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Ibn Khaldun e Kitāb sirr al-asrār (“Secretum Secretorum”)

Posted By Comitato di Redazione On 1 maggio 2021 @ 02:53 In Cultura,Letture | No Comments

 

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La statua di Ibn Khaldūn a Tunisi

di Kais Ben Salah

Il nome di Ibn Khaldūn è molto conosciuto nella sponda sud del Mediterraneo, mentre nella sponda nord, la sua vita e le sue opere sono familiari solo ad una fascia ristretta di studiosi dell’Islam e delle sue varie realtà. Tale affermazione non è assolutamente sorprendente, se si tiene conto che Ibn Khaldūn è uno storico musulmano medievale. Il suo pensiero ha iniziato ad essere conosciuto in Europa nel diciannovesimo secolo. Nonostante la sua età, la Muqaddima è stata considerata subito come un’opera portatrice di un pensiero moderno e non medievale. «Per oltre un secolo Ibn Khaldūn fu considerato dagli studiosi europei come una figura isolata, emergente dalle tenebre della decadenza araba dell’epoca» [1].

All’inizio del Novecento la grandezza di Ibn Khaldūn come un autore moderno vissuto in un’epoca buia fu riconosciuta da Arnold Toynbee: la Muqaddima – ha scritto – è  «la più grande opera di filosofia della storia mai concepita da alcuna mente in alcun tempo o luogo» [2].

Moltissimi sono i lavori che si sono occupati di spiegare il pensiero dell’autore arabo, e non penso sia possibile per me aggiungere qualcosa di nuovo in questo settore, se non delle cose che sono state già dette e ridette nei numerosi libri che ho potuto consultare. La fama di Ibn Khaldun è senza dubbio il risultato di lunghissimi anni di studi, in cui l’autore si dedica alla lettura delle maggiori opere circolanti nel suo tempo. Per questo abbiamo deciso di percorrere una strada poco studiata, quella dei libri che hanno potuto costituire ed influenzare il pensiero dello studioso tunisino.

Scopo di questo contributo è dunque quello di offrire alcuni spunti di riflessione tesi a sottolineare la necessità di intraprendere un lavoro che sappia cogliere di quali contenuti ed influenze l’opera di Ibn Khaldūn è debitrice a uno tra i più famosi libri circolante nel nord-Africa del XIV secolo, il Secretum Secretarum.

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Una pagina del manoscritto della Muqaddima risalente al 1402

Kitāb sirr al-asrār (Secretum Secretorum)

Ormai siamo ben informati sul complesso processo che ha trasformato Kitāb sirr al-asrār in Secretum Secretorum [3]. Di tutti i testi riferiti falsamente ad Aristotele, Kitab Sirr-al-asrar [Il Segreto dei segreti] è indubbiamente quello che ha avuto il maggior successo, sia in Oriente che in Occidente, e per secoli. Il numero dei manoscritti arabi attualmente elencati, una cinquantina circa, è certamente molto meno importante di quello dei manoscritti delle sue traduzioni in latino e nelle lingue vernacolari dell’Europa.

Il libro copre diverse discipline, tali la politica, la filosofia e la cosmologia, l’astronomia e astrologia, l’onomanzia, la medicina, la fisiognomia, le scienze occulte della magia e dell’alchimia. Questa eterogeneità deriva probabilmente dalla scrittura del testo in più fasi e dalla sua amplificazione progressiva sotto l’influenza di scritti ermetici, è di fatto una strumentalizzazione di molte scienze a beneficio del califfo [4].

L’opera è un miscuglio, strano ai nostri occhi moderni, di riflessioni filosofiche, sviluppi scientifici, a volte molto oscuri a volte molto concreti, e di consigli pratici, per una visione molto pragmatica del potere, il cui scopo principale è la ricerca della potenza e della gloria.

Attribuito ad Aristotele, probabilmente traendo una delle sue origini dalle lettere del filosofo ad Alessandro Magno, di origine greca o più probabilmente araba, e appoggiandosi nei suoi primi discorsi su alcuni prestiti dell’Etica Nicomachea, il testo arabo si compone di una molteplicità d’influenze filosofiche e trasmette soprattutto un intero pensiero neoplatonico fortemente contaminato dall’ermetismo ellenistico come appropriato e ripensato dal mondo arabo, direttamente o indirettamente, attraverso la cultura persiana [5].

Il prologo è attribuito a Yahya Ibn Bitriq, uno studioso, probabilmente melchita, che visse a Baghdad durante il tempo del califfo abbaside al-Māamun. Apparteneva al gruppo dei più famosi traduttori del califfo, e forse alla cerchia di al-Kindi. Quest’attribuzione di Sirr-al-Asrar è attualmente contestata quasi all’unanimità, così come la sua stessa traduzione, che appare come una finzione poiché pare non esista un testo greco equivalente. Ormai, siamo quasi convinti che Sirr-al-Asrar sia un’opera originale della cultura araba, esito di influenze greche, arabe, persiane e indiane [6].

La messa in scena inventata dall’autore del prologo ci informa del prestigio filosofico che si desiderava dare all’opera attribuendola ad Aristotele; così per rafforzare questa strategia di promozione, la sua traduzione in arabo fu attribuita a uno dei più grandi studiosi della corte abbaside. Sirr-al-Asrar è integrato nel vasto movimento delle traduzioni arabe della scienza e della filosofia greca, nato a Baghdad nel IX secolo in un ambiente politico e culturale molto aperto a molteplici influenze, sia quelle dell’Ellenismo, sia quelle del mondo persiano e dell’India.

Al suo arrivo in Europa, Sirr-al-asrar, come tradotto da Filippo di Tripoli e generalmente menzionato nei manoscritti come Secretum secretorum (ma anche come De regimine regum, De regimine principum, De regimine dominorum), ha avuto una gloriosa carriera: ci sono circa 350 manoscritti, oggi una cifra davvero considerevole per un testo filosofico [7].

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La casa di Ibn Khaldūn a Tunisi

Ibn Khaldūn e Kitāb sirr al-asrār

Il Segreto dei segreti era uno tra i libri filosofici più letti all’epoca abbaside, l’epoca in cui c’è stata l’apertura alla cultura greca e, nonostante il dubbio che circondava la sua origine, è stato comunque attribuito dagli arabi ad Aristotele. Pare evidente che Ibn Khaldūn fosse a conoscenza di Kitāb Sirr al-asrār e ciò lo possiamo capire da vari passaggi della Muqaddima.

و كان أرسطو معلما للأسكندر ملكهم الذي غلب الفرس على ملكهم و انتزع الملك من أيديهم. و كان أرسخهم في هذه العلوم قدما و أبعدهم فيه صيتا و شهرة. و كان يسمى المعلم الأول فطار له في العالم ذكر [8]

Un altro passaggio che può confermare la nostra ipotesi:

فمن تلك القوانين الحساب الذي يسمونه حساب النيم و هو مذكور في آخر كتاب السياسة المنسوب لأرسطو يعرف به الغالب من المغلوب في المتحاربين من الملوك و هو أن تحسب الحروف التي في اسم أحدهما بحساب الجمل المصطلح عليه في حروف أبجد من الواحد إلى الألف آحاداً و عشرات و مئين وألوفاً فإذا حسبت الاسم و تحصل لك منه عدد فاحسب اسم الآخر كذلك ثم اطرح من كل واحد منهما تسعة و احفظ بقية هذا و بقية هذا ثم انظر بين العددين الباقيين من حساب الاسمين فإن كان العددان مختلفين في الكمية وكانا معا زوجين أو فردين معا [9]

Questo passaggio è inesistente nel libro della Politica del filosofo greco, lo troviamo, invece, in maniera identica nel Kitāb Sirr al-asrār, nel capitolo dal titolo «Il vincitore e il perdente», il che ci conferma che il libro della Politica attribuito ad Aristotele, a cui si riferisce Ibn Khaldūn, non è altro che Kitāb Sirr al-asrār.

أحسب إسم أمير الجيش الواحد و إسم أمير الآخر بهذا الحساب،  و إحفظ ما يجتمع معك من كل واحد منهما، ثم إطرح لكل إسم من العدد تسعة تسعة،  ثم إحفظ ما بقي بيدك دون التسعة من الإسم الواحد، ثم إفعل بالإسم الآخر كذلك، فما بقي من الإسم الثاني دون تسعة إحفظه أيضا ثم إعمد إلى الحساب الذي وضعته لك فهو صحيح مطّرد لا يخالفك [10]

Ibn Khaldūn afferma che il libro attribuito ad Aristotele contiene una parte utile, ma il libro in sé non è completo e non è abbastanza approfondito, manca di prove e mescolato con altri scritti [11]. Il tunisino prende, quindi, l’incarico di rielaborare in qualche maniera Kitāb Sirr al-asrār, tanto che alcuni autori hanno affermato che una delle cause della scrittura della Muqaddima fu proprio il trattato aristotelico [12]. Per questo, Aristotele è menzionato più volte e in vari passaggi della Muqaddima. Uno tra i paragrafi in cui l’autore arabo presenta in maniera esplicita i suoi scritti come un’alternativa al libro del filosofo greco è il seguente:

و أنت إذا تأملت كلامنا في فصل الدول و الملك و أعطيته حقه من التصفح و التفهم عثرت في أثنائه على تفسير هذه الكلمات و تفصيل إجمالها مستوفى بيناً بأوعب بياناً و أوضح دليل و برهان أطلعنا الله عليه [13]

L’autore arabo rimprovera ad “Aristotele” di attenersi a considerazioni puramente teoriche e speculative e tratta nella sua Muqaddima quasi tutti i capitoli del Kitāb Sirr al-asrār, dalla politica alla medicina, alla magia fino all’astrologia, tutto è stato riesaminato e discusso in maniera “pratica”. Per capire meglio la metodologia di Ibn Khaldun di fronte al pseudo-aristotelico prenderemo in esame uno di questi capitoli:

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Aristotele che insegna ad Alessandro Magno (illustrazione di Henry Woldar, 1904)

La “generosità” in politica

Uno degli obiettivi del Secretum è di spiegare la liberalità e l’avidità del re, e di descrivere i mali dell’eccesso o dell’assenza della liberalità. Il libro affronta il rischio che un eccesso di liberalità possa portare il re ad aumentare le tasse e a depredare ingiustamente i beni del popolo, che è la causa principale della distruzione dello Stato; tuttavia, essere un liberale è sempre preferibile all’avidità, essendo l’avarizia un nome indegno di un re e di uno Stato. Sebbene il tono dell’argomentazione sia in definitiva moralistico, l’autore di Kitāb Sirr al-asrār occupa un posto originale nella tradizione peripatetica, poiché si concentra sui difetti dell’eccessiva liberalità, ma rifiuta completamente l’avidità per ragioni legate alla reputazione del re.

La generosità del principe nel Kitāb Sirr al-asrār consiste nel dare quello di cui si ha bisogno a chi ne ha bisogno secondo la necessità. Il sovrano che non tiene conto di questa regola “esagera” e da generoso diventa uno sprecone, perché quello che spreca i soldi in modo sbagliato ovvero quello che dà lusinghe a chi non le merita, è come se fosse uno che aiuta un suo nemico contro se stesso. Il sovrano, invece, che spende i suoi soldi nel tempo giusto e nella giusta misura è considerato generoso con sé stesso e con il suo popolo [14]. Quello che un principe non deve mai fare è prelevare denaro dal popolo, perché è la causa della decadenza di uno Stato:

كما أني أقول لك يا إسكندرو قديما لم أزل أقول لك، أن السخا و الكرم و بقاء الملك، إنما هو بالإمساك عن ما في أيدي الناس و الكف عن أموالهم [15]

Ibn khaldūn riprende l’esempio pseudo-aristotelico della liberalità e della generosità del sovrano, attraverso un’analisi sociologica del fenomeno, e ciò si legge in vari parti della sua Muqaddima, come nel capitolo trentotto della terza parte del primo libro «Le tasse e le cause del loro aumento e della loro diminuzione», o nel capitolo trentanove della stessa parte «L’imposizione delle tasse verso la fine dello Stato». L’autore tunisino spiega, infatti, che l’essere generoso o parsimonioso non è una scelta del principe, ma piuttosto una fase legata al processo dell’evoluzione dello Stato.

All’inizio dell’Impero, i capi dello Stato ignorano il lusso e le sue abitudini, e hanno pochi bisogni. Le loro spese sono minime, il reddito è sufficiente per coprire tutto, e ne rimane ancora molto in eccesso. Presto, tuttavia, si abituano alla vita sedentaria e alle abitudini del lusso. Ciò comporta un notevole aumento delle spese dello Stato, in particolare di quelle del Sultano, perché è obbligato a provvedere al sostentamento di tutti i suoi sudditi ormai abituati a una vita comoda. Così, le entrate dell’Impero cominciano a poco a poco a non bastare per pagare tutte le esigenze, e il sultano si ritrova costretto a porvi rimedio aumentando il livello di tassazione, e imponendo nuove tasse su tutti i beni del popolo, ed è l’inizio della fine dello Stato [16].

Quando l’Impero è vicino al crollo, il peso delle tasse raggiunge il suo ultimo limite, i mercati languiscono a causa della crisi dei commercianti, il che annuncia la rovina e la fine della prosperità pubblica. Secondo Ibn Khaldūn queste dinamiche conducono alla caduta dell’Impero e cita l’esempio degli Abbassidi e dei Fatimidi, quando, nei loro ultimi giorni, queste tasse straordinarie furono imposte persino sui pellegrini alla Mecca, fino all’arrivo di Saladino che tolse queste imposizioni. Lo stesso problema fu presente nella Spagna di “Mūlūk attawāif” fino all’arrivo di Yusef Ibn Tasḥfin che ristabilì l’ordine delle cose.

Il fatto che un sovrano sia liberale o avaro, per Ibn Khaldun non è una scelta volontaria, ma un processo legato alla natura propria dell’uomo e alla struttura stessa dello Stato, essendo anche lui un essere vivente che nasce, cresce e infine muore.

La verità è che l’esempio della “generosità in politica”, analizzato in questo lavoro, parte del contenuto del Segreto, è incorporato nella Muqaddima ed è quindi, più o meno nascosto tra le righe degli scritti di Ibn khaldun. Pertanto, la sua presenza sullo sfondo dell’opera del tunisino è un elemento che ha contribuito al suo successo. Come ogni studio sulle fonti di un testo letterario, la riappropriazione creativa da parte di Ibn Khaldun di un’opera pseudo-aristotelica come Kitāb Sirr al-asrār, può essere considerata oggigiorno come un esercizio importante nel campo della intertestualità nelle discipline umanistiche.

Dialoghi Mediterranei, n. 49, maggio 2021
Note
[1] Giuliana Turroni, Il mondo della storia secondo Ibn Khaldun, Jouvence, Roma, 2002: 37.
[2] A. J. Toynbee, A study of history, Oxford University Press, Oxford 1934, Vol. III: 332.
[3] Catherine Gaullier-Bougassas, Margaret Bridges et Jean-Yves Tilliette, Trajectoires européennes du secretum secretorum du pseudo-aristote (xiiie-xvie siècle), Turnhout, 2015. Cfr. Matteo Milani, Un volgarizzamento italiano del Secretum Secretorum, Libreria Stampatori, Torino, 2018.
[4] Ibidem.
[5] Ivi: 8.
[6] Per il metodo di traduzione usato da Yaḥya ibn isḥaq e da altri traduttori delle opere filosofiche di orignine greca, rimandiamo al libro di: Omar Frouḳh “Al falsafa al yunāniā fī ṭāriqiha ilā al ‘arab”, Biblioteca Mnimna, Beirut, 1947.
[7] Catherine Gaullier-Bougassas, Trajectoires européennes du secretum secretorum, cit : 17.
[8] Ibn Khaldūn, La Muquaddima, I, VI, XIX.
Traduzione: «Aristotele era un maestro del re Alessandro, che sconfisse i persiani nel loro Regno, e tolse l’Impero dalle loro mani. Il filosofo ateniese era il più saggio in queste scienze e il più famoso, fu considerato come il primo maestro ed ebbe una fama mondiale».
All’inizio di Kitāb Sirr al-asrār, Yaḥya Ibn Isḥaq presenta Aristotele proprio come lo fa Ibn Khaldun nel passaggio citato.
[9] Ibn Khaldūn, La Muquaddima, I, I, III.
Traduzione: «Una di queste leggi è una sorta di calcolo chiamato Hisab al Neem, ed è menzionato alla fine del libro della Politica attribuito ad Aristotele. Questo calcolo è usato quando due re si fanno guerra, e si desidera sapere quale sarà il vincitore. Ecco come viene eseguita l’operazione: Si sommano i valori numerici delle lettere che compongono il nome di ciascun re; sono valori di convenzione attribuiti alle lettere dell’alfabeto; vanno dall’uno al mille e si classificano in unità, decine, centinaia e migliaia. L’aggiunta fatta si sottrae nove ad ogni somma quante volte è necessario per avere due resti meno di nove…»
[10] Aristotele, Kitāb Sirr al-asrār, Dar al-’ulūm al-’arabiā, Beirut, 1990: 144-145.
[11] Ibn Khaldūn, La Muquaddima, I.
[12] Majed Hamden, Tāriḳ al-āfkar 2, Editore Sibuih, 2016.
[13] Ibn Khaldūn, La Muquaddima, I.
Traduzione: «…Il lettore che desidera esaminare il capitolo in cui tratto i vantaggi presentati dai regnanti e dai governi dinastici, e che lo avrà attraversato con l’attenzione richiesta dal soggetto, troverà lo sviluppo di queste massime (massime non spiegate dall’autore greco) e un’esposizione completa del loro scopo; un’esposizione semplice e dettagliata, supportata da chiarimenti e dalle prove più soddisfacenti. È grazie al favore di Dio che abbiamo acquisito questa conoscenza».
[14] Kitāb Sirr al-asrār: 65 – 73.
[15] Ibid:72.
Traduzione: «…e ti ridico – Alessandro – come ti avevo già detto che la generosità e la stabilità del Regno è legata all’astenersi di prendere i beni della gente e il loro denaro» .
[16] Ibn Khaldūn, La Muqaddima, I, III: XXXIX.

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Kais Ben Salah, dottorando presso l’Università della Manouba, in Tunisia, ex docente a contratto presso l’Università di Tunisi, al grado di assistente. Da anni si dedica a studi sui legami culturali tra l’Italia e la Tunisia in età moderna.

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