hanno prevalso le ragioni delle associazioni ambientaliste e pacifiste e dei sindacati di base, che nei diversi gradi di giudizio hanno sostenuto la priorità della difesa dell’ambiente e del territorio». «Siamo consapevoli – aggiunge Bullegas – delle forti pressioni esercitate dal governo perché la Regione Sardegna si pronunci positivamente sul raddoppio degli impianti Rwm; altrettanto forte è il pressing esercitato dai partiti della maggioranza di centrodestra e dalla Confindustria». ”. Ma pressioni per un “sì” alla Rwm vengono anche dai sindacati confederali e da alcuni settori del Pd. Si capisce allora la richiesta di Italia Nostra: «Chiediamo alla presidente Todde – conclude Bullegas – una decisione libera da ogni pressione politica e fondata esclusivamente su una rigorosa applicazione delle norme in materia ambientale. Invitiamo la Regione Sardegna a resistere alle lobby e a decidere sulla base dell’interesse collettivo». 

Alcoa: sit-in operai al Mise, tavolo con Guidi e De VincentiMolto netta anche la posizione della Cgil: «Il futuro dell’industria nel Sulcis – dice  il segretario generale della Cgil Sardegna Fausto Durante – non può essere affidato alle produzioni per le attività militari svolte dalla Rwm. Lo diciamo perché questo appare essere lo scenario che propone il ministro Urso dopo i vari confronti avvenuti a livello governativo tra settembre e ottobre in riferimento alla situazione di Eurallumina, Sider Alloys, Portovesme Srl e indotto Sulcis». «Per queste  aziende in crisi al momento  – aggiunge Durante – il governo non avanza proposte concrete sul piano industriale ma indica solo una pericolosa scorciatoia: affidare la prospettiva economica del Sulcis all’economia di guerra e all’aumento di produzioni belliche. Una scelta che consideriamo sbagliata e non condivisibile, contro la quale ci batteremo. A maggior ragione di fronte alle notizie riguardanti i progetti di produrre a Domusnovas i cosiddetti droni kamikaze con la collaborazione di società israeliane, idea del tutto inaccettabile».   

Durante va poi un quadro della crisi e indica possibili vie d’uscita: «Per Eurallumina è aperto il tema del congelamento dei beni dell’azienda Rusal, proprietaria del sito e sottoposta a sanzioni in relazione alla guerra che la Russia  ha scatenato contro l’Ucraina; sanzioni che altri paesi europei non applicano più nei confronti della medesima azienda e che invece in Italia permangono. La Sider Alloys ormai in più di sette anni non ha mai riavviato gli impianti e ha provocato una lenta agonia nella condizione di macchinari e strutture dello stabilimento, oltre che una situazione di permanente precarietà e incertezza rispetto alle prospettive della forza lavoro. Quanto a Portovesme Srl, dopo la decisione aziendale di rinunciare alle produzioni di piombo e zinco, il ministro Urso, nonostante i roboanti annunci fatti in assemblea con i lavoratori sul carattere strategico di quelle produzioni e sulla certezza che il governo avrebbe garantito nel futuro la produzione di piombo e zinco a Portovesme con o senza la Glencore, ha alzato bandiera bianca e ha concluso che non ci sono nuovi potenziali investitori e che a quelle produzioni la Sardegna deve rinunciare perché l’energia elettrica costa troppo e il governo non avrebbe strumenti per intervenire».  «In realtà –  conclude Durante – il governo potrebbe intervenire, se solo volesse. Invece, di fronte a questo disastro, il ministro Urso ha proposto una diversa soluzione: i lavoratori in esubero delle aziende del Sulcis vadano a lavorare per la Rwm, che vorrebbe ampliare le sue attuali attività nel campo della produzione di ordigni esplosivi e materiali per l’industria militare. Uno scenario che la Cgil non intende accettare».

Dialoghi Mediterranei, n. 76, novembre 2025

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Costantino Cossu, giornalista, ha studiato a Sassari al Liceo Azuni e a Urbino alla Scuola di giornalismo e alla facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo”. Dal 1993 al marzo del 2022 ha curato le pagine di Cultura del quotidiano La Nuova Sardegna. Dal 2004 collabora con il quotidiano Il Manifesto. Ha collaborato con il settimanale Diario diretto da Enrico Deaglio e con la rivista Lo Straniero diretta da Goffredo Fofi e collabora con le riviste Gli Asini e Doppiozero. È stato docente a contratto nel corso di laurea in Scienze della comunicazione dell’Università di Sassari. Per la casa editrice Cuec ha curato il libro Sardegna, la fine dell’innocenza; e per le Edizioni degli Asini il libro Gramsci serve ancora?

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