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Il culto e le tradizioni di San Pietro in alcuni Comuni della valle dell’Aventino

Taranta Peligna

Taranta Peligna, Panorama

di Amelio Pezzetta [*]

Introduzione 

Nel presente saggio si prende in considerazione l’evoluzione storica che hanno avuto le tradizioni di San Pietro nella valle dell’Aventino, un ambito geografico della provincia di Chieti più volte discusso in articoli della presente rivista e a cui appartengono 11 Comuni: Palena, Lettopalena, Colledimacine, Taranta Peligna, Lama dei Peligni, Torricella Peligna, Montenerodomo, Gessopalena, Fara San Martino, Civitella Messer Raimondo e Casoli [1].

La maggioranza della popolazione dei Comuni della valle sino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso praticava l’agricoltura e in pochi casi anche la pastorizia. In seguito vari fattori tra cui la ricerca di maggiore benessere, l’emigrazione e la diffusione di nuovi stili di vita hanno portato all’abbandono della terra e a sconvolgimenti socio-economici che hanno inciso anche sul tessuto culturale modificando tradizioni con radici secolari.

Le notizie riportate sono state ricavate dalla consultazione delle fonti bibliografiche citate, le interviste a residenti, informazioni varie pubblicate in rete, conoscenze dirette ed altre pubblicazioni dello scrivente. 

San Pietro, di Esteban Murillo, sec. XVII

San Pietro, di Esteban Murillo, sec. XVII

Il culto di San Pietro: un breve excursus storico 

L’origine e diffusione del culto di San Pietro è stato ampiamente trattato in numerosissimi studi e pertanto in questo paragrafo si riassumeranno alcuni suoi elementi significativi che si ritengono utili per la comprensione dei fatti che verranno trattati.

Simon Pietro, detto Pietro nacque a Betsaida, è stato uno dei dodici apostoli di Gesù e la Chiesa cattolica lo considera il primo papa. La sua festa cade il 29 giugno, il giorno in cui secondo la tradizione, insieme a San Paolo fu martirizzato tra il 64 ed il 67 d.C. Nella Roma imperiale, questa data segnava la ricorrenza della fondazione della città da parte di Romolo e Remo. Quindi la scelta di festeggiare San Pietro e Paolo il 29 giugno è il primo esempio di cristianizzazione di una festa pagana e il suo significato è di trasfigurare la fondazione della città di Roma nei due martiri, considerati a ragione i fondatori della nuova Roma cristiana.

Il culto pietrino iniziò a diffondersi dagli albori del cristianesimo, la sua tomba fu meta di continui pellegrinaggi e sembra che la prima volta in cui venne festeggiato fu l’anno 258. A lui iniziarono ad essere dedicate le prime comunità cristiane, cattedrali, chiese, oratori e semplici edicole religiose. All’inizio del IX secolo la festa dei Santi Pietro e Paolo era considerata di precetto festivo e quindi godeva di una particolare importanza religiosa [2].  Durante l’XI-XII secolo, la devozione a San Pietro registrò un’ulteriore crescita.

Con il passare del tempo, il primo vescovo di Roma acquisì il patronato di numerose città europee, americane e di varie categorie professionali. Inoltre, in un passato non molto lontano era invocato per ottenere la guarigione da varie malattie. A San Pietro sono state dedicate antiche circoscrizioni ecclesiastiche, numerose città, villaggi, strade, piazze, leggende popolari, associazioni cattoliche, enti assistenziali etc.

La festa di San Pietro in Italia, nel suo complesso è caratterizzata da tradizioni, filastrocche, detti e proverbi molto vari che nel loro complesso sono molto radicati nelle singole località, accentuano i meccanismi identitari e le appartenenze territoriali. Alcune tradizioni tipiche di diverse regioni peninsulari collegano la vigilia della festa ad eventi magici e meteorologici. Infatti dimostrano che la notte tra il 28 e il 29 giugno poteva essere caratterizzata da una grande variabilità atmosferica e aveva connotati magici poiché era sottoposta agli influssi degli spiriti maligni e si potevano praticare riti propiziatori, divinatori e purificatori riguardanti il benessere individuale e collettivo, l’andamento del raccolto, la possibilità di contrarre matrimoni, le condizioni meteorologiche future, le nuove nascite e l’annullamento delle fonti d’influenze malefiche.

Le tradizioni pietrine italiane sono arricchite anche da un ragguardevole campionario di leggende sulla figura di San Pietro che in compagnia di Gesù e gli altri apostoli va in giro per il mondo per diffondere la buona novella e principi di saggezza popolare.

L’iconografia generalmente rappresenta il pescatore galileo come una persona anziana, con la barba, con in mano le chiavi del paradiso e che interroga le anime dei morti per accompagnarle, a seconda dei casi all’inferno o al paradiso, seguendo sempre il rispetto del giudizio divino.  

L’avvento della cultura di massa e delle nuove tecnologie non lo hanno risparmiato e cosi il Santo è diventato il protagonista di opere letterarie, sceneggiati, drammi teatrali, film di successo, siti facebook, etc. 

fara-san-pietro-2025Il culto di San Pietro in Abruzzo  

San Pietro in Abruzzo è molto popolare. Il suo culto è diffuso in tutta la regione ed ha antiche origini. Uno dei primi e più importanti esempi che lo documenta è costituito dalla chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo di Ripa Teatina (Ch) che fu costruita nel V secolo, sulle rovine di un antico tempio pagano dedicato alla dea Diana [3]. Un altro edificio di culto pietrino molto antico è il monastero di San Pietro ad Oratorium (Aq) che fu fondato dal re longobardo Desiderio verso la fine dell’VIII secolo. Anche in provincia di Teramo e in particolare a Campovalano, una frazione di Campli, durante l’VIII secolo fu fondata una chiesa dedicata a San Pietro Apostolo. Altre chiese pietrine furono costruite nei secoli successivi, spesso sulle rovine di antichi templi pagani. Esse hanno acquisito una notevole importanza storico-religiosa diventando ambiti prediletti per momenti di devozione collettiva tra cui frequenti pellegrinaggi.

Alcuni edifici di culto pietrini regionali, in passato, furono particolarmente legati alla pastorizia transumante. Infatti, essi furono fondati lungo i tratturi percorsi da pastori e greggi per le loro migrazioni stagionali dall’Abruzzo alla Puglia ed erano utilizzati non solo per le pratiche di culto ma anche per organizzare fiere, momenti festivi, di meritato riposo ed altro. A dimostrare le antiche origini del culto pietrino in Abruzzo concorre anche un calendario liturgico della diocesi teatina che risale all’XI-XII secolo in cui si dimostra che all’epoca l’Apostolo compare tra i santi festeggiati [4].

Nei secoli successivi il culto per San Pietro registrò una notevole crescita dovuta al fatto che il Santo entrò a far parte con successo dell’universo sacro regionale e la sua ricorrenza festiva fu considerata di precetto con tutti gli obblighi religiosi connessi.

Nei secoli passati, le tradizioni regionali assegnarono a San Pietro varie funzioni simboliche e materiali, tra cui il ruolo di un grande intercessore per proteggere le anime nei momenti dell’estremo trapasso. A dimostrarlo concorrono le numerosissime formule d’invocazioni religiose che si rinvengono negli atti notarili dei secoli passati e di cui si riporta il seguente esempio che risale al 1721: 

«Con tutto l’intimo del cuore raccomanda l’anima sua all’Onnipotente Iddio, Padre, Figlio et Spirito Santo pregandolo per li meriti della Santissima Passione del Nostro Signore Gesù Cristo, Protettione dalla Vergine Maria, del suo Santo Angelo Custode, Santo Nicola, S. Giuseppe et altri suoi Santi avvocati e protettori, voglian degnarsi assistere nel punto della sua morte difendendola da diaboliche insidie, dargli felice passaggio da questa a miglior vita e riceverla nella Celeste Patria del Paradiso in compagnia di tutti i Santi e Beati, S. Pietro, S. Paolo, S. Antonio da Padova, S. Benedetto e S. Bernardino» [5].

Il nome di Pietro, anche se secondario rispetto ad altri, in Abruzzo è ancora abbastanza utilizzato e in diversi casi oltre che l’attaccamento a tradizioni famigliari esprime anche la volontà di affidare il neonato alla protezione del santo.

In generale nelle leggende e tradizioni abruzzesi San Pietro è una figura molto umanizzata, è trattato famigliarmente e assume le sembianze di un personaggio popolare con tratti tipici dei contadini del passato [6]. Questi aspetti nel loro complesso rivelano che l’anima popolare regionale si era immedesimata nell’Apostolo riproducendolo a propria immagine e somiglianza. 

Alta valle del fiume Aventino

Alta valle del fiume Aventino

Il Capitolo di San Pietro nella valle dell’Aventino 

Il Capitolo di San Pietro nacque nella seconda metà dell’XI secolo ed è un collegio clericale a cui è affidata la funzione di garantire le cure liturgico-sacramentali nella basilica vaticana. Con lo scorrere dei secoli il Capitolo è riuscito ad acquisire una ingente massa di beni immobili attraverso le donazioni, le concessioni pontificie e gli acquisti diretti. Essi hanno formato il cosiddetto “Patrimonium Sancti Petri” che è stato gestito seguendo sempre le norme di diritto privato in vigore nelle varie epoche storiche. Di conseguenza durante i secoli in cui alla base dei rapporti sociali ed economici si poneva il sistema feudale, anche la Chiesa e le sue istituzioni tra cui gli amministratori del Patrimonium Sancti Petri l’hanno seguito assecondandone le regole e imponendole ai fruitori dei loro beni. D’altra parte era impossibile che la Chiesa stessa fosse esclusa dal sistema politico laico e dal feudalesimo che per tanti secoli, non ha rappresentato l’eccezione ma la regola del modus vivendi [7].

Al pari dei feudatari laici, anche quelli ecclesiastici talvolta abusavano dei loro poteri e non contribuivano a fornire un’immagine molto edificante dei chierici e della religione che, nella mentalità collettiva, potevano essere avvertiti più come strumenti d’oppressione e di potere, anziché di liberazione e speranza ultraterrena.

Anche l’Abruzzo fu interessato dal feudalesimo ecclesiastico e dalle sue regole. A tal proposito Novi Chavarria ha evidenziato che tra il XV e il XVIII secolo, nelle due province dell’Abruzzo Citra e Ultra, nel complesso esistevano 58 feudi ecclesiastici posseduti da vari enti religiosi [8]. A rinforzare la convinzione che in Abruzzo la Chiesa entrava nei giochi dei meccanismi feudali concorre il fatto che nel XVIII secolo l’ordinario diocesano teatino, in ossequio a un’antica tradizione, continuava a definirsi anche Conte di Chieti.

Tornando al Capitolo di San Pietro, esso fu uno dei principali interpreti del feudalesimo ecclesiastico con i suoi amministratori che accentrarono in un’unica persona i poteri civili e religiosi. In questo particolare caso si verificò che il nome di un apostolo, santo e martire della Chiesa, si associò al sistema feudale e ai suoi particolari meccanismi di asservimento ed oppressione. Come si vedrà in seguito, il capitolo pietrino riuscì ad acquisire beni e feudi anche in vari Comuni della valle dell’Aventino. 

La chiesa di san Pietro (ph. Mario Amorosi)

La chiesa di san Pietro (ph. Mario Amorosi)

Casoli 

Il primo importante effetto storicamente documentato della diffusione del culto di San Pietro a Casoli, lo fornisce un atto notarile del 26 agosto 1696 che accenna alla presenza nel luogo di una chiesa a lui dedicata [9]. Si presume che in questa località e in tutti gli altri Comuni in cui fu fondata una chiesa dedicata all’Apostolo, in passato, anche quando non è storicamente documentato, si organizzasse una festa religiosa che lo riguardasse.

In un altro rogito del 16 febbraio 1699 si fa presente che un terreno confinava con “li beni di San Pietro”, a dimostrazione che il Santo connotava anche la toponomastica locale [10]. Un atto notarile del 27 agosto 1718 fa presente che la chiesa di San Pietro era crollata [11]. Il 3 dicembre 1724 si accenna all’esistenza a Casoli del beneficio semplice di San Pietro [12]. 

san-pietiro-fara-2023Fara San Martino 

La figura di San Pietro Apostolo ha ampi riscontri nella storia e nelle tradizioni del Comune di Fara San Martino. Le prime notizie locali che lo riguardano si riferiscono a una chiesetta che fu fondata nel IX secolo dai monaci benedettini. Tenendo conto di questo importante fatto, si può affermare che a Fara, il culto pietrino ha una lunga vita che dura ininterrottamente da 12 secoli.

L’edificio di culto dedicato all’Apostolo si trova in prossimità delle sorgenti del fiume Verde e a poca distanza dal centro abitato farese. Nel corso dei secoli esso è stato sottoposto a vari lavori che hanno modificato il suo aspetto originale. All’interno della chiesa è posta una statua dell’Apostolo con una tunica bianca e le chiavi del paradiso nella mano sinistra che, ad avviso di Verlengia, risale al XIII secolo [13].

Alle sue mura in un passato non molto lontano si attribuivano proprietà terapeutiche. Infatti, verso la fine del XIX secolo, Finamore scrisse che chi soffriva di reumi andava a sfregarsi contro le pareti della chiesa [14]. In tempi recenti questa pratica terapeutica è stata abbandonata e quindi si può dire che, per l’immaginario popolare, la chiesa ha perso le proprietà ad esse legate e ne ha acquisito altre. Infatti, ora, la chiesa è utilizzata come centro d’accoglienza e riposo notturno per i partecipanti a un pellegrinaggio rituale che parte da Atessa, un Comune della provincia di Chieti situato a circa 30 Km da Fara e si ripete annualmente l’ultima domenica del mese di maggio. Il pellegrinaggio in questione è chiamato “La ‘ntorce De Sante Martine” poiché il suo simbolo è costituito dalla “Ntorcia”, a sua volta composta da un grosso cero, quattro candele più piccole, canne e vari fiori legati insieme. I pellegrini dopo l’’arrivo a Fara e il consumo di una frugale cena, passano la notte dormendo all’interno della chiesa e al mattino, dopo l’adempimento di vari rituali, riprendono la via del ritorno in direzione di Atessa.

Fara San Martino, chiesa di san Pietro (ph. Mario Pellegrini)

Fara San Martino, chiesa di san Pietro (ph. Mario Pellegrini)

Nei pressi della chiesa si trova una fontana d’acqua potabile detta “Fonte di San Pietro” che sulle sue mura ha scolpite le chiavi del paradiso e alle cui acque, in passato, furono attribuite varie virtù terapeutiche.  A tal proposito Finamore scrisse che: l’acqua della sorgente iniziava a scaturire dal primo giorno della novena del santo e poi, fatta la festa si perdeva; chi soffre la tigna, il 29 giugno andava a lavarsi nella fontana di San Pietro; quell’acqua si poteva portare in casa e conservarla ad uso degli infermi [15]. Le presunte virtù terapeutiche della fontana e delle mura della chiesa erano conosciute anche nei Comuni vicini a Fara e di conseguenza i loro abitanti, talvolta, organizzavano visite e pellegrinaggi individuali per assaporarne le grazie.

Verlengia, a sua volta, fece presente che il 29 giugno, i fedeli che partecipavano alla festa di San Pietro, per devozione bevevano dalla fontana [16]. Questa pratica conferma che l’acqua di quella fonte era considerata una bevanda sacra utile per ottenere una grazia e/o avvicinarsi al divino. 

I rituali suddetti rinforzano il legame tra San Pietro e l’acqua, hanno insito un simbolismo arcaico e portano a supporre che nel culto pietrino siano state assorbite forme di religiosità pagane di tipo idronimico. Infatti, in molte religioni e culture antiche, l’acqua simboleggia la vita, la purificazione, la rinascita e le si associa la capacità di guarire e rigenerare il corpo e lo spirito.

Ai fatti sinora riportati si aggiungono altri che documentano il forte legame esistente tra San Pietro e il luogo in esame. Dal 1451 al 1788 il Capitolo di San Pietro tenne in feudo il territorio di Fara San Martino [17], un’evidente dimostrazione che l’ente ecclesiastico esercitò il suo potere nel luogo legandolo al nome dell’Apostolo. È inoltre da supporre che negli oltre 300 anni di dominio, il Capitolo stesso abbia avuto un ruolo determinante nella diffusione e mantenimento a Fara stessa del culto pietrino. Si aggiunga che il primo papa della cristianità ha influenzato anche la toponomastica locale. Infatti a Fara San Martino sono intitolate a San Pietro una strada e un’area con numerosi parcheggi che si trova presso le sorgenti del fiume Verde. Il 29 giugno, nel luogo si organizza un’importante fiera che sino ad alcuni decenni fa era molto frequentata dagli abitanti dei Comuni vicini e da chi voleva acquistare oggetti e materiali per il lavoro nei campi. Oggi, Fara San Martino è rimasto l’unico Comune della valle dell’Aventino in cui si continua ad organizzare una festa religiosa dedicata a San Pietro. I programmi festivi sono generalmente costituiti da riti religiosi ed altri laici che nel loro insieme favoriscono i momenti di riflessione, preghiera, evasione collettiva e ricompattamento comunitario. Nel 2023 sono state abbinate le feste di San Pietro e della Santissima Trinità e il 29 giugno è stata organizzata una scampagnata presso le sorgenti del fiume Verde.

Nel 2024, in occasione della festa dell’Apostolo, il Club Alpino Italiano Fara San Martino ha ripetuto l’organizzazione di un evento pluriennale rappresentato da una fiaccolata notturna detta di San Pietro. Essa si è svolta lungo le pendici della Maiella farese, mentre la conclusione è avvenuta nei pressi delle sorgenti del fiume Verde. Al suo termine i membri del Comitato Feste di San Pietro hanno organizzato un momento di ristoro per i partecipanti. La fiaccolata notturna ha accentuato gli effetti spettacolari dell’evento e rinforzato il carattere propiziatorio del rito festivo. 

Gessopalena

Gessopalena

Gessopalena

In questo Comune, nel XIV secolo i monaci celestini fondarono un monastero dedicato a San Pietro confessore, ossia San Celestino V ed è possibile che in alcuni casi sia avvenuto uno scambio di tradizioni tra questo santo e il pescatore galileo. La presenza simbolica di San Pietro Apostolo a Gessopalena è testimoniata da poche e scarne notizie. La prima di esse risale al 1365 e riguarda il Capitolo di San Pietro che all’epoca possedeva la chiesa di “Santa Maria dei Calderari” [18]. Oltre a detta chiesa il Capitolo possedeva vari altri beni. La seconda testimonianza è fornita dalle seguenti strofe di un canto della Madonna per la perdita del suo unico figlio, che un tempo era diffuso a Gessopalena e in cui compare la figura di San Pietro: «Camminando per la via / incontre S. Pietre annente (davanti) / Addò vai Maria che tanto piangi….» [19]. È diffuso un proverbio che così recita: “A truvuate Criste ammete e San Pietre ch’arcojje” [20]. Con molta probabilità l’espressione trovò ispirazione da qualche leggenda in cui si narra che Gesù Cristo e gli Apostoli s’improvvisarono mietitori. Di solito tale locuzione si utilizzava per indicare un soggetto che aveva avuto fortuna contraendo un buon matrimonio. Il proverbio, conosciuto anch’esso in diversi Comuni della valle dell’Aventino afferma: “A San ‘Mbietre pijje la falcijje e mite lu grane” [21].  La festa di San Pietro era considerata una scadenza calendariale che generalmente nei vari Comuni della valle segnava l’inizio dei lavori di mietitura. A Gessopalena si coltiva una varietà di pero i cui frutti maturano a fine giugno e che è chiamato “il pero di San Pietro”. 

2-ved-20Lama dei Peligni 

In un passato non molto lontano, le tradizioni sociali e religiose di Lama dei Peligni avevano assegnato un ruolo di primo piano a San Pietro Apostolo [22]. Una chiesa a lui dedicata risale alla prima metà del XIV secolo ed è riportata in un elenco comprendente gli edifici di culto del luogo il cui clero corrispose le decime ai collettori apostolici inviati dalla curia pontificia [23]. Da diversi documenti d’epoca successiva risulta che la chiesa di San Pietro divenne la sede dell’arciprete, ossia del capo religioso della comunità locale ed era di diritto feudale, il che significava che il signore di turno sceglieva il sacerdote e lo sottoponeva all’approvazione canonica dell’autorità vescovile. Nel 1545 la chiesa fu inghiottita da una frana e non venne mai ricostruita.

Il 14 maggio 1910, una piccola chiesetta rurale che era intitolata a Sant’Antonio Abate cambiò intitolazione e fu dedicata a San Pietro. Ora non è la sede dell’arcipretura che tra l’altro è stata soppressa ed è aperta al culto solo in occasione di particolari ricorrenze festive.

Durante le giornate di bel tempo i piccoli gradini posti davanti alla sua porta d’ingresso, per diversi decenni. sono stati il punto di ritrovo di vari anziani che ricordavano le loro vicissitudini giovanili, commentavano i fatti politici e alcuni avvenimenti paesani quali il ritorno di un emigrante, un matrimonio, un funerale, una festa etc.

Dal catasto onciario dell’Università della Lama del 1753 risulta che il Capitolo di San Pietro possedeva nel luogo vari fondi agrari in libera proprietà [24]. Dalle relazioni delle visite pastorali del XVIII e XIX secolo risulta che a Lama il 29 giugno si organizzava una festa in onore di San Pietro con varie messe, il vespro e una processione.  In un contratto d’affitto del macello comunale del 1792 si prescrisse che l’affittuario dal 29 giugno sino a tutto agosto doveva macellare pecore a uso della popolazione, a dimostrazione che tale data era anche una ricorrenza che regolava i modi di macellazione e le consuetudini alimentari [25].

Dalla relazione della visita pastorale del 1804 risulta che il rettore della parrocchia di San Nicola di Bari dichiarò che nella sua chiesa si conservavano alcune reliquie dell’Apostolo. Nel 1831 si celebrò una festa di San Pietro con una messa parata, un primo e secondo vespro e, a cui parteciparono tutti i sacerdoti che all’epoca vivevano a Lama. Sino a pochi decenni fa la festa dell’Apostolo era preceduta da una novena in cui. con esercizi di preghiere, per nove giorni lo s’implorava per rafforzare alcune virtù cristiane individuali, quali la perseveranza nella fede, l’umiltà, l’amore di Dio e la venerazione per il Pontefice.

Alla festa si associavano anche particolari credenze dei contadini. Secondo l’immaginario popolare locale, il 29 giugno rientrava “nel periodo dell’Arcone”, un nomignolo che in passato, a Lama dei Peligni si associava a San Pietro e si utilizzava per indicare un momento dell’anno solare in cui si potevano avere forti venti e abbondanti precipitazioni accompagnate da grandinate che avrebbero potuto compromettere il raccolto di grano [26]. Il seguente detto locale conferma che tra la fine di giugno e gli inizi di luglio si correva il rischio di forti rovesci: “Tra S. Pietre e la Madonne de la Valle jette la pretate” [27].

La giornata del 29 giugno era definita “puntata” poiché le sue caratteristiche climatiche e meteorologiche si ripetevano ogni anno, legavano San Pietro alla pioggia e di conseguenza preoccupava i contadini [28]. In effetti, attorno al 29 giugno nell’area mediterranea, di solito, avviene un incontro-scontro di correnti d’aria con caratteristiche diverse che possono portare a copiosi temporali o anche a prolungati periodi di siccità. Secondo la tradizione orale, la notte della vigilia della festa pietrina era sottoposta anche all’influsso di un’entità malefica sconosciuta.

Nella comunità agro-pastorale del passato la festa dell’Apostolo, come detto, cadeva durante il periodo di mietitura e di conseguenza anche a Lama dei Peligni essa si utilizzava per memorizzare il calendario dei lavori agricoli, come tra l’altro conferma il seguente proverbio: “A San Pietre pije la falcijje e mete” [29]. Durante la mietitura il santo s’invocava per evitare i rischi di forti venti che disperdessero il raccolto. L’Apostolo era considerato anche un padrone del vento e poteva comandarlo per assecondare i bisogni umani.

Alla mietitura seguiva la trebbiatura che sino ai primi decenni del XX secolo si effettuava senza l’uso di macchine, ma con gli animali da soma (buoi, asini, muli, cavalli o mucche) che, passando con i loro zoccoli sulle spighe di grano raccolte in covoni disposti su un’aia, separavano il prezioso frutto dal resto della pianta. I contadini per separare i chicchi di grano dalla pula, dopo la passata degli animali, praticavano un rito propiziatorio: buttavano in aria grano e paglia dicendo: “Arijje San Pietre” (Aria, San Pietro), manda il vento necessario a separare il grano. La scelta dei trebbiatori d’invocare San Pietro affinché inviasse l’aria necessaria ha una spiegazione leggendaria e il racconto che la narra fu pubblicato da Finamore nel 1890 [30].

In particolare si narra che San Pietro aveva un compare per il quale otteneva da Gesù Cristo sole, pioggia, caldo, freddo, come desiderava. Durante la trebbiatura, mancava l’aria necessaria a separare il grano dalla pula. Il compare, vedendo San Pietro che passava insieme con gli altri apostoli e Gesù Cristo, gli disse gridando: “Aria, San Pietro” e ottenne il favore dell’aria. Purtroppo il vento fu talmente forte che disperse grano e paglia. Allora San Pietro, rivolto al Figlio di Dio, gli chiese: “Maestro, perché il vento è stato così forte?”. E Gesù rispose: “Così impara a chiedere grazie per le sciocchezze” [31].

Le tradizioni dell’Apostolo anche a Lama dei Peligni si arricchiscono con un pianto della Madonna per la perdita di Gesù Cristo in cui compare la figura di San Pietro. Esso fu pubblicato da Lupinetti (1967) e sino ad alcuni decenni fa era ricordato da diverse donne locali. Il testo delle parti d’interesse è il seguente: 

«Dumane è Sabbade Sande / la Madonne se mette lu mande /aresponne Sande Pietre: ‘Avande / tiè Marijje n’che tante piagne / jjje piagne de dolore / che ajju perdute lu mjj fijjuole / jje vajje na case de Pilate / e le trove n’ncantenate» [32]. 

Quando una persona è impegnata in qualche lavoro che non riesce a finire in tempi brevi, a Lama dei Peligni si usa dire: “Che stjje affà la fabbreche de San Pietre?” [33].  Il 2 agosto 2025 durante una manifestazione rievocativa estiva chiamata Adventus, il piazzale posto davanti alla chiesa pietrina è stato rivalutato ed è diventato il luogo in cui proporre una rappresentazione scenica settecentesca. 

Montenerodomo 

Anche a Montenerodomo la prima notizia storica del culto locale per San Pietro risale al 1325 ed è fornita da una chiesa a lui dedicata riportata nell’elenco degli edifici di culto il cui clero corrispose le decime ai collettori apostolici.  Di detta chiesa non sono state trovate altre notizie nei secoli successivi.

Anche in questo Comune si utilizza il proverbio in cui si cita la festa di San Pietro per indicare l’inizio del periodo di mietitura del grano. 

Palena, Panorama

Palena, Panorama

Palena 

Nella cultura popolare e religiosa di Palena il nome e l’immagine di San Pietro Apostolo sono affiancati da quella di Pietro dal Morrone, ovvero San Celestino V che per un breve periodo della sua vita visse nel luogo da eremita. Di conseguenza è possibile che nel tempo, anche in questo caso siano avvenuti sovrapposizioni e passaggi di tradizioni tra i due santi. A Palena sono state raccolte poche e scarne notizie sull’Apostolo. Una di esse che risultava diffusa anche in altri Comuni abruzzesi ma originale ed unica per la valle dell’Aventino e che fu registrata e trascritta da Finamore, era l’accensione di fuochi rituali durante la sera della vigilia della festa pietrina [34]. Di solito essi si organizzavano quasi in ogni rione del paese e talvolta c’era la gara a chi li faceva più grandi. Per alimentare le fiamme si utilizzavano i vegetali di scarto delle mietiture e trebbiature che si raccoglievano nei campi e nelle aie. A debita distanza dai ceppi ardenti si disponevano sedute le persone che cantavano e chiacchieravano tra loro. Una particolare consuetudine abbastanza diffusa e che li caratterizzava era il rito del salto del fuoco da parte dei ragazzi locali. Ad avviso di un informatore locale, questa tradizione è persistita sino alla prima metà degli anni 50 del secolo scorso e poi fu sospesa poiché due ragazzi che saltavano sul fuoco si scontrarono e caddero tra la brace.

L’evento rinforzava i buoni rapporti tra le famiglie dello stesso rione. Inoltre nel suo complesso può essere considerato un rituale divinatorio, purificatorio e propiziatorio di una nuova buona annata agricola. Infatti, si cercava di trarre auspici futuri dall’andamento delle fiamme, si facevano invocazioni, si bruciavano i vegetali di scarto e le loro ceneri si rilasciavano nei campi coltivati al fine di favorire lo sviluppo dei nuovi semi. Ad avviso di Frazer: 

«Il fuoco è visto come un mezzo per far prosperare campi, uomini e bestie, tanto in senso positivo stimolando la crescita e la salute, tanto in senso negativo, allontanando pericoli e calamità come fulmini, incendi, ruggine, muffa, parassiti, malattie e, non da ultimi sortilegi» [35]. 

Buttitta (1999), a sua volta, ha fatto presente che:

«Il fatto che molti falò si accendano la vigilia, oltre che essere considerato un segno che annunzia la prossimità della festa e che apre il ciclo rituale, è connessa alla necessità di marcare l’avvento del periodo festivo e di purificare il tempo e lo spazio sacro nonché gli appartenenti alla comunità» [36]. 

A Palena è diffuso il seguente proverbio in gergo che non ha bisogno di essere tradotto: “Sta a fa la chiese e la cupole de San Pietre”. Anche in questa località, quando si voleva evidenziare che qualcuno non riusciva a terminare velocemente un’attività, si paragonavano sarcasticamente i suoi tempi di lavoro a quelli di costruzione della basilica vaticana. 

Taranta Peligna 

A Taranta Peligna, le prime notizie storiche riguardanti il culto di San Pietro risalgono all’XI secolo, in particolare al 15 maggio 1065 e sono attestate da una chiesa a lui intitolata donata al vescovo di Chieti dai conti Borrello, i membri di una famiglia di feudatari d’origine franca che ebbero un ruolo molto importante nella storia medioevale abruzzese e molisana. Ad avviso di Madonna (1991) e Manzi A. & Manzi G. (2007) la chiesa di San Pietro, ora scomparsa, apparteneva a un monastero d’osservanza benedettina situato in un punto strategico dell’imbocco della valle di Taranta, un ambito del massiccio della Majella molto importante per il transito di uomini e animali. I benedettini del monastero di San Pietro organizzarono varie attività economico-produttive. Infatti, ad avviso di Madonna, essi costruirono vicino al loro cenobio: un frantoio per il grano e le olive, un gessifico, alcune fucine, una liquoreria, una cartiera, un purgo dei panni di lana, etc. [37]. Inoltre, al fine di rifornirsi d’acqua potabile e favorire i loro commerci realizzarono due importanti strutture viarie lungo le pareti del versante orientale della Majella. La prima di esse, detta La Tagliata, è un sentiero scavato nella roccia che scorre sotto la Strada Statale Frentana, arriva a Lettopalena e sino alla prima metà del XIX secolo era l’unica via attraversata dai commercianti dei panni di lana che arrivavano o partivano da Taranta Peligna.  La seconda struttura è posta nelle vicinanze della Tagliata e consiste in un’altra antica incisione della roccia chiamata “La Loggetta” che i monaci utilizzavano come acquedotto.

Un proverbio che con diverse varianti è abbastanza diffuso nei Comuni della valle dell’Aventino è il seguente: “Me sembre la fabbreche de Sambitre che ne finisce mai” [38]. 

Torricella Peligna 

Dal Catasto Onciario di Fallascoso del 1753 risulta che nel luogo esisteva la chiesa di San Pietro che era una grancia di un’importante abbazia [39]. Inoltre si fa presente che esisteva anche il Colle San Pietro, a dimostrazione che l’Apostolo contribuiva alla connotazione toponomastica locale [40]. Attualmente è chiamata con il nome di San Pietro un’altra area del Comune di Torricella Peligna che è situata nei pressi del santuario della Madonna delle Rose. In questa località, il pescatore galileo è citato in una filastrocca dialettale che si utilizzava per farsi forza e superare i forti dolori provocati dal mal di denti. In questo caso il soggetto malato diceva nel dialetto locale: “San Mbietre è nu gran sante / San Paole è altrettante / jje tienghe nu dulore de diente / e ne me ne freghe niente” [41]. 

20241105_095359Le leggende su San Pietro: origini e diffusione nei Comuni della valle dell’Aventino 

Il campionario di leggende su San Pietro, Gesù e gli altri apostoli che vanno in giro per il mondo ha ampi riscontri anche la valle dell’Aventino e di conseguenza nel presente paragrafo si riportano i suoi componenti ottenuti dalle consultazioni bibliografiche, i ricordi dello scrivente e le notizie fornite da alcuni informatori. Ora la loro trasmissione nell’area in esame si può dire che si è quasi persa, solo pochissimi soggetti le ricordano e in diversi casi sono confinate solo in pubblicazioni del passato.

Nella prima di esse che fu riferita a chi scrive circa una quindicina di anni fa da un uomo di Lama dei Peligni oggi scomparso, si narra che una persona dopo la sua morte si presentò sulla porta del paradiso e bussò per chiedere di entrare. San Pietro andò ad aprire, lo vide e poiché non lo riconobbe gli disse: “Come posso farti entrare se in precedenza non ti sei mai raccomandato a me e non hai fatto niente per meritarti il paradiso?”.  In seguito l’Apostolo chiuse la porta e il malcapitato fu dirottato all’inferno. Il possesso delle chiavi del paradiso, secondo un’altra leggenda riferita anni fa dallo stesso soggetto, era dovuto al fatto che un tempo vi avvenne un furto. In seguito, per evitare il ripetersi di simili episodi, nel paradiso fu costruita una porta e le sue chiavi furono affidate a San Pietro.

In un’altra leggenda riferita da un’anziana signora di Lama dei Peligni e che un tempo era conosciuta anche in altri Comuni vicini, si narra che quando Gesù Cristo e gli apostoli andavano in giro per il mondo, videro delle persone che bestemmiavano e litigavano tra loro. Osservata la scena, San Pietro chiese a Gesù: “Maestro che meritano quelle persone?”. E il Signore rispose: “L’inferno poiché è scritto non bestemmiare e ama il prossimo tuo come te stesso”. Proseguendo il cammino, gli apostoli e il loro Maestro videro una madre che rimproverava e dava qualche ceffone alla figlia. Vista la scena, San Pietro chiese a Gesù: “Maestro cosa facciamo a questa madre che tratta così male la figlia?”. E il Redentore rispose: “Niente Pietro poiché qualunque cosa una madre faccia, è sempre per il bene dei propri figli”.

In un’altra leggenda che appartiene ai ricordi d’infanzia dello scrivente e un tempo conosciuta in diversi Comuni della valle dell’Aventino (Civitella Messer Raimondo, Gessopalena, Lama dei Peligni, etc.), si narra che un giorno Gesù chiese a San Pietro di andare ad osservare cosa succede per il mondo. San Pietro ubbidì e quando tornò disse: “Maestro oggi tutti piangono e si lamentano”. Gesù commentò dicendo: “Così il mondo non va bene!”. Il giorno successivo il Redentore diede a San Pietro le stesse disposizioni. Dopo aver assolto il compito, San Pietro disse: “Maestro oggi tutti sono contenti e ridono”. E il Redentore sentenziò: “Neanche così il mondo va bene”. Il terzo giorno San Pietro ricevette di nuovo l’ordine di osservare cosa succedeva nel mondo. Quando rientrò disse a Gesù: “Maestro oggi c’è chi ride e chi piange”. Il Messia rispose sentenziando: “Così il mondo va bene”.

In una leggenda pubblicata in passato da Verlengia [42] e che ad avviso di Sanfilippo è diffusa con diverse varianti in quasi tutta l’Europa, Cina e vari Stati americani [43], si narra che l’Apostolo aveva una madre avara e molto cattiva che gli procurava parecchi dispiaceri e non aiutava mai nessuno. Un giorno, mentre lavava la verdura in una fontana, alla mamma di San Pietro sfuggì una foglia che fu portata via dall’acqua. Allora lei disse: “Che sia per le anime del purgatorio”. Così fu e la foglia fu scritta sul registro delle opere di bene che si conserva nel paradiso. Quando la donna morì, con gran vergogna di San Pietro, finì all’inferno e i diavoli la gettarono a scontare i peccati in una buca con fuoco e fumo. Ogni volta che poteva vedere San Pietro, sua madre lo implorava di portarla in paradiso. L’apostolo, pur inquietandosi per la sua sorte e chiedendo a Gesù Cristo di ascoltare le sue implorazioni, non riusciva a far nulla. Un giorno Gesù gli volle andare incontro e disse: “Pietro, io vorrei liberare tua madre ma purtroppo lei non ha mai fatto nessun’opera di bene e di carità poiché quando era in vita pensava solo a se stessa”. San Pietro in risposta obiettò: “Eppure Maestro una carità l’ha fatta”. Allora il Messia fece chiamare l’angelo che conservava il libro delle anime e guardò cosa c’era scritto riguardo la mamma di San Pietro. Poiché c’era riportata la storia della foglia di bietola sfuggita durante il lavaggio, Gesù ordinò all’angelo di trovarla e con essa tirare dall’inferno al paradiso la madre dell’Apostolo. L’angelo trovò la foglia, scese all’inferno e ordinò alla donna di attaccarvisi per salire in paradiso. Lei non si lasciò sfuggire l’occasione e si attaccò alla foglia. La madre di San Pietro mentre saliva verso il paradiso, disse con scherno alle altre anime dannate che con invidia la guardavano e cercavano di attaccarsi anche loro alla foglia: “Volete salire con me in paradiso? Solo che io ho pensato ad allevare mio figlio mentre voi non c’entrate, perciò via, via!”. In seguito a questa dimostrazione di scarsa comprensione per il prossimo e al continuo dimenarsi la foglia si lacerò e la donna riprecipitò nel fuoco della dannazione eterna.

credenze-usi-e-costumi-abruzzesi-0-jpg-768x768_q85In un’altra leggenda un tempo conosciuta a Gessopalena, Lama dei Peligni, etc. si narra che Gesù Cristo e gli apostoli camminavano da più di due giorni senza mangiare. San Pietro che era il più affamato di tutti rivolgendosi al Signore gli chiese: “Maestro è tanto tempo che non mangiamo e non abbiamo niente”. Gesù rispose: “Ognuno di voi prenda una pietra e io la trasformerò in pane quando arriveremo sopra la collina”. Allora San Pietro prese la pietra più grande di tutti e la trasportò con sé facendo molta fatica. Quando giunsero alla meta Gesù disse all’Apostolo: “Butta la tua pietra poiché è troppo grande”.

In una leggenda appartenente ai ricordi d’infanzia dello scrivente, raccolta da Finamore a Gessopalena con alcune varianti, un tempo conosciuta in vari Comuni della valle dell’Aventino (Civitella Messer Raimondo, Lama dei Peligni, etc.), si narra che un giorno Gesù Cristo e gli apostoli arrivarono in un paese dove c’era un fabbro che si faceva chiamare “il maestro di tutti i maestri”. Nel vederlo Gesù e gli apostoli lo salutarono dicendogli semplicemente buongiorno, ma lui non rispose. Per alcuni giorni continuarono a salutarlo senza ottenere risposta. Un giorno San Pietro venne a sapere che rispondeva solo a coloro che lo salutavano dicendogli: “Buongiorno, maestro di tutti i maestri”. Gesù incontrandolo lo salutò nel modo desiderato, ottenendo una risposta cordiale e un sorriso. In seguito il Messia aggiunse: “Vogliamo vedere chi tra noi due è il più bravo?”. Il fabbro accettò la sfida e in seguito Gesù prese un vecchio, lo mise nella fucina e ne ottenne un aitante giovanotto. Il maestro di tutti i maestri nel tentativo di imitarlo prese il padre, lo mise nella fucina ma riuscì a provocare solo la sua morte. Da quel giorno il fabbro divenne più umile e capì chi era il vero “Maestro di tutti i maestri” poiché incomparabile nella capacità di fare miracoli. Nella versione registrata da Finamore a Gessopalena si narra che il fabbro pose il padre tra l’incudine e il martello e lo uccise. In seguito intervenne il Messia e dai resti dell’uomo ottenne un orso [44].

Un’altra leggenda racconta che un giorno San Pietro trovò un prosciutto e lo nascose nella bisaccia per assecondare i propri bisogni alimentari. Quando Gesù Cristo lo venne a sapere, chiese all’Apostolo di cercare il legittimo proprietario e restituirglielo. San Pietro ubbidì a malincuore e mentre camminava, andava gridando ad alta voce: “Chi ha perdute?” e con tono più basso “le presutte?”. Gesù lo venne a sapere e gli ordinò di ritornare in strada e di gridare usando sempre lo stesso tono di voce. L’Apostolo assecondò il Messia e mentre era in strada, il padrone del prosciutto sentì le sue urla, accorse e riottenne ciò che aveva perso.

Circa 15 anni fa ho raccolto da un anziano signore di Lama dei Peligni la seguente leggenda: quando Gesù Cristo e gli Apostoli andavano in giro per il mondo incontrarono un uomo che era caduto in un fosso, non faceva nulla per uscire e aspettava qualcuno che lo aiutasse. San Pietro chiese al figlio di Dio se potevano fare qualcosa per tirarlo fuori ma lui rispose di no. Il giorno successivo videro un uomo caduto in un pozzo che si dimenava e cercava di risalirlo. Anche in quel caso San Pietro chiese a Gesù Cristo se potevano aiutarlo ottenendo una risposta positiva. L’Apostolo con aria sorpresa disse: “Maestro perché quest’uomo dobbiamo aiutarlo e quello di ieri no?” Il Messia rispose: “Bisogna aiutare chi cerca di superare le difficoltà con le proprie forze e non chi non fa nulla e aspetta solo l’aiuto degli altri”. Da questa leggenda, ad avviso del narratore ebbe origine il detto: “Aiutati che Dio ti aiuta”.

Anche il detto “Ti sei lasciato infinocchiare” avrebbe un’origine leggendaria legata a San Pietro. Infatti, secondo un racconto un tempo attestato a Lama dei Peligni, un giorno Gesù e gli Apostoli, mentre erano seduti a tavola per il pranzo, si accorsero che mancavano le bevande. Allora il Messia disse al suo discepolo prediletto: “Pietro va a comprare il vino”. Cammina e cammina e l’Apostolo arriva da un contadino che aveva un vino cattivo. San Pietro chiese di gustarlo ma il contadino, astutamente, prima gli fece mangiare un pezzo di finocchio e in seguito gli propose l’assaggio della bevanda. In questo modo San Pietro non riuscì a percepire il cattivo sapore del vino e fece il suo acquisto. Quando erano a tavola il Messia sorseggiò il vino. Accorgendosi che era di cattivo gusto si rivolse a San Pietro pronunciando il detto “Ti sei lasciato infinocchiare”.

Chiesa di San Pietro Apostolo a Ripa Teatina

Chiesa di San Pietro Apostolo a Ripa Teatina

In una leggenda pubblicata da De Nino che un tempo era conosciuta a Lama dei Peligni, Palena e Taranta Peligna [45], si narra che Gesù Cristo e gli Apostoli, andando in giro per il mondo, non sempre trovavano il luogo in cui alloggiare poiché erano in 13 persone. Una volta riuscirono a trovare ospitalità da una vecchietta. La mattina dopo, prima di partire, San Pietro per ringraziarla la invitò a chiedere tre grazie al Messia. La donna non si fece sfuggire l’occasione e fece le sue tre richieste. Nella prima richiesta di grazie chiese di far partorire alcune sue pecore. Nella seconda chiese di ottenere un abbondante raccolto da un terreno improduttivo e nella terza di aspirare alla salvezza eterna ed essere accolta in paradiso dopo la morte. Il Messia accettò tutte le richieste fatte.

La vecchietta aveva preparata una pizza e quando Gesù Cristo e gli apostoli lasciarono la sua abitazione, la consegnò a San Pietro, al fine di ringraziarlo per i suoi buoni consigli. San Pietro accettò l’offerta, si mise la pizza sotto la giacca e partì insieme agli altri. Quando ebbe fame prese un po’ di pizza e iniziò a mangiare. Mentre mangiava passò un poveretto e Gesù Cristo disse: “Pietro, tu pensi solo a te e non agli altri. Dai la pizza a questo poveretto”. San Pietro, con molto dispiacere, ubbidì e gliela diede. In seguito Gesù Cristo chiese al poveretto: “Cosa farai della pizza?”. Lui rispose: “Ora ne mangio una porzione e un’altra la conservo per domani; altrimenti come campo”. Dopo questa affermazione, Gesù Cristo, un po’ corrucciato, disse a San Pietro: “Riprenditi la pizza”. San Pietro non volle sentir altro: si riprese la pizza e la nascose. Poco dopo, passò un altro poverello; e Gesù Cristo comandò a San Pietro che gli desse la pizza. San Pietro ubbidì e anche in questo caso Gesù Cristo chiese al poverello cosa avrebbe fatto della pizza. Lui rispose che l’avrebbe mangiata subito. Gesù Cristo aggiunse: “E domani come farai?”. Il poveretto replicò: “Domani, Dio provvederà”. Gesù Cristo concluse: “Va bene. Allora mangiala tutta”. Dopo questi incontri occasionali Gesù e gli Apostoli ripresero la loro marcia camminando in un deserto ove regnava un profondo silenzio. A un tratto essi sentirono il suono a festa di alcune campane. Gli Apostoli chiesero a Gesù Cristo cosa fosse successo e lui rispose che la vecchietta era morta e la sua anima era stata accolta in paradiso.

In un’altra leggenda riferita diversi anni fa da una persona di Lama dei Peligni, si narra che Gesù Cristo e gli Apostoli stavano arrostendo un agnello per consumare il pranzo. San Pietro senza farsi notare tagliò per se stesso la parte posteriore che è la più squisita. Ultimata la cottura, Gesù divise il resto dell’agnello in tredici parti e cosi San Pietro ebbe una razione doppia. Questo racconto è la variante di un altro in cui si narra che San Pietro mangiò due volte il cuore di un agnello (Mailly 1994; Thompson 2004).

In un’altra leggenda raccolta a Lama dei Peligni e che con delle varianti fu pubblicata da De Nino [46], si narra che un giorno Gesù Cristo fece allagare un paese dove c’erano molte persone cattive. San Pietro che lo accompagnava e aveva osservato la scena chiese al figlio di Dio: «Maestro perché non hai salvato le persone innocenti?» E Gesù rispose «Perché i peccatori contagiano». Continuando a camminare gli Apostoli videro su un albero un nido d’api che rischiava di essere sommerso dall’acqua. Allora San Pietro chiese al Redentore: «Maestro anche le api rischiano di annegare. Cosa c’entrano?» Gesù rispose: «Allora salvale». Così San Pietro prese il nido d’api e se lo mise sul petto, ma dopo un po’ di tempo gli insetti iniziarono a pungere. San Pietro iniziò a premere sul torace provocando la morte di tutte le api che capitavano sotto la pressione delle sue mani. Gesù osservata la scena commentò dicendo: “Anche tu adesso hai ucciso api innocenti”.

In una leggenda raccolta a Torricella Peligna e pubblicata da Finamore, si narra che San Pietro molestava continuamente il Maestro affinchè creasse il calabrese, ma il Messia non voleva saperne [47]. Nonostante questo, San Pietro continuava ad insistere e Gesù Cristo al fine di farlo smettere, benedisse la prima cosa dura che un asino aveva lasciato sulla strada. Dopo alcuni istanti, dal materiale benedetto si originò un piccolo uomo, arzillo e irrequieto che indossava un cappello a raso e non apriva bocca. San Pietro assistette all’evento straordinario e restò di sasso, mentre Gesù Cristo, lo ammonì dicendogli di non essere petulante e caparbio.

gesu-e-san-pietro-in-giro-per-il-mondoIn una leggenda registrata a Montenerodomo, che fu pubblicata da Finamore e di cui si fornisce un sunto, si narra che una donna non riusciva a trovare le persone che l’aiutassero a mietere il grano [48]. Un giorno la donna incontrò alcuni uomini (Cristo e gli Apostoli) che erano coricati al fresco ed essi le chiesero: “Perché piangi buona donna?” Lei rispose che non riusciva a trovare i mietitori per il suo grano. Gesù e gli Apostoli dissero alla donna di preparare la colazione che dopo aver mangiato l’avrebbero mietuto loro stessi, ma ciò non accadde. La donna li rinvitò a mietere, loro risposero che l’avrebbero fatto dopo aver consumato il pranzo ma anche in questo caso non successe nulla. Dopo aver mangiato anche la merenda Gesù Cristo appiccò il fuoco alle spighe di grano. San Pietro osservò la scena e rivolgendosi al Redentore gli disse: “Maestro, quella donna ci ha offerto da mangiare e tu le bruci il grano?”, Gesù non rispose e quando le spighe finirono di bruciare, tutta la cenere si trasformò in grano. In seguito Cristo ordinò agli Apostoli di radunare il grano in mezzo all’aia e alla donna di portare i sacchi per raccoglierlo.

Nel loro complesso tutte queste leggende popolari sono caratterizzate da un’ambientazione che evoca l’antico mondo rurale esistente nella valle dell’Aventino sino agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, ed è rappresentata da campi coltivati, pecore, asini, contadini, fonti alimentari, fabbri, pastori, altre persone, oggetti e arredi vari che riflettono le attività agropastorali. La loro importanza non va riferita alle verità storiche che comunicano che spesso sono anche discutibili ma alla visione del mondo e ai modelli culturali e comportamentali che diffondevano e raggiungevano masse analfabete, spesso estranee ad altre forme letterarie di acculturazione.

Tali racconti si possono considerare anche come una sorta di Vangelo popolare che traeva spunti dai vangeli canonici, li sviluppava in cicli immaginari collegati alla vita reale della gente comune e utili per trasmettere in modo immediato una visione morale della vita che contemplasse i principi e i valori cristiani tipici della società contadina. L’Apostolo, nonostante sia un’importante roccia della Chiesa, nei racconti riportati è mostrato nei suoi difetti e debolezze al fine di far riflettere gli individui su se stessi e i propri peccati. Infatti, San Pietro è il simbolo dell’umano contrapposto al divino; è disegnato come un personaggio semplice con un proprio modo di risolvere i problemi della vita quotidiana; in possesso di una logica elementare; talvolta impulsivo, superficiale; in alcuni casi sembra ingenuo mentre in altri furbo, tenace e interessato; un uomo preso dai bisogni materiali che non sempre ascolta la parola di Dio; talvolta sembra un curioso e vivace chierichetto che accompagna il Messia, si rivolge a lui con domande ingenue per chiedere consigli e dallo stesso talvolta riceve anche rimproveri paternalistici. In tutti questi aspetti l’Apostolo assume le sembianze di un personaggio popolare con molti tratti tipici del contadino abruzzese impegnato nella perenne lotta per la conquista del cibo quotidiano e in cui s’incarnano i sogni e le aspirazioni a una vita migliore da raggiungere con l’utilizzo di espedienti di furbizia, scaltrezza e l’aiuto divino. In questo senso il prosciutto e il retro dell’agnello citati in due leggende, sono esempi che documentano la volontà di passare da una condizione di mera sussistenza alimentare a quella del cibo come piacere della vita. Ad avviso di Emiliano Giancristofaro, San Pietro incarna vari aspetti del sentimento religioso popolare abruzzese talvolta contraddittorio ma sempre aderente alla realtà [49].

Anche nelle leggende pietrine di altre regioni italiane, la figura di San Pietro è descritta con caratteristiche più o meno identiche.  Un esempio in tal senso lo fornisce D’Aronco che nelle leggende dei paesi del Friuli, il pescatore galileo: 

«non rappresenta altro che il friulano peccatore per bisogno, per golosità o per poca fede che tuttavia non si macchia di colpe particolarmente vergognose e che comunque si pente in breve del mal fatto, onde umiliato torna al Signore da cui rìceve perdono» [50]. 

Nella sua figura il popolo riflette se stesso. Anche l’iconografia pietrina, spesso trasmette l’idea di un personaggio semplice che è vestito con abiti poco sontuosi, ha la barba incolta e le mani grandi e callose per il continuo uso dei remi.  In conclusione, nelle leggende considerate, l’Apostolo mostra le sue debolezze, appare un uomo che nella sua vita quotidiana s’interroga sulle questioni morali, con l’aiuto del Messia trova sempre delle risposte soddisfacenti a tutti i suoi dubbi e per questi motivi è anche il simbolo di una fede popolare che non vacilla nel duro confronto con la realtà.  

All’immagine di San Pietro con le sue debolezze umane si contrappone quella ieratica del Figlio di Dio: Lia Giancristofaro ha fatto presente che in questi racconti «la figura di Cristo è proiettata nel mondo fantastico della fiaba ed è assimilata a un mago buono» [51]In particolare nelle leggende esaminate, il Messia sacralizza i valori della società contadina legati alla terra, al lavoro e alla comunità tra cui i forti vincoli famigliari, il rispetto dei figli verso i genitori, lo spirito di sacrificio e la grande fatica quotidiana.

Ci si chiede: qual è l’origine storico-geografica di questi racconti e da chi furono diffusi? A tal proposito esistono dei pareri molto discordanti che in alcuni casi si integrano tra loro per fornire risposte soddisfacenti. Lavinio ha sostenuto che in generale molte leggende religiose e agiografiche possono avere avuto un’origine scritta e furono diffuse tramite predicazioni, fogli volanti, ecc., durante la festa di qualche santo [52].  In seguito tale materiale è stato inserito in un patrimonio narrativo che ha trasformato in leggende religiose fiabe preesistenti «mediante l’attribuzione a Gesù Cristo, San Pietro o altri santi azioni prima ascritte a personaggi laici» [53]. È ipotizzabile che il contributo alla formazione iniziale di tali leggende sia stato fornito da esponenti del clero che, con racconti semplici e comprensibili, speravano di toccare più facilmente il cuore degli uomini e promuovere il culto di San Pietro. Del resto le parabole cercavano di rendere più semplice e assimilabile il messaggio evangelico.

9788882725273Ad avviso di Lapucci, questi racconti si sono sviluppati all’interno della tradizione biblica ed evangelica [54]. Infatti, Gesù Cristo per predicare il Vangelo si spostava, viaggiando continuamente e partecipava alle vicende umane. Altri passi dei vangeli che potrebbero aver ispirato la fioritura di tali novelle sono gli episodi che evidenziano la fragilità e umanità di San Pietro. Lupinetti, a sua volta ha sostenuto che «in Abruzzo la vera origine della letteratura sacra popolare deve ricercarsi nel Francescanesimo della prima metà del sec. XIII» [55]. Ad avviso di Emiliano Giancristofaro, le leggende in cui Gesù e San Pietro vanno in giro per il mondo derivano dai vangeli apocrifi [56]. 

Altre probabili fonti d’ispirazione per le leggende in esame potrebbero essere stati i racconti mitologici di origine classica contenenti vicende simili ai viaggi di Gesù e gli apostoli e in seguito reinterpretati e rielaborati in chiave cristiana. In questo caso la letteratura esistente consente di formulare varie ipotesi. Alcuni importanti esempi di antiche opere classiche in cui si narra che alcune divinità pagane, al pari di Gesù e gli Apostoli giravano per il mondo sono i seguenti: il libro 17 dell’Odissea in cui Omero scrisse che «gli dei beati sotto l’aspetto di viaggiatori stranieri vanno in giro a spiare le malefatte dei mortali»; le Metamorfosi in cui Ovidio narra che Giove e Mercurio erravano tra gli uomini alla ricerca d’asilo e ospitalità; i racconti sulla vita di Dioniso in cui si narra che egli scese sulla terra e viaggiò. 

A queste tesi di carattere generale è da aggiungere che ogni leggenda riportata ha qualche proprio antecedente in antichi miti esistenti prima dell’avvento del cristianesimo. Così la leggenda in cui si narra che Gesù forgiò un uomo sulla fucina ha un suo antecedente pagano nella dea Demetra che di notte metteva sul fuoco un bimbo di nome Demofoonte e quando morì lo fece resuscitare. Un altro legame può essere ravvisato anche con le Metamorfosi ovidiane in cui si narrano le trasformazioni degli esseri umani e delle divinità in nuove forme a causa di punizioni, passioni incontrollate e superbia. Ad avviso di Sanfilippo è ipotizzabile che la leggenda sulla mamma di San Pietro possa essere il risultato di un adattamento di un antico mito a nuove condizioni etnografiche e culturali [57].

In particolare, la madre dell’Apostolo è assimilabile a: Lilith, una figura demoniaca dell’antica religione mesopotamica a cui era attribuito il potere di provocare grandi tempeste; oppure a Cerere, la grande madre della religione romana che provocava carestie, siccità, copiosi temporali, aveva una figlia di nome Persefone trasportata nel mondo degli inferi da cui, dopo l’intervento di Zeus, tornava sulla terra per sei mesi l’anno [58]. La leggenda in cui San Pietro si mise le api sul torace è simile a una favola di Esopo in cui si narra che un uomo, arrabbiato per la puntura di una formica, schiacciò tutto il formicaio.

Per quanto riguarda la genesi delle leggende, secondo Lia Giancristofaro, esse sono estranee al patrimonio tradizionale regionale di cui sono diventate parti integranti attraverso le rielaborazioni dei narratori [59]. Ad avviso di Moretti, i racconti su Gesù Cristo e gli Apostoli che andavano in giro per il mondo sono desunti da modelli orientali introdotti in Abruzzo da predicatori itineranti durante il Medioevo e in seguito riadattati dalla fantasia popolare all’ambiente agro-pastorale regionale [60].

Altri studiosi, tra cui Valentini (2000), hanno ipotizzato che in generale la trasmissione orale di varie leggende religiose in Abruzzo fu dovuta ai cantastorie, i missionari e i predicatori itineranti. Tenendo conto di quest’ultima tesi è ipotizzabile che le missioni popolari effettuate nei secoli passati da vari ordini religiosi contribuirono a diffonderle poiché, essendo racconti ancorati alla vita reale, semplici e comprensibili, rispondevano al fine didattico di far assimilare con facilità i principi del Vangelo e la vita dei santi alle popolazioni analfabete. La trasmissione all’interno dei vari centri abitati e delle famiglie avveniva oralmente durante i momenti conviviali (le serate invernali vicino al fuoco o estive all’aperto, le cene, i pranzi, le fasi dei lavori agricoli, etc.). Esse favorivano i momenti di aggregazione, formazione culturale, incontro ed ascolto. 

San Pietro e la valle dell’Aventino nel folklore cibernetico: principali effetti 

Durante le fasi di ricerca è emerso che diversi volumi di De Nino, Finamore ed altri in cui si narrano alcune antiche tradizioni pietrine della valle dell’Aventino sono messi in rete; vari siti Facebook pubblicano foto e immagini di quelle della contemporaneità e del passato che generalmente suscitano attenzioni, discussioni aperte, gradimenti e sogni nostalgici. In questo modo esse sono entrate a far parte della cultura globalizzata e del folklore cibernetico che si offre gratis a semplici curiosi, ricercatori di vicende etnografiche e a chi sceglie fatti più vicini ai propri interessi.

Questo importantissimo fenomeno produce i seguenti effetti: la formazione di un panorama culturale più omogeneo e di conoscenze condivise che influenzano le identità individuali e collettive; l’archiviazione telematica a cui segue un aumento di visibilità dei fatti riportati poiché le immagini, testi e filmati diffusi in rete non si cancellano e possono essere visionati in qualsiasi momento e angolo della terra; la nascita e sviluppo della comunicazione cibernetica che avviene tra soggetti che s’incontrano fisicamente, condividendo vari gusti, atteggiamenti, opinioni e interessi; la formazione di una nuova dimensione spaziale che nello stesso tempo è globale e locale e un nuovo modo di vivere e sentire l’appartenenza comunitaria; la delocalizzazione dei saperi individuali, delle pratiche di culto e della cultura della valle dell’Aventino; l’acquisizione delle tradizioni  e il rinsaldamento delle radici e dei legami con i luoghi d’origine da parte degli emigranti e loro discendenti che li visionano e la formazione di comunità virtuali che si riconoscono nel culto e nella cultura popolare. 

s-l1200Osservazioni conclusive

L’insieme dei fatti riportati conferma che la Valle dell’Aventino è un deposito folklorico con la ricchezza del suo patrimonio di tradizioni popolari e di valori identitari. È documentato il culto di San Pietro che con nuovi significati e forme d’interesse si ritrova in rete mentre antiche pratiche comunitarie sono sempre più rarefatte. Si osserva inoltre che in sei Comuni della valle furono fondate chiese dedicate a San Pietro Apostolo, mentre le leggende e i proverbi che lo riguardano, talvolta accompagnati da varianti locali, incontrano una diffusione più vasta.

Le prime manifestazioni del culto pietrino nell’area risalgono al IX secolo, sono fornite dalla costruzione di una chiesa e quindi si può dire che in quest’ambito geografico, esso arrivò un po’ più tardi rispetto ad altre località abruzzesi.

Le leggende riportate hanno perso le antiche funzioni comunitarie del passato, ora sono completamente decontestualizzate e sono ricordate solo da pochissimi individui, probabilmente l’ultima generazione di narratori capace di fornire le sue testimonianze. Il fatto che fossero oggetto di una certa fede popolare dimostra che l’immaginario folklorico credeva nell’esistenza di un mondo magico e utopico popolato da personaggi con poteri sovrumani. 

Dialoghi Mediterranei, n. 76 novembre 2025 
[*] Ringraziamenti
Per aver fornito informazioni si ringraziano: Antonio Di Rito, Aurelio Manzi, Gianna Masciarelli, Pietro Ottobrini, Enrico Rosato e Gerardo Vittoria. Un pensiero va anche alle seguenti persone che ora non ci sono più e in passato fornirono preziose informazioni sulle tradizioni di San Pietro a Lama dei Peligni: Elisabetta Amorosi, Maria Caprara, Teodora Cianfarra, Maddalena De Sanctis, Antonio Laudadio e Salvatore Salvi.  
Note
[1] Si veda: Pezzetta A., La valle dell’Aventino dalla cultura agro-pastorale alla cultura della restanza, “Dialoghi Mediterranei” n.74, luglio 2025
[2] Questa caratteristica fu riconfermata in numerosi decreti ecclesiastici e ordinanze dei secoli successivi tra cui una bolla del 11 dicembre 1748 con cui il papa Benedetto XIV prescrisse che le feste di San Pietro e San Paolo erano da considerarsi di precetto festivo e dovevano essere obbligatoriamente celebrate in ogni parrocchia.
[3] Esposito G., La chiesa madre San Pietro Apostolo di Ripa Teatina, Teaternum edizioni, San Giovanni Teatino, 2021: 13.
[4] Balducci A., Regesto delle pergamene e codici del Capitolo metropolitano teatino, Tip. De Arcangelis, Casalbordino (CH), 1929: 63-66.
[5] Archivio di Stato di Chieti, Sottosezione di Lanciano: Protocolli rogati dal notaio Deliberato Francesco di Gessopalena dal 1685 al 1732, volume XVI.
[6] Pezzetta A., Quando i santi andavano per il mondo. Tradizioni e leggende su San Pietro raccolte a Lama dei Peligni, “Palavel” 2, 2013: 166.
[7] Si ricorda che in tutta l’Italia meridionale, il feudalesimo fu introdotto dai Normanni nel XII secolo e restò in vigore sino al 1806, quando fu abolito dai napoleonici.
[8] Novi Chavarria E., I feudi ecclesiastici nel Regno di Napoli: spazi, confini e dimensioni (secoli XV-XVIII), in Musi A. & Noto M.A. (a cura), Feudalità laica e feudalità ecclesiastica nell’Italia meridionale, Quaderni Mediterranea Ricerche storiche, n. 19, 2011: 369-371. L’elenco riportato comprende anche i possedimenti ecclesiastici di località che all’epoca appartenevano alle due province abruzzesi e ora fanno parte della Regione Lazio.
[9] Fiorentino N.,  In terra casularum, vol. II, Legatoria Borrelli, Casoli (Ch), 1992: 322.
[10] ivi: 329.
[11] ivi: vol. III, Legatoria Borrelli, Casoli (Ch), 1993: 229.
[12] ivi: 339.
[13] Verlengia F., La chiesa di San Pietro Apostolo a Fara San Martino, in: Tradizioni e leggende sacre abruzzesi, Ed. Attraverso l’Abruzzo, Pescara, 1958: 29.
[14] Finamore G., Credenze, usi e costumi abruzzesi, Clausen, Palermo, 1890: 171-172.
[15] ibidem.
[16] Verlengia F., La chiesa di San Pietro apostolo a Fara San Martino, op. cit: 29.
[17] Di Cecco G., Farantica, Carabba Ed., Lanciano (Ch) 2004: 20.
[18] Balzano V., Guglielmo di Berardo da Gessopalena miniatore del secolo XIV, G. Salvoni Savorini, Lanciano (Ch), 1920: 12-13.
[19] Giancristofaro E., Canti popolari abruzzesi, Ed. Rivista Abruzzese, Lanciano, 2002: 124.
[20] Traduzione: Ha trovato Gesù Cristo che miete il grano e San Pietro che lo raccoglie.
[21] Traduzione: Il giorno di S. Pietro prendi la piccola falce e mieti il grano.
[22] Pezzetta A., Quando i santi andavano per il mondo. Tradizioni e leggende su San Pietro raccolte a Lama dei Peligni, Palavel 2, 2013: 143-172.
[23] Sella P., Rationes Decimarum Italiae, Edizioni della Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1939: 293.
[24] Pezzetta A., Quando i santi andavano per il mondo, op. cit: 146.
[25] Ivi: 147.
[26] ivi: 149.                  
[27] Traduzione: Tra la festa di San Pietro e quella della Madonna della Valle che ricorre il 2 luglio, cadono le pietre, ossia grandina abbondantemente.
[28] L’associazione di San Pietro alla pioggia si ha anche in altre regioni italiane. Una di esse è il Friuli-Venezia Giulia. Infatti, Ciceri Nicoloso Andreina (1982) analizzando le tradizioni friulane, considera San Pietro un santo pluviale poiché il periodo della sua festa può essere caratterizzato da intensi temporali.
[29] Traduzione: Il giorno di San Pietro prendi la piccola falce e mieti il grano.
[30] Finamore G., Credenze, usi e costumi abruzzesi, Clausen, Palermo, 1890: 17.
[31] Considerate le comuni caratteristiche economiche e culturali dei vari Comuni della valle dell’Aventino, le tradizioni su San Pietro, la mietitura e la pioggia riscontrate a Lama dei Peligni, nel passato avevano una diffusione geografica più vasta.
[32] Traduzione: Domani è sabato santo. – La Madonna si mette il manto. – Risponde San Pietro: Avanti. – Che hai fatto Maria che piangi tanto? – Io piango di dolore poiché ho perso il mio figliolo. Vado a casa di Pilato – e lo trovo incatenato.
[33] Traduzione: Stai facendo, la fabbrica di San Pietro?
[34] Finamore G., Usi e costumi abruzzesi, Clausen, Palermo, op. cit: 172.
[35] Frazer J. G., Il ramo d’oro, Newton Compton, Roma, 1992: 708.
[36] Buttitta I., Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia, Meltemi, Milano, 1999: 214.
[37] Madonna A., Non solo le Tarante, vol. I, Rocco Carabba Editore, Lanciano (Ch), 1991: 36-37.
[38] Traduzione: Mi sembra la fabbrica di San Pietro che non finisce mai.
[39] Cuomo L. e Di Renzo A., Fallascoso borgo d’altura. Indagini storico-paesaggistiche, Bibliografica, Castelfrentano (Ch), 2021: 141.
[40] ivi: 208.
[41] Traduzione: San Pietro è un gran santo / San Paolo altrettanto / io ho il mal di denti / e non me ne importa niente.
[42] Verlengia F., La mamma di San Pietro (tradizioni popolari), l’Indipendente (10 marzo), 1932.
[43] Sanfilippo M., La larga vida de la madre de san Pedro, Boletín de Literatura oral 14, 2024: 10.
[44] Finamore G., Novelle popolari abruzzesi, Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, vol. IV, Lauriel, Palermo, 1885: 476-477.
[45] De Nino A., Usi e costumi abruzzesi. Sacre leggende, vol. 4. Tipografia Barbera, Firenze, 1883: 70-73.
[46] ivi: 74-77.
[47] Finamore G., Credenze, usi e costumi abruzzesi, op. cit: 169-170.
[48] Finamore G., Quando Cristo andava per il mondo, ristampa anastatica a cura di Nicolai M.C., Polla, Avezzano (AQ), 1992: 35-37.
[49] Giancristofaro E., Staccio setaccio. Novelliere abruzzese, Carabba, Lanciano (Ch), 1982: 39.
[50] D’Aronco G., La Madonna nelle leggende friulane, Ce fas tu, Bollettino della Società filologica friulana n. 1-4, Udine, 1947: 17.
[51] Giancristofaro L., Cultura popolare abruzzese. La novellistica popolare religiosa di P. Donatangelo Lupinetti, Arti Grafiche Ianieri, Casoli (Ch), 2000: 101.
[52] Lavinio C., Le forme della leggenda, La Rivista folklorica n. 36, 1997: 27.
[53] ivi: 28.
[54 Lapucci C., Le profacole. Leggendario popolare delle figure sacre, Edizioni Cantagalli, Pisa, 2010: 5.
[55] In: Giancristofaro L., Cultura popolare abruzzese, op. cit: 49.
[56] Giancristofaro E., Staccio setaccio. Novelliere abruzzese, Carabba, Lanciano (Ch), 1982: 38-39.
[57] Sanfilippo M., La larga vida de la madre de san Pedro, Boletín de Literatura oral 14, 2024: 26.
[58] Pezzetta A., Quando i santi andavano per il mondo, op. cit: 164.
[59] Giancristofaro L., Cultura popolare abruzzese, op.cit: 101.
[60] Moretti V., Novella e cultura popolare, in Giancristofaro L., Cultura popolare abruzzese. op.cit: 22. 
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Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di Scuola Media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato con varie riviste del settore tra cui: Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rivista di Etnografia, Rivista Abruzzese, Utriculus e Valle del Sagittario.

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