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I vampiri, un universale della psiche umana

copertinadi Orietta Sorgi

I Revenants, coloro che tornano di tanto in tanto sulla terra, verso la quale nutrono una nostalgia insanabile, non ancora morti ma non del tutto vivi. Sono i vampiri, dalla presenza notturna e angosciante, che irrompono nell’esistenza dei propri congiunti, alimentandosi del loro sangue. Su questo tema che potremmo definire, alla luce dei fatti, un universale della psiche umana, Vito Teti propone una riedizione di un suo studio del 1994, Il vampiro e la melanconia (Donzelli 2018), arricchita di ulteriori contributi e rivisitata da chiavi di lettura che si aprono a scenari nuovi della contemporaneità. Emerge subito, ora come allora, l’intenzione dell’autore di affrontare il fenomeno in senso globale e trasversale, su più livelli e registri espressivi, dall’antichità alla modernità, dalle mitologie arcaiche e folkloriche alla letteratura e al cinema, con uno sguardo alla psicanalisi. Vampiri, ombre, spettri notturni si ricollegano infatti al tema del doppio, come manifestazione dell’inconscio umano e divengono risposta a pulsioni e desideri rimossi sin dall’infanzia.

Questo il quadro di riferimento di un’opera che in realtà assume il Settecento e il secolo dei Lumi come l’incipit della sua dissertazione, nel momento in cui il fenomeno esplodeva con tutta violenza nella Moldavia, dilagando ben presto in tutta l’Europa Orientale. Già a partire dalla fine del Seicento peraltro l’idea dei morti viventi dall’aspetto terrificante si era diffusa così velocemente da comportarne la legittimazione da parte di studiosi, uomini colti e letterati. Senza voler entrare nel dettaglio della questione e ricordando solo Calmet fra i giustificatori del fenomeno, i filosofi illuministi, con l’appoggio della Chiesa, iniziarono così una lotta senza tregua contro credenze e superstizioni che dal volgo ignorante erano proliferate in altri ambienti: una diretta conseguenza e derivazione di antiche reminiscenze pagane come la stregoneria e la possessione diabolica, diffuse poi per tutto il Medioevo.

Di fatto Voltaire e gli altri pensatori dell’epoca negavano tassativamente l’esistenza reale di questi fantasmi, attribuendoli a cause psicologiche, alla fantasia della povera gente, gravata dalla miseria e dall’ignoranza. In questo senso il vampiro diveniva inoltre la risposta metaforica alle trasformazioni sociali e allo sfruttamento da parte del nascente sistema capitalistico, una figura mostruosa che divorava e dissanguava le masse dei lavoratori.

Sarà il Romanticismo a rivalutare il vampiro attraverso la figura dell’eroe byroniano, collegandolo al tema della nostalgia della vita, della melanconia e del desiderio irrisolto di amare. Avviene così una lenta trasformazione del fenomeno, che, negato nei contesti naturali d’appartenenza, socialmente degradati, si diffonde e si afferma presso ambienti colti, in un processo osmotico dal basso all’alto, dalle credenze popolari ai circoli letterari. Il vampiro non si configura più come oggetto di superstizione da combattere, ma, al contrario, diviene una figura centrale di numerosi romanzi, ambientati nella Londra mondana dei salotti, in un clima gotico e romantico, come il protagonista del romanzo di Polidori. Il motivo ricorrente è altrove quello della defunta innamorata, come nella Fidanzata di Corinto di Goethe, che ritorna nella notte per ricongiungersi con la persona cara, compensando così desideri sessuali inappagati durante la sua esistenza terrena.

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Vampiro, di Edvard Munch, 1895

Alla figura del vampiro melanconico e nostalgico, è legato inoltre il tema del viaggio, come espressione di una inquietudine che lo porta lontano, ad errare continuamente senza un arrivo, nella vana ricerca di qualcosa che lo soddisfi. Siamo nel periodo del Grand Tour in cui le rovine del Mezzogiorno, simbolo dell’età classica, divengono la meta privilegiata dei viaggiatori europei, che in quei resti dell’antica maestosità monumentale constatavano, a riprova del loro stato emotivo, la caducità del tempo, il trascorrere inesorabile di tutte le cose. Il carattere melanconico e seduttivo, la potenza distruttrice dello sguardo, l’instabilità umorale, si configurano adesso come caratteri distintivi del vampiro moderno,  traducendosi nell’Ottocento in un grande successo letterario.

Del resto, la letteratura come il cinema e l’iconografia, sembrerebbero confermare, insieme al mito, il bisogno di trasporre su un piano metastorico la primordiale paura dei morti e l’incapacità umana di superarla con gli strumenti della ragione. In altre parole, il proliferare nell’arte di esseri soprannaturali, cangianti e mutevoli in sembianze animalesche, come il gufo o il pipistrello, che ricompaiono in volo durante la notte per ricongiungersi con i propri cari, sedurli e poi ucciderli, costituirebbero una derivazione di miti ancora persistenti nelle culture folkloriche. Sistemi protettivi volti a sconfiggere la morte e a rigenerare la vita si ritrovano in tutte le società, ad esempio nell’antica Grecia con la presenza delle lamie dall’aspetto orrido e terrificante. La paura della morte è dunque universale e ha sempre richiesto delle risposte compensative del vuoto e dello squilibrio provocato dall’evento luttuoso. Tutte le comunità hanno elaborato di fronte alla perdita una serie di pratiche rituali per scongiurare il rischio di una destabilizzazione e per convertire la sciagura in propiziazione benevola dei defunti.

Eliade ricorda a questo proposito come la rigenerazione del cosmo si fondi attraverso l’irruzione della morte nell’orizzonte esistenziale dei vivi, turbandone gli equilibri e provocando caos e disordine. Da qui la ragione dei miti di fondazione come strumenti di controllo dei possibili pericoli della morte trasformandoli in strumenti di rinascita di un nuovo corso del tempo. Anche Ernesto de Martino definisce la paura della morte come occasione di disorientamento, causa di fenomeni di depressione e annientamento della personalità, di perdita della coscienza, dell’esserci nel mondo. Per risolvere la “crisi della presenza” e la sensazione di essere agito da altri, il pianto rituale si pone come un processo di espulsione del negativo e di destorificazione mitica di un evento naturale che diviene un fatto rituale e collettivo. Quello sguardo penetrante e seduttivo del vampiro, immortalato dagli scrittori dell’Ottocento, rimanda inoltre al malocchio dello jettatore e alla fascinazione diffusa nel Regno di Napoli, che l’etnologo napoletano attribuisce a contesti sociali segnati dalla miseria e dalla privazione.

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The Sleep of Reason Produces Monsters, di Yinka Shonibare, 1962

Per Freud, fondatore della moderna psicanalisi, l’inconscio umano tende a rimuovere la morte, ritenuta innaturale, elaborando pratiche di lutto che possano allontanare gli stati ansiosi di paura e terrore nei confronti del cadavere, attenuandone il dolore e convertendolo in sentimenti di pietà e di memoria per il caro estinto. L’immagine del vampiro in tal senso altro non è che una proiezione dei vivi per sconfiggere la paura, ma anche del loro senso di colpa verso i morti, sentendosi in qualche modo responsabili di una fine ingiusta. Così si spiegano le visioni oniriche e gli incubi notturni, dovuti alle apparizioni improvvise dei defunti, pieni d’astio e invidiosi verso i superstiti, smaniosi di vendetta.

Di fatto, e qui Vito Teti sviluppa la terza parte del suo studio nella nuova edizione, la rappresentazione dei morti viventi non accenna a diminuire, spettri e fantasmi continuano ad circondarci, contestualmente al perdurare di gusti e tendenze basate sull’orrorifico. Dalla seconda metà del Novecento sulla scia di film cult come Dracula di Francis Coppola, Nosferatu di Herzog, La notte dei morti viventi di Romero, vampiri e zombie diventano un fenomeno di massa, la draculomania esplode nelle sale cinematografiche, nelle riviste e nei fumetti. Nascono movimenti letterari giovanili come gli splatterpunk, in America si verificano nuovi casi reali di vampirismo. Per non parlare del successo, presso gli adolescenti, della saga dei Twilight, in cinque film usciti fra il 2012 e il 2018.

Non è azzardato pensare, in conclusione, quanto oggi più che mai la figura del vampiro sembrerebbe sussumere, nell’immaginario collettivo, tutte le contraddizioni e le criticità del nostro tempo. Il pericolo della fine del mondo, per dirla con Ernesto de Martino, o di un’imminente Apocalisse è avvertita maggiormente in seguito alle stragi terroristiche del terzo millennio e alle catastrofi naturali, terremoti e alluvioni, frutto di speculazioni e di una mancata tutela dell’ambiente. Ovunque è diffuso un senso di precarietà, che fa nascere il bisogno di nuove tecniche di esorcizzazione.

3Teti raffigura in senso metaforico l’attacco aereo alle Torri Gemelle da parte dei talebani fondamentalisti come pipistrelli giganteschi e divoratori, vampiri mostruosi che si schiantano contro l’umanità. Ma, volendo tornare indietro nel tempo, anche il ricordo dei transatlantici che inghiottivano i nostri emigrati del Novecento, in un “viaggio di morte” oltre l’oceano verso il Nuovo Mondo, assume oggi quei tratti cannibaleschi di cui si è già accennato. Così come appaiono morti viventi i profughi in fuga dalla guerra del Medio Oriente, che approdano sulle coste del Mediterraneo.

La condizione stessa dell’emigrante è in fondo una non vita, ma è anche una non morte, di un ciclo che non si chiude e che resta sospeso fra la terra d’origine e quella d’arrivo. Sono morti infine i paesi abbandonati, i centri storici senza vita, desertificati dall’abbandono senza ritorno dei giovani senza lavoro, svuotati dall’esodo dei pochi sopravvissuti alle macerie dei terremoti, come succede tristemente nel Meridione d’Italia. Solo le feste, in determinati periodi dell’anno, possono rivitalizzare questi luoghi, confermando e rinnovando un ritorno alle origini, il ricordo di un tempo perduto.

Un diffuso sentimento di esclusione e rifiuto è il rovescio della medaglia delle società globalizzate, che solo apparentemente proclamano l’apertura al mondo e l’abbattimento delle frontiere, di fatto rimarcando le differenze sociali e culturali senza peraltro favorire reali processi di integrazione.

L’odierno vampiro, la sua condizione melanconica è ancora viva e diffusa nel nostro presente, come incarnazione di angosce ricorrenti: un mostro che si aggira fra le rovine del Terzo Millennio, annunciando i rischi di una fine imminente e ricordando all’umanità quanto sia necessario per l’Occidente riprendere il dialogo con gli altri in nome della continuità di una storia comune che non deve essere interrotta.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
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Orietta Sorgi, etnoantropologa, lavora presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, dove è responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006); Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015); La canzone siciliana a Palermo. Un’identità perduta (2015); Sicilia rurale. Memoria di una terra antica, con Salvatore Silvano Nigro (2017).
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